Roma antica, Vol. 2/3

Part 4

Chapter 43,681 wordsPublic domain

Questa ritirata mise in sospetto molti tra gli ufficiali di Crasso, i quali consigliarono di fermarsi e di vedere più chiaro nelle intenzioni del nemico. Ma Crasso cadde invece nel tranello; e credendo quello il mezzo di finire presto la guerra, si slanciò alle calcagna dei Parti. Per giorni e giorni li inseguì nel deserto, senza raggiungerli: ogni passo avanti acuiva la smania di agguantare a ogni costo il fuggente avversario; ma ogni giorno pure cresceva la stanchezza e l’inquietudine dell’esercito.... Quando, un giorno, appena passata la città di Carre, mentre i Romani erano per toccare le rive del Belik, i Parti, fermatisi ad un tratto e voltatisi, offrirono battaglia. L’ora tanto aspettata era giunta, ma sorprendeva l’esercito romano stanchissimo. Gli ufficiali volevano rimandare la battaglia e aspettare; ma Crasso, sempre pauroso che il nemico gli sfuggisse, ordinò di attaccare. Fu uno strano combattimento, di un genere a cui l’esercito romano non era adusato. La cavalleria pesante dei Parti attaccava con impeto le coorti romane, eludendo con le sue manovre qualunque contrattacco, mentre gli arcieri e i frombolieri a cavallo riversavano incessantemente sul nemico una grandine di proiettili. Questi ripetuti assalti non riuscirono a romper le legioni romane, ma inflissero loro molte perdite; cosicchè, alla sera, Crasso dovette dare l’ordine della ritirata. Ma l’esercito era scoraggiato, pervaso di strani terrori, e il mobile nemico non gli dava tregua. Rapidamente la disciplina si rallentò, i corpi incominciarono a sbandarsi e la ritirata a volgersi in fuga; finchè un giorno i soldati, sobillati da emissari del Surena, che prometteva loro di lasciarli ritornare tranquilli in patria, se acconsentivano a trattar la pace, costrinsero Crasso a recarsi al colloquio. Crasso diffidava del tranello; ma preferendo perire per mano nemica che trucidato dai propri soldati, si recò al fatale invito, e fu ucciso il 9 giugno del 53. Il capo fu inviato alla Corte del re dei Parti; e le ossa non ebbero sepoltura. Dei soldati una parte si disperse, o fu fatta prigioniera.

17. =L’anarchia a Roma (54-53 a. C.).= — Era una sciagura pari alle maggiori sofferte nei secoli dalle armi romane. E la notizia giunse a Roma nel mese di luglio, quando solo da poco tempo, dopo sette mesi di interregno, si era riusciti a eleggere i magistrati per l’anno stesso, che, secondo le leggi, avrebbero dovuto essere eletti verso la metà dell’anno precedente. Come era accaduto un così grande ritardo? Il governo personale di Crasso, di Pompeo e di Cesare aveva di nuovo, come nel 58, sebbene per altra via, generato l’anarchia. Soltanto il senato, con la sua autorità, poteva ancora infrenare un poco e tenere a segno le ambizioni che scendevano ogni anno a misurarsi nell’agone elettorale. Che pandemonio erano diventate le elezioni, dopochè il senato era stato esautorato! In quell’anno, poi, le candidature erano state così numerose; tanti gli intrighi, le violenze, le corruzioni, le mine e le contromine dei candidati e i loro accorgimenti d’ostruzione, che non si era potuto eleggere nessun magistrato. Pompeo, che invece di andare in Spagna era rimasto nei pressi della città, molle e irresoluto come al solito, non aveva fatto nulla. Questi scandali avevano non poco nociuto al governo e ai suoi capi, a Cesare soprattutto, che era il più discusso e il più bersagliato. La rovina di Crasso non poteva non accrescere questo malessere. Avevano dunque ragione Catone e i suoi amici, che si erano sempre opposti alla spedizione e all’avventurosa politica di tre troppo potenti capi della Repubblica! Peggio ancora fu, quando le elezioni per l’anno 52 scatenarono di nuovo l’anarchia. Erano candidati al consolato Milone, Publio Plauzio Ipseo e Quinto Cecilio Metello Scipione, figlio adottivo di Metello Pio; alla pretura l’immancabile Clodio; alla questura un ufficiale di Cesare venuto apposta dalla Gallia, Marco Antonio. La gara delle ambizioni infuriò di nuovo; Pompeo abbandonò Milone; Clodio per far dispetto a costui sosteneva gli altri due candidati; e i candidati partigiani degli uni e degli altri incominciarono a battagliare per le vie. Invano i consoli tentarono a più riprese di tener i comizi; alla fine il Senato, non Intendo altro, deliberò di proporre al popolo una legge, per la quale un magistrato non avrebbe potuto ottenere una provincia, se non cinque anni dopo esercitata la magistratura. Si sperava di chetare così un poco la furibonda concorrenza alle magistrature. Ma intanto si giunse alla fine dell’anno senza aver nominato i magistrati e non si potè nemmeno nominare l’_interrex_, perchè un tribuno si oppose. Quando, al principio del 52, e proprio il 18 gennaio, Clodio, tornando con il suo seguito da Bovillae, si incontrò sulla via Appia con Milone che, accompagnato dal suo seguito, andava a Lanuvio. Le due parti vennero alle mani, e Clodio fu ammazzato. Questa violenza bastò per scatenare la rivoluzione. Il popolino di Roma, eccitato dai clienti di Clodio, dopo averne celebrato i funerali con una pompa quasi selvaggia, appiccò le fiamme del rogo, nel quale il corpo del suo idolo era scomparso, alla curia stessa del senato. L’incendio si propagò alla basilica Porzia, e di qui ai maggiori e più venerati monumenti romani: Roma fu per giorni e giorni piena di tumulti, di incendi, di risse, di dimostrazioni, di grida....

