Roma antica, Vol. 3/3

Part 12

Chapter 123,617 wordsPublic domain

64. =La persecuzione dei Cristiani (303).= — Alla grande guerra persiana seguono finalmente parecchi anni di pace profonda. Non è dubbio che l’impero si riebbe, respirò, si rinsanguò sotto il forte governo di Diocleziano. Per quanto le spese e le imposte fossero cresciute, venti anni di ordine bastarono a rimarginare molte ferite, a risuscitare in molte province, parzialmente, l’antica prosperità. Anche lo Stato sembra aver superato il travaglio mortale del distrutto principio di autorità. Annientata la parte più alta del pensiero e della tradizione greco-romana e lo spirito repubblicano, l’impero sembrava aver trovato un certo equilibrio nell’assolutismo orientale, nei sentimenti, nelle idee, nelle istituzioni che avevano governato la Persia, l’Assiria, l’Egitto, tutti i grandi imperi dell’Asia. L’impero barbarico-asiatico, retto da generali divinizzati, pareva trionfare, e chi sa quale sarebbe stato l’avvenire del mondo e dell’Europa se in luogo della tradizione greco-romana ormai spenta o quasi, non si fosse levato a combattere l’assolutismo teocratico il Cristianesimo. Se tutto l’impero si inclinava ad adorare la persona degli imperatori come divina, e accettava le nuove religioni in cui lo Stato cadente cercava il sostegno dell’autorità, i Cristiani no. Essi non potevano adorare nè Mitra nè il Sole nè gli imperatori che rappresentavano in terra queste divinità; ma solo il Dio, il cui Figlio si era fatto uomo per riscattare le colpe degli uomini. E il Cristianesimo era ormai così diffuso e così potente, che l’impero barbarico-asiatico fu costretto alla fine a trattarlo come un nemico mortale. La persecuzione del Cristianesimo è la foce in cui sbocca tutta l’opera di Diocleziano, poichè chi era cristiano non poteva riconoscere che a mezzo, e con molte riserve, il nuovo regime.

Il primo editto anticristiano fu pubblicato il 24 febbraio 303. Imponeva la distruzione dei templi e dei libri cristiani; scioglieva le comunità e incamerava i loro beni; vietava ai fedeli di riunirsi e li escludeva da qualunque carica pubblica. L’editto era relativamente mite, poichè non minacciava la morte. Ma i Cristiani erano ormai troppo numerosi per esser tutti degli zelanti osservatori della morale, che impone di offrir la guancia sinistra a chi vi ha percosso sulla destra. Si vuole che questa volta abbiano risposto alla violenza con la violenza, appiccando il fuoco al palazzo imperiale di Nicomedia e ordendo una vasta congiura contro gli imperatori. Almeno così fu detto. Inoltre in Siria scoppiarono, nell’esercito e tra le autorità civili, una sedizione e un movimento antidinastico, che pure furono attribuiti ai cristiani[81]. Diocleziano replicò con un secondo editto, che imprigionava i vescovi, i preti, i diaconi, se rifiutavano di consegnare i libri sacri. A questo editto seguì il terzo, che era, in un certo senso, un addolcimento dei due precedenti. Pigliando occasione della grande pubblica solennità dei _Vicennalia_ che avrebbe segnato il primo ventennio del governo dei due Augusti, era promulgata una amnistia generale; dei prigionieri cristiani dovevano esser messi in libertà tutti coloro i quali manifestamente tornassero alla vecchia religione; gli altri sarebbero stati esclusi dal benefizio, anzi, di fronte a tanta insana pervicacia, il loro trattamento sarebbe stato rincrudito.

Questi editti sono il più manifesto documento della potenza del Cristianesimo. Evidente apparisce la riluttanza di Diocleziano a infierire contro un nemico, che egli sa ormai troppo numeroso e troppo forte. Come tutti gli Stati che si trovano alle prese con un pericolo che non hanno la forza di sradicare, anche il governo di Diocleziano ricorre a mezze misure, le quali, allora come sempre, non ebbero altro effetto che di aggravare il male. La resistenza dei cristiani si esasperò, e l’impero fu costretto a procedere a quelle misure di rigore, da cui in principio si era astenuto. Sulla fine del 303 e del 304 Diocleziano si ammalava gravemente, e la reggenza in Oriente veniva assunta da Galerio. Allora un indirizzo più risoluto prevalse al governo, e, tra Galerio e l’altro Augusto[82], venne concordato l’ultimo draconiano editto di persecuzione che Diocleziano s’indusse a sottoscrivere. Con questi editti l’obbligo di sacrificare agli Dei era fatto universale e imposto con la minaccia delle pene più gravi.

