Part 13
70. =La fine di Licinio (319-324).= — Sino al 319 i rapporti fra Licinio e Costantino non furono turbati. Ma da quest’anno incominciarono a guastarsi. Per quale ragione, è poco chiaro. Le ragioni, anzi, possono essere state numerose: il rancore di Licinio per la pace del 314, la diffidenza reciproca inerente ormai alla stessa molteplicità degli imperatori, l’ambizione di Costantino di fondare una vera dinastia, introducendo l’eredità, in luogo della scelta dioclezianea, come principio di successione. La guerra era inevitabile. Ambedue gli imperatori cominciarono in tempo a prepararsi. Costantino apprestò armi; cercò di conciliarsi l’amicizia dei Persiani, nemici naturali dell’Augusto dell’Oriente; emanò nuove leggi a pro dei debitori verso il fisco; largheggiò nella generosità e nelle spese; si studiò di procurarsi il favore e l’appoggio dell’elemento cristiano[87]. A sua volta Licinio preparava ingenti forze militari; pur non perseguitandoli, osteggiò i Cristiani, li escluse dall’esercito e dall’amministrazione; pare anche aver cercato di appoggiarsi a quel partito che Costantino in Africa combatteva, ai Donatisti[88].
La guerra scoppiò nel 323 in modo singolare. Poichè in quell’anno una irruzione di Goti era penetrata in Tracia e in Mesia, ossia nelle province europee rimaste a Licinio, Costantino vi accorse per primo a respingerla (323). Licinio considerò questo, che poteva essere un aiuto, come una violazione di territorio. Le armi, da lungo tempo affilate, luccicarono al sole; e, nella seconda metà del 323, il 3 luglio, i due eserciti si scontrarono nella pianura di Adrianopoli. Licinio fu disfatto e, dopo aver combattuto valorosamente, si chiuse in quella Bisanzio, che sbarrava la via terrestre dell’Asia, come la sua possente flotta sbarrava quella del mare. Ma l’armata di Costantino era comandata dal figlio maggiore dell’imperatore, Crispo, che, quantunque giovanissimo, già si era segnalato in precedenti operazioni contro i Franchi e aveva ricevuto il titolo di Cesare. Crispo sconfisse l’armata di Licinio all’ingresso dell’Ellesponto. Licinio allora abbandonò Bisanzio e tentò di impedire a Costantino l’invasione dell’Asia minore. Ma aggirato dal nemico, dovette dar battaglia presso _Crysopolis_ (l’odierna Scutari), dove fu novamente sconfitto (18 settembre 324). Allora si arrese al vincitore, che, pur avendogli promesso salva la vita, lo fece uccidere nell’anno successivo. Costantino restava unico imperatore; poteva nel tempo stesso ricostituire l’unità dell’impero, e dargli una vera costituzione monarchica sul modello asiatico, iniziando la dinastia che lo reggerebbe.
71. =Le difficoltà religiose; il concilio di Nicea (325).= — Gli apologisti cristiani celebrano questa vittoria come il supremo duello fra il Cristianesimo e il Paganesimo. E la loro opinione è più vicina a verità che i moderni critici non pensino. Con Costantino avevano vinto i cristiani, che in tutto l’impero avevano parteggiato per lui contro Licinio. Rimasto solo imperatore, nell’atto stesso in cui si accinge a fondare un pretto regime dinastico, Costantino si affretta ad emanare due editti, con i quali il pontefice del Paganesimo non solo annullava i decreti di Licinio, ma designava la religione, di cui egli era a capo, come «un deplorevole errore», anzi come una «opinione empia», una «potenza delle tenebre», e i suoi fedeli seguaci, come degli «aberranti della verità», sia pur liberi per sovrana benignità di conservare i loro «templi della menzogna»[89].
