Roma antica, Vol. 3/3

Part 16

Chapter 163,502 wordsPublic domain

86. =La grande reazione cattolica (380-383).= — Con Graziano, Valentiniano II e Teodosio, l’Occidente governa l’impero. Tutti e tre questi imperatori appartengono alle province Occidentali: il che vuol dire che l’ortodossia torna a prevalere sull’arianesimo, la Chiesa di Roma sulla Chiesa d’Oriente. Graziano fu un fervente cattolico, un grande persecutore dell’arianesimo. Allorchè invitava Teodosio ad assumere la porpora, aveva già, nel 377, esonerato da una gran parte dei carichi pubblici tutti i sacerdoti e tutti gli addetti al culto cristiano[105]; l’anno successivo aveva espropriato tutti i luoghi destinati al culto dei non cattolici[106], e poco dopo, appena morto Valente, destituito numerosi vescovi ariani, sostituendoli con cattolici. Ma la grande azione religiosa ha principio col governo collegiale dei due Augusti. Il 3 agosto 379, Graziano e Teodosio proibiscono con un violentissimo rescritto tutte le eresie[107]. E, sei mesi dopo, il 27 febbraio 380, i due imperatori affermano in un altro editto la volontà di unificare la fede religiosa dell’impero, che doveva appunto essere quella del Concilio di Nicea, e chiamarsi ufficialmente _cattolica_; definiscono inoltre le restanti confessioni cristiane, più che chiese «conciliaboli di dementi e di cervelli insani», annunziando loro non solo la vendetta divina, ma altresì le persecuzioni del governo[108]. Nè la minaccia dovea rimanere lettera morta. Infine il 10 gennaio 381, il simbolo di Nicea era imposto per tutto l’impero come il fondamento del solo culto permesso, il «cattolico»[109].

Ma leggi dello Stato non bastavano. Occorreva rinforzarle con l’autorità spirituale. Nel maggio del 381, Teodosio convocava a Costantinopoli un concilio ecumenico e quivi il simbolo di Nicea fu solennemente confermato; alla sede episcopale di Roma fu assegnato il primo posto tra le grandi sedi episcopali dell’impero, e a quella di Costantinopoli, elevata a rango di patriarcato, il secondo, al di sopra di quelle di Alessandria e di Antiochia, che pure si dicevano fondate dagli apostoli. Nello stesso anno, il vescovo di Milano, Ambrogio, e Graziano convocarono un altro concilio ad Aquileia. E questo, mentre da una parte segnò un nuovo trionfo del cattolicesimo, dall’altro stabilì l’obbligo del clero cattolico di pregare quotidianamente per gli imperatori.

I due concilî dovevano dare un nuovo impulso allo sterminio del Paganesimo. Teodosio e Graziano sullo scorcio del 381 minacciano gravi pene a chi continuasse a praticare atti del culto pagano[110]. Nel 382, ordinano la rimozione dalla Curia romana dell’altare della Vittoria, che, simbolo della potenza romana, Augusto vi aveva collocato dopo Azio; che Costanzo aveva tolto, e Giuliano ricollocato al suo posto. Ordinano che tutti i privilegi del sacerdozio pagano siano annullati; le rendite, fino ad ora corrisposte ai templi, soppresse; i beni, confiscati; impediti i lasciti a loro favore. Finalmente, in quello stesso anno o nell’anno successivo, Graziano, e di conseguenza Teodosio, primi tra gli imperatori, depongono l’antica carica di _pontifex maximus_.

Ma, nell’agosto del 383, d’improvviso, la Gallia era invasa da un nuovo pretendente, Magno Clemente Massimo, governatore, pare, della Britannia: uno spagnolo come Teodosio. Graziano, che non era stato mai popolare, fu abbandonato dalle sue milizie e dai suoi generali, e assassinato, il 25 agosto.

