Roma antica, Vol. 3/3

Part 9

Chapter 93,458 wordsPublic domain

50. =Severo Alessandro (222-235).= — Gli storici moderni possono pure, traviati dalla storiografia tedesca e dai suoi spiriti monarchici, ripetere che il senato romano era ormai un inutile rudere. Ma che il senato fosse la sola fonte della legalità, a cui potessero attingere autorità gli imperatori, si vide chiaro alla morte di Eliogabalo. Spaventata dalla crescente prepotenza dell’esercito, la famiglia di Settimio Severo si volge al senato, perchè l’aiuti a costituire un governo, la cui legittimità non sia dubbia e che perciò possa durare. Severo Alessandro non aveva ancora 14 anni. Egli sembra perciò essere stato guidato nei primi anni dalla madre, Giulia Mamea, che fu l’Agrippina di questo secondo Nerone. E come Agrippina, Giulia Mamea incominciò, e per le stesse ragioni, da una restaurazione della repubblica. Inspirato dalla madre, il giovine imperatore, che pure era nato in Fenicia, imita, esagerandolo, il governo di Traiano, di Antonino Pio, di Marco Aurelio. Rifiuta il titolo di _dominus_, abolisce il cerimoniale, tratta i senatori come pari, affida al senato la scelta dei principali funzionari, compresi il prefetto del pretorio e i governatori delle province. Il _consilium principis_ si riempie di senatori; l’_aerarium_ è ricostituito accanto al _fiscus_; perfino nelle province imperiali i governatori sono assistiti da assessori, giuristi i più, che appartengono all’ordine senatorio; i consoli son designati dal senato; l’autorità dei procuratori imperiali è ridotta. Il senato è perfino purificato! L’ordine senatorio, insomma, riconquista il perduto, e l’ordine equestre perde l’acquistato, da Settimio Severo in poi. Il principe e il senato si alleano per tener testa all’esercito, come sotto Settimio Severo il principe e l’esercito avevano stretto lega per spossessare il senato.

Senonchè a questa ultima restaurazione senatoria i tempi e gli eventi non furono favorevoli. Verso il 224 o il 227 l’equilibrio, faticosamente mantenuto da Roma in Oriente, era sconvolto da un improvviso rivolgimento. Dalla caduta della monarchia medica erano passati otto secoli, pieni di eventi grandiosi: la unificazione di tutta l’Asia occidentale sotto lo scettro dei re persiani della dinastia dei Sassanidi; il duello tra la Persia e la Grecia; l’invasione quasi favolosa di Alessandro Magno; le guerre secolari dei Diadochi; la maturazione e consolidazione dell’impero ellenistico dei Seleucidi e la nascente fortuna della monarchia degli Arsacidi; il sorgere inopinato dell’astro di Roma e l’eclissi dei Seleucidi; infine l’interminabile duello ancora indeciso, dopo quasi tre secoli, tra Parti e Romani. A questo punto la monarchia partica, che troppo aveva civettato con la cultura greca e troppo debolmente s’era opposta alle ambizioni di Roma e dell’Occidente, era rovesciata da una insurrezione persiana e nazionale che sostituiva un Ardeschir (Artaserse), un Sassanide anche esso, come Ciro il grande, all’ultimo Arsacide, all’Artabano, con cui Caracalla e Macrino avevano combattuto. Ma questo non era più uno dei tanti mutamenti di sovrani, che i Romani avevano sino ad allora sfruttati. Il nuovo impero persiano sorgeva nemico dell’Occidente e di Roma: non solo per rimettere in onore il vecchio culto iranico del Mazdeismo, che aveva avuto per profeta Zaratustra; non solo per combattere la coltura greca, ma per ricostituire l’antico impero persiano fino all’Asia Minore, alle Cicladi, alla Grecia, all’Egitto.

