Part 18
La conquista della Britannia era appena cominciata: la verità era questa. Occorreranno ancora dieci anni di combattimenti sanguinosi, per prendere saldo possesso di una parte dell’isola. Ma l’ardita mossa di Claudio piacque a Roma e all’Italia, che da lungo tempo occhieggiavano la Britannia come il naturale complemento della Gallia. Nello stesso anno, essendo scoppiati torbidi in Licia, la Licia fu unita alla prefettura della Panfilia e annessa. E per un momento parve che il governo di Claudio traesse da questa vigoria e da questi successi un po’ di quel prestigio e di quella forza di cui aveva bisogno. Dal 43 al 48 corre un periodo in cui Claudio, sia pure commettendo errori, governa con larghe vedute e compie molte opere insigni. Dobbiamo attribuire questa insolita larghezza di vedute ai suoi liberti — uomini intelligenti e naturalmente poco ligi alle vecchie tradizioni romane, nelle quali non erano stati educati? È probabile. Comunque sia, il governo di Claudio, pur conservandosi fedele nelle grandi linee alla tradizione del romanesimo, introduce nell’amministrazione e nella giustizia molte cose nuove richieste dai tempi. Nel 46, abbandonando la rigidezza restrittiva ed esclusiva di Augusto e di Tiberio, l’imperatore concede la cittadinanza romana a intere popolazioni delle Alpi, come gli Anauni del Trentino, i Tulliassi, i Sindoni[66]. Due anni dopo (48), affronta in senato il geloso spirito nazionale romano, facendo concedere il pieno _ius honorum_ ai ricchi Galli Transalpini, gli Edui per primi, che già possedevano la cittadinanza: accordando cioè loro il diritto di essere nominati senatori[67]. Per la prima volta questo diritto era riconosciuto alle classi alte di una provincia; e non è improbabile che a spingere Claudio al passo ardito, oltre il bisogno di rinforzare l’aristocrazia senatoria, contribuisse l’impresa di Britannia. Claudio voleva conquistar la Britannia; quindi doveva sforzarsi di assicurarsi a Roma la fedeltà della Gallia, che era la sua base di operazione per la conquista dell’isola. Ma di qual mutamento doveva essere il primo seme, quella riforma! Notevoli sono pure certe riforme giuridiche di Claudio, nelle quali per la prima volta appare qualcosa di razionale e di universale, che contrastava con lo spirito, fin allora tanto gretto e formalistico, del giure romano.
73. =Messalina: storia e leggenda.= — Nel 47 Claudio assunse la censura, già da molti anni sospesa ed inerte; e la esercitò seguendo le più scrupolose norme dell’antica repubblica: distribuendo numerose _notae censoriae_, espellendo senatori indegni, obbligando i senatori poveri ad uscire dal senato; creando, per colmare i vuoti di questo consesso, nuove famiglie patrizie[68], e riscotendo da uno dei due consoli, con l’assenso dell’assemblea, l’appellativo di _pater senatus_. Roma avrebbe dovuto esser contenta, finalmente! Invece nè il buon governo, nè il plauso del senato riuscivano a vincere l’opposizione, che in Roma continuava a serpeggiare e a più riprese a manifestarsi. Claudio poteva conquistare province e far buone leggi; ma Roma non ammetteva che l’imperatore, il quale doveva comandare a tutti, non riuscisse a farsi ubbidire in casa nè dai liberti nè dalla moglie. Perchè l’imperatrice e la sua condotta erano un’altra causa di malcontento e non meno grave. Claudio aveva sposato in prime nozze una Plauzia Urgulanilla, ch’egli dovette repudiare: in seconde nozze, un’Elia Petina, da cui egualmente divorziò; e, finalmente in terze nozze, una giovane donna, bellissima, e di nobilissima famiglia. La storiografia classica ha versato tutto il nero delle sue ombre sulla memoria di Valeria Messalina, dipingendocela come dissoluta fino all’inverosimile, crudele, cinica, ingorda. Senonchè, mentre riesce difficile spiegare, se essa fu proprio tale, taluni dei suoi atti, impossibile addirittura diventa intendere come ella non solo sia stata lungamente tollerata nella casa di un Claudio; ma abbia anche goduto non piccola considerazione presso l’aristocrazia romana, che non era tutta un’accolta di donne perdute e di bagascioni; e non sia stata abbandonata, nemmeno nella rovina, dall’affetto di una delle più autorevoli Vestali romane, sulla quale nessun storico antico osa lanciare l’ombra di un sospetto.
