Part 3
Entrato in Gallia come un liberatore, Cesare s’accorgeva ad un tratto che una parte di coloro che egli voleva liberare, erano amici del nemico e se la intendevano segretamente con lui ai danni del presunto salvatore. Egli fu così preoccupato di questa strana posizione, che deliberò di ritornare indietro, per provvedere meglio al proprio vettovagliamento. Ma allora gli Elvezi attaccarono d’improvviso i Romani. Lo scontro fu lungo e difficile; e Cesare potè disimpegnare il grosso delle sue legioni solo a costo di perdite gravi. Cosicchè, mentre il tanto inseguito nemico poteva tranquillamente proseguire verso il nord, egli era obbligato a restare tre giorni sul posto per seppellire i morti e rimediare a tutto lo scompiglio arrecato da quell’attacco improvviso. Quel che sarebbe successo se Divicone lo avesse assalito di nuovo il giorno dopo, è difficile dire: ma gli Elvezi non volevano la guerra a oltranza con Roma; e stanchi della lunga marcia, impressionati dalle difficoltà dell’emigrazione e dalla ostilità dei paesi che attraversavano, forse anche atterriti dalle loro stesse vittorie e dalle prevedute vendette di Roma, offersero novamente pace. E l’ottennero a condizioni che mostrano quanto poco Cesare sentisse d’averli vinti. Quelli che vollero tornarono nel loro antico territorio, ma ottenendo da Cesare il _titolo di alleati del popolo romano_: quelli che vollero restare in Gallia, ebbero territori dagli Edui (58 a. C.).
11. =La guerra contro Ariovisto (58 a. C.).= — La prima impresa di Cesare in Gallia era finita senza una grande vittoria e per di più aveva alienato da Roma il partito nazionale e le moltitudini. Il solo a cui la guerra di Roma contro gli Elvezi giovava era appunto Ariovisto. Cesare non tardò ad accorgersene nell’assemblea generale dei Galli, che venne spontaneamente a radunarsi dopo la pace con gli Elvezi; e nella quale le città galliche gli domandarono di liberare la Gallia da Ariovisto. Egli era venuto come un liberatore: quello, non gli Elvezi, era il nemico della Gallia[9]. Cesare capì che il prestigio suo e di Roma era finito, se egli non faceva e subito la guerra contro Ariovisto e non liberava la Gallia dal pericolo germanico. Ma il re degli Svevi, non era solo un nemico forte; era anche stato dichiarato dal senato, l’anno prima, «amico ed alleato del popolo romano». Mancava dunque la ragione legale della guerra: il che accresceva per Cesare il pericolo di farla, nel caso che fosse vinto. Tuttavia l’impegno era tale, che Cesare non esitò; e subito prese a cercare un _casus belli_. Intimò dunque ad Ariovisto di non condurre altri Germani in Gallia, di restituire agli Edui gli ostaggi, di smettere da ogni molestia o atto di guerra contro questo popolo ed i suoi alleati: cercò insomma di trovare il pretesto di un litigio con Ariovisto nell’incarico di difendere gli Edui, che il senato gli aveva commesso. Ma Ariovisto rispose — e non senza acutezza — che il senato, dichiarandolo amico e alleato, aveva riconosciuto tutte le conquiste da lui fatte in Gallia. Cesare allora dichiarò la guerra e marciò alla volta del Reno. La battaglia fra le legioni e le schiere di Ariovisto ebbe luogo nell’Alsazia superiore, forse non lungi da Mülhouse. Ma questa volta, l’esercito romano ebbe interamente ragione di un nemico, che la voce pubblica diceva feroce e crudele. I Germani furono gettati al di là del Reno, e lo stesso Ariovisto potè a mala pena scampare alla morte con la fuga (settembre 58).