L’imperatore, che era riuscito a ricostituire nella sua persona e nella sua famiglia l’unità dell’impero, cedeva ormai innanzi allo spirito esclusivo del Cristianesimo, di quella religione che si proponeva di toglier di mezzo tutte le altre, anche quelle che potevano considerarsi come basi e sostegni del potere imperiale: il culto dell’imperatore e il mitraismo. Per conquistare tutto l’impero e per fondare una dinastia, Costantino aveva, appoggiandosi al Cristianesimo, indebolito il potere assoluto, che Aureliano e Diocleziano avevan cercato di consolidare con i culti orientali: così può riassumersi l’opera politica e religiosa di Costantino. Senonchè egli non sembra essersene reso chiaro conto. Ne è prova l’atteggiamento da lui assunto di fronte all’eresia ariana, che egli trovava in pieno rigoglio in Oriente. Un prete di Alessandria, Ario, aveva da qualche tempo preso a sostenere che Cristo era stato creato da Dio, il quale gli preesisteva, ma non già dalla sostanza divina, sibbene dal nulla; onde la supposta perfetta identità delle tre persone della Trinità non era possibile. La eresia era pericolosissima per la stabilità della dottrina; perchè, fatto di Cristo soltanto un essere privilegiato tra gli uomini, non c’era ragione perchè Dio non creasse altri Cristi, dopo il primo; il Vangelo non era quindi la rivelazione definitiva della verità, perchè altre rivelazioni potevano seguire; anche per il Cristianesimo la verità diventava, non un testo rivelato, eterno e immutabile, ma un divenire continuo; e il Cristianesimo si accostava a quelle scuole del Paganesimo, numerose nel terzo secolo, che ammettevano un Dio unico, uno Spirito superiore, considerando le altre divinità come incarnazioni dei suoi attributi particolari. In Oriente, dove la cultura filosofica non era ancora del tutto spenta e l’amore della discussione vivo, questa dottrina aveva suscitato una bufera. Il vescovo di Alessandria, Alessandro, suffragato dal voto di un Sinodo di cento vescovi, aveva espulso Ario dalla comunità cristiana (321).
Ma Ario non era solo: la sua dottrina, semplice e chiara, era comprensibile dalla moltitudine, e quindi popolare; le simpatie che egli ritrovava fra il neoplatonismo pagano, tanto diffuso in Oriente, gli odî, i rancori, l’amore delle rappresaglie, che le precedenti eresie, discussioni e repressioni avevano seminati, gli procacciarono subito un partito numeroso. Alle discussioni seguirono le zuffe nelle strade e le violenze. Costantino decise di intervenire. La lettera, che a tale proposito ebbe a rivolgere ai contendenti, merita d’esser letta. «Io m’ero proposto, egli scrive, di ricondurre a un’unica forma l’opinione che tutti i popoli si fanno della divinità, perchè sentivo bene che, se avessi potuto raggiungere l’accordo su questo punto, come era nei miei desideri, la cosa pubblica ne avrebbe ricevuto beneficio.... Ma oh, bontà divina, quale notizia ha ferito acerbamente le mie orecchie, anzi il mio cuore? Io apprendo che vi sono tra voi più dissensioni che non ce ne fossero testè in Africa.... Pure, a me sembra, la causa è ben piccola e affatto indegna di tanta contesa.... Tu, Alessandro, hai voluto sapere ciò che i tuoi sacerdoti pensavano su un punto della legge, anzi su una parte sola di una questione di nessuna importanza, e tu, Ario, se lo pensavi, dovevi tacere.... Non dovevate nè interrogare nè rispondere, giacchè queste sono discussioni che non servono a nulla, sono suggerimenti dell’ozio e del vizio, buoni solo ad aguzzare gl’ingegni.... È giusto che vi laceriate voi, fratelli contro fratelli, per vane parole?... Sono queste trivialità e fanciullaggini, indegne di sacerdoti o di uomini saggi.... Restituitemi dunque, vi prego, giorni tranquilli e notti senza inquietudini, in modo che anch’io possa nell’avvenire godere della pura gioia di vivere....»[90].
