Roma antica, Vol. 3/3

Part 10

Chapter 103,599 wordsPublic domain

53. =L’ultima restaurazione dell’autorità del senato (276-282) e gli ultimi imperatori del III secolo, Caro, Carino, Numeriano e l’elezione di Diocleziano (282-284).= — Ucciso Aureliano, le legioni ricusarono di scegliere un imperatore e si rivolsero al senato perchè lo eleggesse. La sorpresa era singolare; ma non inesplicabile. Anche i soldati avevan capito alla fine che gli imperatori acclamati dalle legioni non potevano governare, perchè mancava loro un titolo legale indiscutibile della autorità; che neppure il genio e i più insigni servigi potevano interamente supplire a questa mancanza; che, mancando di legittimità, gli imperatori capaci e gli incapaci, Gallieno come Aureliano, erano egualmente esposti al pericolo di esser rovesciati da quella stessa forza illegale che li aveva inalzati. Disperato, tutto l’impero, le legioni comprese, si volgeva invocando l’ordine, la pace, la salvezza, verso il senato, che per tanti secoli era stato insieme con i comizi la sacra fonte della legalità in Roma. Ma un principio di autorità quasi disseccato non rinverdisce solo perchè gli uomini, stanchi del disordine, lo supplicano di aiutarli. Il senato era vecchio e stanco; dapprima, quasi insospettito, cercò di schermirsi; poi, costretto, s’indusse ad eleggere imperatore il più anziano dei suoi membri, il _princeps senatus Marco Claudio Tacito_ (275-276), che a sua volta, in sulle prime, cercò ogni mezzo per schivare la porpora. Tacito cercò di governare come aveva governato Traiano: ma dopo pochi mesi era ucciso da una rivolta di soldati, malcontenti per la debolezza del suo governo; e di nuovo l’anarchia infuriò nell’impero, sprovvisto ormai di un principio di autorità. Alla morte di Tacito alcune legioni proclamarono il fratello suo _M. Annio Floriano_ (276); altre _M. Aurelio Probo_ (276-282), uno dei più valenti generali di Aureliano. Probo ebbe il sopravvento, e cercò di governare al modo di Tacito, invocò e riconobbe l’autorità del senato, gli restituì il diritto di giudicare in appello nei processi penali, di nominare governatori e persino di ratificare le costituzioni imperiali; nel tempo stesso in cui con mano vigorosa provvedeva a difendere le frontiere. Ben forte doveva essere negli animi il terrore dell’anarchia, che la politica di Settimio Severo aveva scatenato nell’impero, se anche un soldato come Probo cercava di ricostituire pezzo a pezzo l’infranto edificio della potenza del senato!

Ma era troppo tardi. Probo non fu più fortunato di Tacito. Dopo aver dovuto lottare con parecchi pretendenti eletti nelle province, anche questo valoroso imperatore cadde vittima della non placata violenza delle legioni, nel 282. Le legioni gli diedero come successore _M. Aurelio Caro_ (282-283) che si affrettò ad associarsi i due figli, Carino e Numeriano, e si accinse subito a far guerra alla Persia. L’impresa gli era riuscita felicemente; egli aveva già occupato Seleucia e Ctesifonte, allorquando, sulla fine del 283, dopo un anno di regno, chi disse un fulmine, e chi una congiura di militari, lo tolse di mezzo. L’esercito era stanco, come sempre, per le difficoltà della guerra persiana; _Numeriano_, che aveva accompagnato il padre e che gli successe, era, più che un soldato, un poeta. Fu quindi deciso il ritorno. Ma per via perì anche Numeriano. Questa volta si accusò apertamente il prefetto del pretorio, il suo suocero Apro, di averlo ucciso. Venne subito ordinata un’inchiesta e composto un tribunale di generali; il quale scelse ad imperatore il comandante della guardia del corpo: _C. Valerio Aurelio Diocleziano_ (17 settembre del 284)[68].