Questa persecuzione durò otto anni; ma se fu vasta e vigorosa nel suo insieme, sebbene non tanto quanto la tradizione ecclesiastica ha detto, fu ineguale. La applicazione variò, a seconda delle contrade, dei Cesari e degli Augusti. Costanzo Cloro, per esempio, non applicò gli editti di persecuzione, certo perchè alla sua Corte l’elemento cristiano era troppo in favore e potente.

65. =L’abdicazione (305).= — Col 304 Diocleziano toccava il suo ventesimo anno di governo. Era stanco, sebbene non fosse ancora sessantenne. Già da anni meditava il ritiro dopo il lungo governo; un ritiro, da cui potesse, come spettatore sereno, assistere alla varia attuazione delle sue riforme, senza che egli fosse ovunque presente a dirigerla. E da gran tempo egli si andava costruendo in Salona, nella sua Dalmazia, un romitaggio per il suo riposo senile. Aveva anzi voluto qualcosa di più: che la sua dipartita dagli affari non fosse sola, che con lui venisse via anche il fedele compagno delle sue fatiche, Massimiano, e pare si fosse fatto prometter questo con giuramento. La grande ora era finalmente venuta. Il 1º maggio 305, a tre miglia da Nicomedia, su di un colle che si leva dolcemente sulla pianura, a pie’ di una colonna recante la statua di Giove, là dove egli stesso aveva donato la porpora a Galerio, circondato dai grandi funzionari dell’impero e dagli alti ufficiali dell’esercito, Diocleziano si spogliava del suo diadema, del suo scettro, del suo manto di Augusto, e chiamava al suo posto Galerio, donandogli a sua volta, come Cesare, un ufficiale dei _protectores_, Massimino Daio. La stessa cerimonia si ripeteva nello stesso giorno, forse nella stessa ora, a Milano, dove Massimiano cedeva il suo seggio a Costanzo e deponeva la porpora di Cesare sulle spalle di un altro ufficiale, Flavio Valerio Severo. Poi Diocleziano partì per la sua solitaria villa di Salona.

NOTE AL CAPITOLO OTTAVO.

[75] Per la questione cronologica, cfr. G. COSTA, _Diocletianus_, in DE RUGGIERO, _Dizionario epigrafico_, II, pag. 1805.

[76] _C. I. L._ III, 4413.

[77] Cfr. G. COSTA, in DE RUGGIERO, _Dizionario epigrafico_, II, pag. 1848.

[78] È ciò che risulta da una raccolta di leggi che ci è pervenuta in siriaco, del 501, ma che si riferisce alla riforma di Diocleziano. Cfr. BRUNS-SACHAU, _Syrisch-Römisches Rechtsbuch aus dem fünften Jahrhundert_, Leipzig, 1880. G. e C. FERRINI, _Leges saeculares ex lingua syriaca_ etc., in _Fontes juris romani anteiust._, di Riccobono, Baviera, Ferrini, Florentiae, 1905, l. II, 637 sgg. Sulle riforme finanziarie di Diocleziano, cfr. E. CICCOTTI, _Lineamenti dell’evoluzione tributaria del mondo antico_, Milano, 1921.

[79] Pubblicato in _C. I. L._, III, pagg. 1928-53; 2208-11; 2238, 57-60.

[80] Cfr. AMM. MARC., 25, 7, 9; F. H. _G._, IV, pag. 189.

[81] EUS. _Hist. Eccl._, 8, 6, 8 naturalmente scarica i cristiani delle responsabilità: ma accenna al fatto.

[82] La tradizione cristiana (LACT. _de mort. pers._, 15, 4-5) getta tutta la responsabilità sui due principi dell’Oriente, i quali non avrebbero interpellato i loro colleghi. La tradizione apparisce poco verosimile. Gli atti del Martirio di S. Savino (in BALUZE, _Miscellanea_, Parisiis, 1679, II, pag. 47) fanno risalire la responsabilità a Massimiano.

