Part 2
Allora — e allora soltanto — fu manifesto a tutti, che Cesare, Crasso e Pompeo avevano stretto quell’accordo, di cui tutti sussurravano, che un letterato del tempo chiamerà il _mostro a tre teste_, e a cui gli storici moderni danno il nome arbitrario di «primo triumvirato». Lo stupore fu immenso, e insieme la paura. Se Crasso, Pompeo e Cesare si erano messi d’accordo, chi potrebbe resistere loro? Pompeo aveva per sè i veterani e una parte dell’aristocrazia; Crasso, una parte dell’aristocrazia e i cavalieri; Cesare, le classi medie e la plebe di Roma: tutto lo Stato insomma era nelle loro mani. Difficile sarebbe ormai ottenere una magistratura, un comando, una legazione libera, senza il consenso di questa vera triarchia che, unita, dominerebbe la repubblica. La opposizione alla legge venne rapidamente meno; molti senatori, se non passarono senz’altro alla fazione dei tre capi, mutarono atteggiamento; il credito di Catone e dei suoi scemò in un batter d’occhio; e la legge, approvata dal popolo nei comizi tributi, fu giurata dal senato, anche da Catone e dai suoi amici.
6. =Le complicazioni galliche e la «lex Vatinia» (59 a. C.).= — Era la prima vittoria della coalizione. Ancora una volta la fortuna aiutava gli audaci. Ma verso la fine del febbraio del 59, mentre Roma era piena di tante agitazioni, veniva a morte il governatore della Gallia cisalpina, Q. Metello Celere. Quanti eventi dovevan nascere da questo accidente! Cesare pensò fosse giunto il momento di abolire il decreto del senato, che lo mandava a sorvegliare come proconsole le foreste della repubblica. La Gallia transalpina era da tempo agitata da guerre, che ogni tanto offrivano occasione ad interventi stranieri. Nel 61 quegli Allobrogi, che avevano salvato Roma dalla congiura catilinaria, erano insorti. Più a settentrione, a occidente e a oriente della Saona (l’antico _Arar_) Edui e Sequani si contendevano la supremazia della Gallia centrale e i ricchi pedaggi di quel fiume. Ma i Sequani erano stati vinti, e, poichè i loro avversari erano da un pezzo alleati dei Romani, si erano rivolti agli Svevi, una popolazione germanica che abitava al di là del Reno, e al loro re Ariovisto, insieme coi quali avevano sconfitto gli Edui. Ma entrato nel nuovo territorio, Ariovisto c’era rimasto, con una parte dei suoi Svevi; aveva assoggettato gli Edui a un regolare tributo, e tolta buona parte del territorio agli antichi alleati, i Sequani[7]. Liberarsene era ormai un impegno nazionale, ma il modo era nuovo argomento di discordie. Un partito sperava nell’aiuto di Roma: un altro invece aveva posto gli occhi sugli antichi alleati dei Cimbri, gli Elvezi, che, dopo la catastrofe della grande invasione germanica, erano discesi ad abitare la porzione occidentale della Svizzera, tra i due laghi di Costanza e di Ginevra, il Giura e le Alpi. Da qualche tempo gli Edui, presso i quali dominava il partito amico di Roma, avevano mandato ambasciatori a Roma ad annunciare, esagerandolo, il pericolo: gli Elvezi, cresciuti di numero e bisognosi di terre, stavano per muoversi e invadere la Gallia; Roma non li lasciasse insediarsi in Gallia, chè minaccerebbero di nuovo, come ai tempi dei Cimbri e dei Teutoni, l’Italia. Metello era quindi morto proprio sul punto in cui stava per partire e muovere guerra agli Elvezi.
