Part 15
81. =La reazione pagana: Giuliano l’Apostata (361-363).= — Allorquando Giuliano giunse a Costantinopoli, fu accolto con entusiasmo. Il popolo, i ministri di Costanzo, la Corte uscirono tutti ad incontrarlo e a prestargli il solenne giuramento di fedeltà. Lo stesso senato di Roma, che dapprima aveva esitato, si affrettò ora a rimettergli quel _senatus consultum_, che conferiva i consueti e pieni onori imperiali. Il giubilo non fu minore tra i pagani che tra i cristiani. Gli ortodossi gioivano della morte dell’uomo che per tanto tempo li aveva conculcati; e gli ariani assistevano tranquilli al mutamento, ritenendosi ormai abbastanza forti.
In verità Giuliano ascendeva all’impero, dopo un governo che per circa trent’anni aveva ferito molti interessi, e lasciato aggrovigliare numerose difficoltà. In quei trenta anni il pericolo persiano era diventato cronico in Oriente: in Occidente i barbari della Germania avevano potuto correre liberamente le più fiorenti contrade della Gallia. Le province incominciavano a piegare spossate sotto il peso di un sistema tributario, che oramai non risparmiava più nulla, nè l’agricoltura, nè l’industria, nè il commercio, nè le professioni, che tutte continuavano a deperire, non ostante le coercizioni sempre più numerose o violente con cui lo Stato si sforzava di rianimarle. La religione era un caos. I cristiani perseguitavano i pagani, e si perseguitavano tra di loro con furore anche più violento.
Giuliano giungeva al momento opportuno. Ma l’immenso disordine dell’impero si sarebbe lasciato dominare da un solo uomo? I propositi dell’imperatore erano di un’altezza e nobiltà quasi sublime. Come Marco Aurelio, Giuliano era un filosofo, che si era fatto del dovere un culto mistico. «Noi dobbiamo», egli scriverà, «trarre in tutto ispirazione dall’essere immortale che vive in noi, a questo affidare il governo delle cose private e delle città, e considerare la legge come l’applicazione della ragione universale.... Un principe, che è pure un uomo, ha bisogno di spiritualizzarsi nei suoi sentimenti e di bandire interamente dalla sua anima ciò che essa reca di mortale e di comune coi bruti.... Egli deve perciò emanare non norme d’occasione, opera di gente, che non è vissuta secondo ragione; ma leggi degne di uomini dal cuore e dallo spirito puri, che non si sono ristretti a considerare i mali di oggi e le sole circostanze presenti. Egli deve legiferare, non per i contemporanei, ma per i posteri, per gli stranieri, per gli uomini con i quali non ha, nè potrà sperare di aver mai rapporto alcuno».
In nessun principe la pratica seguì così da vicino la teoria. Appena giunto a Costantinopoli, Giuliano ripulisce di tutti gli innumerevoli parassiti — barbieri, coppieri, cuochi, eunuchi, delatori, uscieri, segretari, domestici, paggi, guardarobieri, medici — la Corte; riduce il personale allo stretto necessario; piglia in mano, così come aveva fatto in Gallia, l’amministrazione finanziaria e giudiziaria. Un contemporaneo, non uso all’iperbole, avrebbe poco dopo scritto di lui: «Si sarebbe in verità pensato che l’antica Giustizia, che un poeta descrive risalita per le colpe degli uomini in cielo, fosse novamente ridiscesa sulla terra». Il suo governo prende di nuovo un carattere repubblicano. Giuliano respinge il titolo di _dominus_; osserva di nuovo le cerimonie, che un tempo solevano compiersi all’assunzione delle magistrature repubblicane; onora il senato costantinopolitano così come Traiano aveva onorato quello di Roma.
