Part 17
Si riconobbe dunque che occorreva eleggere un nuovo principe: ma quale? Nella famiglia di Augusto, non c’era scelta. I maschi superstiti erano tre: Tiberio Claudio Nerone, il fratello di Germanico; Caio Cesare, detto Caligola, il figlio di Germanico; e Tiberio, il figlio di Druso, che Tiberio aveva adottato nel suo testamento. Di questi, l’ultimo era un giovinetto di 17 anni; e il primo, pur essendo un uomo di età matura, era considerato come un imbecille, mezzo pazzo, zimbello di donne e di liberti, e perciò tenuto in disparte. Non aveva infatti occupato nessuna magistratura. Non restava quindi che Caio Caligola. Caio aveva 27 anni: era forse nato in Germania, nel paese dei Treviri, durante le campagne del padre suo[60]; certo era stato allevato colà, tra i soldati, che molto l’amavano; colà, ancor bambino, era stato vestito da soldato e aveva calzato delle scarpette militari, delle _caligulae_, che gli avevano procurato il nomignolo con cui la storia lo conoscerà. Più tardi aveva accompagnato il padre in Oriente. Morto Germanico, era vissuto con la madre, poi con l’avola Livia, e infine con la nonna paterna, Antonia. Era stato il solo dei maschi sopravvissuto alla rovina della casa di Germanico; anzi Tiberio l’aveva molto amato, sebbene avesse intuito qualcuna delle sue meno buone qualità. Caligola era infatti intelligente, eloquente, amante dell’arte, pieno di buon gusto; ma sembrava tutt’altro che equilibrato: irritabile, impulsivo, maniaco per ciascuna delle idee, che volta a volta lo possedessero. Aveva insomma qualità e difetti, ed era ancora molto giovane per la carica suprema; ma i difetti erano ignoti ai più, l’età, se troppo giovanile, era già possibile; e infine non c’era altri, se non si voleva andar cercando un _princeps_ fuori della discendenza di Augusto. Il che non sarebbe stato impossibile, e sarebbe stato legale; ma c’era una ragione capitale per preferire, potendo, un membro della famiglia di Augusto. Da cinquant’anni i barbari e l’esercito identificavano l’impero di Roma con la casa Giulio-Claudia. L’esercito serbava per i componenti di quella famiglia un attaccamento, che non aveva paragoni. Fra i soldati, specie tra quelli accampati sul Reno e sul Danubio, il nome del figliuolo di Germanico era popolarissimo. La nomina di Caligola presentava quindi grandi vantaggi. Caligola fu eletto (18 marzo 37)[61].
66. =Primi atti di Caligola e prime speranze=. — Secondo gli storici antichi il governo del giovane imperatore avrebbe avuto il più felice inizio. Tra il giubilo universale, Caligola rinunciò a proporre, come s’era fatto per Augusto, la consacrazione divina di Tiberio; bruciò, o fece le viste di bruciare, tutte le carte politiche del predecessore; vietò le accuse di lesa maestà e concesse un’amnistia generale agli imputati, ai condannati, agli esiliati. Il popolo riebbe donativi in profusione; i soldati ottennero gratificazioni, che raddoppiarono i legati ad essi destinati da Tiberio; l’Italia fu esentata da taluna delle tasse recenti; i teatri tornarono a riaprirsi, i giuochi pubblici a solennizzarsi con frequenza da tanti anni insolita. Caligola abolì anche l’appello in ultima istanza all’imperatore, che pure tanti abusi e tante durezze avea temperati; restituì ai comizi i poteri elettorali; si sforzò di distinguere i poteri del senato da quelli dell’imperatore; ristabilì pel principe l’obbligo di presentare i conti delle spese pubbliche, da esso ordinate; annullò i giudizi pronunciati contro la madre e il fratello, e diede solennemente sepoltura alle loro ceneri; fece coniar monete, la cui decorazione e la cui leggenda ricordavano quelle di Bruto e di Cassio[62]. E, il 1º luglio, inaugurando il suo primo consolato, pronunciò in Senato un grande discorso, nel quale dichiarò che il suo modello non sarebbe stato Tiberio, ma Augusto. Tutti i cuori si aprivano alle più liete speranze.
