Part 19
CAPITOLO DODICESIMO
NERONE
76. =La leggenda dell’avvelenamento di Claudio e l’elezione di Nerone (13 Ottobre 54)=. — Tacito racconta che Agrippina, inquieta perchè Claudio mostrava da qualche tempo di prediligere Britannico, lo avvelenò, mescolando veleno ad un piatto di funghi. Ma Claudio, pur soffrendo, non moriva: essa allora avrebbe fatto chiamare il medico di Claudio, Senofonte, il quale, fingendo di curarlo, avrebbe cosparso la gola del malato di un veleno mortale[73].
Questo racconto è così strano, che Tacito stesso, quando giunge a narrare del medico, ha cura di mettere al riparo la propria buona fede con un _creditur_. Ma se l’episodio del medico non è sicuro, che resta di tutto il racconto? Si aggiunga che Tacito stesso afferma come da parecchio tempo Claudio fosse ammalato, anzi in cura a Sinuessa. Non è allora più semplice supporne che il vecchio imperatore, già ammalato, soccombesse improvvisamente al suo male? Tanto più che il motivo del delitto supposto da Tacito non regge. Che Claudio preferisse il figlio suo, Britannico, al figliastro Nerone, è naturale. Ma che pericolo era allora per Agrippina questo amore, anche se essa desiderava che suo figlio e non Britannico succedesse a Claudio? Avrebbe, anzi, dovuto desiderare ardentemente, che Claudio vivesse ancora parecchi anni, Nerone non aveva ancora 17 anni: era quindi troppo giovane, perchè si potesse già pensare a chiedere per lui quel consentimento del senato, che era pur necessario alla sua nomina.
Nè più verosimili sono gli intrighi che Agrippina avrebbe fatti, secondo Tacito, nella notte in cui Claudio morì, per impedire l’elezione di Britannico a profitto di Nerone. Basti dire — ma nessuno storico ha pensato a questa circostanza — che Britannico aveva allora soltanto 12 anni! Britannico era già escluso dalla età. Non si poteva mettere a capo delle legioni e dell’impero un ragazzo dodicenne. Invece, quando si tenga presente la età di Britannico e di Nerone, e se si ammetta che Claudio morì di morte naturale, è possibile argomentare ciò che avvenne. Britannico e Nerone erano i due soli maschi della famiglia di Augusto: morendo Claudio, quando il più adulto, Nerone, aveva soltanto 17 anni, non sarebbe necessario cercare il successore in un’altra famiglia, come già dopo la morte di Caligola era stato tentato? Si poteva proporre al senato e imporre alle legioni un giovinetto, inesperto e timido come Nerone, che era ancora agli studi? Ma che il successore fosse cercato in un’altra famiglia non poteva piacer molto — e se ne intende facilmente la ragione — nè ad Agrippina nè ai liberti, i quali si erano fatti così ricchi e potenti, con il favore di Claudio. Il trapasso, inoltre, poteva presentare dei pericoli.... Non c’era dunque che uno scampo: affrontare il senato e chiedergli di mettere al capo dell’impero e dell’esercito, badando più al nome che all’età, Nerone.
Par verosimile che queste perplessità angustiassero Agrippina e i suoi amici, nelle ore che precedettero e seguirono la morte di Claudio. Le due alternative erano egualmente pericolose. E prevalse il partito di tentare la sorte con la candidatura di Nerone. Il passo era audace; perchè c’era da aspettarsi un contrasto fortissimo, se il senato deliberasse liberamente: onde fu stabilito di ricorrere, per vincere le esitanze e come si era fatto nell’elezione di Claudio, ai soldati. Nella notte infatti, per mezzo di Seneca e del comandante della guardia, Afranio Burro, le coorti pretoriane furono avvertite e preparate: il gran nome di Nerone — poichè allora era ancora il nome più illustre e venerato della storia di Roma — i ricordi di Druso e di Germanico fecero il solito effetto sui soldati; nella mattina del 13, le porte del palazzo imperiale si aprirono, e Nerone, accompagnato da Afranio e da Burro, si presentò alla coorte di guardia. Questa la acclamò, lo mise in una lettiga, lo portò al campo dei pretoriani, che a loro volta lo acclamarono capo. Di lì a poco il senato fu convocato; e ricevette la notizia ufficiale della morte di Claudio, quando già i soldati avevano indicato il loro successore. Che fare? Di mala voglia e brontolando, il senato ratificò la scelta; ma i senatori se ne andarono a casa, scuotendo tristamente il capo. L’impero affidato a un ragazzo! Dove si finirebbe di questo passo? A che era ridotta la grande repubblica di Scipione, di Paolo Emilio, di Silla!