Ma la pietra di paragone, non del suo valore, ma della possibilità di dominare il disordine crescente dei tempi, doveva essere la religione. Giuliano non considerava il Paganesimo e il Cristianesimo come un filosofo, ma da soldato e da magistrato. Non potendo indovinare che il Cristianesimo era il seme di un mondo nuovo, doveva considerarlo come un dissolvente, aggiunto ai molti che già disfacevano l’impero. Per quanto la Chiesa avesse cercato di addolcire la contradizione, lo spirito del Cristianesimo era in contrasto con quello, da cui, per secoli, lo Stato romano era stato sorretto. La conquista, la guerra e il dominio, la opposizione della barbarie e della romanità, la missione di Roma nel mondo, il dovere del matrimonio e della paternità, la subordinazione del singolo allo Stato, lo spirito civico e politico, repugnavano al Cristianesimo che o li combatteva apertamente o li screditava tacitamente. Nè basta: lo Stato antico aveva fatto suo quel tanto di religione, che bastava a dare un carattere sacro al suo compito civile e politico. Per il resto, esso stava al di sopra di tutte le religioni; era quasi uno Stato laico, che esercitava su tutte, imparzialmente, una missione civile. La Chiesa cristiana invece pensava che il mondo è governato dalla Provvidenza, non in vista dei suoi interessi civili, ma per superiori disegni divini; che perciò, se i cittadini dell’impero servono l’Imperatore, costui serve Iddio, ed è subordinato alla Chiesa, che rappresenta Dio in terra. Per quanto la debolezza obbligasse la nuova religione a riconoscere la supremazia dello Stato, era insita nella sua dottrina l’aspirazione a far dello Stato uno strumento proprio.
Non è dunque da stupire che un imperatore romano, il quale aveva ricevuto un’alta coltura filosofica, si convincesse esser suo dovere risollevare il Paganesimo, riformare i rapporti tra l’Impero e la Chiesa. Giuliano però non rinnova le persecuzioni; ripiglia la vecchia dottrina dello Stato pagano, conservata ancora da Costantino: il Paganesimo essere la religione dello Stato, tutti gli altri culti essere consentiti; ma intendendo questa formula nella sua pienezza. Egli pensa che lo Stato pagano non può disinteressarsi della sua religione; che esso deve avere una fede religiosa al riparo dei colpi di qualunque critica filosofica; non dogmi e leggende mitologiche, ma una forte coscienza morale comune a tutti i consociati. Non erano concetti nuovi. Augusto, Vespasiano, Traiano non avevano pensato e operato diversamente. Solo, dinanzi a un nemico fatto ormai più minaccioso, l’opera di Giuliano dovrà essere più vigorosa.
Anzi tutto, perchè l’eguaglianza tornasse a regnare tra tutte le religioni viventi all’ombra dell’impero, occorreva abolire i privilegi che la Chiesa aveva conquistati e porre termine a tutte le persecuzioni, quelle di cui eran vittime i pagani come quelle di cui eran vittime i cristiani. Giuliano ordina che i beni, attribuiti alla Chiesa, siano restituiti agli antichi enti morali, che n’erano stati spogliati; che gli ecclesiastici, banditi quali eretici, siano richiamati dall’esilio; che i privilegi del clero siano aboliti.
Ma non era che l’esordio. A risuscitare l’anima della romanità pagana, occorreva l’azione degli scrittori, della scuola, del clero, di tutta la società[99]. Giuliano vuole che la cultura e la scuola pagana riprendano l’antico ufficio; e che il sacerdozio pagano adotti tutte le virtù e tutti i procedimenti che al Cristianesimo erano riusciti così bene. Giuliano cerca di dare al Paganesimo una organizzazione ufficiale e un corredo di istituzioni di beneficenza, simili a quelle del Cristianesimo. Contro una dottrina esclusiva, l’esclusione è una ritorsione, a cui è fatale che chi lotta ricorra, prima o poi. Se la scuola doveva essere come un tempio della romanità pagana, occorreva escludere da questa i maestri cristiani, e rimandarli alle scuole cristiane[100]. Se ogni ufficio di Stato, e primo fra tutti la milizia, doveva essere esercitato con piena coerenza, bisognava, come Diocleziano, espellere dalle magistrature e dall’esercito i cristiani.
