Part 14
L’ultima impresa, a cui l’infaticabile imperatore pose mano, fu una grande campagna contro la Persia, dove regnava Sapore II. La eterna rivalità dei due imperi era stata gravemente acuita negli ultimi anni da una questione, al tempo stesso politica e religiosa. Il Cristianesimo era penetrato in Iberia (Georgia), in Persia ed in Armenia, ove, nel 302, prima ancora di Costantino, il re Tiridate si era fatto battezzare, dando così all’impero romano, già mezzo cristianizzato, dei punti di appoggio. Sapore aveva ripreso in modo più acceso la propaganda del mitraismo; Costantino aveva replicato, chiedendo protezione per i sudditi cristiani in Persia, e favorendo alla sua Corte un fratello di Sapore, un Armisda. A sua volta Sapore aveva sbalzato dal trono il re di Armenia; e Costantino aveva risposto, assegnando l’Armenia, come abbiamo visto, ad uno dei suoi nipoti, Annibaliano. Sapore allora aveva reclamato le cinque province transtigritane, che Diocleziano aveva strappate alla Persia. L’imperatore dei Romani si apparecchiava a valicare il Tigri, e a recare direttamente la sua risposta a Ctesifonte, quando morì d’improvviso, il 22 maggio del 337, dopo avere poco prima ricevuto il battesimo da un ariano, Eusebio di Nicomedia.
Costantino fu certo un monarca di grande merito. Ma apparso nei tempi in cui si compieva il più decisivo rivolgimento della storia del mondo, egli non è più un pagano e un uomo del mondo antico, e non è ancora un cristiano e un uomo del mondo nuovo. Perciò tutta la sua azione è oscillante, violenta, incoerente, arruffata, e in parte almeno sterile. Fonda una dinastia e la distrugge; ristabilisce l’unità dell’impero e la spezza; vuol ricostituire con il Cristianesimo la concordia spirituale dell’impero ed esaspera invece le stesse lotte che si combattono nel seno della Chiesa. A suo paragone Diocleziano è ben più forte, coerente, vigoroso, semplice e chiaro, nella sua fedeltà piena ed intera allo spirito della civiltà pagana. Diocleziano è l’ultimo grande uomo del mondo antico; Costantino l’inquieto personaggio figurativo di un’epoca di transizione[92].
NOTE AL CAPITOLO NONO.
[83] Pare che già, prima dell’abdicazione dei due Augusti, Costantino avesse ricevuto l’assicurazione di essere elevato al posto che uno dei due Cesari avrebbe lasciato vacante. Questa promessa giustificherebbe in parte la proclamazione del 306. Cfr. LACT., _De mort. persec._, 18-19. Le monete hanno confermato questo punto: cfr. WESTPHALEN, in _Revue Numismatique_, 1887, pag. 26 sgg.
[84] EUSEB., _H. Eccl._, 8, 17, 1 sgg.; LACT., _De mort. persec._, 34.
[85] Sul piano strategico di Massenzio, che è stato giudicato un po’ troppo alla leggera dagli storici, è curioso leggere quel che scrisse MOLTKE, _Handschriftliche Aufzeichnung aus dem Reisetagebuch_, Berlin, 1879 (3ª ediz.), pag. 117 sgg.
[86] EUSEB., _H. Eccl._, 10, 5; LACT., _De mort. persec._, 48. La critica moderna, come al solito, ha cercato di mettere in dubbio anche l’esistenza di un vero e proprio editto di Milano. Ma il testo di LATTANZIO (_De mort. persec._, 48) è troppo esplicito e formale, perchè a storici che per amor della critica non abbiano perduto il buon senso, sia lecito avanzare dubbi. Su tutta questa questione, cfr. T. DE BACCI VENUTI, _Dalla grande persecuzione alla vittoria del Cristianesimo_, Milano, 1913, _Appendice_, pag. 303 sg.
[87] Cfr. EUS., _H. Eccl._, 10, 8; _Vita Const._, 1, 56.
[88] THEOD., _H. Eccl._, 1, 19^b.
[89] EUS., _Vita Const._, 2, 24; 56; 60.
[90] EUS., _Vita Const._, 2, 65-72; SOCR., _Hist. Eccl._, 1, 7.
[91] EUS., _Vita Const._, 3, 11-12.