CAPITOLO NONO

COSTANTINO IL GRANDE

(306-337)

66. =La nuova guerra civile (305-314).= — Meno di un anno dopo l’abdicazione di Diocleziano e di Massimiano, Costanzo Cloro moriva in Britannia. La sua morte bastò a rovinare la tetrarchia e tutto l’ordinamento dioclezianeo. Non avendo voluto accettare l’eredità come principio di successione, Diocleziano aveva escluso dalla ripartizione dell’impero così il figlio di Costanzo, Costantino, come il figlio di Massimiano, Massenzio. Ma Costantino, appena morto il padre, si fece proclamare Cesare dai soldati ad _Eboracum_ (25 luglio 306)[83]; e Galerio, il più autorevole e più anziano dei due Augusti, per risparmiare all’impero una guerra civile, riconobbe il fatto compiuto nominando Costantino Cesare e promovendo Severo al rango di Augusto. Ma la guerra civile che Galerio aveva sperato di evitare in Gallia, scoppiò di lì a poco in Italia, dove Roma non si rassegnava ad essere una città di provincia. Spinti da questo malcontento, in occasione di un nuovo censimento indetto da Galerio, il popolo e il corpo dei pretoriani si sollevarono, e proclamarono Augusto il figliuolo di Massimiano, Massenzio, che voleva anche egli esser nominato Cesare, dopochè Costantino era stato assunto all’impero (27 ottobre 306). Massenzio, per rinforzare la propria autorità, chiamò il padre che era poco contento del suo ritiro, e investì anche lui del titolo imperiale. La tetrarchia dioclezianea era spezzata; l’impero contava sei imperatori, quattro Augusti e due Cesari!

Galerio incaricò Severo di reprimere la sedizione dell’Italia. Ma le milizie di Severo non vollero combattere contro Massimiano, il cui nome era ancora venerato; e Severo, abbandonato dai suoi soldati, dovè consegnare a Massimiano in Ravenna la porpora, di cui questi poco prima l’aveva rivestito (307). Un secondo tentativo, fatto da Galerio in persona, non ebbe migliore fortuna. L’Italia si dichiarò tutta solidale con Roma e con Massenzio. Le singole città chiusero le porte in faccia a Galerio, che, giudicando poco prudente assediare Roma, uscì dalla penisola, e invitò a _Carnuntum_ (in Pannonia) lo stesso Diocleziano, perchè con il consiglio e la autorità aiutasse lui e i suoi colleghi a trovare uno scampo: prova manifesta dell’ammirazione di cui il solitario di Salona godeva ancora nella vita privata! Alla conferenza di Carnuntum intervenne anche Massimiano, già in discordia col figliuolo che, dopo il successo, intendeva esercitare su di lui come una mal tollerata preminenza. Ma nè Galerio nè Massimiano poterono indurre di nuovo Diocleziano alla porpora. La conferenza mise capo ad un’unica deliberazione: sostituire a Severo un nuovo Augusto, un vecchio, antico camerata di Galerio, Liciniano Licinio, con il governo dell’Illirio (novembre 307). Massimiano doveva ritornare a vita privata; e Massenzio era escluso dall’impero.

Il rimedio era peggiore del male. Massenzio si mantenne in Italia. Massimiano non depose la porpora, cercò di far causa comune con Costantino, a cui diede in moglie la figlia Fausta. La nomina di Licinio generò nuove difficoltà. Licinio saliva al primo posto nell’impero senza avere attraversato il grado di Cesare, scavalcando Massimino Daio e Costantino. Il primo dei due si fece allora proclamare Augusto dalle sue legioni, e il secondo reclamò per sè da Galerio lo stesso titolo. Ai primi del 308 l’impero ebbe così, oltre Massenzio e Massimiano, quattro Augusti tutti eguali tra di loro. La tetrarchia di Diocleziano era caduta; e il troppo incerto principio di successione nella carica suprema — questa malattia mortale che da Augusto in poi non aveva dato pace all’impero — partoriva un nuovo disordine. La prima vittima fu Massimiano. Si disse che aveva cospirato contro il genero; certo è che Costantino lo fece imprigionare a Marsiglia, e poi, due anni dopo, togliere di mezzo per sempre (310). Ma in mezzo a questi disordini e a questi intrighi, a un tratto, nel 311, tre dei quattro imperatori legittimi, Galerio, Costantino e Licinio, promulgano un editto che sospende le persecuzioni del Cristianesimo[84]. Come si spiega questo improvviso voltafaccia? Più che una resipiscenza, sarà prudente vedere in esso una mossa politica, suggerita dalle pericolanti condizioni del potere supremo. Che la concordia tra i cinque Augusti, tra i quali nessuno predominava più per autorità come Diocleziano, fosse precaria; che un giorno o l’altro dovesse nascere una guerra civile, era chiaro. Ma Massenzio e Massimino Daio erano ligi all’antico culto pagano e avversi ai cristiani. È quindi verosimile che gli altri Augusti pensassero di procurarsi con quel decreto il favore dei cristiani, i quali venivano ad approfittare dell’indebolimento dell’autorità suprema.