12. =Il richiamo di Cicerone e la prima crisi della triarchia.= — La dominazione germanica in Gallia era caduta per secoli; la Gallia era restituita a se stessa. Cesare aveva questa volta riportato una vera e grande vittoria, i cui effetti durerebbero nei secoli. Ma il giudizio dei contemporanei sugli eventi è spesso fallace; e Roma si accorse appena di questa vittoria, che apriva alla lingua e allo spirito latino una delle terre privilegiate dell’Europa. Roma era tutta intenta a ben altra faccenda: l’ingiusto bando di Cicerone. Esiliando Cicerone per la condanna dei congiurati, Clodio aveva abusato della sua potenza. Passato il primo spavento, la pubblica opinione si era riavuta. Quanti non erano contenti, specie in senato, del governo della triarchia, avevano visto subito nella prepotenza di Clodio un’arma per nuocere a Crasso, a Pompeo e a Cesare; e quindi non avevano risparmiato fatiche per commuovere il pubblico a favore di Cicerone: il pubblico, che amava e ammirava Cicerone, si era a poco a poco appassionato: persin dei _collegia_ di artigiani e dei municipi d’Italia avevano chiesto il richiamo. In breve, mentre Cesare combatteva Ariovisto, Roma dimenticava ogni altra cosa, non pensava che a Cicerone e al modo di rendergli giustizia. Pompeo stesso che, come Cesare del resto, aveva subìto, più che voluto, questa vendetta del tribuno, non aveva tardato, per non contrariare troppo il pubblico, a dichiararsi favorevole al ritorno del grande uomo. Senonchè Clodio, che dell’esilio di Cicerone aveva fatto un impegno personale, non aveva esitato a rivoltarsi perfino contro Pompeo, attaccando la sua politica in Oriente, andando alla testa di bande armate a disturbare i comizi pubblici, agitando Roma con continue dimostrazioni e tumulti, e cercando di imporsi alla viltà universale con il terrore. Gli avversari, esasperati, si intestarono ancor di più a volere a Roma a tutti i costi Cicerone; le elezioni, fatte sulla disputata questione, furono favorevoli alla nobiltà, anche perchè Pompeo si era accostato al partito senatorio. La causa di Cicerone procedeva dunque a gonfie vele; e già i consoli e i tribuni si preparavano a presentare una legge per il suo richiamo. Ma Clodio non era uomo da dichiararsi vinto così facilmente e, anche scaduto da tribuno, tentò impedire con la forza l’approvazione della legge. Roma era piena di tumulti e di risse.
13. =La guerra contro i Belgi (57 a. C.).= — Insomma, le cose volgevano piuttosto male a Roma per Cesare. Roma non badava a quel che Cesare faceva in Gallia, e il governo personale dei tre potenti vacillava, dopo un anno, per la discordia nata dalla questione del richiamo di Cicerone tra Pompeo e Clodio. Il congegno elettorale, con cui egli si era immaginato di dominare la repubblica, stava per spezzarsi. Era doppiamente necessario per Cesare di compiere, l’anno prossimo, in Gallia, qualche impresa anche maggiore. Avendo appreso nell’inverno dal 58 al 57 che la Gallia settentrionale, il potente paese dei Belgi e la parte occidentale della Gallia del Nord, l’Armorica, ossia tutte le popolazioni gallo-germaniche, stendentisi tra il Reno, la Schelda, l’Atlantico e la Senna, si agitavano, inquiete per la presenza delle legioni romane, svernanti in Gallia, deliberò di andare incontro nella prossima primavera al pericolo, interpretando anche egli l’incarico avuto dal senato così largamente, come aveva fatto Lucullo nell’ultima guerra mitridatica.
Era una impresa difficile quella a cui Cesare si accingeva. Cinquant’anni prima, la Belgica aveva resistito strenuamente a quei Teutoni e Cimbri, che più volte avevano sconfitto gli eserciti romani. Si diceva che potesse mettere in campo 350.000 guerrieri; ed era paese ignoto. Nè c’era da far molto assegnamento sulla fresca amicizia dei Galli del centro. Cesare arrolò due nuove legioni e molti arcieri e frombolieri in Asia, a Creta, nelle Baleari; persuase gli Edui a invadere il paese dei Bellovaci, il più forte dei popoli Belgi; ed andò ad aspettare l’orda belga che si avanzava, sull’Aisne, dove si trincerò. I Belgi arrivarono e si trincerarono alla loro volta: i due eserciti stettero parecchi giorni a guardarsi, ciascuno aspettando che l’altro l’attaccasse; ma nessuno dei due volle fare il giuoco dell’avversario, e alla fine un giorno, dopo poche scaramucce, l’esercito belga si ritirò. La meraviglia di Cesare fu così grande, che a tutta prima dubitò di un inganno. Solo più tardi egli seppe che i Bellovaci, preoccupati della invasione degli Edui, avevano voluto ritirarsi a difendere il proprio paese. Quella defezione, l’imperfetto servizio delle sussistenze, il timore della potenza romana avevano sciolto la lega. La fortuna aveva dunque mirabilmente servito Cesare; il quale comprese che quello era proprio il momento di dar addosso al nemico sparpagliato e di domare una ad una quelle tribù valorose, ma volubili. Fu questa la seconda e più fortunata fase della sua guerra belgica. Uno dopo l’altro i _Suessioni_, i _Bellovaci_, gli _Ambiani_, gli _Aduatici_, perfino i terribili _Nervii_, i più bellicosi fra i Belgi, furono per amore o per forza assoggettati (57 a. C.).