[92] Cfr. il curioso giudizio dell’imperatore Giuliano su Costantino (AMM. MARC., 21, 10, 8) che lo accusa di essere stato _novator... turbatorque priscarum legum et moris antiquitus recepti_...
CAPITOLO DECIMO
LE GRANDI LOTTE RELIGIOSE
(337-363)
75. =La famiglia di Costantino (337-340).= — Alla morte di Costantino seguirono alcuni mesi tranquilli. Ma improvvisamente, a quanto pare, tra il luglio e il settembre 337, scoppiò in Costantinopoli, nel palazzo imperiale e nella città, una grande sedizione militare. I soldati, gridando di non volere altri sovrani che i figli di Costantino, ossia Costantino II, che aveva 21 anni, Costanzo II, che ne aveva 20, e Costante, che ne aveva 17, trucidarono Dalmazio, Annibaliano e tutta la discendenza maschile di Costanzo Cloro, i più remoti congiunti e i loro fautori. Non scamparono che due fanciulli, figliuoli di un fratello di Costantino, Gallo e Giuliano, di cui l’uno contava 12 anni, e l’altro appena 6.
È difficile ricusare interamente le testimonianze positive dei contemporanei, che accusano di questo eccidio i figli di Costantino, massime Costanzo. La sommossa appare macchinata da un loro partito ed a loro vantaggio; ed è certo che poco dopo la strage, il 9 settembre, i tre fratelli ricevevano dal senato il titolo di Augusti; e l’anno dopo si riunivano a Sirmio, per spartirsi di nuovo l’impero. Costanzo ebbe in più il Ponto, la Tracia con Costantinopoli, la Macedonia, l’Acaia; Costantino II la Mauretania; solo Costante pare non abbia aumentato i propri territori.
L’assolutismo asiatico non aveva tardato molto a insanguinare con le sue congiure di palazzo la nuova capitale. Questo eccidio fu seguito da un’amnistia a favore degli Atanasiani, i quali ritornarono dall’esilio. A spiegare questo voltafaccia, che sconfessava, quasi appena morto, Costantino, è necessario sapere che fu voluto da Costante e da Costantino II. Mentre l’Oriente era in prevalenza ariano, le province dell’Occidente propendevano invece per l’atanasianesimo. La rivalità, che da secoli divideva le due parti dell’Impero, rinasceva ora nella chiesa cristiana e specialmente nei due episcopati di Roma e di Alessandria. Il primo aspirava a imporre con il simbolo di Nicea la sua supremazia; intorno al secondo e nell’arianesimo ardevano tutte le ambizioni di indipendenza o di primato delle grandi chiese orientali, le più antiche e le più attive, come Cesarea, Antiochia, Tiro, alle quali ora si univa Costantinopoli. Si intende dunque, ora che l’impero non era più governato da un solo sovrano, che i due Augusti d’Occidente volessero far cessare la persecuzione degli Atanasiani, malvista nei loro Stati, mentre a Costanzo conveniva piuttosto continuarla. La discordia era, aperta o latente, in tutto l’impero: nella Chiesa come nella Corte. E nella Corte non tardò a scoppiare in una guerra civile, quando Costantino II e Costante (secondo si può supporre) vollero spartirsi l’Africa settentrionale. Il primo, approfittando di un’assenza di Costante, si gettò sull’Italia, sperando scacciarne il collega e ripetere così le gesta del padre contro Massenzio del 312; ma fu vinto ed ucciso non lungi da Aquileia (340).