L’impero romano doveva fronteggiare inaspettatamente un nuovo nemico. E questo non perse tempo. Nel 231 il nuovo sovrano si gettava sulla Mesopotamia romana, con l’intenzione di conquistare addirittura l’Asia Minore e lanciava arditamente le sue avanguardie in Cappadocia e nella Siria. Da parte romana si tentarono le trattative, ma il re persiano dichiarò di considerare come appartenenti a lui tutti i territori che erano stati di Ciro, e chiese lo sgombero di tutta l’Asia. Alessandro dovè richiamare molte legioni del confine del Danubio, ordinare nuove leve, armarle rapidamente; e alla testa di un poderoso esercito si recò in persona in Oriente. Il piano di guerra, che i suoi generali avevano imaginato, era ottimo. Una colonna doveva invadere la Media attraverso l’Armenia, anch’essa in guerra con il re di Persia; un’altra, procedendo attraverso la Mesopotamia inferiore, minacciare il cuore della Persia; una terza, disposta fra le due prime, procedere più lentamente attraverso l’alta Mesopotamia, per rincalzare quello degli altri due eserciti, che avesse avuto bisogno di aiuto. Innanzi a un così vasto spiegamento di forze Artaserse si ritirò, e si raccolse per attaccare all’improvviso l’esercito del sud, prima che potesse esser soccorso dall’esercito del centro. Riuscì infatti a sconfiggere e a costringere alla ritirata l’esercito romano che avanzava a sud, prima che l’esercito del centro arrivasse a sostenerlo, e indirettamente respinse anche l’esercito del nord, che invece aveva invaso la Persia, saccheggiando e catturando prigionieri; ma che non potè reggersi solo in paese nemico, quando gli altri due eserciti ripiegarono. La spedizione romana era dunque fallita, come invasione; ma era riuscita invece a liberare il territorio dell’impero, perchè non solo il Re di Persia si ritirò, ma riconobbe che non era ancora giunto il tempo di marciare verso il Mediterraneo come erede di Ciro.

Senonchè per arginare l’invasione persiana Severo Alessandro era stato costretto a richiamare molte legioni dal Reno e dal Danubio. I Germani ne approfittarono. Mentre la guerra infuriava in Oriente una coalizione di popoli germanici, a cui gli antichi dànno il nome di Alamanni, riuscivano ad entrare in Gallia; e i Marcomanni varcavano il Danubio. Alessandro dovè trasportare l’esercito in Occidente, far nuovi arruolamenti, prepararsi a una seconda e più aspra guerra. Non volendo spossare l’impero già stanco, egli volle saviamente debellare i barbari dell’Occidente non con le armi soltanto, ma con i trattati e i sussidi. Senonchè i soldati erano da un pezzo malcontenti di Alessandro, che non li trattava e non li pagava come Caracalla e Settimio; e al loro malcontento riuscì comodo, per soddisfarsi in una rivolta, il pretesto dell’onore dell’impero. Alessandro fu trucidato insieme con la madre (gennaio, febbraio o marzo 235) da una sedizione militare, a capo della quale stava C. Giulio Vero Massimino, un valoroso Trace di origine oscura, molto devoto alla famiglia di Settimio Severo, ma che parlava malamente il latino. Le legioni lo proclamarono imperatore in Magonza.