87. =La riscossa ariana in Occidente (383-387).= — Massimo aveva preteso di rovesciare il solo Graziano, il più impopolare dei tre Augusti. Al fratello di costui, infatti, Valentiniano II, egli mandò per mezzo di S. Ambrogio parole di pace, insieme con la promessa di non oltrepassare le Alpi; e a Teodosio fece sapere che intendeva soltanto restare a capo delle province che erano state di Graziano: la Gallia, la Spagna, la Britannia. Teodosio non fece alcuna opposizione e riconobbe Massimo come Augusto, sia che non credesse opportuno impegnarsi in nuova guerra civile, sia che sperasse servirsi di Massimo. Valentiniano era ancor giovanissimo; governava perciò in sua vece la madre Giustina, seconda consorte di Valentiniano, la quale era aliena dall’intransigenza cattolica di Teodosio e di Graziano. Può essere quindi che Teodosio abbia sperato di bilanciare per mezzo di Massimo l’influenza di Giustina. Ma se questi erano i suoi disegni, Massimo lo servì anche al di là del suo desiderio. Così i pagani come gli ariani cercarono di approfittare della morte di Graziano; e Giustina, che era uno spirito tollerante, pensò di dare una soddisfazione agli ariani, imponendo al vescovo di Milano, S. Ambrogio[111], di cedere agli ariani, anch’essi cittadini e soldati dell’impero, la Basilica Porzia fuori le mura (S. Vittore _ad Corpus_), per l’esercizio del loro culto. Era un atto di conciliazione e di tolleranza a profitto di una minoranza. Ma gli ortodossi si ribellarono; e S. Ambrogio potè minacciare e quasi scatenare, in Milano, una rivolta (Pasqua 385)[112]. L’autorità imperiale dovè per il momento cedere alla sommossa, ma cercò di rifarsi: l’anno dopo Valentiniano II autorizzò gli ariani ad esercitare il loro culto (25 gennaio 386). Massimo credette giunto il momento di ripetere contro Valentiniano II l’impresa che gli era riuscita contro Graziano. Sicuro di Teodosio per il comune zelo cattolico, e, insieme, dell’Italia, in grande maggioranza cattolica, nel 387, calava inopinatamente nella pianura padana, come rappresentante dell’ortodossia contro le tendenze ariane di Valentiniano. Valentiniano, la madre e la sorella ebbero appena il tempo di imbarcarsi e fuggire alla volta dell’Oriente. Una volta ancora le dispute teologiche avevano servito di arma alle ambizioni.

88. =Il primo conflitto tra Chiesa e Stato (387-390).= — Ma Massimo era andato troppo oltre. Teodosio non poteva lasciar trucidare sotto i suoi occhi due imperatori, e consentire che la potenza dell’Augusto dell’Occidente s’accrescesse in tal misura. La bellezza della sorella di Valentiniano, Galla, fece il resto: l’imperatore cattolico, rimasto vedovo da poco, se ne invaghì e volle sposarla. Poco dopo moriva Giustina. Sparita la madre, Valentiniano s’affrettò a convertirsi al cattolicismo. L’impresa d’Occidente, dunque, non costituiva più un pericolo, e Teodosio, a capo di un esercito formato di Goti, Alani, Unni, nel quale militavano, tra i generali, i franchi Ricimero e Arbogaste, si volse contro Massimo. Vinto a _Sciscia_ (Sisech, nella valle della Sava) e poco dopo a _Petovium_ (Petau, in Pannonia), egli non potè difendere, come sperava, i passi delle Alpi Giulie, e fu consegnato dai suoi stessi soldati al vincitore, che già arrivava alle porte di Aquileia, e poi decapitato (estate 388). Valentiniano era così ristabilito nella pienezza dei suoi poteri. Ma non si trattava che di una lustra; egli non contava che 17 anni; il vero Augusto dell’Occidente sarebbe dunque, d’ora innanzi, stato Teodosio.

Con la vittoria di Teodosio il cattolicesimo trionfa; trionfa a tal punto che si libera dalla tutela, a cui l’impero aveva sino allora sottomesso la Chiesa. Il grande arcivescovo di Milano formula in questi anni, apertamente, la dottrina che tanto l’imperatore Giuliano aveva paventata: essere lo Stato subordinato alla Chiesa, scopo della società terrena essendo la salute celeste. In questi anni egli stesso reclama una più diretta ingerenza nel Concistoro, nel controllo degli atti dello Stato, lasciando intravedere che una rivolta contro lo Stato medesimo è altrimenti possibile. Una piccola avvisaglia si ebbe a proposito della distruzione di una sinagoga in una minuscola cittadina asiatica sull’Eufrate, a _Callinicum_, per opera di quel vescovo. Teodosio, poichè nessuna legge vietava il culto ebraico, avrebbe voluto che quel tempio israelitico fosse ricostruito a spese del vescovo, e che gl’incendiari fossero puniti. S. Ambrogio si oppose. «Io ti scrivo, egli disse rivolgendosi all’imperatore, perchè tu mi ascolti nel tuo palazzo, affinchè io non sia forse costretto a farmi ascoltare nella Chiesa....»[113]. E poichè l’imperatore non cedeva, il vescovo sospese per lui le funzioni religiose.