18. =La grande rivolta della Gallia (53-52 a. C.).= — Roma non era proprio la città in cui i governi personali potessero troppo facilmente imporsi, dopo tanti secoli di governo aristocratico. Di nuovo il sistema politico, immaginato da Cesare, si dissolveva. Perciò appunto, sulla fine del 53, Cesare aveva lasciata la Gallia Transalpina e si era avvicinato all’Italia, comprendendo che era necessario aiutar Pompeo e la sua fazione a rimettere un po’ d’ordine nella turbata repubblica. Ma Cesare aveva appena vôlto le spalle alla Transalpina, ancora irrequieta, che i corrieri delle Gallie lo raggiunsero. L’incendio riardeva: i Carnuti avevano trucidato i mercanti italiani ed erano insorti di nuovo; gli Arverni avevano rovesciato il governo amico di Roma, e condotti da un giovane principe, già amico di Cesare, Vercingetorige, avevano innalzato la bandiera della rivolta; i Senoni, i Parisii, i Pictoni, i Cadurchi, i Turoni, gli Aulerci, i Lemovici, gli Andi e tutti i popoli abitanti sulle rive dell’Oceano si erano sollevati, riconoscendo Vercingetorige come capo; i Sequani tentennavano; gli Edui, rimasti fedeli, stavano per esser chiusi, e le legioni romane con essi, come in un cerchio di ferro; un esercito già si avviava verso la Gallia Narbonese, mentre un altro invadeva il territorio dei Biturigi, tributari degli Edui. Cesare non esitò un istante: abbandonò l’Italia, Roma e Pompeo al loro destino: e volò nella Narbonese. Rinforzò alla meno peggio la difesa; poi con poche coorti, in pieno inverno, valicando le Cevenne coperte di neve, si gettò sull’Arvernia, volendo far credere al nemico che invadeva con grandi forze tutto il paese. Infatti Vercingetorige, ingannato da questo attacco, accorse con l’esercito in difesa della sua patria assalita. Allora Cesare, ripassate le Cevenne e ritornato nella Provincia, con un piccolo corpo di cavalleria che vi aveva lasciato, cavalcando notte e giorno, mentre gli insorti lo credevano tra gli Arverni, potè arrivare inaspettato nel paese dei Lingoni, mettersi a capo delle due legioni che vi stanziavano, ordinare che le altre legioni, sparse per la Gallia, si raccogliessero ad _Agendicum_ (_Sens_). Così, in pochi giorni, si ritrovò a capo del suo esercito: 35.000 uomini di fanteria, più gli ausiliari gallici e qualche contingente di cavalleria. Erano queste tutte le forze, di cui poteva disporre; e non erano molte: ma non c’era da esitare.... L’audacia sola poteva salvarlo. Difatti, con un sì esiguo esercito, in mezzo ad un paese in fiamme, Cesare prese una risoluta offensiva. In pochi giorni attaccò e prese _Vellaunodunum_, incendiò _Genabum_ (Orléans), passò la Loira, entrò nel paese dei Biturigi, assediò _Noviodunum_.