54. =La crisi economica del III secolo.= — Anche l’ultimo tentativo di ristabilir l’ordine nell’impero per mezzo dell’autorità del senato, questo sforzo supremo di trovare la via dell’avvenire ritornando al passato, era fallito. L’anarchia durava ormai da mezzo secolo, ogni anno più violenta, e così vasta e profonda quale il mondo antico non aveva ancor vista. Le guerre civili della repubblica erano state disordini piccoli e circoscritti a paragone, perchè gli elementi essenziali della civiltà antica non erano stati distrutti. Questa volta, invece, no; la crisi politica dell’impero era diventata una crisi storica, perchè così l’ellenismo come il romanesimo, le due forme più alte della civiltà antica, furono ambedue colpite a morte in quel mezzo secolo, e non si riebbero più. Le guerre, le invasioni, l’insicurezza generale, l’universale impoverimento, le epidemie incessanti avevano assottigliato la popolazione. L’ostinazione con cui anche i più savi tra gli imperatori continuarono a trapiantare barbari nei territori dell’impero, è la prova più manifesta del bisogno di uomini in cui versava l’impero. La diminuzione della popolazione travagliava, com’è naturale, la agricoltura e l’industria, e accresceva ancor più il generale impoverimento, che era una delle sue cause. Gli agricoltori — coloni liberi, lavoranti, schiavi e piccoli possidenti — spariscono in gran numero; la piccola proprietà si assottiglia, il latifondo si dilata, le terre incolte si estendono. A sua volta, l’industria, così fiorente sotto gli Antonini e perfino sotto i Severi, soffrì profondamente; un po’ perchè molti artigiani erano periti, portando seco il segreto faticoso di arti perfezionate dal lavoro di molte generazioni, un po’ perchè la crescente povertà diminuì il consumo, un po’ perchè gli scambi fra Oriente e Occidente, tra province e province, così floridi e facili nei primi due secoli dell’impero, furono gravemente interrotti. Spariscono anche — e fu minore rammarico — giochi ed atleti, teatri e spettacoli. I teatri delle città minori cadono in rovina; quel furore di giochi e spettacoli molteplici, che diffondendosi da un capo all’altro dell’impero, l’aveva, per dir così, unificato nel piacere, illanguidisce, e si raccoglie in poche grandi città e in alcuni giochi e spettacoli superstiti, non i più fini ed eletti. Molte miniere si chiudono, massime le miniere d’oro, o per mancanza di braccia, o perchè i paesi sono invasi dai barbari. Alla rovina dell’agricoltura e dell’industria si accompagna, come è naturale, il dissesto del traffico. La poca sicurezza generale dell’impero, la difficoltà dei viaggi e dei trasporti, la cattiva moneta, la crescente povertà arenano il commercio. Ma mentre la ricchezza dell’impero scema, crescono i carichi. Un fiscalismo implacabile spolpa e scarnifica l’impero, per pagare le spese delle guerre civili ed esterne, per mantenere gli eserciti cresciuti di numero e più esigenti, per lenire la miseria delle plebi urbane con lavori pubblici e con donativi. A tanti flagelli si aggiunge infine la cattiva moneta. Un po’ per rimediare alla scarsezza dell’oro, un po’ per far fronte alle spese pubbliche senza aumentare troppo le imposte, gl’imperatori alterano il peso e la composizione delle monete. Sotto Caracalla il peso dell’aureus era disceso a gr. 6,55; ma, dopo Severo Alessandro esso diviene tanto irregolare, che i pagamenti in oro si fanno a peso. Peggio accade per la moneta d’argento. Già le proporzioni della lega nel _denarius_ e nell’_antonianus argenteus_, emesso per la prima volta da Caracalla, erano cresciute a dismisura negli anni successivi alla morte di Settimio Severo. Ma l’_antonianus_ non ha più, sotto Claudio il Gotico, che il 4 o 5% di argento, e non si distingue dalla moneta di rame se non per il colore ottenuto mediante un lavaggio in un bagno di argento o di stagno[69]. Anche le monete di bronzo sono emesse con peso ridotto. Onde un salire e oscillare vertiginoso dei prezzi; una disperata scarsezza di capitale che si esaspera quanto più la falsa moneta abbondi; un impoverimento universale, aggravato dalla ingiunzione con cui parecchi imperatori costringono gli infelici sudditi a pagare le imposte in oro. Lo Stato rifiutava la cattiva moneta, di cui inondava l’impero!