La Gallia era dunque un campo in cui si potevano mietere gloria ed allori. Cesare la volle per sè. Ma chiedere al senato che revocasse il suo decreto era inutile. Ormai, dopo la legge agraria, Cesare era in rotta con la maggioranza del senato; e non poteva più sperar di governare d’accordo con il grande consesso. Non c’era quindi altro scampo: governare per il momento senza il senato, con i comizi; compire quell’esautoramento dell’assemblea, che Lucullo e Pompeo avevano iniziato. Egli non esitò. Voci inquietanti sulla minacciata invasione dei nuovi Cimbri furono diffuse; indi il tribuno Vatinio propose una legge, che concedeva a Cesare il governo della Gallia Cisalpina e dell’Illirico con tre legioni per cinque anni, dal giorno in cui la legge sarebbe promulgata, affinchè, se la guerra scoppiasse prima della fine dell’anno, egli potesse, come aveva fatto Lucullo, accorrere a prenderne il comando. La legge fu promulgata il 1º marzo. Indi, poichè dei comizi era padrone, Cesare procedè rapido, con leggi, a risolvere tutte le questioni che da tanto tempo pendevano. Una legge risolvè la questione dell’Egitto, dichiarando Tolomeo Aulete amico e alleato del popolo romano; e togliendo così questa vecchia causa di discordie tra Pompeo e Crasso.
Una legge concesse la riduzione del canone d’appalto dell’imposta d’Asia, che Crasso e i pubblicani chiedevano invano da due anni al senato. Una legge approvò finalmente tutti gli atti compiuti da Pompeo in Oriente. Cesare presentò infine una seconda legge agraria, con la quale intaccava l’ultimo resto di agro pubblico superstite in Italia, quello che anche i Gracchi e le leggi successive avevano rispettato, la Campania, ordinando fosse ripartita tra i cittadini poveri, padri di parecchi figliuoli. Infine, per stringere più fortemente l’unione con Pompeo, gli dette in moglie la figlia.
7. =Cesare e Clodio.= — Il senato non era mai stato esautorato a questo punto; il principio della collegialità del consolato non era mai stato ridotto a una finzione, come in questo anno. Bibulo, che dapprima aveva tentato di fare ostruzione a forza di aruspicina, aveva alla fine dovuto astenersi dall’intervenire ai comizi. I motteggiatori dell’epoca ripetevano che quello era il consolato, non già di Cesare e di Bibulo, ma di Giulio e di Cesare. Cosa ancor più funesta per Catone e per i suoi amici, Cesare intendeva prolungare questa sua potenza oltre l’anno del consolato, negli anni in cui sarebbe proconsole in Gallia. Cercò innanzi tutto di far nominare alle cariche per l’anno seguente tutti amici suoi; e in gran parte ci riuscì. Se gli avversari ebbero qualche successo nelle elezioni dei pretori, i due consoli per il 58 erano partigiani sicuri di Cesare, di Crasso e di Pompeo; e fra i tribuni della plebe, l’eroe famigerato dello scandalo della Dea Bona, P. Clodio Pulcro, doveva essere, più che un artigiano, uno strumento. Clodio era un patrizio, di quella famiglia dei Claudii, che contava tra le più antiche e celebri di Roma. Non è quindi da stupire se, fino allo scandalo del 62, fosse stato più incline agli oligarchi che ai popolari, e insomma non si fosse condotto in modo molto diverso da Pompeo, di cui era amico. Ma dopo lo scandalo, respinto dalla sua casta e dal suo partito, non restava a Clodio altro scampo che o ritirarsi per sempre nell’oscurità o buttarsi nelle braccia dei popolari. Cesare capì che avrebbe potuto sfruttare il nome e il vario ingegno di questo reietto della nobiltà; gli fece ottenere con una legge il passaggio dal patriziato alla plebe; lo aiutò ad essere eletto tribuno della plebe pel 58, e si intese con lui per organizzare il popolino di Roma, in modo da poter sicuramente padroneggiare i comizi, l’organo legislativo con cui egli aveva umiliato ed esautorato il senato; e sul quale faceva assegnamento, come principale strumento della potenza sua, di Pompeo e di Crasso, per domare le future resistenze del Senato. Da gran tempo, da prima della restaurazione sillana, i _collegia_ o associazioni d’artigiani, numerosi in Roma, s’erano buttati nella politica e nelle elezioni, e di solito avevano favorito il partito popolare. Ma abbandonati a sè medesimi, erano stati sempre in balìa del caso; e spesso assenti per indifferenza o volubili per ignoranza. Cesare pensò di dare a questo popolino, che, essendo numeroso e sempre presente a Roma, poteva essere maggioranza nei comizi quando volesse, una solida organizzazione; e incaricò Clodio di compire quest’opera, irreggimentando bande numerose di elettori e guadagnandone il favore con leggi e beneficî.