Giudicando equamente, sembra potersi affermare che, se Messalina non fu nè una Livia, nè un’Antonia, sarà stata, alla peggio, una Giulia; cioè una donna come tante altre nell’aristocrazia romana del tempo; bella, giovane, capricciosa, leggiera, bramosa di godere e di sfoggiare, facile a confondere le faccende della famiglia con quelle dell’impero e imprudente nell’abusare della debolezza del marito, anche in cose che erano di spettanza, non del marito, ma dell’imperatore. Si mescolava dunque alle faccende pubbliche, e donnescamente: onde troppe volte per la debolezza di Claudio i suoi amori e i suoi odî intralciarono l’amministrazione dello Stato e la scrupolosa osservanza della giustizia; troppe volte essa pretese violare le leggi suntuarie, che Claudio aveva ribadite; troppo spesso anche, a quanto sembra, abusò della sua potenza per far denaro; chè essa, almeno secondo gli storici antichi, sarebbe stata nel tempo molto avida e molto prodiga. In Roma vigeva ancora la tradizione latina, che non consentiva alla donna di immischiarsi troppo apertamente negli affari pubblici, e che accanto all’imperatore voleva una matrona fornita di tutte le virtù in onore presso gli italici, quale era stata Livia. Se una parte almeno dell’aristocrazia, la parte più favorevole ai nuovi costumi, poteva essere in qualche modo indulgente, in quanto anch’essa partecipava a quelle che si dicevano, un po’ esageratamente, le «orgie» della nuova Baccante, il medio ceto romano rammaricava acerbamente che dall’alto venisse un esempio così scandaloso.
74. =La congiura di Messalina e di Silio (48).= — La debolezza di Claudio, le sue continue paure, le esitazioni e le incertezze che ne eran l’effetto, le leggerezze e forse le ruberie di Messalina, le ruberie e le prepotenze di qualcuno dei suoi liberti frustravano lo zelo e l’alacrità con cui egli attendeva alle cose pubbliche e riformava gli abusi con leggi provvide e sagaci. Senato e popolo erano malcontenti; tutti imprecavano a Messalina e ai liberti, ridevano di Claudio; molti senatori adocchiavano la successione del debole principe; ogni giorno correvano dicerie di congiure e di rivolte militari; tumulti popolari scoppiavano ogni tanto. Nel 46 c’era stata, anzi, una congiura, che aveva avuto a capo Asinio Gallo, fratellastro del figlio di Tiberio, Druso. Cosicchè a poco a poco il governo di Claudio venne a trovarsi in una così strana incertezza, quale non si era mai vista, a Roma. Si direbbe che Roma non sapesse se lo voleva o non lo voleva. Faceva, questo governo, ottime cose, eppure era minacciato da tutte le parti e screditatissimo; tutti ogni mattina aspettavano che prima di sera sarebbe caduto e molti si preparavano a raccoglierne l’eredità; eppur resisteva a tutte le congiure che si ordivano; durava, alla meglio, ma durava. Insomma, se da Augusto a Claudio il governo si era indebolito, anche l’opposizione non era più così forte come ai tempi di Tiberio. Le conventicole dell’aristocrazia che combattevano il governo di Claudio erano discordi, poco abili, più imprudenti che energiche. Il malcontento pubblico si sfogava in discorsi; ma i soldati restavano fedeli al figlio di Druso. Il governo tirava innanzi, come poteva, zoppicando....