Questa lettera prova che Costantino intendeva il Cristianesimo alla romana: ossia come uno strumento politico per mantener l’ordine nello Stato. Difatti prese l’iniziativa di un grande concilio, che componesse questa discordia. A Nicea, nella primavera del 325, convennero oltre 250 vescovi, in massima parte orientali. Costantino inaugurò il concilio con un modesto discorso. Ristabilendo, egli disse, la concordia nella Chiesa, i convenuti avrebbero fatto cosa grata a Dio «e reso un grande servigio» al principe[91]. Presiedeva il concilio un suo segretario, il vescovo Osio, avversario dell’arianesimo. Ario fu un’altra volta sconfessato. Cristo — decretò il concilio — non è stato tratto dal nulla, nè è punto diverso dal padre, fu anzi generato da lui «dall’essenza _del padre_», «_vero Dio da vero Dio_» ed è a lui perfettamente _consustanziale_ (ὁμοούσιος). La questione, che a Costantino pareva così oziosa, poteva considerarsi come sciolta. Ma il Cristianesimo non era una religione politica, come le altre religioni dell’Oriente e dell’Occidente; era il germe di un mondo nuovo ed immenso, che si proponeva, non già di puntellare il cadente impero di Roma, ma di redimere gli uomini insegnando loro una morale più alta. E il concilio di Nicea, che Costantino aveva convocato per ristabilire la pace e l’unità degli spiriti, doveva essere il principio di una formidabile lotta, che indebolirebbe ancora più lo stanco impero. Era ormai destino che tutto quel che la sapienza umana credeva di dover fare per la salvezza dell’impero, lo spingesse alla rovina.
72. =Il nuovo ordinamento dell’impero.= — Anche la nuova unificazione dell’impero, compiuta da Costantino, indebolisce lo Stato a paragone del regime di Diocleziano. Solo padrone dell’impero, dopo tante guerre civili, Costantino è meno saldo e sicuro che Diocleziano partecipe del supremo potere con un altro Augusto e due Cesari. Egli diventò sospettoso al punto che, nel 326, per ragioni a noi ignote, e sulle quali non possono farsi che ipotesi assai vaghe, fece trucidare il vincitore dei Franchi e di Licinio, il figliuolo Crispo, insieme con un suo nipote ancor giovanissimo, un Liciniano; e poco dopo, la seconda moglie Fausta, la figliuola di Massimiano, la madre dei suoi tre più giovani figliuoli. La corte è ancor più orientalizzata; la pompa del cerimoniale, le complicazioni dell’etichetta, il lusso dei cortigiani, il mistero, entro cui si asconde l’imperatore, sono notevolmente cresciuti. I grandi dignitari, dal quali dipende un numeroso personale, minuziosamente gerarchizzato e titolato, sono: i _prefetti del pretorio_, a cui Costantino, completando le riforme di Diocleziano, tolse i poteri militari; i _magistri militum_, o generalissimi, comandanti supremi della fanteria e della cavalleria; il _quaestor sacri Palatii_, che riceve le istanze e prepara e controfirma le leggi che il _Consistorium_ discuterà e l’imperatore avrà ad emanare; il _magister officiorum_, una specie di ministro della Casa reale, che dirige il personale di polizia, le guardie del palazzo, gli impiegati dell’amministrazione centrale; i due ministri delle finanze (il _comes sacrarum largitionum_ e il _comes rerum privatarum_). Il nuovo Consiglio del principe, il _Consistorium_, assume anch’esso maggiore regolarità che non sotto Diocleziano. I suoi membri ordinari sono i titolari delle grandi cariche dello Stato, eccezione fatta, pare, dei prefetti del pretorio e dei _magistri militum_, che partecipavano alle sedute solo in via straordinaria. Ai quattro grandi dignitari si aggiungevano, come membri permanenti del _Consistorium_, i _comites consistoriani_, scelti dall’imperatore, e che in epoca più tarda sappiamo con certezza essere stati in numero di venti.