Ma poteva la nuova religione tollerare tutto ciò? Mentre pochissimi puri e intransigenti cristiani applaudivano ai divieti imperiali, che assicuravano il Cristianesimo da ogni immondo contatto con la società degli infedeli[101], la moltitudine, scettica e stanca, dei pagani disapprovava lo spirito battagliero del suo principe, quella dei cristiani si rivoltava. Sedizioni, risse, conflitti tra pagani e cristiani, tra cristiani e cristiani furono l’effetto di queste prime misure, massime in Oriente. Per quanto Giuliano fosse animato da un alto spirito di concordia e di pacificazione, le sue riforme avrebbero acceso nell’impero una discordia terribile, se l’opera sua avesse potuto continuare lungamente.
82. =La grande spedizione persiana (marzo-giugno 363).= — Ma Giuliano non era uomo da pensar solo alla religione. Fin dal 362, apparecchiava una gigantesca impresa militare che avrebbe dovuto toglier di mezzo per sempre il pericolo persiano: una spedizione in Persia, con lo scopo di ridurre quell’impero a Stato cliente, quale l’Armenia, e di rinnovare all’incirca il fallito tentativo di Traiano. Giuliano aveva preparato una armata fluviale potente, un’artiglieria perfetta e un esercito numeroso ed agguerrito: 1000 navi da carico, 50 galere da combattimento, 50 bastimenti pontieri, 100.000 uomini, oltre gli aiuti, che sarebbero venuti dall’Armenia. Anche il suo piano strategico doveva essere modellato su quello, antico e fortunato, di Traiano: invadere la Persia da due parti e con due eserciti, che si sarebbero poi congiunti sulla sinistra del Tigri, per muovere insieme alla conquista dell’interno.
La campagna incominciò bene. Tutte le fortezze dell’Eufrate furono o conquistate con la forza o costrette alla resa, e l’esercito felicemente trasportato dall’Eufrate al Tigri, e dalla destra alla sinistra di questo fiume. In due soli mesi, sempre combattendo e vincendo, Giuliano era quasi arrivato alle porte di Ctesifonte. Pur troppo l’altra porzione del suo esercito, che con i contingenti armeni aveva marciato nell’alta Mesopotamia e discendeva a sud lungo la riva sinistra del Tigri era ancora troppo lontana. Giuliano non si lanciò all’assalto di Ctesifonte, la maggior fortezza persiana, ma ripiegò verso il nord-est per andare incontro all’altro corpo di spedizione e per cercar di trarsi dietro l’esercito persiano, trovando, durante la marcia, l’occasione di una battaglia campale. A tale scopo occorreva sbarazzarsi della flotta, che avrebbe immobilizzato nel rimorchio ben un terzo dei 60.000 uomini, di cui Giuliano disponeva, ed egli non esitò. L’esercito, bruciata la flotta, si avviò verso il nord seguito dai Persiani, che ripigliavano l’antica tattica usata dagli Sciti con Dario I: incendiare i borghi e le campagne, molestando e insieme fuggendo il nemico, invisibili e inafferrabili. Quand’ecco il 26 giugno, in un nuovo assalto persiano, mentre i soldati romani respingevano il nemico, un dardo, scagliato da mano ignota, colpiva al fianco mortalmente l’imperatore, che combatteva tra gli altri come un semplice soldato e per giunta senza corazza[102].
NOTE AL CAPITOLO DECIMO.
[93] _Cod. Theod._, 16, 10, 2.
[94] Su tutta questa parte della storia del Cristianesimo si può consultare DUCHESNE, _Histoire de l’Eglise_, Paris, 1911, vol. II, cap. VI.
[95] _Cod. Theod._, 16, 10, 4.
[96] _Cod. Theod._, 16, 10, 6.
[97] ATHAN., _H. Arianor._, 33.
[98] JULIAN., _Epist. ad S. P. Q. Athen._, pag. 280 _c-d_. Cfr. C. I, L. XI, 4781.
[99] Cfr. LIBAN., _Orat._, 18, pag. 574; GREG. NAZ., _Orat._, 4, 111-112; SOZOM., _H. Eccl._, 5, 16; e le _Ep. 49, 62, 63_ dello stesso Giuliano.
[100] Il famoso editto di Giuliano sull’insegnamento non è contenuto, come è naturale del resto, nei codici ufficiali, ma nella raccolta privata delle sue lettere (JUL., _Ep. 42_); cfr. anche AMM. MARC., 22, 10, 7; 25, 4, 20.