Vercingetorige, che non era riuscito a fermarlo, immaginò allora un piano di guerra, che, applicato senza pietà, avrebbe potuto riuscire rovinoso ai Romani; fare il vuoto intorno al nemico devastando i paesi; molestarlo e affamarlo ogni giorno con assalti improvvisi di cavalleria, con catture di convogli e di rifornimenti. Senonchè, appena fu messo mano ad eseguire il piano, i Biturigi scongiurarono l’implacabile eroe delle libertà galliche di risparmiare la loro capitale Avarico, la futura Bourges, ch’essi s’impegnavano a difendere fino all’estremo. Vercingetorige ebbe la debolezza di cedere; cosicchè Cesare, invece di smarrirsi nel vuoto, correndo nel deserto dietro un nemico inafferrabile, ebbe un punto saldo su cui dirigersi e colpire: Avarico. Vercingetorige non osò soccorrerla; i Biturigi avevano troppo presunto delle loro forze; Cesare con un vigoroso assedio di poche settimane la prese, trucidò tutta la popolazione, e si impadronì di tutte le provvigioni accumulate nella città.

Questa vittoria non permetteva soltanto a Cesare di riposare e rifornire l’esercito nella ricca e ben provvista città; ma rialzava il prestigio delle armi romane e scoraggiava gli insorti. Non aveva Cesare distrutto Avarico, sotto gli occhi di Vercingetorige, senza che costui osasse soccorrerla? Non era manifesto che Cesare era il più forte? Cesare dovette illudersi addirittura d’aver vinto la guerra, se si indusse a dividere le forze. Quattro delle sue dieci legioni andrebbero, agli ordini di Labieno, contro i Sequani e i Parisii, che da poco avevano ingrossato le file dell’insurrezione, mentre egli stesso con sei legioni colpirebbe l’insurrezione al cuore, attaccando il territorio degli Arverni e obbligando Vercingetorige ad accettare la battaglia, che terminerebbe la guerra. E così fece. Invano Vercingetorige tentò d’impedirgli di varcare l’Allier. Cesare eluse con uno strattagemma la sua sorveglianza; e invase l’Arvernia, ponendo l’assedio a Gergovia, per farle subire la stessa sorte di Avarico. Ma egli non aveva più che sei legioni; e Gergovia resistette ostinata.... L’assedio andò per le lunghe; questo suo prolungarsi incominciò a rianimare il coraggio dei Galli; Cesare volle finirla, e diede l’assalto alla città; ma fu respinto con tali perdite, che dovette risolversi ad abbandonare l’impresa e a riprendere la via del nord, per ricongiungersi con Labieno.

Le conseguenze dell’errore furono assai funeste. Là sconfitta di Gergovia, annunziata ovunque ed esagerata, scosse le popolazioni rimaste fedeli; perfino gli Edui passarono al nemico, togliendo ai Romani la miglior base di rifornimento e tagliando le comunicazioni di Cesare con Labieno. Cesare capì che occorreva ricongiungersi al più presto e a qualunque costo con Labieno: per non perdere tempo a far dei ponti si cacciò nella Loira con l’esercito, e la passò a guado; poi, risalendo verso il settentrione a marce forzate, raggiunse Labieno, probabilmente ad _Agendicum_. Labieno aveva combattuto con fortuna i Senoni e i Parisii: ma a che servivano queste vittorie? Tutta la Gallia ormai era insorta; a Bibracte stava per radunarsi una dieta nazionale, che chiamerebbe alle armi tutti i popoli gallici; che fare con poco più di 30.000 uomini, in un paese tutto in rivolta? Cesare deliberò di abbandonare per il momento la Gallia, ritirandosi nella Provincia: ma il traversar la Gallia in fiamme con quel piccolo esercito, gli parve impresa così pericolosa, che prima di muoversi volle accostarsi alla frontiera occidentale della Germania allo scopo di fare, tra quelle popolazioni germaniche, grandi leve di cavalleria. Il generale, che sette anni prima era entrato in Gallia per distruggere il pericolo germanico, intendeva ora servirsi dei Germani contro i Galli, e pagava i primi con l’oro preso ai secondi.