67. =Il voltafaccia di Caligola e i suoi tentativi di orientalizzare l’impero.= — Senonchè ad un tratto, sempre stando agli storici antichi, dopo otto mesi di governo, Caligola sarebbe improvvisamente ammalato, e dalla crisalide del buono e mite imperatore sarebbe uscito a un tratto il crudele e pazzo tiranno. Gli storici antichi hanno molto, troppo amato di scomporre in due parti, la prima ottima, la seconda pessima, la storia di molti imperatori: di Tiberio, di Nerone, di Domiziano, di Commodo. Per quel che riguarda Caligola, almeno, la verità è che parecchi atti dei primi tempi del suo governo avrebbero dovuto mettere sull’avviso un popolo meno incline a illudersi volontariamente. Il giovane principe aveva senza meno esordito, togliendo all’unico proconsole senatorio, ancora, dopo Augusto, fornito _d’imperium militare_ — quello d’Africa — il comando delle due legioni, di cui disponeva. Peggio ancora, avea già conferito all’ava Antonia e alle sorelle i privilegi delle Vestali, e disposto che il nome delle sorelle dovesse essere pronunziato in tutti i voti, che magistrati e sacerdoti avrebbero ogni anno inalzati pel bene dell’imperatore e del popolo. Pur affettando di chiamarsi il «pronipote» di Augusto, aveva riabilitato ufficialmente la memoria di Marco Antonio e soppresso l’annua festa stabilita da Augusto, por commemorare la vittoria di Azio. Aveva onorato di culto ufficiale la divinità egizia Iside; ed egli stesso viveva circondato di domestici egiziani, sicchè il più fedele e il più influente dei suoi liberti era un alessandrino, un tal Elicone. Finalmente noi sappiamo che alla vigilia della sua malattia Caligola, essendo rimasto vedovo, aveva avuta l’idea di sposare ed elevare all’impero sua sorella Drusilla; alla quale per di più nel testamento, fatto durante la malattia, aveva lasciato in eredità l’impero, come se l’impero fosse cosa sua, di cui egli potesse disporre! La verità è che sin dal principio del suo governo, Caligola diede segno di quella, che gli storici chiameranno la sua «pazzia»; che tale doveva apparire agli occhi dei romani, e che tale anche in parte deve essere giudicata da noi. Ma solo in parte: perchè l’idea che inspirò la sua politica, se era chimerica per i tempi in cui Caligola volle applicarla, aveva in sè una certa coerenza, ed una certa logica, la quale permette di legar tra loro e di spiegare molti atti di Caligola, che a prima vista paiono gli insensati capricci di una mente delirante. Quando infatti si fa giustizia di qualcuno dei più ridicoli particolari, che di lui ci tramandarono gli antichi, e che fanno minor torto al giovane principe che agli storici, i quali vi prestarono fede, o agli uomini, che li avrebbero subìti, è possibile discernere nel governo di Caligola un proposito sufficientemente chiaro e preciso: foggiare in Roma con la forza un regime simile a quello sotto cui fino a sessant’anni addietro aveva vissuto l’Egitto. Caligola è un orientalizzante, che ripudia e vuol distruggere tutte le tradizioni romane e fondare da un giorno all’altro in Roma una monarchia simile alla tolemaica. Da questo pensiero procedono la sua mania di autodivinizzazione e le violenze messe in opera per imporre ai Romani e ai provinciali, persino ai più recalcitranti fra essi, i Giudei, il culto della sua persona e della sua famiglia. Perciò vuol denominarsi fratello di Giove, chiama _sudditi_ i suoi concittadini, e sè stesso, loro _Signore_; perciò rinnuova l’etichetta e vuole imporre a tutti, e ad ogni costo, come un sovrano della Persia o dell’Egitto, il concetto della propria onnipotenza; perciò riabilita ufficialmente Antonio, che aveva voluto continuare in Alessandria la dinastia dei Tolomei. E così si spiega infine la pompa orientale delle feste, che avrebbero abbagliato il popolo minuto; il divisato matrimonio con la sorella, che non fu se non un tentativo di introdurre in Roma il costume dinastico dei Tolomei e dei Faraoni di sposarsi tra fratelli e sorelle, per conservare la purezza della famiglia reale[63]: e infine il testamento con cui aveva lasciato l’impero, che egli considerava come suo, a Drusilla, e i templi che le eresse, gli onori divini che le tributò, quando morì.