77. =Agrippina e la restaurazione della repubblica.= — Senonchè, subito dopo i funerali di Claudio, una lieta sorpresa venne a confortare gli afflitti spiriti dei senatori. Nerone si presentò al senato; e pronunciò un discorso modesto e forbito, in cui, scusandosi della sua giovinezza ed inesperienza, chiedeva al senato di volerlo assistere con l’opera e il consiglio; e dichiarava perciò di rimettere di nuovo al senato tutti i poteri civili, giudiziari e amministrativi esercitati dai suoi predecessori, ritenendo egli solo il comando delle legioni[74]. In altre parole, egli compiva quella quasi totale restaurazione della repubblica, che i malcontenti del senato da tanti anni reclamavano; restituiva al senato, tranne i poteri militari, tutti i poteri, che il senato aveva avuti nei tempi più floridi della repubblica.
Agrippina e i suoi amici cercavano sagacemente di mitigare nel senato, con questa concessione, il rancore e malcontento per l’elezione di quel fanciullo, e per la violenza usatagli dai pretoriani. Un fanciullo di 17 anni non poteva governare, massime nei primi anni, quando dovrebbe fare il suo tirocinio, senza la benevolenza e l’aiuto del senato. La mossa abile riuscì. Il senato smise il broncio; e i primi due anni del nuovo governo furono assai felici. Nerone mantenne la sua parola; lasciò il senato esercitare liberamente i suoi uffici, mentre egli si occupava degli eserciti, seguendo i consigli di Seneca, di Burro e della madre: esempio di moderazione e di modestia, che parve mirabile in sè e più per la giovane età di chi lo dava.
Ma era una illusione. I contemporanei scambiavano per moderazione e modestia la pigrizia e l’indifferenza. Le autocrazie sembrano a volte prese dal bisogno di rinnegare se stesse in certi spiriti ribelli, i quali vogliono far tutto ciò che la tradizione vieta e non far nulla di quello che essa impone. Nerone era uno di questi rampolli ribelli di una antica stirpe; la cui figura e la cui sorte resteranno un mistero, sinchè non si tenga ben fermo questo punto. Egli lasciava volentieri al senato la cura di molte pubbliche faccende, non per ossequio alla costituzione, ma perchè la guerra, il diritto, amministrazione — tutti gli uffici che la tradizione indicava come i più degni di un nobile romano — lo annoiavano. Egli amava invece le arti — le arti belle, la poesia, la musica, il canto, la danza — ben oltre la misura concessa dalla tradizione ad un nobile romano; e a coltivare queste arti, a studiar musica e canti, attendeva con zelo maggiore che ad apprendere la guerra e il governo. Non è difficile argomentare per qual ragione Nerone venne presto in discordia con la madre. Ligia alla tradizione, Agrippina avrebbe voluto che Nerone si occupasse di armi e di leggi, e non di canti e di suoni. Cosicchè se tutti — senato e popolo — erano in Roma contenti di Nerone, non andò molto invece che incominciò a non esserne più contenta proprio Agrippina. La ricchezza, il potere, le adulazioni fomentarono rapidamente nel giovane le sue naturali inclinazioni, restate sino ad allora nascoste: onde Agrippina vide ben presto qual figlio, a cui essa aveva con tanta fede impartito una rude educazione romana, trasformarsi in un effeminato damerino, vago solo di sollazzi e incline a un capriccioso esotismo! Agrippina cercò di correggerlo. Ma non si governa un imperatore come un figlio. Ne nacquero dei dissapori, che circa un anno dopo la elezione, proruppero, per un incidente, ad aperta discordia.