Teodosio cedette; ma successe di peggio. Nel 390 scoppiava a Tessalonica una grande rivolta, nella quale perirono il governatore, alcuni magistrati e taluni degli ufficiali colà di presidio. Teodosio, irritato, fece eseguire come rappresaglia un massacro nel Circo, in cui innocenti e colpevoli furono insieme uccisi in quantità. Per la prima volta allora la voce di un vescovo — era ancora Ambrogio — si levò a rinfacciare all’imperatore la sua crudeltà, e come castigo gl’interdisse l’ingresso della Chiesa. L’imperatore dovette cedere una seconda volta, e, poichè i morti di Tessalonica non potevano essere resuscitati, egli espiò la sua colpa astenendosi fino al prossimo Natale da qualunque partecipazione a qualunque cerimonia della Chiesa. La logica delle cose seguiva il suo corso: più l’impero si indeboliva, e più ardita la nuova religione si faceva innanzi, per prendere il governo del mondo.

89. =La nuova guerra civile (391-395).= — Ma una simile capitolazione dell’autorità imperiale non poteva non provocare la reazione del mondo pagano. E questa si manifestò in Oriente, in Egitto, ad Alessandria, dove nel 391 si ebbero vere e proprie battaglie per le vie tra pagani e cristiani. Ma dall’Egitto non tardò a passare in Italia dove il partito pagano era ancora numeroso. Un generale, che Teodosio aveva condotto seco dall’Oriente contro Massimo e che, poco di poi, aveva respinto una invasione di Franchi al di qua del Reno con una fulminea controffensiva, un franco romanizzato, Arbogaste, venuto a conflitto con Valentiniano II, lo fece uccidere (15 maggio 392) e gli sostituì come Augusto un nobile romano, Eugenio, un uomo di gran conto e che aveva raggiunto uno degli uffici più alti nella cancelleria imperiale. Riconosciuto dall’Italia e dall’Occidente e sostenuto da Arbogaste, Eugenio tentava una vera restaurazione pagana. I sussidî ai templi furono ripristinati, l’altare della Vittoria ricollocato nella Curia, l’immagine di Ercole, sostituita alla croce sulle bandiere, decretata una generale sospensione di tutti i pubblici affari durante tre mesi (_iustitium_) allo scopo di procedere alla purificazione religiosa della città, ricelebrate solennemente tutte le feste inscritte nel calendario pagano.

La sfida era palese, e Teodosio non potè non raccoglierla. Perciò nel 394 marciò dall’Oriente, a capo di un esercito pieno di Goti, Alani, Unni, Iberi, Saracini. La battaglia decisiva avvenne il 5 settembre al di qua delle Alpi Giulie, sulle rive del _Frigidus_ (il Vippacco, ad est di Gorizia). La prima giornata fu assai incerta per le armi di Teodosio; ma, nella notte successiva, l’oro valse più del ferro, e una parte dell’esercito di Arbogaste, fu indotta a disertare. La seconda giornata (6 settembre) sortì dunque vittoriosa per Teodosio. Arbogaste si uccise, Eugenio fu decapitato. Subito dopo il culto pagano fu di nuovo interdetto, i templi richiusi e distrutti. Molti capolavori dell’arte antica perirono in questa, come molti erano periti nelle precedenti persecuzioni.