14. =L’annessione della Gallia (56 a. C.).= — Senonchè mentre Cesare combatteva con fortuna in Gallia, le cose precipitavano a Roma. Cicerone era finalmente ritornato, accolto in tutta l’Italia da entusiastiche dimostrazioni; ma solo dopo che Pompeo aveva trovato un tribuno della plebe, Tito Annio Milone, il quale aveva raccolto una banda di gladiatori e di bravi, e con quella, tra tumulti, zuffe e sangue, fatta approvare, il 4 agosto del 57, la legge che lo richiamava. Ma Clodio non si era dato per vinto: aveva annunziato la sua candidatura alla edilità per l’anno prossimo; aveva tentato di sollevare il popolo contro Pompeo, spargendo la voce che questi faceva la carestia per essere creato re di Roma; cercava d’impedire, per mezzo di tribuni amici, che si ripagasse a Cicerone la casa distruttagli; e infine nelle elezioni per il 56 aveva portato l’inatteso soccorso delle sue bande elettorali ai candidati del partito senatorio, avversi alla triarchia, facendo loro conquistare tutti i posti di pretore e i due consolati. Come se tanti guai non bastassero, la questione dell’Egitto era inopinatamente risorta. Tolomeo Aulete, che Cesare aveva ufficialmente fatto riconoscere re d’Egitto, era stato scacciato da una rivoluzione ed era in quel tempo tornato a richiedere la protezione della repubblica. Ma troppi erano quelli che ambivano l’incarico di restituirlo sul trono: primo fra essi Pompeo. Invece il senato, al solito, non ne voleva sapere, e la sua opposizione era apertamente o nascostamente aiutata da Clodio, e, pare, anche da Crasso. Insomma quel governo personale e di clientela, che doveva sostituire il senato invecchiato e impotente, si sfasciava appena formato; e verso la metà del 57, potè sembrare ormai spacciato. Clodio, per vendetta, era passato interamente al partito senatorio e già aveva tentato di far abrogare le leggi del 59. Fu allora che la mente vasta e ardita di Cesare concepì un’idea grandiosa, che doveva aver nella storia effetti immensi, oggi ancora vivi e profondi. Le vittorie sui Belgi avevano commosso Roma profondamente. Secondo dirà poco di poi Cicerone, fino a quel momento i generali della repubblica, Mario compreso, erano stati paghi di respingere i Galli: Cesare invece era entrato nel loro paese. Che cosa dunque si sarebbe pensato se Cesare ora, d’un colpo, avesse annunziato a Roma che la Gallia Transalpina poteva considerarsi soggetta a Roma tal quale come le Spagne, la Macedonia, la Siria?
Fu questa l’idea che egli venne maturando dopo le vittorie sui Belgi. Per porla ad effetto, spedì il suo luogotenente P. Crasso, con una legione, nella Gallia occidentale a ricevere _pro forma_ l’atto di sommissione delle tribù sparse tra le foci della Loira e della Senna; e un altro suo luogotenente, Sulpicio Galba, con una legione, nell’alto Vallese, presso il Gran San Bernardo. Dopo di che tornò rapidamente nella Cisalpina, annunziando al senato ch’esso poteva deliberare l’annessione della Transalpina ed inviare, come di regola, i dieci commissari, che avrebbero dovuto organizzare, insieme con il proconsole, la nuova provincia. Era questa un’audacia quale nessun altro generale romano aveva ancora osato: affermare che due guerre e due anni erano bastati a conquistare un paese così vasto e del quale tante parti non avevano ancora visto l’elmo d’un legionario o la toga di un magistrato romano. La temeraria affermazione scatenerebbe nella Gallia un uragano di guerre, assai più tremende di quelle che Cesare aveva fin allora sostenute: ma l’impegno solenne, al quale Cesare incatenava la Repubblica, costringerebbe questa, e il suo audace generale, a compiere una conquista, che distraendo Roma dai facili successi orientali, avrebbe spostato l’asse della civiltà verso Occidente.