55. =La catastrofe dell’ellenismo e del romanesimo.= — L’anarchia, le guerre civili, la rovina del commercio, dell’agricoltura, dell’industria, il fiscalismo, intrecciandosi e sommandosi, avevano generato una delle crisi più memorande nella storia della civiltà umana. Sparisce in quella crisi, perchè è sterminata o impoverita o dispersa, quella aristocrazia, che durante il primo e secondo secolo, aveva retto, abbellito e incivilito l’impero, fondendo insieme l’ellenismo e il romanesimo; e con quella aristocrazia, l’ultima, la più numerosa e vasta tra quelle che si erano succedute nel mondo latino ed ellenico, cade lo stesso principio ereditario aristocratico, che della civiltà greca e latina era stato la colonna maestra. La parte delle ricchezze di questa aristocrazia che non andò distrutta, e il potere che essa aveva esercitato, trapassano ora a una nuova oligarchia di ricchi e di alti funzionari, civili e militari, che quel tremendo disordine ha portato su dalle classi più basse e dalle popolazioni più barbare dell’impero, ma che non riesciranno più a costituirsi in una aristocrazia ereditaria, disciplinata, ligia ad una tradizione secolare e ad una dottrina della vita, alta ma fissa, simile a quella che aveva fondato e retto l’impero romano. La civiltà antica ricevè quindi un colpo mortale, da cui non si riebbe più. Dopo cinquant’anni di anarchia, non solo tutte le industrie e tutte le arti, nelle quali la civiltà greco-romana aveva raggiunto tanta perfezione — la scultura come l’orificeria e come l’architettura, — si sono fatte più grossolane; non solo la cultura intellettuale in tutte le sue forme — filosofia, diritto, letteratura — si accascia illanguidita; ma la religione che era stata per tanti secoli in Grecia e in Roma il fondamento dello Stato e del consorzio sociale, il paganesimo, è moribonda. I culti orientali, lungo tempo trattenuti dall’accorta e tenace resistenza dello Stato, irrompono da tutte le parti.

Questo rivolgimento spirituale ha generato così immensi effetti nella storia del mondo, che è necessario soffermarsi a indagare le ragioni per cui in questo secolo le popolazioni dell’impero abbandonano per le religioni dell’Oriente il politeismo greco-latino. Queste ragioni sono diverse: ma due paiono prevalere per importanza. Il mondo greco-latino era giunto a tale grado di maturità spirituale, da poter separare la filosofia e la morale dalla religione. Il paganesimo era quindi un corpo di favole e di riti, fuori del quale il pensiero aveva creato filosofie e dottrine etiche viventi per forza propria. Le religioni orientali invece non solo agivano sui sensi e commovevano il sentimento più fortemente che il paganesimo, con la pompa delle loro feste, con lo splendore delle processioni, con i canti, con lo spavento, le speranze, l’estasi, e il misticismo che scaturiva dai loro misteri. Ma supplivano alle scuole filosofiche, che i popoli orientali non erano giunti a creare; contenevano delle metafisiche; affrontavano il problema del destino dell’uomo, della vita, del mondo, dichiarando di averlo già sciolto[70]. In tempi in cui la cultura filosofica era tanto decaduta, queste religioni, che contenevano una metafisica e una etica, ambedue affermative, semplici, senza troppe discussioni, esenti da dubbi, dovevano sembrare — ed erano — superiori al paganesimo formalistico e un po’ vuoto, che aveva bisogno di essere integrato da un’alta cultura filosofica.

