Roma antica, Vol. 3/3

Part 11

Chapter 113,415 wordsPublic domain

[74] AUG. _De Civit. Dei_, 5, 17. Sui rapporti tra _Il servizio militare e i primitivi cristiani_, cfr. G. ADAMI, in _Bilychnis_, rivista di studi religiosi, 1913, pg. 196 sgg. Sui rapporti tra Cristianesimo e Stato romano cfr. L. SALVATORELLI, _Il pensiero del Cristianesimo antico intorno allo Stato, dagli Apologeti ad Origene_, in Bilychnis, 1920.

CAPITOLO OTTAVO

DIOCLEZIANO

(284-305)

57. =Diocleziano e Massimiano: la spartizione dell’Impero (284-293).= — Anche il successore di Caro era un Dalmata, come Claudio e Aureliano, sebbene di natali ancora più oscuri. Chi lo diceva persino figlio di un liberto. Era stato nell’esercito fin dai più giovani anni, e s’era allenato alla scuola di tre grandi generali, Claudio, Aureliano, Probo. Ma quel barbaro era un grande uomo.

Appena eletto, ebbe a sostenere una guerra civile con Carino, che frattanto aveva combattuto contro gli Jazigi. Le due parti si prepararono per parecchi mesi e si affrontarono nella primavera del 285 sulla Morava. Par che Diocleziano avrebbe avuto la peggio, se Carino non fosse stato ucciso da uno dei suoi ufficiali. Ma la nuova guerra civile aveva scatenato i soliti disordini. Le province, abbandonate per parecchi mesi a loro stesse, avevano incominciato a proclamare nuovi pretendenti. Nella Gallia era scoppiata una insurrezione di contadini rovinati e di debitori insolvibili, la così detta insurrezione dei Bagaudi. I barbari ricominciavano ad agitarsi alle frontiere, a corseggiare le coste della Gallia e della Britannia. Diocleziano capì che un solo imperatore non poteva bastare a tutto; e poco dopo, a quanto sembra nella seconda metà del 285, chiamò a dividere le sue fatiche uno dei suoi compagni d’arme, Massimiano, figliuolo di un colono pannonico dei dintorni di Sirmio. Massimiano era un valente soldato, ma null’altro che un soldato, di scarsa coltura; onde è da credere che Diocleziano da principio volesse far di lui non un collega, ma un luogotenente fido e sicuro. Infatti Massimiano ricevè, non il titolo di Augusto, bensì quello di Cesare; e mentre, per dare una consacrazione religiosa alla loro autorità, Diocleziano prendeva il titolo di _Jovius_, Massimiano prese quello di _Herculius_. Anche tra i due Dei, sotto la cui protezione i due capi dell’impero erano posti, correva un rapporto di superiore a inferiore. Ma in poche settimane Massimiano soffocò la insurrezione dei Bagaudi; e questo felice successo fece mutare idea a Diocleziano. Nel 286 egli conferì il titolo di Augusto a Massimiano, e quindi equiparò, almeno in teoria, i poteri dei due principi, senza però rompere l’unità politica e legislativa dell’impero. Se ciascuno dei due Augusti aveva un suo esercito, un suo prefetto del pretorio, un suo bilancio speciale (non però forse uno speciale _Consilium principis_), le leggi e la moneta rimanevano comuni, gli atti pubblici portavano entrambi i loro nomi. Quello di Diocleziano era primo, come prevalente ovunque era la sua volontà, per la maggiore autorità e capacità, non per un potere più grande. Divise erano l’amministrazione e la difesa militare, ma anche queste senza limiti invalicabili; giacchè nessuno dei due Augusti non esiterà mai ad entrare, per qualsiasi ragione, nei territori all’altro affidati.