Il decreto del 311 è dunque un segno di prossima guerra civile. La quale parve scoppiar subito dopo la proclamazione dell’editto, alla morte di Galerio. Licinio e Massimino sembrarono voler disputarsi la successione con le armi: ma poco dopo si accordarono, prendendosi il secondo l’Asia minore, la Siria, l’Egitto, ed il primo il resto delle province orientali dal Bosforo all’Adriatico. Non in Oriente, ma in Europa, doveva scoppiare di lì a poco l’incendio. Da un paio di anni Costantino, che già si era segnalato in guerre fortunate contro Franchi ed Alamanni, osservava attento gli affari d’Italia. Massenzio si rafforzava, approntava milizie, destinate — si diceva — a strappare la Gallia a Costantino e l’Illiria a Licinio; e si intendeva con Massimino, il quale continuava a perseguitare i Cristiani in Siria, in Egitto e altrove. Costantino a sua volta si accostò a Licinio, cui diede in moglie sua sorella Costanza; preparò un forte esercito; allacciò in Italia secrete intelligenze. Quando si ritenne pronto, sui primi del 312, valicò le Alpi per il Cenisio, con 50.000 uomini, di cui la metà legionari scelti e provati; ruppe facilmente le prime resistenze; si impadronì della valle del Po, indi marciò contro Roma. Massenzio non si era mosso di qui, confidando nella forte posizione della città, nelle sue numerose milizie e in tutti quegli ostacoli che avevano fatto fallire la spedizione di Severo e di Galerio. Ma quando seppe che Costantino si avvicinava a Roma alla testa di un forte esercito, dopo una marcia vittoriosa, che le popolazioni, stanche del suo governo, avevano favorita, anzichè rimanere chiuso fra le mura aureliane, uscì dalla città ad affrontare in campo aperto il nemico, nei pressi del Ponte Milvio. Sconfitto pienamente, egli stesso perì con gran parte del suo esercito, affogato nel fiume (28 ottobre 312)[85]. Il giorno dopo, il vincitore si rivolgeva in Roma con parole rispettose al senato, quasi promettendogli una restaurazione delle antiche prerogative; scioglieva il corpo dei pretoriani e ne smantellava il campo. N’ebbe dal senato in ricompensa il titolo di primo Augusto, e un arco trionfale, che si leva ancor oggi e che fu ornato con le spoglie dell’arco di Traiano.

La conquista dell’Italia alterava i vecchi rapporti fra i tre imperatori, ma ancor più peggiorava la condizione di Massimino. Appunto per esaminare il nuovo stato di cose Licinio e Costantino convenivano poco dopo, sui primi del 313, a Milano.