51. =Da Massimino a Gallieno: trent’anni di anarchia (235-268).= — La famiglia dei Severi cadeva così, distrutta da quello stesso esercito che era stato lo strumento della sua fortuna. Ma la sua caduta segna il principio di un disordine terribile, perchè questa volta non si leva più un Vespasiano o un Settimio Severo a ricondurre prontamente nell’ordine le legioni, che si arrogano il diritto di scegliere l’imperatore e di imporlo con le armi. Con la morte di Severo Alessandro incomincia una guerra civile che, complicata da guerre esterne, sembra non terminar più, e che dura trentatrè anni: i più calamitosi che l’impero avesse mai attraversati, e la cui storia è impossibile narrare minutamente tanto è confusa ed oscura. Cercheremo di darne un’idea quanto più chiara e concisa si possa. _Massimino_ (235-238), innalzato al potere dalle legioni, non si curò che d’aver per sè i soldati; non chiese la convalidazione del senato; governò come se il senato non ci fosse. Il senato però c’era ancora; e non era punto disposto a lasciarsi trattare come un’anticaglia inutile da un Trace salito all’impero sulle spalle di una sedizione. Essendo stato, in Africa, proclamato imperatore il proconsole _M. Antonio Gordiano_, un ricchissimo senatore che a Roma aveva molti amici, il senato si affrettò a riconoscerlo. Gordiano prese come collega il figliolo dello stesso nome: _Gordiano II_. Ma Gordiano essendo stato vinto e ucciso dal governatore della Numidia, il senato nominò due imperatori _M. Clodio Pupieno_ e _Decio Celio Calvino Balbino_: il primo, un valente uomo di guerra salito agli alti gradi da umili origini; il secondo, un senatore di grande lignaggio, molto stimato se pur mediocre. A questi fu aggiunto di lì a poco un terzo imperatore, un nipote di Gordiano, che portava lo stesso nome, e che il senato riconobbe, pare, perchè gli fu imposto da una specie di sommossa popolare. La capacità di Pupieno, il prestigio di Balbino e l’autorità del senato concorsero in un governo di una certa forza, il quale alacremente si diede ad apprestare armi e soldati contro Massimino, intento a combattere i barbari: quando s’accorse che il nuovo governo si rafforzava e che la fedeltà di parecchi governatori vacillava, Massimino venne in Italia; ma sotto le mura di Aquileia, che egli dovette assediare, un po’ la resistenza della città, un po’ la debolezza della sua autorità, che non posava su nessun titolo, un po’ il prestigio del senato e la unanime rivolta dell’Italia, scossero la fedeltà delle legioni. Massimino fu ucciso dai suoi soldati nella primavera del 238.

Il senato aveva vinto; ma la sua vittoria fu breve. Pupieno e Balbino vennero in discordia; sorsero difficoltà con le legioni, a cui il senato voleva far sentire la sua autorità. Alla fine i due imperatori furono trucidati da una rivolta militare (238), e _Gordiano III_ (238-244) acclamato dai soldati. Le legioni avevan preso la loro rivincita sul senato: ma quale autorità avrebbe il nuovo imperatore, che era giovane e non pare possedesse molta saggezza? Sopraggiungevano intanto tempi calamitosissimi. In questo stesso anno, nel 238, i Carpi e i Goti passano il Danubio; nel 241, i Persiani sotto Sapor, successo a Ardeschir, invadono la Mesopotamia e minacciano la stessa Siria. Fortunatamente Gordiano trovò nel suo suocero e prefetto del pretorio, C. Furio Sabinio Aquila Timesiteo, un uomo capace e fedele. Furio Sabinio riassettò l’esercito, e seppe ricacciare dall’impero così i Persiani come i Carpi e i Goti. Disgraziatamente Furio morì nel 243; e Gordiano lo sostituì con M. Giulio Filippo. Arabo di nazione e valente soldato, Filippo non intendeva di servire l’imperatore, come il suo predecessore; sobillò i soldati a chiedere che Gordiano lo nominasse collega nell’impero; e Gordiano riluttando ad acconsentire, lo fece trucidare da una rivolta.

Acclamato imperatore dai soldati, _Filippo l’Arabo_ (244-249) cercò di far legittimare dal senato la sua autorità; e ci riuscì. Ma l’autorità del senato era a sua volta troppo scossa, perchè da sola bastasse a legittimare un governo di origini così sospette e che sembra fosse inetto e fiacco. Filippo si trovò presto alle prese con vari pretendenti, improvvisati dal malcontento di questa o di quella provincia; finchè il malcontento delle legioni lo rovesciò. I Goti, respinti sotto Gordiano, erano tornati a rompere il confine dell’impero, e con tanta forza, che le legioni del Danubio, sfiduciate di Filippo, il quale si curava più di consolidarsi in Roma che di difendere le frontiere, acclamarono il governatore della Dacia e della Mesia, _C. Messio Quinto Traiano Decio_. Decio venne con l’esercito in Italia; e a Verona vinse e uccise Filippo (249).