Insomma a capo dell’impero stava non più un imperatore, ma due, di egual potere, come per tanti secoli a capo della repubblica due consoli. La riforma era necessaria. Novamente, approfittando della insurrezione dei Bagaudi, Eruli, Burgundi, Alamanni passavano il Reno, e, quel ch’era peggio, il comandante della flotta, incaricato di dar la caccia ai pirati Sassoni e Franchi, — un tal Carausio — si intendeva segretamente con costoro, e, condannato a morte da Massimiano, insorgeva; prendeva il titolo di Augusto in Britannia, si impadroniva dell’isola e di qualche città costiera della Gallia, e creava una flotta poderosa, al riparo della quale sfidava l’autorità dei due Augusti legittimi. Nè le cose andavano meglio in Oriente, dove l’impero continuava ad essere minacciato, come era da circa trent’anni, ossia da quando Roma aveva perduto il suo maggior baluardo orientale contro il nuovo impero dei Sassanidi: l’Armenia. Due imperatori, uno in Oriente ed uno in Occidente, non erano di troppo. Difatti, mentre Massimiano respingeva con successo sul Reno la nuova invasione germanica, Diocleziano cercava di rimetter piede in Armenia, più con gli intrighi che con le armi. Il momento era favorevole; l’impero persiano era indebolito da una guerra civile, al punto che il Re Bahram aveva mandato ambasciatori a Diocleziano a sollecitarne l’amicizia; l’Armenia era stanca e malcontenta del dominio persiano; l’erede legittimo della corona armena, Tiridate, viveva in non volontario esilio, a Roma. Aiutato da Diocleziano Tiridate, con una sorpresa ben preparata, e approfittando degli imbarazzi del Re di Persia e del malcontento dell’Armenia, potè senza resistenza riprender possesso del reame dei suoi padri. L’Armenia era di nuovo sotto l’influenza romana. Il re dei Persiani, non essendo in grado di far guerra, s’acconciò a riconoscere il fatto compiuto.

58. =La tetrarchia e la nomina di Galerio e di Costanzo a «Cesari».= — Questa vittoria rassicurava alquanto l’Oriente, dove però compariva un nuovo nemico — e cioè i Saraceni, che dal deserto siro-arabico piombavano, rapinando, sul territorio romano; e dove l’Egitto si agitava, per ragioni poco chiare. Ma le difficoltà non diminuivano invece in Occidente. Qui Massimiano non era riuscito ad aver ragione di Carausio, che aveva arruolato un forte esercito di Franchi e di Sassoni; nuove agitazioni e migrazioni tornavano a minacciare dalla Germania, dove Goti, Vandali, Gepidi, Borgognoni si facevano guerra. Nell’Europa orientale si moveva anche la Sarmazia, l’antica Slavia; in Numidia, in Mauretania, ricominciava il fermento tra gli indigeni. Si sforzavano i due Augusti di tener testa a tutte queste difficoltà, volando dall’uno all’altro capo dell’impero, conferendo a questo o a quel generale poteri militari e civili amplissimi, facendo talora di necessità virtù e riconoscendo Carausio, poichè non potevano vincerlo, come terzo Augusto. Ma qualche anno di prova bastò a convincere Diocleziano e Massimiano, che neppur due Augusti erano sufficienti al compito: onde nel 293[75] Diocleziano si risolvè a spartire ancora l’amministrazione dell’impero, attribuendo ai due Augusti due nuovi collaboratori ufficiali, di un grado inferiore: due _Cesari_. Con questa riforma egli sperava di difendere meglio le frontiere, di rinvigorire l’amministrazione, di prevenire le ambizioni pericolose e di risolvere anticipatamente la questione della successione, che tanto aveva tormentato l’impero. Alla morte di un Augusto, il suo Cesare ne avrebbe preso il posto, nominando a sua volta un altro Cesare. I due ufficiali, chiamati a così alto onore, furono, il Cesare di Diocleziano, Galerio, un Dace, tempra rude, ma energica di soldato; l’altro, invece, il Cesare di Massimiano — Costanzo — soprannominato, dal suo pallore, _Cloro_, discendeva per parte di madre da Claudio il Gotico; era quindi il discendente di una famiglia cospicua, uno spirito colto, mite e un aristocratico, in mezzo alla torma dei parvenus, che governava l’impero. Le province furono distribuite tra i quattro imperatori. Diocleziano tenne per sè la parte più orientale dell’impero: la Bitinia, l’Arabia, la Libia, l’Egitto, la Siria; Galerio ebbe la Dalmazia, la Pannonia, la Mesia, la Tracia, la Grecia e l’Asia Minore; a Massimiano toccarono Roma, l’Italia, la Rezia, la Sicilia, la Sardegna, la Spagna e tutta la restante Africa; Costanzo ricevè la Britannia e la Gallia. I quattro capi dell’impero avrebbero dovuto risiedere non in Roma, ma sulle principali linee di confine: Diocleziano in Nicomedia (in Bitinia), Galerio a Sirmio (in Pannonia), Massimiano a Milano, Costanzo a Treveri (in Gallia).

