Part 16
Il popolo tacque; ma Agrippina, i suoi amici, gli amici dell’estinto, non disarmarono; sinchè un giorno parecchi di questi deposero formale accusa di veneficio contro Pisone. Appena avuta notizia della morte di Germanico, Pisone aveva fatto ritorno nella provincia, per ripigliarne possesso. Ma aveva dovuto smettere il pensiero, perchè i governatori, posti da Germanico, e gli amici, che questi lasciava in Oriente, glielo avevano impedito con le armi. Cosicchè c’era stato in Oriente un principio di guerra civile, che aveva ancor più inasprito gli animi dei nemici di Pisone. Imaginarsi in quali condizioni potè dunque farsi il processo, quando Pisone ritornò! Fra tutti i drammi giudiziari, di cui la storia di Roma è piena, questo è certamente il più orrendo. Il popolo era persuaso che Pisone avesse avvelenato Germanico; molti aggiungevano sotto voce che l’aveva avvelenato per ordine di Tiberio; che Pisone aveva le lettere che gli davano l’ordine e le leggerebbe nel processo, come se simili ordini, caso mai, si diano per iscritto; nel senato, davanti al quale il processo doveva discutersi, i nemici di Tiberio e tutto il partito di Germanico volevano ad ogni costo che Pisone fosse condannato; degli imparziali, i più avevano paura di passare per corrotti, giudicando secondo coscienza. L’accusa era assurda: Tacito stesso, che pure è così nemico di Tiberio, lo dice: ma che cosa poteva far Tiberio per lui e per la giustizia? Ogni passo, che egli avesse tentato in suo favore, sarebbe stato giudicato come una prova di complicità. L’opinione pubblica era così avversa, e così prevenuto il senato, che Pisone, per evitare una condanna sicura, si uccise dopo poche sedute. Tiberio e Livia poterono così salvare almeno la moglie, i figli e il patrimonio della famiglia.
61. =Le conseguenze politiche del processo di Pisone.= — Questo processo non fu soltanto un orribile macello giudiziario; fu una vera catastrofe politica, piena di effetti funesti per Tiberio e per l’impero. Incominciò da quello, nella famiglia dell’imperatore, una discordia insanabile: chè Agrippina, non paga della morte di Pisone, continuò implacabile ad accusare della morte di Germanico Tiberio. E incominciarono pure da quel processo a spesseggiare le accuse e le condanne per offese all’imperatore in base alla _lex de majestate_: quelle accuse e quelle condanne per cui Tiberio e, dopo lui, tutti i principi della casa Giulia-Claudia sono andati così tristamente famosi. Senonchè occorre ricordare che la _lex de majestate_ non fu punto opera di Tiberio: era stata proposta, cento anni avanti l’êra volgare, da Saturnino, da un tribuno della plebe democratico acceso, amico di Mario, per difendere la repubblica contro le mene dei grandi. Occorre ricordare che le accuse per le offese fatte all’imperatore, in forza di quella legge, non furono fatte mai da Tiberio; che Tiberio — Tacito stesso lo ricorda — fece quanto potè per limitarne l’applicazione; che il senato, il quale ebbe a giudicare tanti di questi processi, non era affatto un’assemblea di servitori, anzi era forse piuttosto avverso all’imperatore, come il processo di Pisone aveva dimostrato; che quindi, se così spesso condannò, doveva avere qualche motivo più serio che la paura di Tiberio. È necessario infine rammentare che l’imperatore era ormai il sostegno dell’ordine e della pace in tutto l’impero, non fosse altro perchè la fedeltà delle legioni riposava sulla devozione dei soldati alla sua persona e sul giuramento che gli avevano prestato. Ora l’imperatore, il capo dell’esercito, era ingiustamente accusato ogni giorno, dai suoi stessi parenti, nella sua stessa casa, da tutto un partito potente in senato, di aver avvelenato per gelosia il suo nipote, un giovane generale carissimo ai soldati: di aver commesso un delitto che agli occhi di tutti i Romani avrebbe giustificato la rivolta degli eserciti! Gli italiani, che erano la parte maggiore e migliore dell’esercito non erano ancora disposti a rispettare l’autorità di un capo, che facesse assassinare i membri della sua famiglia per capriccio! Agrippina e gli amici di Germanico, con le loro stolte accuse, scalzavano sotto sotto l’autorità di Tiberio e mettevano a repentaglio l’ordine e la pace pubblica. Non è quindi meraviglia che le persone serie e zelanti del pubblico bene pensassero non potersi lasciar l’imperatore esposto a queste calunnie, tanto più che Tiberio non possedeva — e si capisce — l’autorità e il prestigio di Augusto. I processi per la legge di maestà, che ora incominciano a spesseggiare, non sono che una reazione, forse troppo violenta ma non infondata e senza ragione, contro l’opposizione imprudentissima di una parte dell’aristocrazia, del senato e della famiglia di Augusto contro il governo di Tiberio.