Quando nel 48 e nel 49, un nuovo pericolo lo minacciò dal di dentro. Siamo giunti all’episodio più clamoroso della vita di Claudio. Il racconto, che gli scrittori antichi ci hanno tramandato, è notissimo. Messalina si sarebbe innamorata di un giovane senatore che sì chiamava Silio; non contenta di averlo per amante, avrebbe voluto sposarlo, pur essendo moglie di Claudio; perciò, mentre il marito era in Ostia, avrebbe celebrato nell’anno 49, in Roma, solennemente le nozze con Silio, compiendo tutti i riti religiosi in vista del pubblico inorridito, sinchè Claudio avvertito le avrebbe mandato l’ordine di morire! Ma questa romanzesca storia, attestata concordamente e da Tacito e da Svetonio e da Dione Cassio, è incomprensibile, almeno se non si suppone, non solo che Messalina fosse impazzita, ma che matti fossero anche tutti gli altri, e Silio, e i magistrati che si acconciarono a compiere i riti delle nozze, e quanti a questa sacrilega pagliacciata assistettero.... E tanti pazzi insieme sono troppi. Chi sa che rispetto i Romani avevano per le cerimonie religiose, dubiterà. Se Messalina e Silio, pubblicamente e con i riti della religione celebrarono le loro nozze, vuol dire che potevano sposarsi; vuol dire che Messalina aveva fatto divorzio da Claudio. Questa supposizione è confermata da Svetonio, il quale ci dice che Claudio, per questo matrimonio, aveva assegnato una dote a Messalina[69]. Se aveva assegnato una dote a Messalina, aveva consentito al nuovo matrimonio; e quindi aveva fatto divorzio e ceduta la moglie a Silio: pratica, come sappiamo, frequente a quei tempi, nell’aristocrazia.
Claudio dunque aveva ceduto Messalina a Silio; cioè aveva fatto divorzio da lei. Ma per quale ragione? Noi non possiamo rispondere che con congetture. Ma tra le congetture, sembra tra tutte la più verosimile quella fatta da uno scrittore italiano, Umberto Silvagni, specialmente se vi si aggiunga qualche ritocco necessario[70]. Il Silvagni ha osservato che Silio, il nuovo marito di Messalina, apparteneva ad una famiglia dell’aristocrazia, famosa per la fedeltà al partito di Germanico. Il padre di Silio non era stato soltanto uno dei più cari amici di Germanico, ma era stato, per gli intrighi di Seiano, accusato di alto tradimento e si era ucciso. La madre, Sosia Galla, era una devota amica di Agrippina, la sposa di Germanico; e per questa amicizia era stata bandita. Partendo da queste considerazioni, il Silvagni è giunto a supporre che il matrimonio di Messalina e di Silio coprisse anch’esso una congiura per rovesciare Claudio e per mettere al suo posto Silio, che era un personaggio importante e console designato per l’anno seguente. Si potrebbero allora ricostruire gli avvenimenti, a un dipresso, così. Messalina temeva che il governo di Claudio cadrebbe, un giorno o l’altro, per qualche congiura o rivolta. Essendo molto più odiata di Claudio, Messalina sapeva che quella congiura o rivolta che riuscisse, subito dopo Claudio, avrebbe tolto di mezzo lei. Non c’era per lei che un modo di sfuggire a questo pericolo: toglier essa di mezzo Claudio e sostituirgli un nuovo imperatore. Ma nella famiglia di Augusto non c’era più che un maschio, il figlio suo e di Claudio, Britannico, che era allora un bambino di 7 anni. Bisognava dunque cercarlo altrove; e poichè i soldati erano affezionati alla memoria di Druso e di Germanico, il miglior consiglio era sceglierlo in una famiglia, famosa per la sua fedeltà a questo ramo dei Claudii. Sposando Silio, e facendolo imperatore, essa potrebbe salvarsi, abbandonando Claudio, dalla rovina, che restandogli accanto, li avrebbe inghiottiti tutti e due.
Tale supposizione è la sola che appaghi almeno in parte lo storico, che vuole spiegare in modo comprensibile questo stravagante episodio della storia di Roma. E questa supposizione ammessa, non si può dubitare che di tutte le congiure tentate contro Claudio questa fu la più pericolosa. Essa era tramata nella casa stessa dell’imperatore, da una donna intelligente, audace, che dominava il debole Claudio; che era temuta anche dai più potenti liberti dell’imperatore; che aveva amici, clienti e beneficati in tutte le cariche dello Stato. Non è quindi meraviglia che Messalina riuscisse a intendersi con molti alti magistrati e personaggi influenti, e a predisporre lungamente e abilmente le cose senza che Claudio venisse in sospetto e senza che nessuno dei suoi fidi liberti osasse metterlo sull’avviso. Tra il debole e screditato imperatore, la intraprendente e influentissima imperatrice, nessuno poteva predire chi sarebbe il vincitore. Senonchè c’era un punto pericoloso e difficile in tutto questo piano così abilmente architettato. Come persuadere Claudio al divorzio senza insospettirlo? Anche intorno a questo punto gli scrittori antichi son poco chiari. Svetonio sembra dire che Claudio fu indotto a firmare la costituzione di dote a Messalina per il nuovo matrimonio con un inganno[71] e dal racconto, molto confuso, di Tacito par che risulti che Claudio cascò dalle nuvole, quando seppe che Messalina non era più sua moglie. Comunque sia, Messalina riuscì a far firmare dal marito le lettere di divorzio; e ottenuto il divorzio, corse a Roma a celebrare le nozze con Silio, alle quali doveva subito seguire la deposizione di Claudio[72].