59. =La nuova monarchia assoluta e il suo carattere religioso.= — L’impero però non era diviso. La unità politica e legislativa rimaneva, come prima, intatta. I due Cesari erano subordinati ai due Augusti; e tra i due Augusti, se Diocleziano era il più autorevole, la concordia era perfetta. Cosicchè, se la legislazione è fatta in nome dei quattro sovrani, la mente ispiratrice e coordinatrice è sempre Diocleziano. Ma la riforma assume un carattere religioso, a cui gli storici non hanno sempre badato a dovere. Come già un tempo Massimiano era stato adottato, quale figliuolo, da Diocleziano, così ora i due Cesari ricevono il nome e l’adozione dei due Augusti. Inoltre i due Cesari repudiano le loro consorti e sposano le figlie dei due Augusti, che li hanno adottati come figli; e come, al principio della loro rispettiva assunzione all’impero, Diocleziano e Massimiano avevano preso, l’uno, il titolo di _Jovius_, l’altro, quello, subordinato, di _Herculius_, così ora la famiglia del Cesare dell’uno e quella del Cesare dell’altro vengono rispettivamente, ad appartenere alla stirpe dei _Jovii_ e degli _Herculii_. Non è dubbio che nell’imaginare questo ordinamento del supremo potere Diocleziano si è inspirato al grande esempio degli Antonini e dell’adozione, quale fu praticata nel secondo secolo, sperando di poter ridare all’autorità imperiale la stabilità di cui in quel secolo godè. Ma il principio antico fu da lui adattato ai tempi. Così, risolutamente, una volta per sempre, è fissato il principio della divinità degli imperatori. Essi sono _a Diis geniti et deorum creatores_; i sudditi e l’esercito giurano nel loro nome, come un tempo giuravano per Giove o per Ercole; e la divinità, dalla quale essi e l’impero traggono forza e favore, è precisamente il Dio del Sole, che sui sovrani esercita la sua soprannaturale influenza: il persiano Mitra, dispensatore dei troni e degli imperi[76]. Inoltre questa nuova maestà divina dell’impero è inculcata nella coscienza dei sudditi per il veicolo dei sensi. Il sovrano porterà in capo il diadema come i grandi monarchi orientali; un diadema radiato come il Sole, che l’illumina del proprio favore. Le sue vesti e i suoi calzari saranno cosparsi di pietre preziose. Nè egli sarà più, come Augusto, Traiano o Vespasiano, un semplice mortale, che sia lecito accostare in ogni giorno e ad ogni ora. Per rivolgere a lui la parola, occorrerà osservare le norme di un apposito protocollo, e, allorchè si sarà venuti alla sua presenza, sarà mestieri inchinarlo in una specie di adorazione. L’assolutismo orientale trionfa finalmente sulle rovine dell’ellenismo e del romanesimo per tanta parte distrutto dal grande rivolgimento del terzo secolo, nell’impero ormai in gran parte popolato e governato dai barbari.

60. =La riforma dell’ordinamento provinciale.= — L’impero romano è ora veramente governato dall’assolutismo asiatico. Forse Diocleziano non trascurò di notificare al senato la propria e le successive elezioni imperiali, o di rispettare molte forme, rese auguste dalla tradizione. Ma il senato, come corpo politico, è escluso dal governo, e trattato come un corpo consultivo, di cui si può ascoltare il consiglio senza essere obbligati a seguirlo. Il senato non ha più province da amministrare, è escluso dal governo effettivo e sostituito dal _Consistorium principis_; un corpo nuovo, di cui fanno parte i grandi ufficiali dello Stato, il quale esamina, come l’antico senato, questioni di carattere legislativo.