76. =Il primo scisma cristiano. I concilii di Sardica e di Filippopoli (344).= — Costanzo non si oppose alla usurpazione che raddoppiava la potenza di Costante; e la ragione fu che con le province aveva ereditato dal padre anche la guerra persiana, ch’era appunto cominciata nel 338. Ogni anno, a primavera, il re di Persia, Sapore II, scendeva a devastare la pianura tra il Tigri e l’Eufrate, ad incendiare le messi, ad assediare le piazzeforti, a saccheggiare le città aperte, a trucidare gli abitanti, a turbare i commerci e le industrie, schivando sempre ogni battaglia decisiva. Attanagliato da questa guerra esauriente, Costanzo non poteva intervenire negli affari interni dell’impero. Alla guerra persiana si aggiungevano le turbolenze religiose e civili. Costanzo non resiste più allo spirito esclusivo del Cristianesimo; e incomincia a perseguitare il Paganesimo. Nel 341 proibisce i sacrifici[93]. Ma mentre si impegna in questa lotta suprema contro il culto millenare della Grecia e di Roma, le eresie della religione trionfante non gli dànno tregua. Atanasio, appena ritornato ad Alessandria, aveva ripreso la guerra contro l’arianesimo, chiamando in aiuto non solo i due imperatori, ma anche i vescovi dell’Occidente, tra i quali il Papa di Roma; condannando la politica religiosa degli ultimi anni di Costantino e del suo successore. Molti altri seguaci suoi, amnistiati, avevano imitato l’esempio; l’agitazione religiosa aveva divampato in tutto l’impero; sollecitato da varie parti, il papa Giulio aveva convocato un concilio a Roma nel 340, invitando anche i vescovi dell’Oriente. Ma un gruppo di vescovi dell’Oriente, quelli di Cesarea, di Antiochia e di Costantinopoli tra gli altri, risposero con una lettera da Antiochia, ponendo i principî di quello che sarà lo scisma d’Oriente, che dura tutto oggi: i diritti di tutte le chiese essere uguali, nessuna preminenza spettare a quella di Roma. Il concilio si tenne egualmente e assolse Atanasio; ma nel 341 un altro concilio, tutto composto di vescovi orientali, si teneva in Antiochia; e questo riconfermava, sia pure attenuandola, la formula dell’arianesimo.
La lotta tra l’arianesimo e l’atanasianismo prendeva forma di un conflitto tra l’Oriente e l’Occidente, che involgeva i due imperatori, ciascuno dei due partiti cercando di adoperare a proprio vantaggio l’autorità dell’Augusto a cui obbediva. Disgraziatamente per l’arianesimo, in quel momento Costante, che aveva preso le province di Costantino II, era più potente di Costanzo, impegnato nella lunga guerra contro i Persiani. Così, quando sulla fine del 342 o nel 343, come sembra, Costante propose al fratello un concilio ecumenico a _Sardica_ (Sofia), ai confini dei due imperi, per comporre il dissidio, Costanzo non potè rifiutare, per quanto sia probabile che Costante mirasse, più che a confermare il simbolo di Nicea, a far riconoscere dal concilio la supremazia della Chiesa di Roma, vantaggiosa a lui anche per ragioni politiche. I vescovi orientali badarono infatti soprattutto a eludere questa questione e ci riuscirono. Approfittando dell’intervento di Atanasio e di altri religiosi, che essi giudicavano eretici, si ritirarono, si radunarono in un concilio separato a _Philippopolis_ (344), protestando contro la invadenza degli Occidentali che volevano riformare le deliberazioni dei concilî orientali e scomunicando non solo Atanasio, ma lo stesso papa Giulio. A questa scomunica i vescovi ortodossi dell’Oriente e dell’Occidente risposero con una lettera al Papa, nella quale dichiaravano solennemente il loro rispetto per l’episcopato romano, e «in onore della memoria di Pietro» gli riconoscevano il diritto di giudicare in appello tutte le condanne, che i vescovi avessero subito altrimenti. La Chiesa di Roma era proclamata capo della cristianità ortodossa. Ma i vescovi radunati a _Philippopolis_ dichiararono a lor volta, con una lettera circolare, di non riconoscere la supremazia della Chiesa di Roma, e di riconoscere ai concilî soltanto il potere di governare spiritualmente la Chiesa. Così nasceva la Chiesa scismatica orientale[94]. Intorno allo stesso tempo è ordinata la chiusura di tutti i templi pagani; il culto antico è dichiarato reato e punito[95].
77. =Costanzo unico imperatore (353): il concilio di Milano (355).= — Tuttavia i deliberati del concilio di Sardica furono applicati anche in Oriente. Costante, approfittando delle difficoltà in cui la guerra persiana metteva Costanzo, riuscì ad ottenere che Atanasio fosse restituito al seggio episcopale di Alessandria e che in tutto l’Oriente cessasse la persecuzione contro i seguaci del simbolo di Nicea. La unità della Chiesa parve ricostituita, ma per una pressione politica dell’Occidente sull’Oriente: procedimento pericoloso, che portava in sè una guerra civile tra i due imperatori. La sorte sola impedì che il mondo vedesse i figli di Costantino in guerra per una questione teologica: un giorno, mentre Costante era a caccia, il suo _magister militum_, un barbaro d’origine germanica, un Magnenzio, d’accordo con il _comes largitionum_, fu acclamato Augusto, e l’imperatore legittimo ucciso (18 gennaio 350). Poco dopo nell’Illirico, la provincia che ancora non dimenticava di avere dato all’impero i grandi capi del terzo secolo, un altro usurpatore, un Vetranione, seguiva l’esempio di Magnenzio (1º marzo 350).