[101] Cfr. SOCRAT., _H. Eccl._, 3, 16.
[102] Sulla figura e sull’opera di Giuliano, cfr. R. D’ALFONSO, _I Retori del IV secolo: Giuliano_, Imola, 1900; G. BOISSIER, _La fin du paganisme_, Paris, 1907, pagg. 85-147; G. NEGRI, _Giuliano l’Apostata_, Milano, 1902; C. BARBAGALLO, _Giuliano l’Apostata_, Roma, 1912; e in _Nuova Rivista Storica_, 1920, pp. 593 sgg. _Lo Stato e l’Istruzione pubblica nell’impero romano_, 239-80; A. ROSTAGNI, _Giuliano l’Apostata_, Torino, 1920. Intorno alla spedizione persiana si raccontarono, dopo la morte di Giuliano, molte favole, che hanno finito per darle un colorito tragico. Dalle fonti risulta chiaro che l’esercito romano era in ottime condizioni, quando Giuliano morì; e che solo la morte dell’imperatore fece fallire l’impresa.
CAPITOLO UNDICESIMO
L’INVASIONE
(363-393)
83. =Gioviano, Valentiniano e Valente (363-375).= — Giuliano morto, fu necessario trovargli un successore. La discendenza di Costantino era spenta. Anche quel faticoso sforzo per fondare l’autorità dell’impero sul principio dinastico falliva, dopo poco più di trent’anni, perchè la dinastia era già stata logorata e distrutta. Dove trovare il nuovo capo? Secondo quale criterio sceglierlo? La terribile difficoltà, che non dava pace all’impero da tre secoli e mezzo, si ripresentava tale e quale, come se tutti gli sforzi per vincerla fossero stati vani. I generali si radunarono a consiglio, ma discussero a lungo senza conchiudere. Quando, improvvisamente, un gruppo di soldati cristiani si diede ad acclamare uno dei comandanti della guardia imperiale: Gioviano. Nella discordia e nella incertezza generale, la proposta fu accettata. Ma il nuovo principe non possedeva nessuna delle qualità che i tempi chiedevano. Per maggior disgrazia la morte di Giuliano aveva sparso il panico tra i legionari. A quell’esercito disanimato e a quel principe improvvisato Sapore potè imporre una pace per lui molto vantaggiosa, ottenendo l’abbandono delle conquiste di Diocleziano, ossia la perdita delle cinque province transtigritane, non escluse le fortezze della Mesopotamia e l’Armenia, cioè i baluardi avanzati della potenza romana in Oriente.
La pace veniva così a liberare la Persia dal pericolo della prossima congiunzione dell’esercito del Tigri con l’esercito dell’Armenia. Questa congiunzione avvenne infatti a Tilsafata (nella Mesopotamia inferiore); ma Procopio, il generale così tardivamente sopraggiunto, ricevette subito l’incarico di trasportare a Tarso le ceneri di Giuliano. Qualche mese dopo, a Dadastana (in Bitinia), prima ancora di avere potuto ricondurre in patria l’esercito, Gioviano moriva, non lasciando di sè, oltre alla lugubre onta della pace persiana, che la memoria di un nuovo editto religioso, il quale restituiva ai cristiani i loro privilegi.