Lo stesso spirito anima tutto il suo governo, dentro e fuori dell’impero. In Oriente, il giovane principe non vuole la romanizzazione delle province, ma la loro piena ellenizzazione; non conquiste, ma una corona di Stati amici e clienti. Fin dal primo anno del suo impero, ricostituisce il regno della Commagene, assegnandogli anche un tratto della costa della Cilicia, e restituendolo, insieme con il patrimonio confiscato, al figlio di Antioco, che Tiberio aveva deposto. Nello stesso anno distacca la Palestina settentrionale e occidentale dalla provincia di Siria, cui era stata aggregata fin dal 34, e l’assegna, insieme con taluni territori confinanti, quali l’Abilene e la Celesiria, al nipote di Erode il grande, Erode Agrippa, allora vivente in Roma. Ristabilisce sul suo trono il re dei Nabatei; dona un monarca arabo alla Iturea, e uno tracio, alla così detta _Armenia minor_ e a una porzione del Ponto. Nè si può dire che questa sua politica orientale sia stata imprudente o pericolosa, se non in Giudea, dove egli volle imporre la «innata divinità» dell’imperatore romano, a un popolo che osava preferirgli il proprio Iddio unico ed universale. Invano l’imperatore ordinerà che le legioni della Siria entrino in Gerusalemme a imporre nelle sinagoghe le statue del muovo Dio. Egli riuscirà solo ad attizzare le prime faville dell’incendio, che divamperà trenta anni più tardi.
L’Occidente, invece, è per Caligola una specie di vasta colonia, che egli sfrutta e spreme per riempire l’erario, vuotato dalla sua prodigalità. Tra il 39 e il 40, tenta nelle province galliche una razzia di oro e di ricchezze, che intende continuare in Ispagna, in Germania, in Britannia. Ma le sue forze erano troppo piccole per così violenti disegni; e quindi la sua politica in Occidente fu molto più cattiva che in Oriente. La invasione in Germania resta un desiderio; la conquista della Britannia è troncata da un’ambasceria, recante doni in copia e verbali promesse di sottomissione[64]; la razzia della Gallia, interrotta, o almeno gravemente turbata, da una congiura ordita da uno dei suoi generali, Cn. Cornelio Lentulo Getulico e da taluni dei suoi stessi congiunti (39).
68. =La fine di Caligola (24 gennaio 41)=. — Questo tentativo di deviare le torbide acque del Nilo e dell’Eufrate sull’Occidente romano era per i Romani una inaudita pazzia. Ma, ammesso il principio, molti atti di Caligola che sembrano insensati, si spiegano. Più che i singoli atti, folle era l’idea da cui quegli atti scaturivano: che si potesse, nel giro di pochi anni, per volontà di un uomo, far della repubblica una monarchia simile a quella dei Tolomei; e folle la violenza con cui Caligola volle porre ad effetto la sua idea.