Ma più che la cavalleria germanica, le discordie, gli errori e le imprudenze del nemico salverebbero Cesare. Già a Bibracte i Galli avevano acerbamente discusso sul comando e sul piano: se continuare la guerriglia o fare la guerra grande. Un po’ per contentare il partito che voleva la guerra grande e un po’ perchè la guerriglia richiede poche truppe, ma buone, e Vercingetorige invece comandava un esercito numeroso, raccogliticcio e scadente, il duce arverno fu costretto a mutar il modo di guerreggiare, che sino ad allora gli era riuscito così bene. Quando Cesare, probabilmente nella prima metà dell’agosto, iniziò la sua ritirata verso la Provenza, Vercingetorige, abbandonando il suo quartier generale, ch’egli aveva stabilito in _Alesia_ (Alise St. Reine nel dipartimento della Côte d’Or), e la guerriglia, seguita fin allora, venne in campo aperto a contrastargli il passo. Ma sopra un vero campo di battaglia le legioni romane, il genio del loro duce, l’impeto dei cavalieri germanici ebbero ragione dell’attacco e della resistenza nemica[12]. E bastò questa battaglia per mutare le sorti della guerra. Vercingetorige, sconfitto, riparò in Alesia; Cesare, smessa l’idea di ritirarsi in Provenza, si volse subito ad investire Alesia; Vercingetorige, chiuso da Cesare entro giganteschi lavori, chiamò in suo soccorso la Gallia intera.... Si raccolse così un nuovo grande esercito — oltre 250.000 uomini, dice Cesare[13] — i quali avrebbero dovuto piombare sull’esercito romano dal di fuori, mentre da Alesia gli assediati avrebbero fatto l’ultima sortita della disperazione. Se il piano riusciva, l’esercito romano sarebbe stato distrutto da un doppio assalto. Non sentendosi la forza di resistere a questo doppio assalto in campo aperto, Cesare non esitò a costruire, intorno alla linea delle prime trincee, una seconda grandiosa opera di fortificazioni, dietro la quale il suo esercito, assediante e assediato nel tempo stesso, avrebbe potuto resistere al nuovo nemico. L’espediente era nuovo, ingegnoso, ma temerario; e non avrebbe sortito alcun buon effetto, se l’esercito di soccorso avesse assediato con pazienza l’esercito romano, anche a costo di far morire di fame insieme e nella stessa cerchia Cesare e Vercingetorige. Ma i duci erano parecchi e discordi fra loro; il desiderio di salvare Vercingetorige, troppo vivo; il nuovo esercito, raccogliticcio, impaziente e mal provvisto di materiali e di viveri. Invece di assediare pazientemente gli assedianti, l’esercito di soccorso volle far presto, tentò di forzare il campo di Cesare; si esaurì per sette giorni in furiosi ma vani assalti; poi si sbandò. Allora Vercingetorige, vinto dalla fame, si consegnò prigioniero nelle mani del vincitore (settembre 52).

La insurrezione gallica era domata; Cesare era quasi per miracolo scampato alla sorte di Crasso; la nuova provincia gallica, dopo otto anni di insurrezioni e di guerre continue, era salva. Il conquistare l’Occidente era impresa più ardua e di maggior sacrificio dell’Oriente: ma quanto più duratura e proficua nel lontano avvenire![14].

NOTE AL CAPITOLO TERZO.

[11] Questo partito aveva riportato una bella vittoria nel 55. Poichè il governatore della Siria, A. Gabinio, meditava la guerra alla Parzia, il Senato gli oppose un fermo divieto: cfr. STRAB., 12, 3, 34.

[12] Il luogo della battaglia è incerto: secondo alcuni, essa seguì sulle rive della Vingeanne; secondo altri, tra Brevon e l’Ource; secondo altri, infine, o nei pressi di Montigny, o non lungi da Allofroy.

[13] Cfr. CAES., _B. G._, 7, 75-76. Sebbene la lunga serie di cifre, da cui questo totale risulta possa in qualcuno dei suoi addendi esserci pervenuta corrotta, tuttavia il risultato finale non è mai inferiore a 250.000.