Nel senato veniva meno, del resto, perfino la voglia di opporsi a Cesare, a Crasso e a Pompeo. Catone e i suoi amici erano ormai un piccolo gruppo solitario e impotente: tanta paura incuteva la coalizione dei tre potenti personaggi, dopo le umiliazioni inflitte al senato per mezzo dei comizi. Cesare solo non avrebbe spadroneggiato a quel modo: ma chi poteva presumere di opporsi a Cesare, a Crasso e a Pompeo uniti? Le elezioni per il 58, così favorevoli ai tre potenti cittadini, disanimarono interamente l’opposizione; cosicchè subito dopo le elezioni il senato, su proposta di Crasso e di Pompeo, arrotondò, ancora più che non fosse saggio, i poteri proconsolari di Cesare, e gli conferì anche quella parte della Transalpina che era provincia romana, col comando di una legione. E non appena fu entrato in carica, il 10 dicembre, Clodio si accinse a compier l’opera di Cesare, lanciando le nuove proposte con le quali Cesare, Crasso e Pompeo pensavano di padroneggiare i comizi, e farne lo strumento sicuro del loro governo: una _lex frumentaria_, per la quale i cittadini poveri di Roma avrebbero diritto di avere il grano, non più a prezzi di favore, ma gratuitamente; una _lex de jure et tempore legum rogandarum_, che liberava i comizi tributi da ogni osservanza liturgica e che permetteva di tener le assemblee politiche in tutti i _dies fasti_, anche nei festivi, e quindi facilitava ai campagnoli l’intervento nei comizi: una _lex de collegiis_, che toglieva di mezzo diverse limitazioni poste dal senato alle associazioni degli artigiani; infine una _lex censoria_, che scemava ai censori la facoltà di non ammettere in senato quanti avevano rivestito le necessarie magistrature. Queste leggi furono approvate quasi senza opposizione, pochi giorni dopo che il consolato di Cesare era finito; e quasi come una postuma vittoria di questo.
8. =Importanza storica e carattere politico del consolato di Cesare.= — Il quale aveva operato — o almeno tentato — nello Stato romano un mutamento assai più profondo, che i contemporanei forse non credessero. Se si badi solo alle leggi proposte da lui e da Clodio, Cesare è il continuatore di Caio Gracco e dei suoi successori. Ritroviamo le stesse leggi agrarie e frumentarie, le stesse leggi favorevoli ai cavalieri, le stesse leggi, che cercano di restringere l’autorità del senato. Ma tra queste leggi non ce ne è più nessuna, come la legge agraria e la legge della cittadinanza per Caio Gracco, che sia il fine, per raggiungere il quale le altre servono di mezzo: per Cesare queste leggi sono mezzi e preparazioni di una rivoluzione politica, nella quale deve ricercarsi la vera opera sua. In che consiste questa rivoluzione? Non in viste o ambizioni monarchiche, quali troppi e troppo ingenui storici gli hanno attribuite; ma nell’aver incominciato a sostituire — in fatto se non in diritto — al governo aristocratico del senato un governo sul modello della τυραννίς la tirannide greca; una triarchia — potremmo dire — il governo personale di tre cittadini più potenti degli altri, che, ciascuno a capo non di un partito politico ma di una clientela di interessi, dominerebbero uniti i comizi e il senato disporrebbero delle cariche, e potrebbero dirigere tutta la politica dell’impero, senza però mutare la costituzione e solo facendola agire a proprio vantaggio. Arbitri dei comizi, questi tre cittadini potrebbero disporre delle cariche; e potendo disporre delle cariche, dominerebbero la maggioranza del senato e tutto lo Stato. È chiaro che per simile rivolgimento il governo di Roma, che era stato sino allora in potere di una aristocrazia, divisa in larghe consorterie di famiglie, veniva ad alterarsi profondamente. Senonchè non bisogna credere che Cesare fosse spinto a cambiar così la costituzione politica di Roma da una smodata ambizione. I tempi e la situazione potevano più che le sue ambizioni. Egli tentava di sostituire questo governo di clientele