Caligola infatti non tardò a diventare impopolarissimo, anche in mezzo alla plebe, cui pure le sue spese insensate fruttavano largamente. Roma e l’Italia erano ancora troppo affezionate al loro passato; le furie monarchiche e orientali del giovane principe suscitarono nel tempo stesso lo scherno e l’orrore in tutti. Se Tiberio era stato tanto odiato perchè troppo ligio alla tradizione, Caligola fu odiato non meno fieramente, perchè alla tradizione troppo apertamente ribelle. I tempi erano fatti così: non potevano più vivere interamente secondo la tradizione, ma non volevano abbandonarla interamente. Per imporre la sua allucinazione orientale, Caligola dovè far forza con le condanne per lesa maestà, le proscrizioni, i supplizi; rovinò le finanze; procedette a confische e ricorse a ogni sorta di nuove gravezze. Se il popolino di Roma, abbagliato dalla sua generosità, gli era favorevole, nella famiglia imperiale, nel senato, negli ufficiali della guardia pretoriana e dell’esercito, nelle classi alte e medie, il disgusto e l’avversione crescevano. Roma non era matura per un dispotismo asiatico. Gli eccessi e le stranezze dell’improvvisato assolutismo risvegliavano il sentimento repubblicano in tutti gli ordini sociali, e massime nella guardia pretoriana. Il 21 gennaio 41, Caligola era trucidato da un tribuno del pretorio, un tal Cassio Cherea, in un corridoio del suo palazzo, in seguito ad una congiura tramata da cospicui personaggi.
69. =L’elezione di Claudio (24-25 gennaio 41).= — Alla notizia della morte di Caligola il senato si radunò; onorò Cherea e i suoi compagni con il vecchio titolo di «restauratori della libertà»; e quindi passò a discutere quel che occorresse fare. Questa volta il partito, che voleva abolire il principato e restaurare tale quale l’antica repubblica, fu più numeroso, che dopo la morte di Augusto e di Tiberio. Le stravaganze e le violenze di Caligola avevano ridestato in molti cuori l’odio sonnecchiante per il nuovo regime. Ma potrebbe il senato, indebolito, esautorato, discorde come era, governare esso l’impero in luogo del principe? Molti, per quanto a malincuore, dubitavano. Anche per costoro però c’era una difficoltà: trovare il principe, che giudicavano necessario. Nella famiglia di Augusto non c’era più che Claudio, considerato imbecille e incapace; poichè nel frattempo anche Tiberio, il figlio di Druso, era morto. Sembra che diversi senatori mettessero innanzi, più o meno apertamente, la propria candidatura: ma se anche l’autorità della famiglia di Augusto era così vacillante, come potrebbe governare l’impero un senatore, ignoto alle legioni e alle province, senza il prestigio che circondava quella famiglia da tanti anni conosciuta e potente? Non è meraviglia che il senato discutesse per due giorni senza conchiudere. La difficoltà era davvero grandissima. Ma, mentre il senato discuteva, i soldati della guardia pretoriana, che scorazzavano nel palazzo imperiale, scoprivano in un nascondiglio, dove si era rimpiattato per paura, Claudio, l’«imbecille». Riconoscendo in lui il fratello di Germanico, lo acclamarono imperatore. Era una soluzione. Un atto di volontà, anche poco savio, vale spesso più, nei frangenti difficili, che mille saggissime esitazioni. Il senato, non sapendo che risolvere, accettò e ratificò la soluzione, che i pretoriani gli offrivano sulla punta della spada. Claudio l’«imbecille» fu imperatore.