Il nuovo consiglio di generali, che fu tenuto a Nicea, scelse un altro dei maggiori ufficiali della guardia, anch’esso originario della Pannonia (26 febbraio 364): Valentiniano. A richiesta dei soldati Valentiniano nominò a secondo Augusto il fratello suo Valente (28 marzo 364) e divise con lui l’impero: a sè l’Occidente, al fratello l’Oriente. Si affrettò poi a emanare leggi di tolleranza religiosa, che per la loro imparzialità possono paragonarsi all’editto di Milano del 313, ma in favore del Paganesimo, e non del Cristianesimo, e che in una certa misura giustificano la politica di Giuliano; volle rimanere al di sopra di qualunque controversia teologica, cercando solo impedire che l’una parte soverchiasse quella avversaria con la forza[103]; creò un magistrato nuovo, il _defensor civitatis_, con il compito precipuo di proteggere il popolo minuto contro le prepotenze dei ricchi, confessione esplicita della crescente impotenza delle leggi e dello Stato; provvide infine a difendere contro i barbari le province occidentali sempre più minacciate. Nel 365 l’impero fu l’oggetto di un attacco germanico bene concertato; chè nel tempo stesso la Gallia e la Rezia furono assalite dagli Alamanni, le due Pannonie, dai Quadi e dai Sarmati, la Britannia dai Sassoni, Pitti e Scoti, le province africane, dai Getuli e Mauri, la Tracia dai Goti. Valentiniano riuscì nel 367 a infliggere agli Alamanni una seria sconfitta sui campi Catalaunici (a Chalons-sur-Marne); nel 368 invase il loro territorio; intrigò per seminare zizzania tra gli Alamanni e i Burgundi, e tanto fece che riuscì a concluder la pace, concedendo loro il titolo di _alleati_. Per domare nella Britannia i Sassoni, i Pitti e gli Scoti dell’Irlanda, fu necessario mandare un apposito generale, lo spagnolo Flavio Teodosio. Teodosio, in tre anni di guerra (368-370), riuscì a ristabilire quelli che erano stati i confini di Adriano; indi passò nell’Africa, dove represse le incursioni dei barbari e una rivolta tentata da uno dei maggiori latifondisti del paese, che era riuscito a farsi proclamare imperatore. I Quadi e i Sarmati penetrarono nella Pannonia e trucidarono le legioni romane; ma la provincia fu salvata dal figlio del vincitore della Britannia e dell’Africa, allora _dux_ della Mesia, che portava anch’egli il nome di Teodosio. Sopraggiunse l’imperatore, ma per poco; perchè nel novembre del 375 Valentiniano moriva improvvisamente nel campo di _Bregitio_ nell’Illirico.
84. =Graziano e Valentiniano II: la nuova guerra contro i Goti (375-378).= — Meno difficili erano state sino ad allora le condizioni delle province orientali. Valente aveva dovuto reprimere parecchi tentativi di guerra civile; aveva avuto difficoltà, con gli Isauri e i Persiani, e fatta, dal 367 al 369, una piccola guerra vittoriosa, contro i Goti: ma insomma aveva avuto tempo e modo di sostenere l’arianesimo contro l’ortodossia occidentale, gettando legna sul fuoco delle discordie religiose. Quando, nel 375, un grosso pericolo si avventa sull’Oriente. Da Claudio il Gotico in poi, i Goti avevano lasciato in pace l’impero, salvo la breve guerra del 367-369. Essi occupavano ancora all’incirca il dominio che era stato loro nel terzo secolo, dal Don alla Transilvania, ed erano dalla linea del Dniester divisi in _Grutungi_ (i futuri Ostrogoti) e _Thervingi_ (i futuri Visigoti). Ma si erano convertiti al Cristianesimo ariano, e inciviliti in una certa misura; erano cresciuti di numero, di ricchezze, di potenza, conquistando altre popolazioni barbariche; avevano avviato commercio con l’impero, a cui avevano fornito milizie. Nel 375 anche su questi barbari si rovesciò il flagello di una nazione più barbara: gli Unni. Era una gente di razza gialla, congiunta perciò dei futuri Mongoli, che scorreranno e devasteranno l’Europa nel Medio Evo, nonchè dei più tardi Turchi Ottomani. Gli Unni, dei quali si raccontavano cose orribili, erano un popolo numeroso e bellicosissimo; e movendo da Oriente a Occidente, prima avevano sottomesso gli Alani del Caucaso, poi, insieme con costoro, si erano gettati sui Goti. Gli Ostrogoti finirono per sottomettersi; e i Visigoti, disperando di resistere, chiesero all’impero d’Oriente il permesso di ripiegare al di qua delle fortezze della riva destra del Danubio (376). Valente non credette di respingere la domanda; ma impose che deponessero le armi e s’impegnassero, senza più il diritto all’annuo stipendio, a servire e difendere l’impero. Senonchè il governo imperiale si era addossato il carico di fornire di viveri una popolazione molto numerosa. Nell’esecuzione di questo compito sorsero controversie e litigi, finchè un giorno i Goti, esasperati, insorsero e si dettero a devastare tutta la Tracia, sin oltre i Balcani (377).