Al di sotto dei ministri della casa imperiale e del _Consistorium_, si ramifica la sempre più numerosa burocrazia dell’impero. I tre uffici di cancelleria imperiale, esistenti nell’alto impero, l’_ab epistulis_, l’_a libellis_, l’_a memoria_, hanno mutato nome, si chiamano ciascuno _scrinium_; e a questi tre si aggiunge un quarto, lo _scrinium dispositionum_, incaricato di preparare e provvedere quanto occorreva all’attività dell’imperatore: come viaggi, ispezioni ecc. ecc. Ma il mutamento del nome rivela la novità del sistema. Invece di un funzionario, noi abbiamo un intero ufficio, con una vasta gerarchia di impiegati. Nè gli _scrinia_ sono soli quelli enumerati. Tutti i funzionari dell’impero hanno un ufficio (uno _scrinium_) a loro disposizione; ed ogni _scrinium_ una copiosa e gerarchizzata burocrazia, che sarà modello alle monarchie assolute della prima storia moderna.
L’ordinamento provinciale è ancora quello di Diocleziano. Non ci sono più i quattro tetrarchi; l’imperatore è uno solo; ma la divisione amministrativa di Diocleziano sussiste integra. L’impero si considera diviso in due o tre, o forse anche quattro, sezioni; a capo delle quali stanno appunto i prefetti del pretorio, che, disperso ormai il corpo dei pretoriani, sono solo grandi funzionari, civili e giudiziarî. Da essi dipendono i vicari; da questi, alla loro volta, i _praesides_ o i _consulares_ o i _correctores_.
Che cosa è avvenuto delle vecchie magistrature e del senato? Roma conserva ancora il suo senato, i suoi consoli, i suoi pretori, i suoi edili e tribuni. Ma queste non sono quasi più che cariche municipali.
A capo dell’esercito stanno ancora i _magistri militum_, che hanno sotto i loro ordini i _duces_, comandanti di una o più province e delle guarnigioni di frontiera. Ma l’ordinamento dioclezianeo è ritoccato in alcuni punti e con innovazioni, che tramutano le cautele del suo predecessore in pericoli. Gli effettivi delle legioni sono ancora più scemati; non solo il comando militare è distinto da quello civile, ma quello della cavalleria da quello della fanteria, come la direzione del servizio dei viveri e degli stipendi dal movimento degli eserciti. Il comando degli eserciti è ormai una macchina farraginosa, pesante e lenta, che non può muoversi senza che l’imperatore faccia agire di concerto tutte queste autorità. Questi difetti sono accresciuti dalla nuova dislocazione delle milizie. L’esercito è diviso in tre generi di milizie: 1) milizia palatina (_domestici, protectores, scolares_), un quinto od un sesto di tutti gli effettivi, che può essere paragonato all’antica guardia pretoriana, ma che segue ora, come esercito di riserva, l’imperatore nelle spedizioni di maggior momento; 2) l’esercito di linea o _comitatenses_, formato di sudditi e di barbari, agli ordini di magistrati militari provinciali (_comites_ o _duces_), sparso in piccole guarnigioni nelle città dell’interno; 3) finalmente, le truppe di frontiera (i _riparienses_ o _castriciani_ o _limitanei_), reclutate in genere tra i barbari e nella feccia dell’impero, con obblighi di servizio più lunghi e con stipendi minori, le quali dovevano restare acquartierate in certe zone delle frontiere, o in castelli, fortezze, campi trincerati e di cui la maggior parte erano coloni del luogo. Il nerbo dell’esercito (i _comitatenses_) è polverizzato in piccoli nuclei, che vivono in cittadine dell’interno perdendo lo spirito militare; e tutto l’esercito, nei suoi tre ordini di milizie, è inquinato dai barbari, sempre più numerosi.