70. =I primi tre anni del governo di Claudio; suoi meriti e sue debolezze (41-43).= — Tiberio Claudio Germanico era nato a Lione il 1º di agosto del 10 a. C., da Druso e da Antonia, figliuola di M. Antonio il triumviro. Era dunque fratello minore di Germanico. E non era affatto un imbecille, come si diceva, sebbene tale apparisse a molti, che giudicavano un po’ alla leggiera. Era un valentissimo grecista, un buon oratore, uno studioso ed un erudito, non privo di originalità e di acume: aveva insomma ingegno quanto sarebbe bastato a far anche egli la sua figura nel mondo, accanto agli altri membri illustri della famiglia, se per un misterioso capriccio della natura queste brillanti qualità non fossero state oscurate da lacune e debolezze bizzarre.... Sua madre lo chiamava un «uomo riuscito a mezzo» e forse è la definizione migliore. Se ne incontrano ogni tanto nella vita di questi uomini! Intanto era di una timidezza e di una «gaucherie» incredibile: non sapeva farsi rispettare; i suoi liberti e i suoi servi lo trattavamo come se fossero essi i padroni, ed egli non osava protestare; delle mogli che aveva avuto era stato lo schiavo; non sapeva condursi in società; troppo spesso faceva e sempre diceva delle cose fuori di tempo e di luogo, un po’ per timidezza, un po’ per sbadataggine, come un ragazzo. Augusto l’aveva tenuto in disparte per questa ragione. Quindi era vissuto solitario, quasi soltanto in compagnia di liberti e di servi, al bando della società elegante, pulita e aristocratica, occupandosi dei suoi preferiti studi storici e filologici. Era stato allievo di Tito Livio e si occupava di storia e della riforma dell’ortografia, soddisfacendo le passioni fisiche, che di solito sono più forti negli uomini rozzi e grossolani: la donna e la tavola. Era ghiotto e sensuale, almeno se vogliamo credere gli antichi, in modo quasi animalesco. Non è quindi da stupire che un tal personaggio passasse in mezzo alla aristocrazia romana per un imbecille. Se non gli mancavano l’intelligenza del letterato e dell’erudito, gli mancava la volontà, il coraggio, il contegno, quel certo non so che, senza cui un uomo non si fa rispettare e non può comandare, per quanto intelligente sia.
Essendo un uomo intelligente, un Claudio, e per giunta archeologo, il nuovo imperatore ripristinò subito nel governo la grande tradizione di Augusto e di Tiberio. Riconvocò di nuovo e spesso il senato, anche per deliberazioni che dipendevano direttamente dall’autorità imperiale; onorò i magistrati, secondo l’antico costume; chiamò frequentemente i comizi ad esercitare l’antica potestà elettorale e legislativa; limitò le concessioni di cittadinanza, che Caligola aveva prodigate spensieratamente; e ritolse la cittadinanza a tutti i provinciali, che l’avevano ricevuta, ma che non avevano ancora imparato il latino. Smise ogni fasto personale; affettò di voler essere un semplice senatore; dichiarò che non ammetterebbe nel senato se non persone il cui bisavolo almeno avesse goduta la cittadinanza romana; ristabilì la precisa distinzione degli ordini sociali, che Caligola aveva ad intenzione confusi; represse la turbolenza popolare nei pubblici spettacoli, tollerata da Caligola; si sforzò di riassestare le finanze; cercò di ripristinare la religione, nelle sue forme antiche.
71. =I liberti di Claudio e la grande congiura del 42.= — I principî del nuovo governo erano dunque ottimi. Roma avrebbe dovuto respirare. Invece ricadde subito nei torbidi e nelle discordie. Per quanto facesse, Claudio non riusciva a vincere l’avversione di una parte — la maggiore forse — dell’aristocrazia romana. Intanto e innanzi tutto nuoceva al nuovo principe il modo con cui era stato eletto. Claudio era il primo imperatore che i soldati avessero imposto al senato, spregiando apertamente la legalità; e proprio nel momento in cui l’aristocrazia s’era illusa di riconquistare la somma degli antichi privilegi, e parecchi dei suoi uomini maggiori avevano sperato di pervenire essi stessi all’impero. La debolezza del principe alimentava questo malcontento. Per quanto Claudio governasse secondo la tradizione, non viveva