Questa reazione era tanto più giusta e savia, perchè, sotto il governo di Tiberio, le condizioni dell’impero miglioravano assai. Così, verso questo tempo, la politica germanica di Tiberio incominciava a dare i suoi frutti. Marcomanni e Cherusci si indebolivano a vicenda facendosi la guerra; e i Cherusci per di più, dilaniandosi con atroci guerre civili, in una delle quali era perito anche Arminio. La tempesta, da molti anni addensata sui confini settentrionali, si allontanava. Con pari fortuna, i luogotenenti di Tiberio reprimevano in Africa le pericolose scorrerie di un numida, un avventuriero, Tacfarinate, e l’insurrezione di parecchie tribù traciche (21 d. C.). Nè con minore fermezza erano sedate in Gallia certe più o meno vivaci agitazioni, che si dicevano provocate dal peso dei tributi (21 d. C.) Quanto all’amministrazione interna perfino uno storico così avverso come Tacito riconosce che sino a questo punto il governo di Tiberio era stato un modello; che tutti i più gravi affari pubblici, deferiti al senato, erano da questo discussi con piena libertà; gli onori, distribuiti secondo la nascita e il merito ai migliori; le magistrature, restituite alla prisca dignità; le leggi, applicate con senno e con giustizia; gli affari dipendenti dal principe, affidati a persone capaci; le province, messe a contributo con moderazione; al di sopra di tutto, del principe stesso, i tribunali e la legge comune[56]. Che ci fossero delle persone, le quali pensavano, poichè la vecchia legge di Saturnino c’era e poteva servire, di difendere con quella un tal principe contro le dissennate calunnie di una opposizione scriteriata, è cosa che non deve sorprendere; sarebbe anzi da meravigliarsi che non ci fosse stato nessuno.
62. =Tiberio a Capri e la lotta tra Agrippina e Seiano (26-31 d. C.).= — Senonchè la _lex de majestate_ — quale era in sè e applicata in una repubblica in cui l’accusa privata era il solo organo della legge — poteva temperare, non sradicare il male di cui l’impero soffriva, tanto più che Tiberio si mostrava molto debole. Fosse la vecchiaia, fosse la stanchezza, fosse il disgusto crescente degli uomini, fossero le incertezze e le difficoltà della situazione, fatto sta che quest’uomo, il quale doveva passar nella storia come un tiranno efferato, fa prova, per chi ne segua l’azione da vicino, di una incredibile debolezza. Non solo egli lascia Agrippina e l’antico partito di Germanico, che ora si raccoglie intorno a lei, continuare a calunniarlo a piacere e a mal disporre il popolo contro di lui; ma li lascia anche mettere innanzi il figlio maggiore di Germanico, Nerone, che nel 21 aveva 14 anni, come un suo possibile antagonista e successore. Quando poi, nel 23, il figlio suo Druso, che, dopo la morte di Germanico era diventato il principale suo collaboratore, e a cui l’anno prima aveva fatto dare la potestà tribunaria, muore a 38 anni, egli si riconcilia con Agrippina; e presenta al senato Nerone e il suo fratello minore, con un nobile discorso, come le speranze future della repubblica. Tiberio dunque tendeva primo la mano alla riconciliazione! E la riconciliazione sarebbe stata possibile, se Agrippina fosse stata donna più savia, e se a invelenire la discordia non fosse intervenuto un nuovo personaggio, Elio Seiano, il prefetto del pretorio, il comandante della guardia.