Il piano era ardito; ma poteva riuscire, se i liberti di Claudio avessero prestato mano. E questi esitarono fino all’ultimo momento. Claudio era ad Ostia; Messalina aveva già con gran pompa celebrato in Roma il matrimonio, quasi per presentare al pubblico il nuovo capo dell’impero; i più fidi liberti di Claudio non sapevano ancora decidersi. Fu solo verso sera che Narciso si risolvè per Claudio contro Messalina e corse ad Ostia.... Noi non sappiamo e non sapremo mai quel che disse a Claudio e che prove gli diede del complotto.... Certo è che Claudio, pieno di spavento, ritornò precipitosamente a Roma; e che ancora una volta si scatenò su Roma una di quelle sanguinose tempeste giudiziarie, che ogni tanto la empivano di lutti. Le accuse di lesa maestà grandinarono; Silio, Messalina, un grande numero di amici e di aderenti furono accusati di lesa maestà, di cospirazione, di adulterio e di cento altri delitti; gli uni si uccisero, gli altri perirono per mano del carnefice.
75. =Gli ultimi anni e la morte di Claudio (48-54).= — Claudio era vedovo. Sgomentato da quella catastrofe, tenne un discorso ai soldati, nel quale dichiarò che non avrebbe più ripreso moglie. Ma i propositi di Claudio, anche quelli annunciati con maggior solennità, non incutevano soggezione a nessuno. E subito incominciarono intorno al vecchio imperatore le cabale e gli intrighi per ammogliarlo, tutti sapendo che chi riuscisse a dargli una moglie, acquisterebbe per mezzo di questa un grande potere. D’altra parte un’imperatrice era necessaria, massime per un uomo così maldestro come Claudio, per compiere tutti i doveri sociali, che all’imperatore spettavano. Tuttavia lo scandalo non era stato inutile. Il pubblico era nauseato di tanti disordini e di tante incoerenze: da ogni parte si chiedeva un governo più forte e più rispettabile; anche gli amici e i padroni di Claudio — i liberti — capivano che bisognava dare una soddisfazione al popolo esasperato, trovando all’imperatore una moglie che facesse dimenticare Messalina. A capo di questo partito sembra essere stato il liberto Pallante. Il quale pose gli occhi su Agrippina: una figlia di Germanico e di Agrippina, che Caligola aveva esiliata e che Claudio aveva richiamata.
Agrippina era allora sui 33 anni, ed era vedova di Cn. Dominzio Enobarbo, da cui aveva avuto un figlio — il futuro Nerone. Era una donna intelligente, colta, di volontà forte e di costumi illibati: una matrona di stampo antico, semplice, attiva, parsimoniosa, una madre _trux et minax_ — dice Tacito — che allevava il figlio con severità e non con i modi nuovi e molli, introdotti dalla filosofia nelle case romane. Figlia di Germanico, essa poteva essere l’imperatrice, quale i Romani se la figuravano e la desideravano — degna continuatrice della tradizione di Livia; e ridare all’autorità del principe il prestigio perduto in mezzo agli scandali.