però circondato da senatori e cavalieri; ma aveva conservato intorno a sè i ministri e i compagni della giovinezza e della virilità, i suoi servi cioè, e più ancora i suoi liberti. Questi venivano così ad acquistare una potenza ed una autorità, che offendeva profondamente l’aristocrazia, tanto più che Claudio non li dominava e li lasciava ostentare la loro potenza e il loro orgoglio al suo fianco. Tra i suoi liberti c’erano uomini di molta intelligenza e capacità, che gli erano di grande aiuto al governo, come Polibio, Narciso, Arpocrate, Pallante, ed anche l’eunuco Pasides. Ma se questi liberti aiutavano Claudio a governare secondo le tradizioni della repubblica aristocratica, la nobiltà romana non poteva tollerare che Polibio osasse nelle pubbliche cerimonie mescolarsi ai consoli; che Arpocrate passeggiasse per Roma in lettiga e desse spettacoli; che Narciso e Pallante ricevessero per volontà di Claudio, che ne aveva fatto preposta al senato, i distintivi della questura e della pretura. La gelosia delle vecchie classi contro gli uomini nuovi, lo spirito esclusivo del romanesimo, si risvegliavano. Insomma Claudio poteva governare bene, ma gli mancava il prestigio e l’autorità. Per quanto l’opera fosse buona, l’autore era ridicolo. Questa contradizione spiega la grande congiura del 42, che tentò di far deporre dalle legioni della Dalmazia l’imperatore innalzato dai pretoriani di Roma. A Roma il capo della congiura era — sembra — uno dei senatori, di cui, alla morte di Caligola, si era fatto il nome quale possibile imperatore: Annio Viniciano. D’accordo con lui era il governatore della Dalmazia, Furio Camillo Scriboniano, che comandava a tre legioni. La ragionevolezza e l’affezione dei soldati per la causa dei Giulio-Claudî fecero fallire il movimento: le legioni, dopo essersi lasciate per un momento traviare, si ricredettero e uccisero il generale ribelle: ma il tentativo era stato così vasto e grave, che alle prime notizie della rivolta Claudio era stato in forse di abdicare. Riavutosi, perdonò ai soldati; ma di nuovo Roma fu devastata da una di quelle terribili repressioni giudiziarie che gli odî privati e le denuncie interessate inferocivano.
72. =La conquista della Britannia (43), la nuova politica verso i provinciali e le nuove leggi sociali.= — Dopo questa congiura, Claudio si circondò di guardie; nessuno potè più avvicinarlo, senza essere prima frugato; nessuno ospitarlo, senza che la sua casa fosse stata minuziosamente perquisita. Senonchè se era debole, il governo di Claudio aveva entro di sé — che procedesse dall’intelligenza dell’imperatore o dall’ambizione dei suoi liberti o dall’una e dall’altra — una certa volontà di combattere la propria debolezza, compiendo imprese e riforme importanti. Un principe britanno, scacciato dal suo paese da una guerra civile, era venuto a Roma; e da qualche tempo cercava di persuadere il governo romano a invadere la grande isola. Riuscì questo principe a persuadere Claudio, che l’impresa sarebbe facile? O intese Claudio, appena riavutosi dallo spavento della congiura, che sopra tutto nuoceva a lui, figliuolo di Druso e fratello di Germanico, il non poter vantarsi di alcuna gloria militare?
Fatto sta che nell’anno 43 — e, come ci dicono gli storici, per propria personale volontà di Claudio — un grosso esercito di parecchie legioni sbarca in Britannia ed incomincia felicemente l’impresa che Cesare aveva appena tentata e di cui Augusto e Tiberio avevano deliberatamente ripudiato l’idea[65]. Il momento era stato scelto bene. Le popolazioni che abitavano la parte meridionale della Britannia pare che fossero in quel momento indebolite da guerre e da rivoluzioni, cosicchè le legioni poterono in poco tempo e senza soverchia difficoltà sottomettere, almeno per il momento, una buona parte dell’isola. Claudio stesso si recò in Britannia, varcò il Tamigi a capo delle legioni, e per la prima volta assistè a un fatto d’armi, che valse al suo esercito l’occupazione di _Camolodunum_ (Colchester). Ripassò quindi in Gallia, proclamò la Britannia provincia romana, e tornò a Roma, dove il senato gli decretò grandissimi onori.