Era costui un cavaliere e quel che noi chiameremmo un ufficiale di carriera; e aveva acquistato, specialmente dopo la morte di Germanico e di Druso, la piena fiducia dell’imperatore. Egli era il collaboratore quotidiano del suo difficile ministero; l’unico uomo d’esperienza, col quale Tiberio potesse discutere i grandi e i piccoli affari dello Stato. Seiano, che temeva di esser soppiantato nel favore di Tiberio dai figli di Germanico, approfittò di tutte le imprudenze di Agrippina e del suo partito, per inasprire la discordia che divideva la casa imperiale; e in breve Roma e il senato furono turbate da una feroce lotta tra il partito di Seiano e il partito di Agrippina e del giovine Nerone. Intrighi, scandali, processi, calunnie furono le armi consuete di questa lotta. E come al solito Tiberio assistè alla lotta, spettatore quasi inerte; finchè nel 26 coronò la sua debole resistenza con un atto di debolezza suprema. Disgustato di tutte queste discordie, che non gli riesciva di domare, Tiberio lasciò Roma ed il Lazio; e si ritirò per sempre, in un secondo irrevocabile esilio, nella più aspra delle isole partenopee, nella selvaggia Capri, a conversare con la natura, giacchè gli uomini, sembrava, non l’avevano mai compreso.
Non per questo Tiberio lasciò il governo dell’impero. Il solitario di Capri era ancora uno scrupoloso imperatore. Ma d’ora innanzi egli non potrà comunicare con l’impero che per mezzo del suo fido prefetto del pretorio, la cui autorità e il cui potere rapidamente crescono in Roma. Tiberio assente, Seiano diventò a poco a poco l’imperatore di fatto, poichè ormai dal suo consiglio e dal suo parere dipendevano in grande parte le decisioni che da Capri governavano l’impero. E Seiano seppe fare quel che Tiberio non aveva voluto o saputo: sbarazzare Roma di Agrippina e del figlio suo. La catastrofe non avvenne che nel 29 d. C., dopochè Livia fu morta, all’età di 86 anni. Sinchè Livia visse, Seiano non aveva osato di assalire il figlio e la vedova di Germanico: ma, appena quest’ultima protettrice venne meno, Agrippina e Nerone furono accusati di cospirazione contro Tiberio e condannati all’esilio. Nerone si uccise di lì a poco. Sarebbe impossibile giudicare in qual misura l’accusa fosse fondata e la condanna giusta. Che Agrippina abbia tramato proprio una congiura, sotto gli occhi di Seiano, pare difficile; più probabile è che l’accusa abbia approfittato abilmente delle imprudenze e degli inconsiderati discorsi a cui Agrippina in particolar modo era avvezza. Roma antica, repubblicana e imperiale, soffrì di due mali irrimediabili: lo spionaggio e la delazione. Non conoscendosi ancora quell’istituto, che è oggi, nella giustizia penale, il pubblico ministero, la delazione e l’accusa privata erano considerate come meritorie e largamente remunerate quando riescivano, perchè ai delatori passavano in parte le ricchezze dei condannati. Non è quindi difficile spiegare come, morta Livia, uscito di Roma Tiberio, fatto potentissimo Seiano, che voleva scacciar di Roma Agrippina, i delatori siano accorsi d’ogni parte a fornire le notizie e le prove, necessarie per far cadere l’imprudente donna sotto i colpi della _lex de majestate_.