all’aristocratico governo del senato, perchè la riforma di Silla era fallita; e l’aristocrazia non era più capace di far operare la costituzione romana e di governare nel senato l’Impero. Non era anzi neppur più una aristocrazia nel senso vero della parola; una aristocrazia compatta, omogenea, abbastanza concorde, attiva e forte; ma una accozzaglia di antiche famiglie e di nuove, di guerrieri, di diplomatici, di uomini d’affari, d’avvocati, di letterati, di gaudenti, diversi per origine, per tradizione, per gusti, per idee, gelosi e invidiosi gli uni degli altri; che risentiva in se medesima tutte le confusioni e oscillazioni e discordie della vita circostante. La cresciuta potenza e ricchezza, la cultura greca, le guerre civili e i diuturni conflitti politici avevano portato a compimento questa dissoluzione, il cui segno più manifesto era il fiacco, incoerente, slegato governo che aveva retto l’impero dalla morte di Silla in poi. In quei venti anni nessuno aveva più governato Roma, nè il senato, nè i comizi, nè la vecchia nobiltà, nè i cavalieri, nè il partito democratico; ma l’impressione del momento, la tradizione, la violenza fugace dei partiti. Onde le finanze erano in disordine; le elezioni dipendevano ogni anno da un capriccio dell’opinione pubblica o da una sorpresa preparata dagli interessi; la pirateria e il brigantaggio infestavano i mari e le terre; perfino l’esercito era disorganizzato: gli effettivi delle legioni, dimezzati; nessuna o quasi nessuna istruzione militare per le nuove reclute volontarie; i generali e gli ufficiali superiori, improvvisati tra i politicanti; solo i centurioni, questi oscuri ufficiali di carriera, conoscevano per esperienza il mestiere delle armi, e formavano il sostegno dell’esercito in dissoluzione. Nè più vigorosa e illuminata era la politica estera, nella quale, quando non capitava un Lucullo o un Pompeo a decidere a suo rischio e pericolo, l’azione del senato si riduceva a tirare in lungo tutte le questioni, senza risolverle. Non aveva il senato esitato lungamente perfino ad accettare il Ponto e la Siria, che Pompeo gli offriva, già domati e fruttuosi? Ma quando un potere indebolisce invecchiando, sempre accade che presto o tardi un altro, più vigoroso cerca di togliergli di mano scettro e spada. Questo appunto aveva fatto Cesare, approfittando delle debolezze, degli errori, delle discordie, dei conflitti di interesse da cui era diviso l’ordine sociale, a cui secondo la costituzione spettava di governare l’impero. Il tentativo, grazie alla sorpresa e alla sua maestria, era lì per lì riuscito: ma il nuovo governo, fondato in un baleno, resisterebbe o no, secondo che riuscisse a reggersi e a far cose utili e grandi, in quella vecchia repubblica, troppo aristocratica per tradizione, perchè un tentativo di quella natura non dovesse, passata la sorpresa, scontentare, irritare e spaventare. Difatti da ora in poi non si può più dire che ci siano, nel senato e in Roma, un partito oligarchico e un partito popolare; c’è piuttosto un partito che potremmo chiamare senatorio, il quale mira a difendere l’autorità del senato contro le usurpazioni del potere personale e della triarchia, sfruttando l’avversione di molti per ogni forma di potere personale, e attribuendogli tutte le sventure della repubblica. La rivendicazione dei diritti e dell’autorità del senato sarà sottintesa in tutte le agitazioni che turberanno la repubblica. Il nerbo di questo «partito del senato» sarà formato dal piccolo e fiero gruppo capeggiato da Catone.
NOTE AL CAPITOLO PRIMO.
[1] Su questa ambizione di Crasso, cfr. PLUT., _Crass._, 13, 2, 7, e G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, vol. I, cap. XIII; vol. II, Appendice C.
[2] Per il programma dei Catilinari si veda il documento, che il maggiore, eppur tanto ostile, storico di quella congiura — C. SALLUSTIO CRISPO — riferisce: una loro lettera al senato (SALL., _Cat._, 33).