67. =L’Editto di Milano (primi del 313) e la catastrofe di Massimino (313).= — Noi non sappiamo di quali argomenti s’intrattenesse la nuova conferenza. Non è difficile supporre che, mentre Licinio consentiva al nuovo ingrandimento di Costantino, otteneva da questo mano libera contro Massimino. Probabile è pure che, per scuotere ancora più la potenza di Massimino, fu emanato un nuovo editto di tolleranza a favore dei Cristiani, che nella storia del mondo suole segnare il trionfo definitivo del Cristianesimo[86]. In verità il Cristianesimo non trionfava ancora, perchè non era riconosciuto come la sola religione, e quindi come la religione ufficiale. Lo Stato romano non ripudia ancora la sua religione ufficiale, e l’imperatore conserva in questa la carica suprema, il pontificato massimo. L’editto, anzi, non fa che confermare quello precedente del 311, ossia sancisce di nuovo la libertà di culto (τὴν ἐλευθερίαν τῆς θρησκείας) accordata due anni prima, togliendo alcune restrizioni superstiti e ordinando la restituzione alle Chiese cristiane dei luoghi e dei beni, sequestrati durante la grande persecuzione. Ma se esso mirava a mostrare che Licinio e Costantino volevano seguire un indirizzo opposto a quello di Massimino, il quale nelle province orientali, massime dopo la morte di Galerio, aveva inasprito la persecuzione contro i Cristiani, quelle concessioni bastavano. Insomma il Cristianesimo e il Paganesimo diventano nelle mani degli imperatori armi per le guerre civili: Costantino e Licinio mirano a sollevare l’Oriente cristiano contro Massimino, e Massimino a sollevare contro Licinio e Costantino i Pagani dell’Occidente. Massimino lesse chiaro nel gioco degli avversari; e non perdè tempo. Licinio era ancora in Italia; ed egli già invadeva la penisola balcanica, pigliava d’assalto prima Bisanzio, poi Perinto, e si spingeva verso Adrianopoli. Licinio dovette accorrere e porsi sulla difensiva; ma, non lungi da Perinto, a circa diciotto miglia da Eraclea, fu combattuta una grande battaglia (30 aprile 313), che annullò tutti i vantaggi precedenti. Sconfitto, Massimino fuggì in Cilicia, ove morì.

68. =Nuova guerra tra Licinio e Costantino (314).= — Poco prima Diocleziano era morto a Salona, dopo avere assistito alla rovina della sua costituzione. Ma egli era almeno morto al tempo, per non veder la repressione fatta da Licinio vincitore, nella quale perirono la moglie di Galerio, sua figliuola, e un figlioletto di lei, i quali non avevano altro torto, salvo forse di soggiornare in Oriente. Anima del nuovo impero barbaro-asiatico erano due passioni: la ferocia e la diffidenza. Di fatti dalla caduta di Massimino non tardò a nascere una nuova guerra civile tra i due Augusti superstiti, perchè la vittoria aveva troppo ingrandito la potenza e i dominî di Licinio, il quale ora dava ombra a Costantino. Un pretesto qualunque — il rifiuto di Licinio di consegnare a Costantino un tal Senecione, il quale avrebbe congiurato contro di lui — bastò a far scoppiare la guerra. Licinio fu vinto una prima volta a _Cibalae_ in Pannonia sulla Sava l’8 ottobre 314, e poi di nuovo in Tracia, nella pianura detta _Mardiensis_ o _Jarbiensis_. Ma nè l’una nè l’altra furono vittorie decisive. Costantino comprese che, per sconfiggere definitivamente il rivale, sarebbe stato d’uopo portare la guerra fino nel cuore dell’Oriente, sguarnendo le frontiere pericolanti del suo impero. Preferì quindi venire a patti. Ebbe la Grecia, parte della Mesia, la Macedonia, l’Epiro, la Dacia, la Dardania, la Dalmazia, la Pannonia, il Norico. Ma la clausola più importante degli accordi fu questa: che Licinio, che non aveva figliuoli, rinunziava a nominare un successore; mentre Costantino, il cui figliuolo Crispo s’avvicinava alla maggiore età, rimaneva libero d’indicare questo, fra non molto, quale suo legittimo successore.

69. =Gli anni della pace (314-323). — La nuova riforma monetaria — La questione Donatista.= — Come che sia, la pace del 314 o 315 permise alla fine all’impero di respirare. Per circa nove anni le armi avrebbero taciuto; e si potrebbe provvedere anche alle cose civili, troppo trascurate sino allora. A qualche riforma civile, anzi, Costantino aveva posto mano prima del 314. Nel 312 s’era già occupato della moneta, emettendo con il nuovo nome di _solidi_ degli _aurei_ di un peso ridotto, ma fisso, non più di 1/60 di libbra, come Diocleziano, ma di 1/72. Quanto all’argento, mantenne l’_argenteus_ dioclezianeo di 1/96 di libbra; ma gli pose a fianco due nuove monete, che avrebbero reso più facile lo scambio con la nuova valuta d’oro: il _miliarense_ pari a 1/1000 di libbra d’oro, del peso cioè di 1/72 di libbra d’argento, e la _siliqua_ (o κεράτιον), pari alla metà della precedente. Ma se coniò delle buone monete, non potè neppure egli risanare la circolazione, togliendo di mezzo l’infinito numero di false monete d’argento apparente che l’infestavano; cosicchè il male, a cui Diocleziano aveva cercato di provvedere con il suo editto dei prezzi, non cessa di tormentare l’impero.