Ad ogni modo, anche se, come è probabile, il castigo che colpiva Agrippina era più severo che la sua vera colpa non meritasse, quella sentenza mandava in esilio una donna bizzarra, la quale non aveva fatto che intralciare e impacciare un governo serio e seriamente occupato del pubblico bene. Che il governo di Tiberio continuasse a curare con zelo il pubblico bene, ce lo dice un contemporaneo. «La buona fede è stata richiamata nel Foro, la sedizione n’è stata bandita, così come la briga e il favoritismo dal Campo di Marte e la discordia dalle sedute del senato. Si sono viste rinascere in Roma la giustizia, l’equità, l’operosità, che sembravano estinte e sepolte per sempre. I magistrati han riacquistato il rispetto loro dovuto, il senato l’antica maestà, i giudizî la loro solennità. Non più sedizioni a teatro, tutti i cittadini sono stati ricondotti al desiderio o alla necessità di bene operare. La virtù è onorata, il vizio punito, i piccoli rispettano i grandi, ma non li temono, il superiore precede l’inferiore, ma non lo disprezza. Il costo della vita è moderato; la pace piena di impareggiabile letizia. Diffusa da un capo all’altro del mondo, dall’occidente all’oriente, dal settentrione al mezzogiorno, questa pace augusta garantisce ovunque la maggiore sicurezza.... Delle città sono restaurate in Asia, le province sono liberate dal dispotismo dei loro magistrati, gli onori sono assegnati al merito, le pene sono rare ma pronte e opportune, l’equità ha scacciato il favoritismo, la virtù, la briga, giacchè un ottimo principe insegna ai suoi concittadini a fare il bene praticandolo, e, più ancora che per autorità, primeggia su tutti per l’esempio»[57].
63. =Apogeo e caduta di Seiano (31).= — Ma una tempesta ancora più terribile si preparava. Condannata Agrippina, Seiano fu il padrone di Roma. Gli onori piovvero sul suo capo, da Tiberio e dal senato. Nel 31 Seiano sembrò toccare la più alta ricompensa che potesse sperare. L’oscuro cavaliere era assunto insieme con Tiberio al consolato; anzi di lì a poco si parlò perfino di un fidanzamento con la nipote di Tiberio, la moglie divorziata di Nerone. Che cosa poteva desiderare di più un uomo nato nell’ordine equestre?
Ma Seiano desiderava di più, voleva succedere a Tiberio nell’autorità suprema. Tiberio, invece, che era un Claudio autentico, non poteva ammettere che un cavaliere diventasse addirittura il capo della nobiltà romana. Infatti, in quello stesso anno egli sembrava volgere la sua attenzione e il suo affetto al più giovane dei figliuoli di Germanico, Caio. Sebbene Caio non fosse ancora ventenne, lo nominava pontefice, e, quel che più importava, nei rapporti ufficiali, che in quel giro di tempo l’imperatore aveva occasione di inviare al senato, manifestava per lui gli stessi sentimenti, che, nove anni prima, aveva dimostrati per i suoi fratelli maggiori. Seiano a questo punto sembra essersi detto che, continuando a servir Tiberio, vecchio, detestato e impopolare, egli non otterrebbe altro, se non di essere alla morte di costui la vittima di tutti gli odî che l’imperatore aveva accumulati su di sè, e aver pensato di intendersi con i nemici di Tiberio, così numerosi in senato, per rovesciarlo e usurparne il posto. Se questa congiura fosse seria o no noi non possiamo dire con sicurezza. Certo è che un brutto giorno, a Capri, Tiberio fu avvisato dei maneggi di Seiano, e da una delle poche persone che gli erano rimaste fedeli anche nei tempi infelici: dalla cognata, la dolce Antonia, la figliuola del triumviro, la sempre onorata vedova del grande Druso, la madre di Germanico, di colui che Tiberio avrebbe fatto avvelenare. Colpo terribile per Tiberio! Dopo aver perduto, uno dopo l’altro, i suoi più cari congiunti e collaboratori, dopo essere stato perseguitato e tormentato dalla sua stessa famiglia, stava egli per essere ingannato dall’amico suo più fido, da colui del quale mai sino ad ora aveva dubitato un solo istante, che tutto gli doveva, e a cui aveva — suprema prova di fiducia — commesso il comando della sua guardia personale? Era egli adesso alla mercè dei suoi pretoriani, corrotti e incitati alla ribellione?