Eletto per combattere i Goti, Decio (249-251) si affrettò a ripassar le Alpi, lasciando in Italia P. Licinio Valeriano con la carica di censore. Mentre egli combatterebbe i Goti, che avevano invaso la Tracia, Valeriano riordinerebbe l’amministrazione e rinvigorirebbe il senato. Ma non ebbe fortuna, perchè dopo diversi combattimenti, egli stesso era ucciso in un’ultima battaglia (251). Per la prima volta un imperatore romano cadeva combattendo contro i barbari.

Le legioni si affrettarono a proclamare il governatore della Mesia, _C. Vibio Treboniano Gallo_ (251-253). Ma sebbene fosse un guerriero di grande reputazione, Gallo si affrettò a comprare la pace dai Goti a prezzo d’oro; e poi si recò in Italia. Senonchè i Goti non mantennero i patti e di nuovo invasero la Mesia. Furono questa volta sconfitti dal governatore _M. Emilio Emiliano_; onde le legioni, a cui Emiliano aveva promesso i denari versati ai Goti, lo acclamarono imperatore (253). Gallo lo fece proscrivere, ordinò al governatore della Germania, quel P. Licinio Valeriano che era stato censore sotto Decio, di muovere contro il nuovo pretendente, ed egli stesso cercò di disputargli l’Italia, alla cui volta il rivale marciava. Prima che l’esercito di Germania arrivasse, i due pretendenti vennero a battaglia, e Gallo fu ucciso (253). Il senato riconobbe Emiliano. Ma le legioni di Germania avevano già proclamato imperatore il loro generale; e una nuova guerra certo sarebbe scoppiata, se Emiliano non si fosse guastato con i suoi soldati, e questi non lo avessero ucciso, riconoscendo _Valeriano_ (253).

Erano tempi spaventosi. Una peste micidiale desolava l’impero, sul quale i nemici, ormai incoraggiati dal disordine interno, si precipitavano da tutte le parti. Tra il 254 e il 260 i Goti ritornano a invadere la Dacia, la Macedonia, l’Asia minore; una nuova gente germanica, i Sassoni, apparisce sul mare, corseggiando le coste della Gallia e della Britannia; gravi torbidi scoppiano in Africa e nuovi pericoli minacciano in Oriente, dove l’Armenia cade di nuovo sotto l’influenza persiana e la Siria è invasa dai Persiani. Valeriano non si sentì la forza di fermar da solo questo universale scoscendimento, e prese un provvedimento, dal quale incomincia la frantumazione dell’impero e l’irreparabile decadenza della civiltà antica. Nominò Augusto il figlio _P. Licinio Egnazio Gallieno_ (253-268) e gli assegnò le province occidentali, mentre egli serbava per sè le orientali. La grande opera di Roma, l’unità dell’Occidente e dell’Oriente, incominciava a vacillare. Ma neppur questo provvedimento giovò. Mentre Gallieno cercava, come poteva, di arrestare le incursioni dei popoli germanici nelle province d’Occidente, Valeriano tentava una grande spedizione contro la Persia, ma con poca fortuna; chè nel 259 o nel 260 era fatto prigioniero dai Persiani e andava a morire, non si sa come, nè quando, in cattività. Alla sparizione di Valeriano, che dei due Augusti era il più autorevole, seguì una dislocazione generale dell’impero. Già nel 258 in Gallia le legioni, spinte forse dalle popolazioni malcontente del governo di Gallieno, avevano proclamato imperatore _M. Cassiano Latinio Postumo_, mentre le legioni di Pannonia e di Mesia acclamavano imperatore _Ingenuo_. Postumo, che era un uomo energico, riescì a farsi riconoscere dalla Spagna e dalla Britannia, e a fondare un vero impero gallico-iberico che durò sino al 267, difese con vigore i confini e ridiede alle province da lui governate una certa sicurezza. Invece Ingenuo non riuscì a sostenersi nella Mesia e nella Pannonia; fu vinto da Gallieno e si uccise. Mentre l’Occidente si smembrava, l’Oriente, abbandonato a se stesso dopo la cattura di Valeriano, si difendeva come poteva contro i Persiani. Un generale di Valeriano, M. Fulvio Macriano, aiutato dalla ricca e potente città di Palmira e dal suo più potente e autorevole cittadino, Odenato, operando di propria iniziativa con gli avanzi dell’esercito di Valeriano, era riuscito a cacciare i Persiani e a salvare le province più ricche. Ma incoraggiato da questo successo, pensò di impadronirsi dell’impero per i suoi due figli, che fece proclamare imperatori. Odenato invece, che Gallieno aveva nominato _dux Orientis_, restò fedele all’imperatore: onde, mentre in Occidente Gallieno era in guerra con Postumo, scoppiava un’altra guerra civile in Oriente che terminò con la disfatta e la morte di Macriano e dei suoi figli. Ma mentre le forze dell’impero si logorano in guerre civili, cresce la baldanza dei barbari. Nel 261 gli Alamanni riescono a invadere l’Italia, e Gallieno non li sconfigge che sotto Milano; poco dopo i Franchi invadono la Gallia e la Spagna, valicando il mare e spingendosi, pare, fino in Africa; i barbari dell’Europa orientale, i Borani, i Goti, gli Eruli, i Sarmati, saccheggiano tutte le coste del mar Nero, forzano i Dardanelli, e giungono anch’essi in Asia Minore ed in Grecia. Nel 267 gli Eruli bivaccano ad Atene, a Corinto, ad Argo, a Sparta. È facile capire quale disperazione dovette impadronirsi delle infelici popolazioni; e non è difficile spiegare, come, sentendosi abbandonata dal potere centrale, ogni regione, ogni provincia si ribellasse, illudendosi di poter difendersi da sè, nominando un proprio imperatore. Negli ultimi anni del governo di Gallieno i pretendenti, che la storia denominerà i _Trenta tiranni_[66], pullulano in tutte le province, così numerosi e così caduchi, che non se ne può raccontar la storia: finchè nel 268 una congiura di generali uccide Gallieno, mentre assediava in Milano il pretendente, proclamato dalle legioni della Rezia: Aureolo.