78. =Prime discordie di famiglia: la morte di Britannico (55).= — Nerone aveva sposata, come dicemmo, Ottavia, che era una perfetta matrona romana. Senonchè Nerone non tardò a mostrare le sue inclinazioni esotiche anche nell’amore; invaghendosi di una bella liberta orientale di nome Acte, e così perdutamente, che per un momento pensò di ripudiare Ottavia e di mettere al suo posto Acte. Era una pazzia: per la _lex de maritandis ordinibus_, i matrimoni tra senatori e liberte non erano riconosciuti dalla legge. Agrippina si oppose al ripudio di Ottavia e riuscì ad impedirlo: ma Nerone a sua volta trascurò Ottavia e visse con Acte pubblicamente come fosse la sua sposa, non ostante le proteste di Agrippina. Di nuovo, e per un capriccio d’amore questa volta, la discordia era entrata nella casa dei Cesari; e come era sempre successo da Augusto in poi, quando nella famiglia imperiale era scoppiato un dissidio, non mancò neppur questa volta chi cercò di approfittarne, invelenendolo. Agrippina, come abbiamo visto, aveva molti nemici. Intorno a Nerone incominciò dunque a raccogliersi una cricca che, lusingandone la vanità e compiacendone le passioni, mirava a irritarlo contro la madre e a rovesciare, per mano sua, la detestata potenza di questa.
Intanto il senato, a cui Nerone aveva restituito i suoi poteri, aveva ricominciato a governare l’impero: ma quanto debole era la sua mano! L’assemblea era invecchiata; mancava di capi autorevoli; mancava di alacrità e di energia. L’autorità di un _princeps_ savio e forte era ormai necessaria a uno Stato, che senza quella peccava sempre o per eccesso o per difetto. Nerone invece non pensava che a divertirsi, a imparar bene la musica e il canto. Agrippina però era una donna energica; un partito piccolo ma potente, composto, ci dice Tacito, delle famiglie più antiche dell’aristocrazia, era con lei: poichè Nerone si ribellava, trascurava i suoi doveri, si distaccava dai suoi, Agrippina si accostò a Britannico, all’altro maschio della famiglia, verso il quale si volgevano anche le speranze della nobiltà più antica e più conservatrice. Ma invano: perchè sul finire del 55, all’improvviso, Britannico fu colto da malore durante un banchetto; e poche ore dopo morì. Di veleno propinatogli da Nerone — fu ’detto subito allora, e ripeterono poi gli storici.
Questa accusa è più credibile di tante altre consimili, che si trovano negli storici; perchè almeno questa volta si vede chiaro il motivo che avrebbe spinto Nerone a toglier di mezzo Britannico. Che però l’accusa sia sicura, non oseremmo dire neppur questa volta, sia perchè delitti di questa natura sono più facilmente sospettati che perpetrati, sia perchè certi particolari del racconto possono far nascere dubbi. Certo è invece che questa voce si diffuse e fu creduta anche da Agrippina; e quindi, vera o falsa, l’inasprì ancora di più. Per quanto, morto Britannico, essa non potesse più opporre a Nerone un emulo, Agrippina non si die’ per vinta; si rivolse alle grandi famiglie; si sforzò di suscitar in quelle una opposizione che infrenasse Nerone; si agitò con la consueta energia.... Nerone si spaventò: le tolse le guardie militari che le erano state assegnate sotto Claudio; la costrinse ad uscir dal suo palazzo e ad abitare nella casa della nonna, Antonia, la madre di Germanico; cercò insomma di isolarla. Agrippina a sua volta resistè.