[14] Su questo periodo di storia romana, cfr. la più particolareggiata esposizione di G. FERRERO, _Grandezza e Decadenza di Roma_, vol. II, cap. IV-VII.

CAPITOLO QUARTO

LA SECONDA GUERRA CIVILE

(49-46 a. C.)

19. =Il consolato unico di Pompeo (52 a. C.).= — A Roma intanto, mentre Cesare combatteva in Gallia, Pompeo e il partito del senato, spaventati dai tumulti che continuavano, dallo sfacelo della repubblica, dalla catastrofe di Crasso, dalla rivolta della Gallia, avevano un po’ dimenticato gli odî e i ripicchi antichi. Anche i più ostinati avversari della triarchia erano stati ammansati dal pericolo; quanto a Pompeo, era troppo ricco, troppo potente, troppo viziato dalla fortuna, da non voler primeggiare piuttosto con il favore del senato, che a suo dispetto. Così, perdurando ed imperversando i tumulti, la proposta di nominare Pompeo non dittatore — chè il nome dopo Silla era odioso — ma console unico, fu approvata da tutti, anche da Catone. Pompeo a sua volta si affrettò a contentare la parte più autoritaria del partito senatorio, attuando in poche settimane ciò che quella chiedeva invano da anni. Con una legge _de ambitu_ e un’altra _de vi_, abbreviò la durata dei processi, aggravò le pene ai delitti di corruzione politica, commessi sin dal 70, rinvigorì e accelerò la procedura contro le violenze commesse nelle elezioni, diede una spinta vigorosa ai processi. In un batter d’occhio un gran numero di partigiani di Clodio e di Cesare furono condannati insieme con qualcuno dei più turbolenti tra i loro avversari. Neanche Milone, l’antico amico di Pompeo, fu risparmiato. Appropriandosi poi una proposta fatta l’anno prima, ma inutilmente, dal senato, Pompeo propose una _lex de provinciis_, la quale vietava che nessun console o pretore romano diventasse governatore di una provincia, se non cinque anni dopo la fine della sua magistratura. Presentò inoltre una _lex de iure magistratuum_, la quale riconfermò l’antico divieto di brigare il consolato a chi fosse assente da Roma; ad eccezione di coloro che avessero ricevuto o ricevessero dal popolo la dispensa. Questa eccezione toccava Cesare, che poco prima una legge, proposta dai suoi amici, aveva autorizzato a presentarsi candidato per il 48, senza essere presente in Roma.

L’ordine fu ristabilito in Roma; il senato respirò; Pompeo ritornò in credito, come un secondo Silla, presso quella parte della aristocrazia, che aveva subìto, ma non accettato, il governo della triarchia. Senza discussione, gli fu prorogato di cinque anni il governo della Spagna. Vacillò invece la potenza di Cesare. Il governo da lui fondato pericolava. La morte di Crasso prima, la lenta conversione di Pompeo poi, il disastro partico, la rivolta della Gallia, l’anarchia di Roma avevano prima screditato e poi disciolto la triarchia. Della antica potenza dei tre capi non restava più che un odio implacabile, tutto addensato su lui, poichè Pompeo si era riconciliato con i nemici. Cesare aveva ragione di temere che se, finito il proconsolato, egli tornasse a Roma semplice cittadino, i suoi nemici gli intenterebbero qualche processo che, rovinandolo, farebbe scontare a lui, con le sue, le colpe di Crasso e di Pompeo[15]. Non c’era che uno scampo: essere rieletto console, e farsi accordare un nuovo e lungo proconsolato; poichè ogni magistrato era, sinchè copriva la carica, inviolabile. Ma i suoi poteri proconsolari duravano sino al 1º marzo del 49 a. C., che era il decimo anniversario del giorno in cui la _lex Vatinia_ gli aveva assegnato la Gallia. Cesare non poteva dunque brigare il consolato che nelle elezioni che avrebbero luogo durante l’anno 49 e farsi nominar console per il 48; onde nei dieci mesi che correrebbero tra il 1º marzo del 49 e il 1º gennaio del 48, rientrando nella vita privata, sarebbe stato facile bersaglio ai processi dei nemici. Una legge gli aveva, sì, concesso di brigare il consolato assente da Roma: ma che gli serviva, se i suoi poteri spiravano il 1º marzo?