Costanzo questa volta si risolvè a conchiudere con la Persia un armistizio; e alla fine del 350 o ai primi del 351 mosse con grandi forze verso la Macedonia. Con gli intrighi, il denaro e i ricordi del padre riuscì a sobillare le legioni di Vetranione e a persuader costui a rinunziare per sempre alla porpora; poi si accinse a far guerra a Magnenzio. Magnenzio, che sembra aver cercato appoggiarsi sui pagani perseguitati, fu un nemico più difficile di Vetranione, e per debellarlo fu necessaria una guerra di due anni. Dopo la battaglia di Mursa (in Pannonia) — 28 settembre 351 — Magnenzio fu costretto a ritirarsi in Aquileia dove svernò, sperando di poter chiudere le Alpi ai suoi nemici: ma questi le sforzarono nell’anno seguente, ributtandolo sulle Alpi Cozie e di là nella Gallia, a Lione, dove, abbandonato dai suoi soldati, si uccise. Tutta la sua famiglia fu trucidata e con essa un gran numero di partigiani, veri o supposti.
L’unità dell’impero era ricostituita. Pagani e cristiani ne sentirono subito l’effetto. Caduto Magnenzio, la persecuzione del Paganesimo fu inasprita; e la decapitazione fu minacciata a chi praticasse l’antico culto[96]. La morte di Costante invece era stata una grande fortuna per gli ariani. Non passò molto tempo, che i loro intrighi contro Atanasio e contro i vescovi seguaci del concilio di Nicea, incoraggiati dal favore dell’imperatore, gettarono un tal disordine in tutto il mondo cristiano, che il papa Liberio chiese all’imperatore di convocare un concilio. Costanzo acconsentì e convocò il concilio a Milano, ma con intenzione diversa da quella del Papa: per annullare le deliberazioni del concilio di Nicea e stabilire la supremazia del Cristianesimo orientale sull’occidentale. Nel principio del 355 convennero infatti a Milano ben 350 vescovi, quasi tutti occidentali però, e quindi seguaci del simbolo di Nicea. Ma Costante gettò sulle bilance del concilio tutto il peso della sua autorità di solo imperatore. Intervenuto in persona, apertamente, egli pronunziò le famose parole, che contenevano la prima aperta sfida dell’impero alla autorità della Chiesa: «La mia volontà deve essere considerata come la regola. I miei vescovi di Siria approvano che io parli così. O voi obbedite, o quelli di voi che non obbediranno saranno condannati all’esilio....»[97]. E non furono vane minacce. Chi non volle condannare Atanasio, lo stesso papa Liberio, fu costretto a prendere la via dell’esilio; Atanasio, condannato dal concilio, si rifugiò nei monasteri della Tebaide; in Occidente e in Oriente tutti i vescovi fedeli al simbolo di Nicea furono deposti, perseguitati, minacciati; il terrore regnò in tutta la Cristianità. Ma a Costantinopoli, ad Alessandria, a Roma, a Napoli, in Gallia scoppiarono insurrezioni popolari contro i vescovi che vennero a sostituire gli esiliati, e una nuova guerra, nel tempo stesso religiosa e politica, incominciava tra l’Occidente e l’Oriente.