In Occidente frattanto gli ufficiali dell’esercito avevano elevato all’impero Graziano e Valentiniano II, ambedue figlioli di Valentiniano I, sebbene di madre diversa e il secondo, fanciullo di quattro anni. Le legioni provvedevano al principio di autorità, facendo uno strano miscuglio di sedizione militare e di principî dinastici. Valente s’affrettò a chiedere aiuti a Graziano. Ma Graziano non potè rispondere al suo appello, perchè appena le prime coorti si erano mosse alla volta dell’Oriente, gli Alamanni erano piombati sulla Germania superiore. Graziano dovè difendere le sue province; e le difese bene, infliggendo agli Alamanni una grave disfatta. Ma intanto la porzione superiore della penisola balcanica cadeva nelle mani dei Goti e, quel ch’era più grave, la loro vittoria invitava altri barbari alla preda; gli Ostrogoti, gli Alani, gli stessi Unni. Qualche giorno prima del 9 agosto 378, in un grande consiglio di guerra fu deciso di impegnare col nemico, da lungo tempo ormai campeggiante in territorio romano, una battaglia decisiva, senza aspettare Graziano che, vinti gli Alamanni, si disponeva a venire in soccorso. Doveva esser questa la tremenda battaglia di Adrianopoli. I Romani toccarono una sconfitta sanguinosissima, nella quale perì lo stesso imperatore.
85. =Teodosio e la pacificazione della penisola balcanica (378-382).= — Gli effetti della disfatta furono grandi. Mentre i vincitori si spargevano per tutta la Tracia, osando assalire persino Adrianopoli e Costantinopoli, e di là ripassavano nell’Illiria, Sarmati e Quadi rivalicavano il Danubio, gli Alamanni si preparavano a ripetere il tentativo di qualche anno innanzi. Furono momenti terribili. «La terra è coperta di cadaveri e di sangue» esclama S. Gregorio Nazianzeno, e S. Girolamo nel 398 rincalzerà ricordando: «Sono venti anni e più che da Costantinopoli alle Alpi Giulie il sangue dei Romani è sparso tutti i giorni. La Scizia, la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia, la Dardania, la Dacia, la Dalmazia, le due Pannonie, tutto è devastato dai Goti, Sarmati, Quadi, Alani, Unni, Vandali, Marcomanni. Ovunque si saccheggia e si uccide.... Sui Corinzii, sugli Ateniesi, sui Lacedemoni, sugli Arcadi, su tutta la Grecia comandano i barbari.... Quante acque di fiumi sono diventate rosse di sangue umano! Antiochia e le restanti città, bagnate dall’Halys, dal Cydno, dall’Oronte, dall’Eufrate, hanno sofferto le durezze dell’assedio; i prigionieri son trascinati via a branchi; l’Arabia, la Fenicia, la Palestina, l’Egitto sono in preda al panico, il mondo romano precipita....»[104]. In quel terribile flagello Graziano ebbe un’idea felice: incaricò Teodosio, figlio del valoroso difensore della Britannia e dell’Africa, di salvare l’Oriente. E Teodosio, che era un giovane di 33 anni, fu pari al difficile compito. Ricostituito in fretta l’esercito, senza impegnare alcun grande combattimento, con piccoli attacchi, cominciò a sterminare, una dopo l’altra, le bande gotiche, che, sparse qua e là, infestavano la Tracia e la penisola balcanica. Il primo resultato fu che, il 19 gennaio 379 Graziano elevava all’impero il suo generale, inaugurando così un’altra dinastia. Ma la conclusione di quella diuturna e difficile guerriglia fu la solita di tutti i precedenti conflitti tra Romani e barbari: parte dei Goti fu installata nella Pannonia, nella Tracia, nella Macedonia, nella Mesia, in veste di alleati, ossia con l’obbligo del servizio militare a difesa dell’impero (382).