79. =La politica orientale di Nerone.= — Senonchè se il senato era inattivo e se Nerone poco si curava dei pubblici affari, intorno all’imperatore stavano uomini — primi tra costoro Seneca e Burro — i quali sapevano imprimere alla pubblica cosa quell’impulso, che avrebbe dovuto procedere dall’imperatore. Ne è prova un vasto piano di politica orientale, a cui fu dato mano al principio del 55. Gli ultimi imperatori avevano tenuto d’occhio le province occidentali, la Gallia, la Germania, la Britannia, e trascurato l’Oriente; dove di nuovo i Parti si erano fatti avanti, a detrimento della potenza e del prestigio romano. All’avvento di Nerone, l’Armenia era sotto il governo di Tiridate, fratello di Vologese, re dei Parti; del che il pubblico mormorava. Il governo di Nerone — i consiglieri che lo guidavano — deliberarono perciò di ripigliar subito con mano più ferma la politica orientale troppo trascurata da Claudio. Poichè il governatore della Siria, Ummidio Quadrato, aveva fatto cattiva prova, fu spedito in Oriente con forze considerevoli L. Domizio Corbulone, che, pochi anni prima s’era illustrato in Germania; e mentre i sovrani vassalli ricevevano ordine di apprestar contingenti, si iniziavano trattative con il re dei Parti, perchè sgombrasse l’Armenia. Sorpreso impreparato da queste minaccie, nel 55, il re dei Parti sembrò cedere, chiese pace, diede ostaggi ai Romani. Ma Tiridate non lasciò l’Armenia. D’altra parte, se le truppe che Corbulone aveva trovate in Siria, erano sufficienti per una dimostrazione militare, non bastavano ad una guerra. Per questa occorreva restaurare la disciplina nelle legioni ammollite dall’Oriente e dalla pace; aumentarne gli effettivi, rifornirle di armi e trasportare in Asia qualcuna delle agguerrite legioni dell’Occidente. Prevedendo che l’accordo del 55 sarebbe solo una tregua e volendo definire in modo stabile le cose d’Oriente, gli uomini che governavano in nome di Nerone, mentre costui veniva in discordia con la madre, diedero a Corbulone i mezzi per riorganizzare le legioni d’Oriente.
80. =Poppea Sabina e l’assassinio di Agrippina (marzo del 59).= — Così tra il 56 e il 58, mentre in Roma, intorno a Nerone e ad Agrippina discordi, si raggruppano i due partiti che da Augusto in poi avevano turbato la repubblica — il partito della giovane nobiltà e il partito tradizionalista — si preparava in Oriente un forte esercito. Pur troppo però la lotta tra il figlio e la madre diventò mortale, a partire dall’anno 58, ossia dopochè Nerone, dimenticata Acte, si innamorò di Poppea Sabina. Poppea apparteneva ad una ricca e cospicua famiglia romana: era bellissima, colta, piacevole, e come suo marito Otone, apparteneva alla nobiltà che ammirava ed imitava i modi e costumi dell’Oriente. Suo marito era il più famoso tra tutti i giovani aristocratici di Roma per la eleganza e per il lusso[75]. È facile imaginare quel che successe, quando Nerone si fu innamorato di Poppea. Essa capì che il giovane imperatore smaniava di darsi tutto a quella vita di lusso e di piaceri in cui essa viveva; ma che l’impacciavano i resti della sua rude educazione romana, la soggezione che ancor gli incuteva Agrippina, e la vecchia aristocrazia in mezzo a cui era cresciuto e viveva. Incominciò quindi a stuzzicarlo, canzonandolo per la ineleganza dei suoi modi, delle sue vesti, delle sue feste, delle sue case; citandogli l’esempio di suo marito. Nerone si accese di un amore sempre più vivo per Poppea, che lo spingeva là dove egli voleva andare; e per esser più libero con lei, spedì Otone in Lusitania con una missione onorifica. Rimasta sola a Roma con Nerone, e vedendo il suo potere sull’imperatore crescer continuamente, Poppea concepì alla fine un piano ardito: farsi sposare da lui, dopo aver divorziato da Otone. Nerone mutò a vista d’occhio d’abitudini, modi e propositi; non vide più Agrippina che rare volte, appena pochi istanti e alla presenza di terzi; mostrò perfino, egli che sino ad allora era stato così indifferente alla politica, una improvvisa smania di lasciar una sua orma nelle pubbliche cose. Un bel giorno si presentò al senato e propose nientedimeno che di abolire in tutto l’impero tutti i _vectigalia_, cioè tutte le imposte indirette. I _vectigalia_ pesavano assai sulle classi minute, e sul piccolo commercio; non si poteva dunque imaginare proposta più popolare. Ma i senatori allibirono a sentirla: perchè, se approvata, l’impero avrebbe fatto bancarotta! Si ragionò molto, in senato, di questa proposta; e Nerone si persuase alla fine a desistere; ma pur tuttavia volle fare qualche cosa a favore del popolo, togliendo via, per mezzo di un _edictum_, molti abusi che rendevano più gravosa al popolo l’esazione di molti _vectigalia_ ed esentando dai _vectigalia_ i soldati[76].