90. =La crisi interna dell’impero alla fine del quarto secolo.= — Cinque mesi dopo Teodosio moriva a Milano in età di soli cinquant’anni (17 gennaio 395). Egli fu l’ultimo, dopo Costantino e Diocleziano, di quella terna di insigni imperatori che cercarono di riorganizzare l’impero dopo la rovina e il caos del terzo secolo. Meno grande di Costantino, come Costantino era stato meno grande di Diocleziano, egli si adoperò quanto potè per curare i mali del tempo; ma se la fatica fu grande, l’effetto fu piccolo. Il mondo antico agonizzava; e nessuna forza umana poteva risanarlo. Le continue guerre civili ed esterne, le frequenti invasioni, le imposte, il duro fiscalismo dello Stato rovinavano ormai troppo facilmente quella che noi oggi chiamiamo la «ricchezza acquisita», le fortune antiche e consolidate. La riforma di Diocleziano, per cui i _curiales_, i membri delle _curiae_ o dei piccoli senati municipali che reggevano le città, erano responsabili verso lo Stato dell’imposta di tutta la circoscrizione, era stata una calamità per le fortune medie. Come in tutti i tempi agitati, la ricchezza era diventata molto mobile e facilmente trapassava dall’uno all’altro; facilmente i ricchi cadevano in miseria, e dei poveri arricchivano; ma questa mobilità delle fortune distruggeva rapidamente i pochi avanzi superstiti di quella brillante civiltà cittadina, che era stata la gloria dell’impero al suo apogeo. Questa civiltà cittadina aveva posato, come vedemmo, sopra un largo numero di solide fortune. Si aggiunga il grande rivolgimento di idee e di sentimenti generato dal cristianesimo, il rimescolamento delle razze, l’ascensione al potere delle popolazioni più rozze dell’impero, il crescente inquinamento dei barbari che si stabiliscono sui territori di Roma: e si capirà come la grande opera degli Antonini precipiti da ogni parte. Molte città si spopolano; i loro monumenti cadono in rovina; le arti e gli artisti che le abbellivano, le arricchivano, le divertivano, spariscono; le curie si vuotano; l’industria, il commercio, l’agricoltura, i servizi pubblici si sfasciano[114]. Il più savio consiglio sarebbe stato, forse, di lasciar compiere il destino e di ritornare a una vita più semplice. Il Cristianesimo avrebbe potuto aiutar l’impero in questo mutamento. Ma l’autorità imperiale aveva avuto troppa parte nel creare questa civiltà urbana; troppo prestigio e potenza aveva derivata dai suoi splendori; troppi interessi politici, economici, intellettuali la spingevano a continuare la sua tradizione secolare, perchè gli imperatori non cercassero di arrestare questa decadenza.

E lo tentarono con due mezzi, ambedue pericolosi: i privilegi e la coazione. Ai militari, ai veterani, agli artisti, la cui opera era necessaria alla bellezza, ai comodi e ai piaceri delle città — agli architetti, agli scultori, ai pittori — si accordano numerosi privilegi di ogni genere, tra gli altri la esenzione da molti carichi pubblici[115]. Ma i privilegi concessi a questi aggravavano ancora più il carico che pesava sugli altri; onde la vita del maggior numero — oppresso dalle imposte e dall’obbligo di numerose prestazioni pubbliche — diventava molto penosa. Grande doveva esser dunque la tentazione per costoro di abbandonare lai loro professione, di cercar di entrare nelle professioni privilegiate, o — i più disperati — di acconciarsi a vivere della beneficenza dello Stato o di quella, molto più larga, della Chiesa, o di fuggire gli infiniti fastidi della vita civile entrando nel sacerdozio cristiano. Il monachismo si sviluppava, accogliendo tutti questi disperati. Per rimediare a questo male, per impedire che la società si trovasse ad abbondare di scultori e pittori, mancando invece di contadini e di fornai, l’impero sempre più si impegna in quella politica coercitiva del lavoro, di cui abbiamo visto i primi tentativi ai tempi di Costantino. Parecchie condizioni sociali e non pochi lavori diventano obbligatorî ed ereditari. Così il far parte delle curie si muta in un obbligo di quanti possiedono una certa fortuna fondiaria, e dei loro discendenti, sinchè non sono rovinati: nessun curiale può esercitare un altro ufficio, diventare, per esempio, militare. Molti mestieri e commerci sono costituiti in associazioni coattive come i _navicularii_ di Costantino; chi ne fa parte non può uscirne, e i suoi figli ne faranno essi pure parte. Così, nel quarto secolo, a poco a poco, e per lo stesso procedimento, in molte parti dell’impero i _coloni_, che sino ad allora erano stati contadini liberi, e coltivavano secondo un certo contratto le terre dei padroni, sono asserviti alla gleba, incatenati dalla legge di padre in figlio al fondo che coltivano. Il codice Giustinianeo ci ha conservato il decreto con cui la servitù della gleba fu introdotta in Palestina[116]. Questo decreto ci mostra sul vivo il processo della malattia. Nei luoghi, nei quali i contadini scarseggiavano troppo, perchè attirati da mestieri meno duri o più lucrosi, i proprietari si rivolgevano allo Stato; e l’imperatore faceva del coltivare il fondo un obbligo ereditario, così come era stato imposto come obbligo il lavoro ai _pistores_ o fornai a Roma.