15. =Il convegno di Lucca e il consolato di Crasso e di Pompeo (56-55 a. C.).= — All’annunzio l’Italia tutta andò in delirio per la gioia. Roma aveva avuto per tanti secoli tanta paura dei Galli, che nessuna conquista poteva sembrargli più meravigliosa di questa o rallegrarla maggiormente. Il popolo deliberò di inviare a Cesare una deputazione di senatori per felicitarlo della vittoria; il senato, cedendo all’opinione pubblica, decretò una supplicazione di quindici giorni, la più lunga ordinata fino ad allora; molti avversari dell’anno innanzi si convertivano all’ammirazione. Cesare diventò l’idolo del pubblico; e di questo fugace favore approfittò per ricostituire il governo del 59: urgente bisogno, perchè dopo Cicerone anche Catone ritornava da Cipro. Convocò dunque Crasso e Pompeo a Lucca, dove i suoi amici giunsero, seguiti da una vera corte di senatori, ed espose loro un vasto piano, con il quale avrebbero salvato la comune potenza, ormai pericolante sotto i colpi della ringagliardita opposizione. Crasso riconcilierebbe Clodio con Pompeo; ed ambedue si proporrebbero candidati al consolato per l’anno 55: durante il consolato essi farebbero prolungare a lui, per altri cinque anni, il comando della Gallia e assegnargli i fondi per pagare le legioni che aveva reclutate, oltre quelle assegnategli dal senato, dopo il principio della guerra: egli conquisterebbe in quei cinque anni la Britannia e porterebbe le legioni oltre il Reno; Crasso, dopo il consolato, avrebbe avuto la provincia della Siria e compiuto la conquista della Persia; quanto all’Egitto, ambedue ne deporrebbero l’idea, ma si incaricherebbe Gabinio di ricondurre, senza autorizzazione del senato, Tolomeo nell’Egitto, a condizione che pagasse a ciascuno di loro una somma considerevole. Sembra che la somma chiesta da Cesare fosse di 17 milioni e mezzo di sesterzi. In cambio, Pompeo avrebbe, dopo il consolato, per cinque anni, le due Spagne.
Non sappiamo quali discussioni ebbero luogo tra Crasso, Pompeo e Cesare; ma sappiamo che essi si misero d’accordo e che quella specie di rivoluzione politica, adombrata da Cesare nell’anno del consolato, sembrò acquistare forma e corpo di saldo governo. Tre clientele e tre capi potentissimi governerebbero d’accordo, in luogo del senato, la repubblica; e invece di temporeggiare con prudenza, come il senato faceva, conquisterebbero tutto ciò che potevano: dopo la Gallia, la Britannia e la Persia. E per un istante la repubblica sembrò davvero, per effetto del rinnovato accordo, riordinarsi ed agire. Nessuno pensò più ad abrogare la legge agraria di Cesare; Cicerone rispose trionfalmente, in senato, con la sua storica orazione _de provinciis consularibus_, a coloro che, poichè la Gallia era conquistata, avrebbero voluto scorciare e ridurre i poteri proconsolari di Cesare; la proposta di ordinare la Gallia Transalpina in provincia e di inviare all’uopo i dieci legati senatorî fu approvata[10]. I popoli della Gallia con cui Roma aveva trattato di alleanza, come gli Edui e i Sequani, i popoli più ricchi e civili del centro, conservarono la indipendenza con il titolo di alleati; mentre le barbare popolazioni del settentrione e dell’occidente furono sottomesse al dominio romano. Per impedire infine che i consoli in carica si valessero dei loro poteri per fare ostruzione alle candidature di Pompeo e di Crasso, si trovò modo di rimandare le elezioni sino ai primi giorni del 55, e di farle sotto la presidenza di un _interrex_ amico. Crasso e Pompeo furono eletti; e, appena eletti, brigarono affinchè anche la maggioranza delle restanti magistrature fosse occupata dai loro amici. Così M. Porcio Catone non fu eletto pretore e riuscì in suo luogo P. Vatinio, l’autore della legge che nel 59 aveva conferito a Cesare il governo delle Gallie. A tenore delle leggi vigenti, il senato aveva già in anticipazione decretato che ai consoli dell’anno toccassero, per il 54, rispettivamente, la Siria e la Spagna ulteriore. Ma i due consoli provvidero subito anche a questo: un tribuno, C. Trebonio, propose che il duplice proconsolato fosse invece quinquennale, e che non solo la Spagna ulteriore, ma le due Spagne, ulteriore e citeriore, fossero affidate a Pompeo. Approvata questa, i due consoli fecero approvare un’altra legge che prorogava di cinque anni a Cesare il comando delle Gallie e dell’Illiria. Restavano le difficoltà egizie.... Se non che ad un tratto si apprese a Roma che Tolomeo era stato ricondotto in Egitto; che sua figlia Berenice, la quale aveva in sua assenza usurpato il trono, era stata uccisa; che il nodo egiziano era stato tagliato, e tutto ciò per opera del governatore della Siria, A. Gabinio. Gabinio aveva agito, senza aspettare gli ordini del senato, per incarico di Pompeo.