Poppea non fu forse estranea a questo improvviso amore del principe per il popolo. Nerone sempre più inclinava all’idea di sposarla: ma per sposarla doveva ripudiare Ottavia. Ora l’opinione pubblica non avrebbe lasciato senza scandalo e proteste ripudiare Ottavia, che era un esempio di virtù romane, per sposare una donna frivola, leggiera, prodiga come Poppea. Per la forza che ancora conservavano, se non nella vita dei singoli, nell’opinione comune del pubblico i principî del puritanismo tradizionale, un simile divorzio era un passo ardito e pericoloso. Bisognava adunque che Nerone si preparasse a farlo, rendendosi caro e accetto ai soldati, al popolo, alle masse. Senonchè Nerone e Poppea non tardarono ad accorgersi che un altro ostacolo si presentava: Agrippina. Agrippina aveva fatto il matrimonio di Nerone e di Ottavia; Agrippina proteggeva Ottavia; Agrippina aveva dichiarato che, lei viva, Nerone non ripudierebbe Ottavia.
E Agrippina aveva ancora volontà, potere e prestigio quanto bastava per incutere terrore al figlio, in una questione in cui aveva dalla sua l’opinione pubblica. Nerone poi era pauroso, debole, incerto. Non è quindi meraviglia se egli si spaventasse di questa opposizione della madre; ed esitasse. Che cosa successe allora? Noi siamo qui al punto mortale della vita di Nerone: quando il giovane imperatore fa il passo irrevocabile sulla via, che doveva condurlo alla rovina e all’infamia. Poppea esercitò tutte le seduzioni per persuaderlo al matricidio? Fu l’opera di Poppea aiutata dai molti nemici, che Agrippina aveva in Roma e nella casa imperiale? Nerone stesso si persuase alla fine che solo ove la madre mancasse, egli potrebbe godersi liberamente l’impero, nel quale sempre più vedeva uno strumento di piacere e di lusso? Noi non possiamo rispondere sicuramente a questi quesiti. Certo è invece che nel 59 Nerone si indusse a far uccidere la madre, dopochè il comandante della flotta, il liberto Aniceto, gli ebbe preparato un progetto, che doveva assicurare il segreto. Nerone non era così stolto da non sapere che neppure ad un imperatore era lecito, in Roma, macchiarsi impunemente le mani con il sangue della madre. Perciò Aniceto aveva pensato di fabbricare una nave con una botola segreta: se a Nerone riuscisse di far salire la madre su quella nave, dei marinai fidati potrebbero in mezzo al mare calarla a fondo e seppellire nelle acque Agrippina e il segreto della sua morte.