52. =Claudio II il Gotico (268-270) ed Aureliano (270-275).= — Dei tre generali che cospirarono contro Gallieno, due — M. Aurelio Claudio e L. Domizio Aureliano — erano uomini di alto merito. Un grave motivo di pubblico interesse doveva dunque aver spinto questi uomini eminenti a toglier di mezzo con la violenza l’imperatore legittimo. Questo motivo deve esser cercato nel nuovo pericolo che minacciava l’impero: i Goti. Incoraggiati dalla crescente debolezza dell’impero e ammaestrati dall’esperienza, molti popoli germanici avevano fatto una potente coalizione sotto il nome comune di Goti e di Alamanni, e approntato grandi mezzi, per invadere e conquistare una parte dell’impero. Nella primavera del 268, un esercito, si diceva, di 320.000 uomini validi, dietro cui sciamava un numero doppio di donne, di vecchi e di fanciulli[67], passava sulla riva destra del Danubio, spingendosi verso Marcianopoli (a ovest di Varna); inondava la Macedonia orientale, la Grecia, le Cicladi, Rodi, Cipro, rimbalzando sulle coste dell’Asia Minore. Contemporaneamente, un altro esercito, in cui egualmente prevalevano i Goti, entrava in Mesia, e di qui per la valle della Morava invadeva la Macedonia. Il piano era chiaro: interporsi tra le province di Oriente e quelle di Occidente, e spezzare in due l’impero romano, conquistando la penisola balcanica. Non erano tempi in cui un imperatore debole e inetto potesse reggersi. Roma aveva bisogno di una spada. Claudio, il generale più reputato e popolare, fu riconosciuto senza discussioni dagli altri generali, dalle legioni e dal senato.