78. =Gallo e Giuliano Cesari (351-355).= — L’impero riunificato abbisognava di luogotenenti. Costanzo non era uomo da regger solo tutto l’impero di Diocleziano e del padre suo. Senonchè non era cosa facile trovare, in quella Corte, un collaboratore capace e sicuro. In mancanza di meglio Costanzo, che non aveva figli, ricorse al maggiore dei due cugini, scampati per miracolo all’eccidio del 337: Gallo. Gallo e il fratello suo, Giuliano, erano sino ad allora vissuti in un esilio, poco dissimile da una prigionia: prima, l’uno a Efeso, l’altro a Nicomedia, poi ambedue insieme nella solitaria _Macellum_, in Cappadocia. Gallo, che contava ora 25 o 26 anni, fu nominato Cesare (351) e incaricato del governo dell’Oriente. Diffidentissimo, Costanzo, non si era accontentato di fargli giurare sugli Evangeli la fedeltà; gli aveva posto a fianco dei ministri, i quali dovevano sorvegliarlo; gli aveva dato in isposa la sorella sua Costantina, e si era riserbato la nomina di tutti i principali ufficiali e funzionari del suo esercito e della sua Corte. Ciò non ostante, e forse a cagione di queste precauzioni, l’odio e i sospetti fra Gallo, uomo poco capace, e l’imperatore, si invelenirono, sinchè, dopo tre anni il Cesare era richiamato e in viaggio, a Pola, imprigionato e giustiziato, insieme con molti amici e fedeli (fine del 354).
Intanto gravi difficoltà nascevano in Occidente, dove nel 354, mentre Gallo era giustiziato a Pola, e Costanzo preparava il concilio di Milano, i Germani occupavano le due Germanie — la Gallia orientale dal lago di Costanza fino al mar del Nord — penetrando nell’interno, devastandolo, smantellando le fortezze. Costretto a mandare un generale in Occidente, Costanzo, non ostante la mala prova fatta da Gallo, sia perchè non aveva altri, sia per le istanze della imperatrice, la mite Eusebia, pensò al fratello di Gallo: Giuliano. Gallo era stato un incapace, più che un ribelle; e Giuliano, un innocuo, un letterato, avrebbe dovuto rappresentare nominalmente l’autorità imperiale. Il potere sarebbe stato nelle mani dei personaggi, che Costanzo gli avrebbe messi al fianco. Così il relegato di _Macellum_ era creato Cesare, con l’incarico di governare la Gallia, la Spagna, la Britannia (fine del 355).
79. =Il primo quadriennio di Giuliano in Gallia (355-359).= — Giuliano aveva appena 25 anni e nessuna pratica del governo e delle armi. La sua giovinezza era trascorsa nell’esilio, tra i libri, nei lunghi dialoghi silenziosi con Omero, Esiodo, Platone, nell’umiliazione delle pratiche cristiane e nella memoria del sangue, che aveva spruzzato la sua fanciullezza, sotto il geloso spionaggio di mille occhi. Eppure in quel cervello di retore filosofo, in quel cuore umiliato dalla persecuzione, in quel corpo gracile e malaticcio, si nascondevano una volontà, una passione, una energia straordinarie.
In Gallia apparve subito che nel filosofo c’era la stoffa di un grande soldato. In pochi mesi egli imparò l’arte della guerra vera. Per non arrischiarsi se non in imprese che fossero sicure per la preponderanza del numero, troppo spesso i generali di Costanzo lasciavano i barbari saccheggiare il paese sotto i loro occhi. Giuliano capì subito che bisognava osare e operare. Nel 356, udendo che Autun era minacciata dai barbari, accorre e la libera; poi con rapida marcia raggiunge la valle del Reno, libera Colonia e la fortifica, come fortifica Treveri; sostiene con vigore e fortuna in pieno inverno un assedio entro le mura di Sens, sebbene il generale che Costanzo gli ha messo a fianco, Marcello, non lo aiuti. L’anno dopo (357), sebbene anche questa volta mal secondato dai suoi generali, riesce a catturare un gran numero di barbari reduci da un mancato assalto a Lione. Poi caccia innanzi a sè altri barbari al di là del Reno; li insegue a guado tra gli isolotti del fiume; e ne mena una strage inaudita; sinchè ad Argentoratum (Strasburgo) nell’estate del 357, affronta, con soli 13.000 soldati, un esercito alemanno triplo di numero, che pochi giorni prima aveva disfatto 25.000 uomini condotti da uno dei più provetti generali di Costanzo. Ma le sue legioni, ormai temprate, sconfiggono a sera il nemico.