NOTE AL CAPITOLO SECONDO.
[8] Sul numero degli Elvezi, cfr. G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, Milano, 1902, vol. II, p. 3.
[9] Sull’interpretazione della complicata questione gallica in questo tempo, cfr. G. FERRERO, _Grandeur et Decadence de Rome_, vol. II, App. D; IDEM, _Le premier livre des Commentaires et les critiques de M. T. Rice Holmes_, in _The Classical Quarterly_, 1910, pp. 28 sgg.
[10] La Gallia Transalpina fu veramente eretta a provincia nel 56 a. C. Cfr. CIC., _De prov. cons._, 12, 29; 13, 32-33; 14, 34; CIC., _ad fam._, I, 7, 10; DIO CASS., 39, 25, 1; G. FERRERO, in _Revue arch._, 1910 (15), pp. 93 sgg. e, per una più ampia informazione C. BARBAGALLO, _L’opera storica di G. Ferrero e i suoi critici_, Milano, Treves, 1911, pp. 197-209.
CAPITOLO TERZO
LA CRISI DELLA POLITICA CESARIANA
16. =L’impresa di Britannia e la disfatta di Crasso in Oriente (55-53 a. C.).= — Ma le cose, per un istante composte, non tardarono a guastarsi di nuovo. Mentre Pompeo e Crasso portavano ad effetto in Roma gli accordi del congresso di Lucca, la Gallia incominciava a dimostrare che era stata annessa a parole, non conquistata con il braccio. Già nel 56 Cesare aveva dovuto guerreggiare parecchi mesi per reprimere una insurrezione degli Armorici e dei Veneti. Era riuscito a domarli; e aveva fatto gran bottino, incominciando il saccheggio delle Gallie. Aveva anzi preparato per il 55 l’invasione della Britannia.... Ma al momento di muoversi, era stato trattenuto da un’invasione germanica, che irrompeva in Gallia, non più paventata e maledetta, ma sollecitata dagli indigeni, come l’avanguardia di un esercito liberatore. Erano queste le orde degli Usipeti e dei Tencteri. Con la rapidità consueta Cesare mosse contro gli invasori, intimando loro di ripassare il Reno; con uno strattagemma poco leale, fece prigionieri i loro capi venuti a lui in ambasceria, e condusse le sue legioni contro l’esercito germanico rimasto senza duci. La sconfitta, che egli inflisse alle orde, fu grave; e fu seguita da una sua breve incursione al di là del Reno: ma questa guerra gli aveva fatto perdere troppo tempo perchè Cesare potesse ancora, in quell’anno, tentare la divisata invasione della Britannia. Si contentò dunque di fare nell’isola un rapido sbarco con due legioni, e rimandò l’impresa all’anno seguente.