C’era però una difficoltà. Claudio era zio di Agrippina. Se non illeciti, i matrimoni tra zio e nipote erano considerati dai romani con un certo ribrezzo. Ma Pallante seppe persuadere Claudio e togliere di mezzo questa difficoltà. Il senato autorizzò questo matrimonio tra lo zio e la nipote; e Claudio sposò Agrippina con vantaggio proprio e della pubblica cosa. Gli ultimi cinque anni del governo di Claudio furono molto più tranquilli e felici che i primi sei; e per merito, non si può dubitarne, di Agrippina. Questa era apparsa al buon momento. Il pubblico era stanco di scandali, di disordini, di processi, di accuse; le cricche e le conventicole che si erano ferocemente dilaniate, da Augusto in poi, nel senato e nella famiglia imperiale, erano esauste; tutti volevano almeno una tregua, se non la pace. E Agrippina, che aveva intelligenza, volontà e virtù, seppe soddisfare, nella misura del possibile, a queste aspirazioni, dominando il debole Claudio come Messalina, ma per il suo bene; dandogli un po’ di quella fermezza e coerenza, che alla sua intelligenza mancavano. Non è dubbio che in questi ultimi anni l’erario fu meglio amministrato, le ruberie meno audaci, i liberti più modesti e meno inframmettenti, le accuse e le condanne più rare; e che il merito di questo felice mutamento spetta in parte ad Agrippina. Lo dicono apertamente o lo lasciano capire quegli storici, che pure accumularono tante calunnie sul conto di Agrippina, come Tacito.
Agrippina infatti acquistò presto molta popolarità. Non si potrebbe altrimenti spiegare come il senato le decretasse degli onori straordinari, quali neppur Livia aveva ricevuto: che potesse salire sul Campidoglio in un _carpentum_ o cocchio dorato, simile a quelli che erano concessi solo ai sacerdoti e alle immagini degli Dei; che ricevesse vivente il titolo di Augusta, e che il suo nome fosse dato alla città allora allora fondata in Germania sul Reno, nel territorio degli Ubii e che doveva poi diventare una città famosa: Colonia. Non si accusi la servilità del senato, ostile sempre, piuttosto che servile, agli imperatori. A Messalina, che pure era ben più ambiziosa e intrigante di Agrippina, simili onori non furono mai decretati. Il favore popolare, e non la servilità del senato, volle questi onori. Ma nel senato non si arrendevano al favore popolare nè la piccola cricca nemica della famiglia imperiale, nè gli ambiziosi che speravano di rovesciare Claudio e rimpiazzarlo; e a questi si aggiungevano i molti, a cui il nuovo rigore dell’amministrazione contrariava il vizio inveterato di rubare. E tutti costoro, anche se in senato decretavano onori, sotto voce mormoravano, calunniavano, svisavano ogni atto e intenzione; creando quella leggenda che Tacito ha poi accettata ad occhi chiusi. Ma quanto è facile, anche dopo tanti secoli, a uno storico imparziale scoprire le falsità e le contradizioni di questa leggenda! Agrippina, come abbiamo detto, aveva avuto da Domizio Enobarbo un figlio: essa lo educava con molto rigore; gli aveva dato insigni maestri, tra i quali Seneca. Nel 50 essa lo fece adottare da Claudio; e fece dare al figlio il nome di Nerone, che aveva brillato di tanta gloria sulle rive del Metauro, nella giornata in cui si decisero le sorti del gran conflitto tra Roma ed Annibale. Come dubitare che quest’atto avesse per ragione un alto interesse di Stato? Non avevan dimostrato gli avvenimenti recenti quanto fosse difficile di trovare un principe fuori della famiglia di Augusto? Per quale ragione Claudio, che era un mezzo uomo, ed Agrippina, che era una donna, potevano insieme far durare ed agire lo Stato romano, se non per la gloria del nome? Nel senato c’era chi odiava questa famiglia: ma in compenso l’amavano e veneravano i soldati, la rispettavano e la temevano i sudditi del vasto impero. Senonchè, se il supremo potere doveva restare nella famiglia, occorreva ci fosse in quella una certa abbondanza di maschi, tra cui scegliere. Claudio era vecchio; e di maschi non c’era che Britannico, il figlio di Messalina, che aveva 9 anni. Il figlio di Agrippina ne aveva, nel 50, 13: era un fanciullo anch’egli, sebbene più anziano: e se Claudio morisse in quel momento non ci sarebbe stato nella famiglia un successore possibile. Ma, insomma, nella speranza che Claudio avesse ancora molti anni di vita, era prudenza preparare all’impero, dandogli quel nome così illustre e così venerato, anche il figlio di Domizio Enobarbo. Non aveva Augusto preparato insieme prima Druso e Tiberio, poi Germanico e Druso, il figlio di Tiberio? Appunto perchè la carica non era ereditaria, occorreva lasciare al senato una certa libertà di scelta; e fronteggiare anche i capricci del destino. E se Britannico fosse morto giovane, come Druso o come Germanico?