Queste riforme sono i segni più manifesti dell’indebolimento dell’impero. Costantino non avrebbe frantumato l’esercito, distribuendone tanta parte per le città dell’interno, lontano dalle frontiere, se l’esercito non avesse ormai dovuto servire a conservare l’ordine interno più che a difendere l’impero contro i barbari. Come sono lontani i tempi felici del secondo secolo, in cui un esercito di poco più che 200.000 uomini bastava a mantenere tranquillo e sicuro l’impero! Ma allora l’impero era governato da un’aristocrazia ricca, numerosa, rispettata, appoggiata al senato di Roma e all’imperatore, il cui prestigio e la cui legittimità erano universalmente riconosciuti. Oggi l’impero è governato da una burocrazia raccogliticcia, detestata e temuta più che rispettata, e da un imperatore, i cui titoli sono dubbi, che non si sa se è uomo o Dio, se è il capo legittimo dell’impero o un avventuriero favorito dalla forza. Non c’è più un vero governo legittimo; e lo Stato si regge anche all’interno solo per forza di armi. Nè si potrebbe spiegare che Costantino abbia aperto così facilmente i ranghi delle legioni ai barbari, se non ammettendo che disperava di vincere la crescente ripugnanza della nuova società cristiana alle armi e tutto il movimento degli spiriti che allontanava i sudditi dalla milizia. Un’altra prova, e anche più palese, di questo indebolimento dell’impero fu la fondazione di Costantinopoli, come nuova capitale. Le ragioni del grande mutamento furono certamente numerose. Ragioni militari, anzitutto. La capitale di un impero, che doveva combattere in Oriente contro i Persiani, e difendere in Occidente il Reno e il Danubio contro i barbari; di un impero, alla cui testa un imperatore unico doveva sorvegliare da vicino così le province dell’Oriente come quelle dell’Occidente, era meglio posta sul Bosforo che nell’Italia meridionale. Poi ragioni politiche. Capitale della nuova monarchia, assoluta ed asiatica, la quale usava tanta benevolenza verso il Cristianesimo, non poteva essere Roma, la città dell’impero pagana e repubblicana per eccellenza. Perciò Costantino scelse la vecchia Bisanzio; e scelse bene, come i fatti provarono. Ma che altro era trasportar la capitale dell’impero sul Bosforo, se non dichiarare che il compito di Roma in Occidente era terminato?
73. =L’organizzazione coattiva del lavoro.= — È probabile che a Costantino risalgano i primi tentativi di quella organizzazione coercitiva del lavoro, che doveva poi allargarsi nei secoli seguenti a tante arti ed industrie. Ci induce a supporlo il fatto che nel _Codice teodosiano_ le leggi più importanti che riguardano i _navicularii_ sono di Costantino. I _navicularii_ erano gli armatori che eseguivano i trasporti dello Stato per mare. Sembra che Costantino li raccogliesse in una vasta corporazione, reclutata d’ufficio, imperativamente, quando non si trovava un numero bastevole di armatori volontari. Il governatore della provincia compilava la lista di questi armatori obbligati, scegliendoli tra le persone indicate dalla legge. Ogni armatore riceveva dallo Stato il legno e le altre materie necessarie per costruire la nave, e dei sussidi per la navigazione: doveva provvedere a sue spese alla costruzione della nave, alle necessarie riparazioni e al trasporto del grano, dei marmi e delle altre merci di cui lo Stato aveva bisogno. Siccome molti di questi armatori obbligati cercavano di trar profitto da questi viaggi fatti per conto dello Stato, commerciando per conto proprio, fu necessario far delle leggi per frenare questo abuso, per impedire che i viaggi durassero un’eternità per le soste nei porti intermedi, o che gli armatori speculassero sulle derrate che trasportavano per conto dello Stato, massime sul grano. Così noi sappiamo dal _Codice Teodosiano_ che Costantino concesse per ogni viaggio di andata e ritorno due anni, il che vuol dire che molti armatori impiegavano anche di più per andare da un punto all’altro del Mediterraneo; e che a rincalzo di questa legge Costantino ne fece un’altra per imporre, pur concedendo due anni al viaggio di andata e di ritorno, che il carico dovesse esser consegnato entro il primo anno.
Queste poche notizie bastano a farci capire quanto difficili, lenti, costosi, intralciati erano, al principio del quarto secolo, i trasporti marittimi in un impero, come il romano, di cui il mare era la grande via di comunicazione tra le diverse province. Costantino non può aver emanate tutte queste leggi coercitive, se non perchè gli armatori liberi, di cui gli imperatori del primo e secondo secolo si erano serviti, erano spariti. E non si trovavano più perchè il fiscalismo, l’insicurezza, il disordine, la guerra, la moneta cattiva e di incerto valore, la diminuzione della popolazione, il misticismo cristiano avevano colpito a morte l’industria e il commercio. Rara e cara la mano d’opera, massime nei lavori pericolosi e faticosi; rare e care le materie gregge, anche i trasporti marittimi costavano più, che i tempi non potessero e non volessero pagare; onde la circolazione delle persone e dei beni si rallentava e con esso la civiltà dell’impero, alimentata da questa circolazione, agonizzava. Per impedire questa agonia, lo Stato, come al solito, tentava un supremo espediente della forza.