Ma Tiberio, se era paziente, non era uomo da lasciarsi sgozzare senza difendersi. Senza perder tempo e con grande maestria, cominciò a fare il vuoto intorno a Seiano, senza però insospettirlo. Soddisfacendo parecchie ambizioni deluse, rendendo qualche favore, accrescendo le sue simpatie verso Caio, sconfessando in qualche singolo atto tra i meno lodevoli il suo prefetto del pretorio, egli incominciò a screditarlo, presso quanti lo rispettavano e temevano solo perchè era il depositario del suo favore. Ma un giorno, quando credette arrivato il momento, il 18 ottobre 31, Tiberio depose segretamente Seiano dal comando della guardia, e ne investì un certo Macrone; incaricò della difesa della Curia un corpo di vigili; poi fece leggere in senato una sua lettera, nella quale accusava di alto tradimento il suo prefetto di ieri ed alcuni altri con lui. Lo sdegno dell’assemblea fu indicibile; e, se la rapidità con cui il senato condannò Seiano può imputarsi alla servilità, le dimostrazioni popolari di quei giorni dimostrarono che una parte di Roma almeno aveva ancora fiducia nella dirittura del principe.
Alla condanna e alla esecuzione di Seiano, seguirono moltissime altre. Sarebbe temerario, alla stregua dei documenti che gli antichi conobbero, affermare che il principe assente vi avesse una parte maggiore di responsabilità di quel senato, che pure, col suo atteggiamento, tanto aveva concorso ad incoraggiare l’ambizione di Seiano[58]. In processi, i più sommarî e indiziarî, tra l’orgia delle delazioni, è impossibile stabilire quante volte la giustizia e la verità furono osservate e quante altre offese. Ma Tiberio non dovette, ed era umano, avere pietà. Il suo cuore infatti subì in quei giorni un colpo più terribile al paragone di ogni altro. La prima moglie, da cui Seiano aveva fatto divorzio, per imparentarsi con la famiglia imperiale, si uccideva, ma rivelando che la morte del figlio dell’imperatore, Druso, si doveva a veleno che Seiano stesso e l’amante di lui, l’infedele consorte di Druso, Livilla, figliuola di Antonia, gli avevano propinato! È molto probabile, quasi certo anzi, che quella era un’atroce calunnia di una donna gelosa, che voleva vendicarsi. Ma tutti la credettero; ne nacque un nuovo scandalo e più terribile; e seguì una nuova tragedia. Innocente o colpevole, Livilla, per sfuggire ad un’accusa che essa non avrebbe mai potuto confutare, si lasciò morire di fame.
64. =Gli ultimi anni di Tiberio (31-37).= — Furono quelli mesi di un cupo terrore. L’aristocrazia romana subì un nuovo salasso, e più tardi se ne vendicò, come se ne vendicano i deboli, avvolgendo di calunnie atroci la solitaria esistenza di quel vecchio più che settantenne e dolorante. A giudicare queste atroci favole, basta chiedersi se siano verisimili in un uomo di quella età, e come abbiano potuto gli storici saper tutti i particolari che raccontano con tanta sicurezza. Ancora una volta Tiberio intervenne per frenare quel delirio universale di persecuzione, di servilità, di vendette, di spionaggio, di suicidî, talora eroico, più sovente disperato e colpevole. Ma tutto questo non riguardava che un piccolo angolo del mondo: Roma. Il resto dell’impero, invece, non conosceva che l’amministrazione eccellente di Tiberio, piena di fermezza e di buon senso, eguale nella buona e nella trista fortuna; l’Italia era regolarmente approvvigionata; le province erano tranquille, e vedevano invecchiare sul proprio suolo i buoni governatori, che imparavano come i proconsolati e le propreture non fossero posti di lucro o di godimento, ma uffici, che occorreva disimpegnare per il bene pubblico.
La pace regnava ovunque alle frontiere. Soltanto negli ultimi anni l’Armenia sembrò muoversi di nuovo; ma l’abilità diplomatica del principe provvide anche a questo pericolo. Senonchè Tiberio aveva ormai 78 anni; la sua intelligenza era ancor pronta ed alacre, ma il corpo deperiva. Qualche giorno prima del 16 marzo, essendosi, per mutar clima, recato a Miseno, un amico medico, venuto a salutarlo, si accorse della grande debolezza del polso dell’imperatore e ne avvisò il comandante delle guardie del pretorio, Macrone. Tiberio intese che l’ultima sua ora era arrivata e volle far onore all’amico sollecito, che più non avrebbe riveduto, ordinando una festa e restando a tavola più lungo del suo costume. Due giorni dopo, uno dei più grandi imperatori romani era morto; quasi improvvisamente, senza che nessun volto amico vegliasse al suo capezzale, solitario, come solitaria era stata la sua vita (16 marzo 37)[59].