20. =Il conflitto tra Cesare ed il Senato (51-49 a. C.).= — Cesare pensò di chiedere al senato, al principio dell’anno 51, che gli prolungasse i poteri proconsolari dal 1º marzo del 49 al 1º gennaio del 48, allegando che questo prolungamento era implicito nella legge che gli concedeva di postulare il consolato senza essere presente a Roma. La salvezza di Cesare dipendeva da questa domanda, che a sua volta dipendeva da Pompeo. Il senato l’approverebbe o la respingerebbe, se Pompeo l’appoggiasse o la combattesse. Pompeo quindi fu corteggiato con zelo eguale dagli amici e dai nemici di Cesare. Ma Pompeo, sebbene ormai fosse avverso a Cesare e favorevole al partito senatorio[16], allorchè, in aprile, la domanda di Cesare fu discussa in senato, non si pronunciò, e un tribuno della plebe lo tolse dall’impaccio di dover dichiararsi, interponendo il veto. Ma Cesare aveva nemici fanatici; e tra questi c’era il console Marcello; il quale risollevò il 1º giugno la questione, proponendo addirittura di richiamare Cesare dalla Gallia. Questa volta Pompeo non potè più tacere; ma si cavò d’impaccio, dicendo che non si poteva trattar della successione di Cesare prima del 1º marzo dell’anno 50. Il senato gli diede ragione, e Marcello ammutolì; ma per risollevare la questione a suo tempo e proprio il 30 settembre, proponendo che il 1º marzo dell’anno seguente si discutesse in senato la successione di Cesare; e che si dichiarasse nullo in precedenza ogni veto che i tribuni interponessero. Queste proposte furono occasione di un vivace dibattito; la prima fu approvata e la seconda sospesa dal veto tribunizio; ma il vero guadagno della seduta per i nemici di Cesare fu che questa volta Pompeo dovette aprirsi; e lo fece, sentenziando che, se il 1º marzo i tribuni amici di Cesare avessero fatto uso dell’intercessione, Cesare doveva considerarsi e «castigarsi» come ribelle.

La fortuna di Cesare, che frattanto domava le ultime resistenze della Gallia, pericolava. Pompeo lo abbandonava; e gli aveva ormai quasi spezzato in mano l’arma del _veto_. Se avesse cercato di scaramucciare con il veto dei tribuni amici suoi, dopo quella dichiarazione, si sarebbe guastato apertamente con Pompeo. Questo Cesare non voleva; onde immaginò un curioso espediente. Era stato eletto tribuno per l’anno 50 a. C. Scribonio Curione, un giovane pieno d’ingegno e di debiti, grande oratore e scrittore, e acerrimo nemico di Cesare. Promettendo di pagargli i debiti, Cesare ottenne di trarlo dalla sua parte e di fargli accettare una missione difficilissima: quella di impedire il 1º marzo la discussione sulla sua provincia, fingendo di adoperarsi come nemico suo, ma non dell’equità e della costituzione. Se l’intercessione di un tribuno a lui nemico avesse impedito la votazione, come avrebbe Pompeo potuto risentirsene contro di lui? E Curione disimpegnò mirabilmente il suo bizzarro incarico. Affermando, con affettata imparzialità, che era tempo di finirla con tutti i poteri straordinari, sia di Cesare che di Pompeo; presentando leggi opposte, talune di spirito oligarchico, altre a seconda dell’umore popolare; atteggiandosi a difensore imparziale della legge e della pubblica pace; attaccando Cesare, ma nello stesso tempo Pompeo, Curione riuscì a diventar così popolare presso il pubblico, che voleva la pace, da poter far differire, con il veto e con altri espedienti, di mese in mese, sino alla fine del 50, ogni dibattito sulla successione di Cesare. Pompeo, che una malattia aveva condannato all’inerzia per parecchi mesi, ne approfittò volentieri per fare le viste di dimenticare le minacce pronunciate nella seduta del 30 settembre; e la maggioranza del senato gli fu grata di differire la terribile questione. Ma questi abili maneggi, nei quali non si tardò a sospettare la mano di Cesare, esasperarono i nemici del proconsole e lo stesso Pompeo. D’altra parte, avvicinandosi la fine dei poteri proconsolari di Cesare, era necessario definire la questione.