Riforma più importante, Diocleziano divide definitivamente il potere civile dal potere militare, assegnando a ogni provincia un _praeses_ o governatore civile e affidando il comando delle forze militari ad un certo numero di _duces_. Questa riforma può sembrare in contradizione con le strettezze pecuniarie dell’impero. Mentre queste imponevano l’economia, il bipartire la amministrazione richiedeva un aumento notevole di spesa. Ma le necessità politiche che spinsero Diocleziano su questa via erano troppo forti, perchè egli potesse spaventarsi per la spesa. Da una parte, dividendo i poteri civili dai militari, egli mirava a far più deboli così il _praeses_ come il _dux_ e a render quindi più difficili quelle proclamazioni di imperatori nelle province che erano state il flagello del terzo secolo. Dall’altra cercava di riparare alle deficienze dell’elemento militare che, reclutato nelle popolazioni più rozze, non sempre possedeva le qualità necessarie per governare le province, in un impero che, per quanto decaduto, era l’erede di un’antica tradizione di coltura. La separazione del potere militare e del potere civile, che noi annoveriamo tra i grandi progressi civili, apparisce nella storia della nostra civiltà come un espediente di tempi calamitosi; e dovette sembrare ai contemporanei piuttosto un segno di decadenza, perchè l’unità dei due poteri era stato uno dei principî cardinali delle antiche aristocrazie e una delle ragioni della forza romana. Nè Diocleziano si contentò di dividere il potere; frantumò anche le province, dividendole e suddividendole come nessuno dei suoi predecessori aveva fatto: sicchè per l’anno 297 noi conosciamo 96 comandi civili per le province in luogo di 57 quanti egli ne aveva trovati alla sua assunzione. Nel tempo stesso, per impedire che questo spezzettamento delle province indebolisse l’impero e la forza dell’autorità centrale, egli creò le _Diocesi_. Le Diocesi erano state fino ad allora delle suddivisioni, finanziarie e giudiziarie, delle province. La diocesi Dioclezianea raggruppa parecchie province in una superiore circoscrizione, agli ordini di un magistrato nuovo, il vicarius. Erano dodici di numero: 5 in Oriente e si chiamavano _Oriens, Pontica, Asiana, Thracia, Moesia_; 7 in Occidente, con il nome di _Pannonia, Britannia, Gallia, Viennensis, Italia, Hispania, Africa_. Cosicchè d’ora innanzi a capo dello Stato ci saranno due Augusti con due Cesari a loro subordinati. Immediatamente al di sotto degli uni e degli altri ci sono i dodici _vicarii_, e al loro fianco, alla pari, i proconsoli, governatori di talune province privilegiate; finalmente al di sotto dei _vicarii_ i _praesides_, o talora, dei _consulares_ o _correctores_, secondo variamente sono denominati i governatori delle nuove province ridotte. Accanto a questa gerarchia civile stanno poi i _duces_, con competenze territoriali, determinate da esigenze militari e non necessariamente corrispondenti all’ambito delle province o delle diocesi.

L’impero così diviso e ordinato aveva bisogno di un personale adeguato. Diocleziano è nell’impero il primo organizzatore di quella che si potrebbe chiamare la burocrazia egualitaria, che sostituisce l’antica aristocrazia. L’impero è ormai governato non più da una aristocrazia ereditaria, le cui famiglie hanno nel tempo stesso il diritto e il dovere di esercitare le cariche più alte dello Stato senza ricevere un adeguato compenso; ma da una burocrazia, reclutata in tutte le classi e in tutte le popolazioni dell’impero, nella quale il merito e il favore dei capi sono il solo titolo per riuscire, e che vive dei suoi stipendi come della propria sostanza o professione. L’imperatore è il capo e l’arbitro di quella burocrazia.