Ma i nemici di Agrippina non l’intesero così. Agrippina introduceva il figlio nella famiglia per odio e gelosia di Britannico. Agrippina pensava così poco a perseguitare la discendenza di Messalina, che fidanzò il suo figlio con Ottavia, la figlia di Messalina e di Claudio, che era una fanciulla dabbene e allevata severamente secondo gli antichi principî. Ma non importa: si disse che Agrippina sequestrava Britannico, gli impediva di vedere il padre, intralciava la sua educazione; pare anche si cercasse di circuire il giovinetto e di aizzarlo contro Nerone e contro Agrippina; di ricominciare insomma, ancora una volta, a seminare la discordia tra i membri della famiglia imperiale. Si tentò pure di seminare zizzania tra Claudio e Agrippina. Una imperatrice era presso che invulnerabile. Messalina aveva potuto ordire una vasta congiura e arrivar quasi all’esecuzione, prima che alcuno osasse accusarla presso l’imperatore. Non si poteva dunque neppure immaginare di tentar qualche insidia contro Agrippina, che godeva anche di molta popolarità. Tuttavia sottovoce, cautamente, si mettevano in giro delle voci sinistre che dovevano screditarla; essa era l’amante, chi diceva di Pallante e chi di Seneca; era insaziabile d’oro, superba, prepotente, vendicativa; tiranneggiava Claudio, lo aveva isolato; guai alle donne giovani e belle, che tentassero di avvicinarsi!
Ciò non ostante il governo di Claudio, seguendo il suo curioso destino, si reggeva e operava, debole, insidiato, diffamato; ma si reggeva e operava. Quando, nella notte del 12 al 13 ottobre del 54, Claudio morì all’improvviso, ucciso da un male repentino. Questa morte subitanea di Claudio generò effetti così gravi, che occorre studiare a fondo le dicerie, i racconti e le leggende a cui diede origine.
NOTE AL CAPITOLO UNDICESIMO.
[60] TAC., _Ann._ I, 41. Ma altri diceva a Tivoli o ad Anzio: cfr. SVET. CAL., 8.
[61] HENSEN, _Acta fratrum Arvalium_, p. XLIII, 10; _C. I. L._, VI, 1, 2028, p. 467.
[62] Cfr. COHEN, _Monnaies_ I^2, n. 5, 13 e 24.
[63] Su questa interpretazione del governo di Caligola, cfr. G. FERRERO, _The Women of the Caesars_, New-York, 1911, p. 212 sg.
[64] Di questa impresa gli antichi ci hanno trasmesso un racconto, che è una caricatura troppo assurda, per poter essere presa sul serio. Cfr. SVET., _Cal._, 46. Se quel racconto fosse esatto, ancor più pazzi del principe avrebbero dovuto essere coloro che gli ubbidivano.
[65] Cfr. STRAB., 2, 5, 8; TAC., _Agr._, 13.
[66] Cfr. _C. I. L._, III, 2019; 2837; 6417; 8740; V, 5050, l. 31; IX, 4684; O. SEECK, in _Rh. Museum_, 1893, p. 611-12; 617.
[67] Circa il testo del discorso che il principe tenne allora in senato, cfr. DESSAU, _I. L. S._ 212; _C. I. L._ XIII., 1668; TAC., _Ann._, 11, 24.
[68] Cfr. TAC., _Ann._, 11, 25; 12, 52; e _C. I. L._ III, 6074; XIV, 3607.
[69] SVET. _Claud._, 26 e 29.
[70] SILVAGNI, _L’impero e le donne dei Cesari_, Torino, 1909, p. 338 sg.
[71] SVET. _Claud._, 29; .... _inductus, quasi de industria simularetur, ad avertendum transferendumque periculum, quod imminere ipsi per quaedam ostenta portenderetur_.
[72] Che in fondo a questo matrimonio si nascondesse una congiura politica, per mutare l’imperatore, si intravede anche nel racconto, così romanzesco, di TACITO. Cfr. _Ann._, 11, 26: _se [Silium] caelibem, orbum, nuptiis et adoptando Britannico paratum: mansuram eandem Messalinae potentiam, addita securitate_...; 11, 30: _ni propere agis, tenet urbem maritus..._; 11, 31: _satis constat eo pavore effusum Claudium, ut identidem interrogaret: an ipse imperii potens? an Silius privatus esset?_