L’altra ragione è politica. I culti orientali, essendo nati in paesi di assolutismo, contenevano quasi tutti una giustificazione mistica dell’autorità suprema, che nella anarchia del III secolo attrasse l’attenzione dei gruppi governanti l’impero. Questi, man mano che l’autorità del senato e la forza della tradizione romana vengono meno, cercano nella religione un principio mistico di legittimità, sul quale l’autorità imperiale posi più salda, che sul mobile favore delle legioni o sul capriccio della fortuna delle armi. La storia del mitraismo lo prova. Il mitraismo è l’antico mazdeismo dell’Iran, combinato con la teologia semitica e con altri elementi delle religioni indigene dell’Asia Minore: una religione, dunque, che veniva da un paese contro cui Roma lottava tenacemente da secoli. Eppure, nel terzo secolo, noi lo troviamo diffuso per tutto l’Impero, massime nelle province di confine, nella Gallia orientale e nella Germania occidentale, in tutte le province danubiane, in Dacia, in Numidia e nella sede stessa dell’impero, l’Italia settentrionale e centrale. Anzi a partire da Commodo, che primo tra gli Augusti romani si era fatto iniziare ai misteri di Mitra, e durante tutto il terzo secolo, il favore degli imperatori per il mitraismo cresce continuamente, finchè Aureliano, vendicando Eliogabalo, istituisce ufficialmente il culto del _Sol Invictus_, una specie, sembra, di mitraismo latinizzato. Si può dire che da Aureliano in poi, per parecchie generazioni, l’alta burocrazia dell’impero, civile e militare, sia stata seguace del mitraismo, latinizzato alla meglio nella nuova religione di Stato. Come spiegare questo favore della nuova monarchia assoluta per una religione, che le sue origini avrebbero invece dovuto fare sospetta? Il mitraismo affermava che i monarchi regnano per grazia divina e, come tali, ricevono da Mitra i superiori attributi della divinità; che anzi, per la sua influenza onnipresente, ne divengono consubstanziali[71]. Il principio della legittimità è così trasportato dal senato alla Divinità.

56. =Il Cristianesimo.= — Ma la dottrina che in questo mezzo secolo si impadronì del corpo e dell’anima dell’impero fu il Cristianesimo. In questi cinquanta anni si diffuse in tutto l’impero e penetrò negli eserciti, in senato, a Corte, in tutti gli ordini sociali; conquistò poveri e ricchi, ignoranti e colti; e costituì una gerarchia semplice ma salda su principî rigorosamente autoritarî. In ogni Chiesa c’era un clero numeroso, composto di diaconi, che formavano il personale servente, degli anziani (πρεσβύτεροι) che componevano un consiglio dirigente, e del vescovo (ἐπίσκοπος) che era il capo della chiesa con poteri quasi assoluti. Il vescovo era eletto dal clero, consenziente l’assemblea dei fedeli ed a vita; eleggeva gli anziani ed i diaconi; ed era già ormai, all’epoca di cui parliamo, un personaggio autorevole della città. Il Cristianesimo può ormai lottare da pari a pari con l’impero.

Al principio del terzo secolo il Cristianesimo si confondeva con molte altre religioni orientali, tenute d’occhio, ma più sprezzate che temute, dalla aristocrazia governante. Come si spiega questo suo rapido diffondersi in quel mezzo secolo? Con quella sua radicale negazione dei principî su cui il mondo greco-latino posava, che per più di due secoli l’aveva fatto odioso o spregevole agli occhi di tanti. La civiltà antica, in Grecia e in Roma, era stata aristocratica e politica. Essa aveva cercato di creare lo Stato perfetto, splendido, giusto, sapiente, che fosse l’organo delle virtù più alte dello spirito umano nelle mani di piccole oligarchie di «ottimi», a cui l’eccellenza sopra la comune natura umana imponeva obblighi più alti e più gravi. Non l’eguaglianza, ma la diseguaglianza morale degli uomini era il principio su cui lo stato antico posava. Il Cristianesimo affermando la eguaglianza morale tra gli uomini, tutti figli del medesimo Dio, distruggeva dalla radice ogni forma aristocratica della società e del governo; e ponendo lo scopo della vita in un ideale di perfezione personale, dichiarava di nessuna importanza quella perfezione e quella potenza dello Stato, in cui gli antichi avevano raffigurato il massimo dei beni. Che importava se le città o l’impero erano bene o mal governate, quando un uomo, obbedendo a Dio e vivendo virtuosamente, poteva raggiungere la perfezione? Il male fatto dai potenti noceva soltanto a chi lo faceva, poichè essi dovrebbero renderne conto a chi era più potente di tutti i grandi della terra. Finchè l’impero fu forte e prospero; finchè il potere fu tranquillo e pieno di dolcezze; finchè l’aristocrazia che lo governava godè di un grande prestigio, queste dottrine non si diffusero molto. Ma quando, nel terzo secolo, l’aristocrazia è distrutta e lo sforzo di tanti secoli per creare lo Stato perfetto, giusto, sapiente mette capo alle più orrende dittature della violenza, al più spietato fiscalismo, alle continue guerre civili, alla anarchia permanente, all’universale insicurezza, le dottrine cristiane sembrano le sole, che sciolgano tutti gli insolubili enigmi del tempo. Disperando di poter curare i mali orrendi dell’impero, gli uomini fanno buona accoglienza ad una dottrina che insegnava loro questi mali esser di poca importanza; e che ognuno poteva trovare in se stesso la perfezione, la felicità, la salvezza.