L’Italia non è più nell’impero che un territorio provinciale, di nuovo soggetto, come prima della guerra di Perseo, all’imposta fondiaria, salvo — estremo angolo privilegiato — la Campagna romana fino a 100 miglia dalle mura della città. L’eguaglianza diventa il principio del nuovo governo, sulle rovine dell’antica aristocrazia.

61. =La riforma militare e la riforma delle finanze.= — Ingegno organico e costruttivo, Diocleziano non attuava una riforma senza prevedere le necessarie concatenazioni e senza provvedere. L’aumento dei capi dello Stato e la loro dislocazione in quattro centri strategici, la separazione del potere militare dal civile non potevano bastare alla difesa dell’impero. Diocleziano quadruplicò la guardia del corpo degli imperatori, aggiungendo agli antichi i nuovi pretoriani che si diranno i _milites Palatini_ o _Comitatenses_; aumentò gli effettivi militari accrescendo l’esercito di circa un terzo, da 350.000 a 500.000 uomini[77]. Insieme con i soldati, crebbero gli officiali, e in misura ancora maggiore; perchè, per meglio dominare ciascuna legione e per bilanciare la potenza dei _duces_, l’effettivo delle legioni fu diminuito e moltiplicato il numero dei tribuni militari.

Ma l’aumento delle Corti, della burocrazia e dell’esercito richiedeva maggiori spese. Anche a questo Diocleziano provvide con molta sagacia. Incominciò a decretare quello che noi oggi chiameremmo un nuovo catasto; introducendo poi un ordinamento fiscale, uniforme per tutte le province, ma che teneva conto delle qualità del terreno, creando una nuova unità fiscale, denominata secondo i luoghi, _iugum, caput, millena, centuria_, la quale comprendeva terre di natura diversa e di diversa estensione, ma doveva avere un identico valore fiscale e quindi fornire l’identica contribuzione. Così, ad esempio, 5 _iugeri_ di vigneto o 20 _iugeri_ di terre coltivabili di prima qualità facevano un _iugum_, mentre a farlo occorrevano 40 _iugera_ di seconda qualità e 60 di terza; e per ogni coltura ce ne voleva di più, se si trattava di terreno montuoso, di meno, se di terreno pianeggiante[78]. Il modo della esazione fu regolato con grande cura. La somma imposta dallo Stato a una circoscrizione fiscale, comprendente perciò un certo numero di _iuga_, era notificata ai decurioni (i membri del piccolo senato di ciascuna città), i quali ne ripartivano l’ammontare tra i proprietari e i locatari del suolo pubblico (_possessores_), esclusi i detentori di piccolissime terre, e ne curavano direttamente l’esazione, essendo responsabili dei versamenti. Il sistema tributario era ottimo e garantiva pienamente lo Stato. Ma col sopraggiungere dei giorni tristi, avrebbe rovinato alla fine un intero ordine sociale, il più agiato, e con questo l’amministrazione delle singole città, che non avrebbero più trovato uomini, pronti ad assumerla.

62. =L’Editto sui prezzi.= — Diocleziano, dopo tanto falsificare di monete a cui si erano abbandonati i suoi predecessori, coniò di nuovo delle monete buone: un _aureus_ di 1/50 di libbra (=gr. 5,45), un _argenteus minutulus_ (un sostituto del vecchio _denarius_) di 1/96 di libbra (=gr. 3,40); ma non potè risanare la circolazione, inquinata da masse enormi di _denarii_ di bassa lega, argentati invece che d’argento; cosicchè la moneta cattiva scacciando la buona, la misura dei valori economici continuò ad essere incerta o falsata, con infinita iattura della buona fede e dell’onesto lavoro. Le oscillazioni dei prezzi, in tanta incertezza del vero valore della moneta, continuarono ad essere tali e così tormentose per tutti, a cominciare per lo Stato il quale non poteva più calcolare, come Diocleziano stesso ci fa sapere, le sue spese con sicurezza, che Diocleziano tentò di rimediare con un _Edictum de pretiis rerum venalium_[79], pubblicato nel 301, nel quale erano fissati i prezzi massimi, oltre i quali era proibito di vendere e di comperare, _sotto pena di morte_. Noi possediamo quasi intero il testo di questo editto, con la sua minuziosa enumerazione di derrate, di manufatti e dei loro prezzi, e con una lunga prefazione dell’imperatore. In un latino un po’ strano e involuto, l’imperatore lamenta il crescer continuo, quasi di giorno in giorno e di ora in ora, dei prezzi, che rovina i privati e lo stesso erario, ma non accenna in nessuna maniera alle cause, cosicchè la sola esperienza dei non lieti casi presenti in tanta parte di Europa ci induce ad attribuirla, — ma l’attribuzione è sicura, — al rinvilio della moneta. Il quale a quei tempi era giunto a tal punto che dall’Editto di Diocleziano risulta come il _denarius_, che ai tempi belli dell’impero valeva un po’ meno della nostra lira di metallo, scendesse al disotto di 2 centesimi; cosicchè l’Editto minaccia la mannaia appunto a chi pagasse una libbra d’oro più di 50.000 denari.