74. =Gli ultimi anni (330-337).= — L’11 maggio 330, Costantino inaugurava solennemente la nuova capitale dell’impero — la Νέα Ῥώμη — Costantinopoli. Due anni dopo (332) lo troviamo a combattere felicemente i Goti; e più tardi (334) i Sarmati, i quali diventano, dopo la disfatta, coloni e soldati dell’impero.
Nel 335, il vecchio monarca compie un altro atto, che dimostra novamente, e in modo anche più evidente, la debolezza di tutta la sua faticosa costruzione. Egli distribuiva l’impero fra i tre suoi figliuoli, tutti e tre ormai nominati Cesari, ed un suo nipote, un Dalmazio. Assegnava al maggiore, Costantino, la Spagna, la Gallia, la Britannia; a Costanzo, l’Asia, la Siria, l’Egitto; a Costante, l’Italia, l’Illirico, l’Africa, e a tutti e tre il titolo di Augusto; al nipote Dalmazio poi, col titolo di Cesare, la Tracia, la Macedonia, e la Acaia; infine, a un fratello di Dalmazio, Annibaliano, col titolo di Re dei Re, il trono vacante dell’Armenia e le limitrofe regioni del Ponto. A che valeva aver tanto lottato per rovesciare la tetrarchia di Diocleziano, se egli poi la ricostruiva più debole e in forma più pericolosa, introducendovi il principio debilitante dell’eredità, ancora così poco radicato nell’impero? Ma neppure Costantino poteva venire a capo di quella tremenda difficoltà che era per Roma, da tre secoli, il principio legale della suprema autorità; e messo alle strette, al termine della lunga vita operosa, immolava l’unità dell’impero al principio ereditario, che era sterile perchè le popolazioni dell’impero non ne sentivano la legittimità. Spezzava l’impero, nella illusione che potesse più facilmente restare alla sua famiglia.
Infine — e fu un avvenimento di grandissima importanza — Costantino, che aveva cercato di ristabilire, per mezzo del Cristianesimo l’unità morale dell’impero, si lasciò, negli ultimi anni, trascinare nel fitto delle discordie cristiane, diventando un campione di quella eresia ariana, che aveva fatto condannare nel concilio di Nicea. Condannato dal concilio di Nicea, Ario era andato in esilio; ma l’arianesimo era diffuso e potente, aveva amici devoti, anche alla Corte, tra i quali Costanza, la sorella di Costantino; onde non rinunciò alla lotta. Approfittando degli errori degli avversari, addolcendo e temperando la propria dottrina, Ario e i suoi seguaci riuscirono a riguadagnare il favore di Costantino, persuadendolo che una riconciliazione era possibile. Gli sforzi che l’imperatore fece per effettuare questa riconciliazione, e l’opposizione che trovò specialmente nel nuovo vescovo di Alessandria, Atanasio, spinsero Costantino interamente alla parte di Ario. Il favore imperiale ridiede coraggio alla setta, che nel 335 riuscì a far condannare Atanasio nel concilio di Tiro. Atanasio fu esiliato in Gallia e tutti i suoi partigiani più in vista perseguitati e dispersi; Ario ritornò a Costantinopoli; la Corte fu invasa da Ariani, che diventarono in ogni parte dell’Oriente il partito dominante nella Chiesa. Ma il partito avverso non disarmò, per quanto perseguitato; e da questo momento una lotta implacabile agita tutto l’impero, nuovo fermento di dissoluzione aggiunto agli altri. Il Cristianesimo rinnoverebbe il mondo, ma non poteva puntellare l’impero.