Ma un ordinamento coercitivo di questa natura non poteva reggersi se non per un infinito numero di leggi, imposte alla meglio, con infinito dispendio e con una atroce crudeltà, da una burocrazia sempre più numerosa. Il malcontento, il risentimento, lo spirito di rivolta crescente nelle vittime sempre più numerose non potevano non essere il naturale effetto di un sistema così violento, il quale aggravava poi il male, che intendeva curare esigendo nuove spese e nuove imposte. Inoltre il corpo sociale s’irrigidiva, e irrigidendosi si indeboliva. Obbligando tante persone, di padre in figlio, a esercitare lo stesso mestiere, si condannavano molti a far cose per cui non erano nati. È probabile, per esempio, che il divieto ai _curiales_ di entrar nell’esercito sia stata una delle ragioni della crescente scarsità degli ufficiali, per la quale l’impero deve sempre più — anche per questi, e non più solo per i semplici soldati — ricorrere ai barbari: il che fu una delle piaghe più pericolose del quinto secolo. I _curiales_ erano il ceto medio agiato dell’impero: quello che avrebbe potuto e dovuto essere il semenzaio degli ufficiali. Onde il male interno, aggravato dagli sforzi fatti per curarlo, sarà una delle cause maggiori della suprema rovina, che dobbiamo ancora narrare[117].

NOTE AL CAPITOLO UNDICESIMO.

[103] _Cod. Theod._, 9, 16, 9; AMM. MARC., 30, 9, 5.

[104] HIERON., _Ep._, 60; (_Epitaph. Nepotiani_), 16, 2-5.

[105] _Cod. Theod._, 16, 2, 24.

[106] _Cod. Theod._, 16, 5, 4. Intorno alla data, vedi il Commento del Gotofredo.

[107] _Cod. Theod._, 16, 5, 5.

[108] SOZOM., _H. Eccl._, 7, 4; _Cod. Theod._, 16, 1, 2.

[109] _Cod. Theod._, 16, 5, 6.

[110] _Cod. Theod._, 16, 10, 7.

[111] Cfr. l’importantissima _Epistola 20_ di S. AMBROGIO.

[112] SOZOM., _H. Eccl._, 7, 13; AMBROS., _Epistola 21_, 13 sg.

[113] AMBROS., _Epist. 40_.

[114] Di questo fatto sono numerose le testimonianze degli scrittori. Ci contenteremo di citare un documento ufficiale, un rescritto imperiale dell’anno 400: «destitutae ministeriis civitates splendorem quo quidem nituerant amiserunt. Plurimi siquidem collegiati cultum urbium deferentes agrestem vitam secuti in secreta sese et devia contulerunt». _Cod. Theod._, 12, 19, 1.

[115] _Cod. Theod._, 13, 4, 2 contiene la lista, molto interessante, degli artisti privilegiati. Ci figurano tutti i mestieri di lusso.

[116] _Cod. Just._, 11, 50, 1.

[117] Sui terribili effetti di tutte queste coazioni cfr. SALVIANO, _De gubernatione Dei_, V, 8, 34 sg., ed. Pauly.