Nè attese solo a far guerre. Nel 358 e nel 359 Giuliano risuscita l’antica flotta del Reno, i cui navigli superstiti marcivano oziosi nei greti del fiume; ne fa costruire quattrocento nuovi, purga le due rive del fiume dai barbari superstiti, rialza le antiche fortezze distrutte, obbliga gli stessi barbari a fornire le materie e gli uomini occorrenti, ripopola coi prigionieri le campagne galliche deserte, riduce a un quarto l’imposta personale (la _capitatio_) che la Gallia pagava, assume l’amministrazione delle contrade più rovinate, allontanando tutti gli agenti del fisco e curandosi egli in persona della riscossione delle imposte. Nella seconda metà del 359, fa una punta in pieno paese nemico, nell’alta Germania, e qui, novello Cesare, ribadisce nel cuore delle popolazioni, il convincimento che Roma aveva ancora una spada.
Alla fine dell’anno, egli avrebbe potuto dire, come scriverà più tardi: «Ho passato tre volte il Reno, ho strappato ai barbari 20.000 prigionieri. Due battaglie e un assedio mi hanno fatto padrone di 1000 nemici nel fiore dell’età.... Ho riconquistato non meno di quaranta città, e, col favore degli Dei, tutte le Gallie giacciono sotto la mia signoria....»[98].
80. =La fine di Costanzo (359-361).= — Ma nel 359 rinasceva il pericolo persiano. Sapore II di nuovo minacciava l’Armenia e la Mesopotamia; e questa volta, pare, con maggiori forze e con maggiore fortuna; poichè riusciva a prendere la fortezza di Amida, e, ritornando all’attacco nell’inverno successivo, Bezabda e Singara, che distrusse.
Costanzo era sempre in grandi travagli per l’unità religiosa dell’impero. Nel 359, i due Concilî di Rimini e di Seleucia Isaurica approvavano, in luogo del simbolo di Nicea, una formula vaga e imprecisa con la quale, sotto apparenza di conciliazione, gli ariani speravano impadronirsi definitivamente del governo della Chiesa. Senonchè per le moltitudini, le formule teologiche erano anche bandiere, intorno a cui si raccoglievano le passioni o gli interessi mondani; onde, allorchè Costanzo volle imporre all’universo la concordata formula ariana, tutto l’impero riarse di mille insurrezioni popolari. Costretto dal nuovo attacco persiano a trascurare le dispute religiose, Costanzo lasciò Milano, spedì a Giuliano l’ordine di inviargli una parte delle sue forze, e partì per l’Oriente. Ma questo ordine doveva esser scintilla di nuova guerra civile. Sia che le legioni di Gallia fossero molto affezionate al loro generale, sia che si componessero per buona parte di Galli, i quali si erano arruolati per difendere il loro paese contro i Germani e non per andare in Asia, all’annuncio dell’ordine di Costanzo scoppiò una sedizione militare, che proclamò Giuliano Augusto. Per un momento il giovane Cesare esitò, e tentò di resistere alle voci acclamanti dei soldati. Ma il suo buon genio non lo fece perversare in quell’impresa impossibile e pericolosa; e alla fine, si presentò ai soldati, dichiarandosi pronto a dividere il loro destino.
Tuttavia non solo volle che i partigiani e gli emissari di Costanzo non patissero offesa alcuna, ma egli stesso lealmente informò Costanzo dell’accaduto e richiese che fossero le legioni a domandare per lui il titolo di Augusto. Costanzo rispose facendo grandi preparativi contro il nuovo Magnenzio. Ma Giuliano non era nè Magnenzio nè Gallo; nè la sua arrendevolezza era inerzia o inettitudine. Allorchè s’accorse che l’imperatore era irremovibile, decise di prevenirlo e di muover contro l’Augusto dell’Oriente non solo le sue forti legioni, ma i silenziosi risentimenti del paganesimo umiliato. Dalla Gallia, per la prima volta, egli fece precedere la sua offensiva da un manifesto, la così detta _Epistula ad S. P. Q. Atheniensem_, che doveva raccozzare sotto le sue bandiere i pagani di tutto l’impero. Indi, lasciato in Gallia il suo amico Sallustio, quale prefetto del pretorio, con rapidità fulminea iniziò l’offensiva dividendo l’esercito in tre corpi, e dando loro come luogo di convegno Sirmio, in Pannonia. In gran fretta Costanzo, stipulato un armistizio coi Persiani, ripigliò la via dell’Europa. Ma a Tarso l’assalì una febbre violenta, e poco dopo moriva a Mopsucrena, il 5 ottobre 361.