[3] Per la discussione in senato, come per il discorso di Cesare, cfr. SALL., _Cat._, 50-54.
[4] Fu questa la così detta _IVª Catilinaria_.
[5] CIC., _ad Att._, I, 18, 3: _Exagitatus senatus, alienati equites romani. Sic ille annus duo firmamenta rei publicae, per me unum constituta, evertit._
[6] Che le pratiche e gli accordi pel primo triumvirato siano stati conclusi dopo l’elezione consolare di Cesare non è soltanto affermato da SUET., (_Caes._, 19 contro DIO CASS., 37, 54 e PLUT., _Caes._, 13; _Pomp._, 47; _Crass._, 14; APP. _B. Civ._, 2, 9), ma è confermato dalla precisa testimonianza di CICERONE, _ad Att._, 2, 3, 3. Cfr. G. FERRERO, vol. I, pag. 435.
[7] Cfr. CAES., _B. G._, I, 31, 4 sgg. Tutta la prima parte della campagna gallica di Cesare è raccontata in modo molto diverso dalla tradizione: le ragioni di questi mutamenti sono state esposte lungamente nell’Appendice D, pubblicata nel vol. II della traduzione francese di G. FERRERO, _Grandeur et Décadence de Rome_, Paris, 1915. Questa appendice manca nell’edizione italiana, nella quale il racconto segue ancora la tradizione.
CAPITOLO SECONDO
L’ANNESSIONE DELLA GALLIA
9. =L’esilio di Cicerone (58 a. C.).= — Nei primi mesi del 58 Clodio adempiè al suo impegno, anche oltre il desiderio dei triumviri. Non solo fece approvare le leggi proposte; ma riuscì a mandare via di Roma i due maggiori uomini che potevano dar ombra a Crasso, a Pompeo e a Cesare: Catone e Cicerone. Al primo una sua legge impose di recarsi ad occupare Cipro, sebbene godesse di un governo indipendente. E Catone dovette, per quanto a malincuore, obbedire al comando del popolo. A Cicerone toccò di peggio. Clodio voleva vendicarsi della deposizione che Cicerone aveva fatta contro di lui nel famoso processo: propose dunque sui primi del 58 una legge, con la quale si minacciava l’_interdictio aqua et igni_ a chiunque condannasse o avesse condannato a morte un cittadino romano senza appello al popolo. Era precisamente il caso dei Catilinari e di Cicerone. Il grande oratore e i suoi amici dapprima tentarono di commuovere il popolo, e sollecitarono Cesare, Crasso e Pompeo ad intervenire. Ma il popolo non si mosse; Clodio era popolarissimo; i tre capi del governo avevan troppo bisogno di lui; onde colui che i senatori e Pompeo avevano chiamato _Padre della Patria_, non aspettò nemmeno che la legge fosse approvata e ai primi di marzo prese la via dell’esilio, salpando alla volta della Macedonia. Appena Cicerone fu partito, Clodio si affrettò a far approvare la sua legge e a far confermare con un’altra legge l’esilio del suo nemico, relegandolo a 400 miglia da Roma, confiscandone i beni, distruggendone le case e le ville.
10. =La campagna di Cesare contro gli Elvezi (58 a. C.).= — Frattanto Cesare indugiava a Roma, invece di recarsi nella sua provincia, dove pure parecchi mesi prima s’era detto che una grande guerra stava per scoppiare; e non partì che a primavera, quando, sul finire di marzo, anche gli Elvezi finalmente si mossero alla loro migrazione[8]. Se veramente Cesare era persuaso che quelli fossero i nuovi Cimbri e i nuovi Teutoni, occorre dire che egli fu di una singolare imprudenza; perchè si lasciò sorprendere dal movimento elvetico con una sola legione nella Provincia, mentre altre tre si trovavano acquartierate ad Aquileia. Per fortuna, giunto che fu in gran fretta a Ginevra, non ci trovò che un’ambasceria, la quale chiedeva umilmente di poter attraversare la Provincia, per andare a stabilirsi nella Gallia. La orda era così remissiva, che accondiscese senza difficoltà ad aspettare alcuni giorni la risposta, quando Cesare di ciò la richiese; e mentre Cesare faceva venire le altre tre legioni e fortificava i punti in cui il Rodano era facile a passare tra il lago e il Giura, non cercò, in quel non breve intervallo, di forzare il passo, come avrebbe potuto senza soverchia difficoltà. Cosicchè il 13 di aprile, Cesare, ormai sicuro di poter respingere un attacco, rifiutò loro il passaggio: e allora i nuovi Cimbri e Teutoni non insistettero; e chiesero invece ai Sequani il permesso di transitare pel loro territorio.