CAPITOLO DODICESIMO

LA CATASTROFE

(395-476)

91. =Il primo conflitto tra l’Oriente e l’Occidente (395-397).= — Teodosio, morendo, ripartiva l’impero tra i due figlioli, Onorio e Arcadio. Di nuovo il principio dinastico prevaleva. Il territorio, in cui le due parti si toccavano, era la prefettura dell’Illirico, del quale l’orlo costiero, la Pannonia e il Norico rimanevano all’Occidente; la Dacia e la Macedonia all’Oriente. Ma anche questa volta solo l’amministrazione era ripartita, come al tempo della tetrarchia: l’impero rimaneva unico ed integro; e la legislazione, comune. Senonchè ormai gli eventi saranno più forti della volontà degli uomini; e faranno incominciare dalla morte di Teodosio la definitiva scissione dell’antico impero romano in due parti: occidentale e orientale.

I due principi erano giovanissimi. Teodosio, morendo, aveva affidato Arcadio, che aveva 18 anni, alle cure del prefetto del pretorio, Rufino; l’altro, Onorio, che ne aveva 11, a quelle del _magister militum_ o generalissimo degli eserciti di Oriente e di Occidente, Stilicone. Era questi un vandalo, un barbaro, ma, come Arbogaste, assai più romano per spirito di molti suoi contemporanei nati in Italia. Senonchè dopo la fondazione di Costantinopoli, lo spirito di rivalità tra l’Oriente e l’Occidente si era riacceso. In Italia non si voleva ammettere che la nuova capitale fosse eguale o da più di Roma; in tutto l’Oriente invece si considerava Costantinopoli come la città che aveva oscurato e sostituito Roma, o che almeno non doveva più essere a Roma sottoposta. Da questa rivalità se non nacque proprio, prese forza una aspra discordia tra Rufino e Stilicone. Il dissidio scoppiò, quando i Goti, stanziati in Oriente, si ribellarono, adducendo come ragione o come pretesto che Rufino aveva violato taluni loro diritti. Dopo avere acclamato re Alarico, essi precipitarono, devastandola, nella Tracia e invasero la Grecia (395). Stilicone accorse con l’esercito fino a Tessalonica. Ma a questo punto un messaggio di Arcadio intimò a Stilicone di consegnare le milizie orientali che erano ai suoi ordini sin dal tempo della guerra di Teodosio contro Arbogaste; di ricondurre indietro le proprie, e di non valicare più i confini dell’impero di Oriente.

Per la prima volta Costantinopoli affermava che i suoi diritti sovrani erano eguali a quelli di Roma; e in faccia al nemico! Se Stilicone si sottometteva, l’impero romano si rompeva in due imperi indipendenti, perchè di eguali diritti; se non si sottometteva, incominciava una guerra civile tra le due parti dell’impero. Stilicone, che era uomo avveduto e scaltro, pensò di sfuggire a questo tragico dilemma con un espediente: finse di cedere, ma pose a capo delle milizie da ricondurre in Oriente un ufficiale goto di sua fiducia, Gaina. Costui seppe così bene eccitare contro Rufino e contro le mire della Corte di Costantinopoli la collera dei soldati, che, giunti a Costantinopoli, i soldati trucidarono Rufino (27 novembre 395)[118]. Questo assassinio doveva ammonire la Corte di Costantinopoli che una politica separatista non era senza pericolo.

E da principio parve che l’ammonimento fosse inteso. Ci fu a Costantinopoli una resipiscenza. Stilicone potè condurre le sue milizie dalla Dalmazia nella Grecia meridionale, sbarrare l’istmo di Corinto, e iniziare la caccia alle forze di Alarico attraverso le valli e le montagne del Peloponneso. Ma non appena l’impero d’Oriente tornò a respirare, l’avversione all’Occidente e a Stilicone riprese il sopravvento a Costantinopoli, incoraggiata dall’eunuco Eutropio, che era succeduto a Rufino nel favore dell’imperatore. Approfittando delle difficoltà, che impedivano a Stilicone di annientare interamente i Goti[119], i suoi nemici riuscirono a far dichiarare Stilicone nemico pubblico dell’impero orientale, a confiscarne i beni, e a concludere con Alarico un trattato di pace, col quale si cedevano al re dei Goti l’Epiro e la costa dell’Illirico orientale fino a Durazzo, e gli si conferiva la carica di _dux_ della contrada (397).

Questa volta Stilicone, non volendo o non potendo impegnarsi in una guerra civile, si rassegnò a ritirarsi nelle province di Occidente e a governar solo queste. La rottura fra l’Oriente e l’Occidente era per la prima volta dichiarata ufficialmente. La grande opera di Roma era infranta.