A questo stesso anno risale un’importante innovazione nell’amministrazione finanziaria: la cosiddetta _indictio_ o l’obbligo di rifare, ogni 15 anni, il censimento e il catasto di tutto l’impero. L’anno finanziario sarebbe così cominciato il 1º settembre e terminato il 31 agosto della chiusura del quindicennio; e l’anno primo della nuova êra fu il 312. L’_indictio_ servirà più tardi al conto degli anni, nell’impero bizantino.

Ma di maggior momento che la moneta e la finanza, era allora la religione. L’editto di Milano aveva stabilito la libertà dei vari culti, ma la vecchia dottrina pagana, che la società civile e la religiosa non possono essere separate; che, anzi, la religione è ancella della società civile e la serve, non era stata e non poteva essere cancellata d’un colpo. Se il Cristianesimo era forte, lo Stato era ancora più forte, e non voleva rinunciare al suo alto diritto sulle religioni, così necessario nella varietà dei culti innumerevoli, professati in tutto l’impero. Ma il Cristianesimo era una religione esclusiva che affermava di essere la sola vera; e che voleva imporre alla società civile la sua legge, non riceverla. Era inevitabile che da questa contradizione nascessero ogni sorta di difficoltà; e le prime vennero dalle eresie. La società cristiana cominciava a pullulare di eresie, che si combattevano con un furore esasperato dagli interessi con cui molto spesso le dottrine facevano corpo. Lo Stato non poteva disinteressarsi di queste contese, che turbavano tutta la vita civile e spesso addirittura l’ordine pubblico. Ma come poteva esso sciogliere delle questioni religiose, in una Chiesa che, per le questioni religiose, riconosceva solo l’autorità dei capi spirituali?

Costantino fece la prima esperienza di tante difficoltà in Africa. In questi anni era nata in Africa una setta intransigente, che escludeva dalla comunione ecclesiastica tutti coloro i quali, durante la persecuzione dioclezianea, avevano ceduto: i così detti _traditores_ o _lapsi_. E poichè, ad esempio, il vescovo di Cartagine Ceciliano era stato ordinato da uno dei così detti _traditores_ dell’epoca, questa setta gli contrappose prima un _Maggiorino_ e poi, nel 313, un _Donato_. Dal nome di quest’ultimo l’eresia si sarebbe appunto denominata con l’appellativo di _Donatismo_. In un paese ardente di fanatismo e di contrasti sociali come l’Africa e la Numidia del tempo, lo scisma non poteva astenersi da violenze e da rappresaglie. Costantino dovè intervenire, sollecitato dalle due parti, i Ceciliani e i Donatisti; ma come poteva egli, pagano, giudicare un litigio di questo genere? Costantino rimandò la questione ad una commissione di vescovi italiani e gallici, che giudicò contro i Donatisti. Ma questi non se ne diedero per inteso; non riconobbero la sentenza; e l’imperatore allora, il Pontefice Massimo del paganesimo, convocò per la prima volta un concilio cristiano ad Arles, il 1º agosto del 314. La maggioranza del concilio dette nuovamente torto ai Donatisti. Ma neppure la decisione del concilio di Arles valse a domare il Donatismo. Allora un ordine imperiale impose l’esclusione dei Donatisti dalle chiese di Africa. Per quanto l’impero avesse, con l’editto di Milano, affermato la libertà dei culti, esso era tratto, dalla necessità di mantenere l’ordine e la pace, a intervenire nelle faccende del culto cristiano, come interveniva in quelle di tutti gli altri culti. Ma i Donatisti, che erano maggioranza, resisterono; e nonostante persecuzioni, torbidi e lotte, l’eresia donatista rimase predominante in Africa. L’impero non aveva, di fronte a una religione come la cristiana, nessuna autorità nelle questioni di fede, ma solo la forza; e la forza non basta a sciogliere questioni di fede.