Le numerose istituzioni d’assistenza e di beneficenza, che il Cristianesimo aveva fondate, ne aiutarono molto le fortune. Ovunque le comunità cristiane provvedono alle vedove, agli orfani, ai malati, ai vecchi, agli impotenti, ai condannati per la causa di Dio, al riscatto dei prigionieri, alla cura degli schiavi, alla sepoltura dei poveri, all’ospitalità dei correligionari forestieri, ai soccorsi in favore delle comunità povere o in pericolo. I beni che le comunità cristiane possedevano erano stati in gran parte donati dai ricchi, molti dei quali, in vita o in morte, trasferivano alla Chiesa parte o tutta la loro fortuna. La Chiesa veniva quindi raccogliendo una gigantesca manomorta, i cui frutti essa spendeva, parte a beneficio proprio, parte a pro dei derelitti e dei poveri. Non è difficile imaginare quale formidabile strumento di potenza fosse questo patrimonio e le istituzioni di assistenza e di beneficenza che su quello posavano, in mezzo alla crisi, alla miseria, alla generale insicurezza del terzo secolo. Le chiese cristiane apparvero allora a molti come un porto sicuro nella tempesta. Mentre gli spiriti eletti giungevano al Cristianesimo attraverso la prova del dolore proprio, o la visione del dolore altrui, attraverso il disgusto del mondo sconvolto e contaminato, in uno sforzo affannoso verso la pace e la beatitudine, molti erano attratti alla nuova fede dal bisogno dell’assistenza, di cui la Chiesa era larga con i derelitti. Il Cristianesimo era dunque ormai una potenza spirituale e terrena. Senonchè, a differenza del mitraismo, esso non godè punto il favore degli imperatori. Se sarebbe esagerazione il dire, come si fa da alcuni, che tutti gli imperatori del terzo secolo furon avversi ai cristiani, certo è che il Cristianesimo ebbe a soffrire sotto alcuni di questi — come Decio e Valeriano — fierissime persecuzioni, e che fu sempre considerato dai poteri pubblici con una diffidenza ostile, a cui contrasta il favore accordato al mitraismo. Lo spirito stesso del Cristianesimo spiega questa diffidenza. Non è dubbio che il Cristianesimo fu per l’impero una forza dissolvente. A mano a mano che i tempi si facevano torbidi, il Cristianesimo prendeva coraggio a sostenere, con maggiore o minor fervore secondo le diverse sètte, che il cristiano deve fuggire le pubbliche cariche, gli onori, gli uffici, che mettono a repentaglio la sua fede. Egli non può curare i templi, disporre i giuochi del Circo, giudicare e processare i suoi concittadini; egli non può quindi — salvo a scontarlo con la perdizione dell’anima — divenire magistrato. Il mondo, in cui gli altri vivono e tripudiano, è l’albergo di una religione e di una civiltà, che Cristo ha maledette, e nessuna sua gioia e nessun suo dolore può indurre a parteciparvi il perfetto cristiano, il quale, anzi, non anela che a uscire il più presto possibile da questa valle di colpe e di lagrime. A fil di logica, il dovere del cristiano sarebbe dunque quello di distruggere l’Impero. Se egli non lo fa, gli è perchè — afferma Tertulliano — il cristiano possiede a fondo la dottrina e la consuetudine della mitezza.