L’anno seguente, il 54, Roma tenterebbe dunque di conquistare in Asia niente meno che l’impero dei Parti; in Europa, la grande isola che un breve braccio di mare separava dalle coste della Gallia. Come il Ponto e come l’Armenia, il regno di Parzia era sorto, fin dalla metà del III secolo a. C., dal disfacimento del grande regno Seleucida. Ma forse per la lontananza, sino a questo momento Roma e l’impero dei Parti non erano stati nè amici nè nemici. Indifferente spettatore della prima guerra mitridatica, l’impero dei Parti aveva accennato, durante la seconda, ad allearsi con il Ponto e l’Armenia contro Roma, ma aveva poi desistito; e, quando Pompeo aveva sostituito Lucullo, si era messo da prima dalla parte di Roma, aiutandolo a conquistare l’Armenia; poi aveva accennato a rivoltarsi, attaccando l’Armenia cliente e vassalla di Roma; ma di nuovo aveva desistito. A sua volta Roma aveva ondeggiato tra opposti propositi: Lucullo aveva pensato a conquistare anche il regno dei Parti, ma era stato fermato dai soldati in rivolta; Pompeo si era prima inteso con i Parti, poi, ad un certo momento, aveva anch’egli inclinato alla guerra; finalmente si era deciso per l’amicizia. Dopo il ritorno di Pompeo in Italia l’incertezza aveva perdurato. C’era un partito che voleva vivere in pace con i Parti; ed era forte assai in senato[11]. C’era un partito, che voleva far loro la guerra rinnovando le gesta di Alessandro; e contava i suoi campioni più ardenti tra gli ufficiali, che avevano accompagnato Lucullo e Pompeo in Oriente, e tra gli amici di Crasso, di Pompeo e di Cesare. Il convegno di Lucca aveva deliberato di dar soddisfazione alla parte che voleva la conquista; e Crasso s’era assunto la difficile impresa. Il suo disegno era, anzi, forse più vasto: ricalcare le orme di Alessandro, penetrare nell’Iran e portare le aquile romane fin sulle rive sacre dell’Indo. Partito da Roma sul finire del 55, egli aveva imbarcate a Brindisi nove legioni di 3500 uomini l’una, più 5000 cavalieri e 4000 ausiliari; in tutto 40.000 uomini; era sbarcato a Durazzo e per la via Egnazia aveva attraversato nell’inverno l’Epiro, la Macedonia, la Tracia; passato il Bosforo, era entrato, nella primavera del 54, nella Siria settentrionale, aveva rilevato Gabinio dal suo comando; poi, fatti gli ultimi preparativi, aveva invaso, durante l’estate del 54, la Mesopotamia indifesa e occupato parecchie città; allora si era fermato. Egli voleva — e il piano era ingegnoso — attrarre il nemico in Mesopotamia, per non essere attaccato troppo lontano dalle sue basi di operazione. Frattanto Cesare aveva, nell’estate del 54, invasa la Britannia con una grossa armata e cinque legioni; ma, pur essendo riuscito ad internarsi nel paese al di là del Tamigi, e a vincere l’esercito nemico, presto tornò sul continente, pago solo della vana promessa di un tributo annuo. Le cose pericolavano troppo in Gallia, perchè egli potesse impegnarsi sul serio a conquistare la Britannia. I Carnuti, i Senoni, gli Aduatici, i Treviri, erano o in aperta rivolta o irrequietissimi; cosicchè gli fu forza non solo rinunciare a passar l’inverno, dal 54 al 53, nella Cisalpina, ma passarlo in Gallia, combattendo e battagliando, come poteva, nella stagione cattiva: per ricominciare poi con maggior vigore alla primavera del 53, nel tempo stesso in cui Romani e Parti ripigliavano le armi in Oriente.
Qui la mossa di Crasso parve da prima riuscire. Nella primavera del 53 le guarnigioni romane, lasciate in Mesopotamia, erano assediate dai Parti. I Parti venivano dunque a tiro.... Ma in verità il re dei Parti aveva mandato quasi tutta la cavalleria, leggiera e pesante, sotto il comando del Surena o generalissimo nella Mesopotamia, mirando anch’esso ad attirare i Romani più lungi che potesse dalle loro basi di operazioni. I due avversari impiegavano adunque lo stesso strattagemma: ma i Parti in un terreno ad essi meglio noto e con un esercito più addestrato a quel modo di combattere. Per maggior disgrazia, Crasso si persuase troppo facilmente di avere ingannato il nemico; e subito varcò l’Eufrate, per correre al soccorso delle città assediate. Ma il nemico, appena i Romani ebbero varcato l’Eufrate, levò subito l’assedio, e, come preso da panico, si ritirò precipitosamente verso l’interno.