Il racconto, con cui Tacito ha descritto questo famoso assassinio, è troppo noto, perchè occorra ripeterlo a lungo. Nella primavera del 59 Nerone, che era a Baia, finse di voler riconciliarsi con la madre; l’invitò da Anzio, ove si trovava, alla sua villa; la accolse con rispetto e tenerezza. Quando Agrippina, lieta e riconfortata, si accinse a ritornare sulla nave preparata da Aniceto, Nerone l’accompagnò a bordo, abbracciandola teneramente.... E la nave partì, in una bella sera di primavera, con un mare placido e tranquillo che non minacciava naufragi. Agrippina, stesa sopra un letto, si godeva la bella sera. Ma quando i marinai aprirono la botola, fosse difetto del congegno o imperizia e trepidazione dei sicari, la nave non affondò così presto come si era creduto; piegò invece da un lato; e Agrippina ebbe il tempo di gettarsi in mare mentre i sicari, nella confusione, uccidevano una sua compagna di viaggio, credendo di uccidere lei. Ma all’alba, poco dopo che i sicari avevano portato a Nerone la notizia che Agrippina era sparita in fondo al mare, giunse alla villa dell’imperatore un liberto di Agrippina, ad annunciare a Nerone che la nave, per un accidente, aveva fatto naufragio, ma che essa aveva potuto salvarsi a nuoto, raggiunger la costa e quindi una sua villa vicina. Agrippina aveva certamente capito la vera ragione di quello strano naufragio in piena calma, ma faceva le viste di non aver capito, il che era l’ultimo ed unico scampo. Che cosa poteva essa fare, contro un principe, che non indietreggiava neppur innanzi al matricidio?
Ma Nerone invece sbigottì; temè che Agrippina correrebbe a sollevare le legioni, denunciando il delitto. Che cosa accadrebbe, quando queste sapessero che egli aveva tentato di trucidare la figlia di Germanico? Fuori di sè per lo spavento, Nerone mandò a chiamare Seneca e Burro, che certo non avevan saputo nulla dell’infame progetto, e raccontata tutta la verità, chiese loro consiglio ed aiuto. Pare, almeno se Tacito non ha messo del suo troppo colore nel descrivere questo episodio, che dapprima i due consiglieri non sapessero che consigliare: poi Seneca avrebbe chiesto a Burro che cosa succederebbe se si ordinasse ai pretoriani di compiere l’opera incominciata: avrebbe dato, con mezze parole e in forma di domanda, il consiglio di far uccidere Agrippina. Ma Burro, che non voleva prendersi una tal responsabilità avrebbe risposto subito che i pretoriani non avrebbero mai uccisa la figlia di Germanico. Poi aggiunse che, se si veniva a tale idea, Aniceto e i marinai della flotta potevano forse, poichè ci avevano posto mano, condurre a termine l’impresa.... Anche egli dava lo stesso consiglio di Seneca, ma con mezze parole e lasciando la responsabilità a Nerone. Nerone mandò a chiamare Aniceto, lo supplicò di salvarlo e di ridargli una seconda volta l’impero. E Aniceto che, se Agrippina viveva, correva il rischio di pagare il fio di tutto questo sanguinoso imbroglio, non esitò. Con un manipolo di marinai corse alla villa di Agrippina e l’uccise.
81. =La guerra armeno-partica (58-60).= — L’irrevocabile era compiuto. Ma la morte di Agrippina era tale avvenimento, che non si poteva pensare di nasconderla. Bisognava dunque raccontarla in modo da sviare i sospetti. Nerone e i suoi consiglieri spedirono al senato una relazione, secondo la quale Agrippina, scoperta ad ordire una congiura contro l’imperatore, si sarebbe uccisa. Ma Agrippina aveva amici fedeli; ma in questa versione la congiura e il suicidio eran stati collegati troppo goffamente con quello straordinario naufragio, a cui nel racconto era pur stato necessario di alludere, perchè ormai tutti ne avevano avuto notizia. La versione ufficiale non fu creduta; delle dicerie strane non tardarono a circolare; e in mezzo a molti particolari fantastici il pubblico indovinò il vero. Un improvviso orrore agghiacciò Roma e l’Italia. Certo il popolo di Roma e d’Italia si era molto corrotto: ma non al punto, da non sentir ribrezzo di un matricidio, amiche se commesso da un imperatore. Nerone si spaventò, rimandò a miglior tempo il divorzio e il matrimonio con Poppea; e per parecchi mesi non osò tornare a Roma.