Come operassero simili dottrine, in un tempo in cui le cariche pubbliche diventavano così pericolose, si imagina facilmente. Il Cristianesimo distruggeva l’impero con l’astensione; togliendo al governo un grande numero di uomini intelligenti, colti, onesti, zelanti delle classi superiori. Molti cittadini, che avrebbero potuto e, secondo le antiche dottrine, dovuto assumersi le pubbliche cariche, preferiscono donare il loro patrimonio alla Chiesa e rifugiarsi nella religione; altri sfuggono alla responsabilità del potere per vie diverse, di cui taluna sarà anche deplorata dagli imperatori cristiani[72]; il celibato cresce più che sullo scorcio della repubblica. Ma anche più dei servizi civili soffriva l’esercito. Già nel secondo secolo, il Cristianesimo aveva affermato che «non è lecito essere uomo di spada, dopo che il Signore ha dichiarato che chi ferisce di spada ne perirà, e che il Figlio della pace, cui non conviene neanche impegnarsi in un litigio, può ancor meno impegnarsi in battaglia»; che «il Signore, disarmando Pietro, manifestò chiaramente il suo volere che ogni soldato dovesse deporre la spada»; onde al militare cristiano nessun’altra via rimane, fuorchè quella di «abbandonare subito l’esercito» o «risolversi a soffrire per Cristo la stessa sorte di ogni altro Cristiano»[73]. I Canoni della Chiesa di Alessandria sconsigliano l’arruolamento volontario, fondamento dell’esercito romano; ed affermano autorevolmente «non convenire ai cristiani di portare le armi». Lo stesso Lattanzio ragguaglia e vieta l’ufficio del carnefice e la guerra, chè al precetto divino, che proibisce di uccidere, «non può farsi veruna eccezione». Sant’Agostino infine dice che al cristiano è indifferente vivere sotto questo o quel regime, purchè lo Stato non lo obblighi a commettere azioni empie ed inique[74].

Quando Diocleziano è assunto all’Impero, gli elementi più vitali dell’ellenismo e del romanesimo sono ormai morenti. Tutta la cultura antica, il paganesimo, le dottrine politiche e morali del mondo antico agonizzano, l’impero è in parte già distrutto, in parte pericolante. L’opera della Grecia e di Roma sta cadendo, distrutta dai nemici esterni, dalla sfrenata violenza delle legioni, dal Cristianesimo, che per far largo alla sua morale più alta e alla sua più nobile concezione della vita, doveva sconvolgere dalle fondamenta l’ordine di cose costituito. A questa dissoluzione, effetto nel tempo stesso di forze distruggitrici e di forze rigeneratrici, l’impero cerca di reagire spingendo innanzi e incalzando al governo le popolazioni più rozze dell’impero e rinnovando i vecchi culti orientali, mistici e pieni di spirito assolutista. Quando Diocleziano vestì la porpora, l’impero greco-romano di Traiano e di Adriano si è già quasi interamente convertito in un impero barbarico-asiatico. Lo strano destino che era riserbato a questo impero barbaro-asiatico, che stava cercando la via della salvezza e dell’avvenire in un lontano passato — nei culti e nelle istituzioni monarchiche dell’Asia, quali avevano fiorito prima del meraviglioso splendore della Grecia e di Roma — sarà raccontato nell’ultima parte di questa opera.

NOTE AL CAPITOLO SETTIMO.

[63] DION. CASS., 77, 9.

[64] DION. CASS., 77, 10; 77, 24; 78, 36.

[65] DION. CASS., 77, 9; _Dig._, 1, 5, 17; AUG. _De Civit. Dei_, 5, 17.

[66] I nomi, con una breve storia di ciascuno, si trovano nel libro apposito della _Historia Augusta_, che si intitola _Tyranni triginta_ e che è opera di TREBELLIO POLLIONE.

[67] [_Hist. Aug._], _Claud._, 6 e 7.

[68] È la data riferita dal _Chron. Pasc._ I, pag. 510, ed. Bonn.

[69] Cfr. LENORMANT, _Aureus_, in DAREMBERG et SAGLIO, _Dictionnaire des antiquités_, I, 533 e 566; MACCHIORO, in _Rivista di storia antica_, 1906, pag. 293.

[70] Cfr. BOISSIER, _La réligion romaine d’Auguste aux Antonins_, Paris, 1902, I, 354 sg.; CUMONT, _Les réligions orientales dans le paganisme romain_, Paris, 1906.

[71] CUMONT, _Les mystères de Mithra_, Bruxelles, 1902, pag. 84.

[72] _Cod. Theod._, XII, 1. 104 e 115.

[73] TERTULL. _De Corona_, 11; _de idol._, 19.