Questa volta la scelta era stata felice. Non lungi dall’antica Naissus (Nisch), Claudio aggirò il grosso del nemico e lo distrusse (269); indi intraprese una guerra sterminatrice contro gli avanzi dell’esercito vinto. Dopo un anno i pochi superstiti furono installati in territorio romano, per coltivare le terre dei vincitori, o per militare a difesa dell’impero, inquadrati nelle coorti ausiliarie. Disgraziatamente Claudio sopravvisse poco alla vittoria, essendo morto a Sirmio verso il marzo 270, vittima della peste, che ormai da quindici anni devastava l’impero. Il generale che gli successe, acclamato dalle legioni della Pannonia, e che egli stesso aveva designato, _L. Domizio Aureliano_, era però, come Claudio, un grande uomo di guerra; e la sua scelta fu una vera fortuna per l’impero, perchè i Goti sconfitti da Claudio non erano che una avanguardia. Aureliano era appena eletto imperatore, che Jutungi, Vandali, Alamanni invadevano addirittura l’Italia; e al principio del 271 sconfiggevano un esercito romano presso Piacenza. Aureliano riusciva di lì a poco a distruggerli, ma solo a Pavia e a Fano; e l’impressione del pericolo corso dall’Italia fu tale, che Aureliano si risolvè a fare il primo grande sacrificio territoriale, che Roma consentisse dopo la disfatta di Varo: ad abbandonare il pericoloso saliente della Dacia, trasportando il nome della provincia abbandonata a quella parte della Mesia, che si stende lungo la destra del Danubio (271); creando una _Dacia Ripensis_ (capoluogo _Sardica_, Sofia), così come duecentocinquantacinque anni prima, perduta la Germania vera, erano state ritagliate in Gallia una _Germania superiore_ ed una _Germania inferiore_. Raccogliendo le forze in un territorio più ristretto, Aureliano sperava di poter meglio difendere l’Italia. Ma il provvedimento non gli parve sufficiente; chè in questo medesimo anno comincia a costruire in Roma quella gigantesca cerchia di mura, lunga intorno alle 11 o 12 miglia, che avrebbe trasformato la Città eterna in una fortezza, e che gli uomini del secolo XX ammirano ancora.

L’impero, che Roma aveva conquistato in Occidente e che aveva salvato per due secoli le sorti del romanesimo, incominciava a sfasciarsi. Aureliano cercò dei compensi in Oriente. Qui Odenato, il _dux Orientis_ che aveva conservato a Roma il suo impero Orientale, era morto nel 266 o 267; ma lui morto, del potere che egli aveva esercitato, si erano impadroniti la consorte, Zenobia, e il figlio Atenodoro (Wahaballath). I poteri di un _dux Orientis_ non erano ereditari; e tanto meno poi trasmissibili ad una donna. Ma Gallieno aveva dovuto fare di necessità virtù, riconoscere a Zenobia l’autorità del marito, lasciar che essa le attribuisse un carattere orientale e monarchico, assumendo il titolo di regina. Senonchè Zenobia aveva preso ardire a cose maggiori, procedendo a costituire un grande Stato siriaco, come l’antica Cleopatra, che essa aveva presa a modello; anzi a ricostituire addirittura l’impero dei Tolomei. Nel 269, si era impadronita dell’Egitto, senza che Claudio, occupato a combattere i Goti, potesse opporsi; e ora si studiava di estendere il suo dominio a occidente su tutta l’Asia Minore. Aureliano, quando ebbe assestato alla meglio le faccende di Occidente, si risolvè a liberar l’impero di questo pericolo. Nel 272 egli penetrava nell’Asia Minore e quindi nella Siria, espugnando successivamente Ancira, Tiana e Antiochia, e raggiungendo sotto le mura di Emesa l’esercito della regina che si ritirava. Qui fu combattuta la battaglia campale. L’esercito siriaco fa vinto, ma non distrutto; e potè chiudersi in Palmira, che Aureliano non prese se non dopo un lungo assedio. Poco dopo Aureliano riconquistava anche l’Egitto (273); e tutto l’Oriente tornava sotto lo scettro di Roma.

Le vittorie della Siria si sentirono anche in Europa. I pochi imperatori che ancora conservavano qua e là qualche lembo di territorio, come Tetrico in Gallia, sparirono; l’unità dell’impero — almeno quella formale — fu ricomposta, e Aureliano potè assumere il titolo di _Restitutor Orbis_. Cercò allora di curare le ferite dell’impero. Ma pur troppo doveva cadere vittima del suo zelo. Sullo scorcio del 275, era ucciso da una congiura di generali, le cui ragioni sono oscurissime.