63. =La grande guerra persiana (296-298).= — Ma non nella pace soltanto i due Augusti e i due Cesari fecero cose insigni. A Diocleziano e al suo governo riuscì pure di ricostituire l’unità dell’impero recuperando la Britannia. Carausio era stato ucciso da un suo ufficiale, un certo _Allectus_, che si era illuso di prendere il posto; ma per poco tempo, chè fu disfatto ed ucciso (296). Prontamente e rapidamente fu anche repressa una insurrezione di Alessandria, ove, pare, si era tentato di contrapporre ai sovrani legittimi un pretendente (296). Grandi difficoltà parvero invece incominciare per un momento con la Persia. Nel 294 era salito al trono Narsete o Narseo (_Narsehi_), il quale, per vendicare la remissiva politica del predecessore, nel 296, approfittando che Galerio era in Pannonia e Diocleziano impegnato in Egitto, si gettò sull’Armenia, minacciando nel tempo stesso la Siria.

Diocleziano richiamò subito Galerio e lo spedì contro i Persiani. Ma quell’impetuoso soldato commise un grave errore: attaccò il nemico nella stessa regione, in cui, tre secoli e mezzo prima, avevano trovato sepoltura le legioni di Crasso, e con fortuna non migliore. Il grande imperatore dovette rifare l’esercito distrutto, arruolandovi in massima parte i barbari dell’Occidente, specie Goti e Daci, e ritentare l’impresa per un’altra via, invadendo il paese nemico per la montuosa Armenia. Il nuovo esercito fu affidato a Galerio, il quale volle vendicare la disfatta precedente e ci riuscì. In un impetuoso attacco notturno, non solo disfece il campo persiano, ma catturò tutta la famiglia reale. Solo Narsete, ferito, potè a stento salvarsi con la fuga. Imbaldanzito, Galerio sognava già, nuovo Alessandro, la conquista della Persia. Ma i barbari ricominciarono a minacciare i confini; in quello stesso 297 Costanzo doveva partire per la Britannia; e mentre i Germani, rincorati da quest’assenza, minacciavano la Gallia, Massimiano era costretto a partire per l’Africa ove scoppiava un’altra rivolta. Diocleziano era dunque disposto a far pace; e la faceva ai primi del 298 a condizioni molto vantaggiose. Tutta la Mesopotamia, un tempo conquistata da Settimio Severo, era novamente restituita all’impero; inoltre il re persiano cedeva cinque province armene dell’alta valle del Tigri, che Sapore I aveva conquistate: quali fossero, le fonti non sono concordi[80]. L’Armenia fino a Zinta nella Media Atropatene era riconosciuta a Tiridate, l’Iberia (l’attuale Georgia) diveniva Stato vassallo non più della Persia, ma di Roma. Finalmente Diocleziano otteneva che tutto il commercio persiano con Roma passasse esclusivamente per Nisibis, allo scopo di semplificare il servizio delle dogane dell’impero. Per tal guisa l’impero acquistava una forte frontiera strategica, e delle alleanze molto utili nella Caucasia: raggiungeva insomma, quasi senza colpo ferire, una pace, che durerà circa quarant’anni.