NOTE AL CAPITOLO DECIMO.
[48] Fonte principale per la storia del governo di Tiberio sono gli _Annali_ di TACITO. Pur troppo però, per quanto bellissimi per la forma, gli _Annali_ di TACITO, più che una storia imparziale, sono una veemente e appassionata diatriba contro i primi Cesari. Tiberio è stato anch’esso assai maltrattato da Tacito: ma la critica moderna ha ormai fatto giustizia della fosca leggenda, che egli ci ha trasmesso, come la vera storia del secondo imperatore. Uno dei primi a mettere in luce le contradizioni e le inverosimiglianze del racconto di Tacito, fu il grande storico francese V. DURUY, in una tesi latina del 1853 ripubblicata nella sua _Histoire des Romains_, Paris, 1882, IV, pp. 271 sg. Seguirono, con lo stesso indirizzo: MERIVALE, _History of the Romans under the Empire_, London, 1865; G. B. SIEVERS, _Studien zur Geschichte der römischen Kaiser_, Berlin, 1870; STAHR, _Tiberius: Leben, Regierung, Charakter_, Berlin, 1885; I. GENTILE, _L’imperatore Tiberio e la moderna critica storica_, Milano, 1887; IHNE, _Zur Ehrenrettung der Kaisers Tiberius_, Strassburg, 1892. Lo storico antico che meglio ha capito e dipinto Tiberio, è Velleio Patercolo, il quale per questo è stato ingiustamente accusato di essere un adulatore. Velleio era stato ufficiale agli ordini di Tiberio; lo ha quindi conosciuto personalmente. Se la gratitudine e l’ammirazione possono avergli impedito di osservare certi difetti del suo capo, il suo giudizio è altrimenti schietto, ponderato e fondato, che quello di Tacito, il quale scriveva un secolo dopo, su documenti di seconda mano e tradizioni viziate da odî e rancori preconcetti.
[49] Cfr. VELL. PATERC., 2, 124; TAC., _Ann._, I, 11-13; DION. CASS., 57, 2.
[50] Cfr. il passo di TACITO, _Ann._, I, 75, che è quasi una confessione: _multaque eo coram adversus ambitum et potentium preces constituta; sed, dum veritati consulitur, libertas corrumpebatur_....
[51] TAC., _Hist._, I, 16.
[52] Cfr. _C. I. L._, VI, 930, ll. 10 sg.
[53] VELL. PAT., 2, 124.
[54] Era nipote di Antonia, figlia di M. Antonio il triumviro. Cfr. _Ephem. Epigr._, I, 270; e V. STRAZZULLA, _La famiglia di Pithodoris, regina del Ponto_, in BESSARIONE, 1901, pp. 80 sg.
[55] TAC., _Ann._, 3, 6.
[56] TAC., _Ann._, 3, 60; e soprattutto _Ann._, 4, 6: questo giudizio del governo di Tiberio, dato da Tacito, è d’importanza capitale.
[57] VELL. PAT., 2, 126.
[58] Cfr. SVET. _Cal._, 30: _Saepe in cunctos pariter senatores, ut Sejani clientes.... [Caligula] invectus est, prolatis libellis quos crematos simulaverat, defensaque Tiberii saevitia quasi necessaria, quum tot criminantibus credendum esset_.
[59] Così pare si possa ricostruire la morte di Tiberio, combinando quel che narra TACITO, _Ann._, 6, 50, con la testimonianza di Seneca, citata da SVET. _Tib._, 73. L’odio dei nemici ricamò poi anche intorno alla morte di Tiberio molte favole, il cui scopo era di far credere che fosse morto di morte violenta.
CAPITOLO UNDICESIMO
CALIGOLA E CLAUDIO
65. =Caligola: perchè fu eletto (37).= — A differenza di Augusto, Tiberio moriva senza collega. Il senato poteva continuare il principato, come restaurare interamente la repubblica. Ma non pare che si sia neanche indugiato su questa seconda alternativa: segno eloquente, che la «tirannide» di Tiberio è una fantasia degli storici antichi. L’autorità del principe rendeva ormai troppi servigi, anche se i suoi titolari fossero invisi a molti.