Roma non voleva che gli Elvezi si stabilissero in Gallia, temendo un nuovo pericolo cimbrico; e il senato aveva ordinato al governatore della Narbonese di difendere gli Edui, i quali avevano implorato l’aiuto di Roma contro la nuova invasione. Cesare poteva dunque considerarsi in obbligo di inseguire gli Elvezi nell’interno della Gallia. Ritornò nella Cisalpina, arrolò due nuove legioni, passò il Monginevra, scese a Grenoble e, volgendosi a settentrione, marciò verso le frontiere della Provincia. La lentezza del supposto nemico, che conduceva seco donne, fanciulli, masserizie e viveri per tre mesi, aveva concesso al generale romano il tempo di compiere operazioni così complicate. Per un momento, anzi, Cesare, oltrepassata verso il principio di giugno la frontiera della Provincia, con circa 25.000 uomini, sperò di raggiungere gli Elvezi, mentre stavano passando la Saona, sul punto di entrare, attraversato il territorio sequano, nel territorio degli Edui. Ma per quanto egli si affrettasse, non riuscì che ad annientare una piccola retroguardia, rimasta di qua dal fiume. Passò allora con l’esercito il fiume, e si diede ad inseguire il nemico: quand’ecco presentarglisi un’ambasceria di Elvezi, alla cui testa era lo stesso loro capo, Divicone, una vecchia conoscenza dei Romani, perchè tanti anni prima, giovanissimo, aveva preso parte all’invasione dei Cimbri e dei Teutoni. Questa ambasceria dichiarò che gli Elvezi non avevano alcuna intenzione di far la guerra a Roma; che volevano solo stabilirsi in Gallia e con il consenso dei Romani.... Le richieste non avrebbero potuto essere più discrete: ma chi le faceva era un antico capo dell’orda cimbrica e Cesare non si fidò. Respinse le proposte e ricominciò a seguire a qualche distanza gli Elvezi, che avevano ripresa la marcia, senza tuttavia subito attaccarli, parte perchè aspettava una buona occasione, parte perchè i suoi movimenti erano di continuo intralciati dalla mancanza di vettovaglie. A queste si erano incaricati di provvedere gli Edui: ma troppo spesso al loro impegno mancavano, allegando ora un pretesto ora un altro. Cesare volle alla fine mettere le cose in chiaro; fece un’inchiesta; e allora, per la prima volta, si accorse che inseguendo gli Elvezi era venuto a cacciarsi nel tremendo ginepraio delle discordie galliche. Se il governo eduo gli aveva chiesto aiuto contro gli Elvezi, c’era tra gli Edui un partito — e potentissimo — che considerava gli Elvezi come amici. Anche tra gli Edui, come presso quasi tutti i popoli gallici, la vecchia nobiltà, che fin allora aveva tenuto il potere, impoveriva e si indebitava; arricchiva invece e predominava una piccola plutocrazia, che accaparrava terre e capitali, monopolizzava la riscossione delle imposte, esercitava con grande profitto l’usura, e, appoggiandosi sulla plebe, ch’essa si studiava di favorire e accarezzare, lottava per spodestare la vecchia aristocrazia, instaurando dei governi personali, non dissimili da quello, che Cesare, Crasso e Pompeo avevano costituito in Roma. Questo partito aveva sollecitato gli Elvezi a venire in Gallia, perchè sperava di servirsene come di una milizia, sia per scacciare Ariovisto, sia per consolidare il suo potere; ed ora cercava di favorirli, tagliando i viveri ai Romani.