Part 20
Ma non successe nulla. L’orrore che il pubblico aveva sentito non si manifestò con nessun atto irreparabile; le legioni non si mossero; il senato finse di creder al racconto ufficiale della morte di Agrippina. Se Agrippina, che negli ultimi suoi anni era stata tanto odiata, diveniva ora l’oggetto della commiserazione universale, Roma non seppe andare oltre il rimpianto sterile. Le notizie dell’Oriente aiutarono Nerone a superare il primo sdegno, che era il più pericoloso. Nella primavera del 58, come abbiamo visto, Corbulone aveva iniziato la riconquista dell’Armenia. Suscitandogli difficoltà interne, il generale romano era riuscito a impedire al Re dei Parti di soccorrere Tiridate. Ma non per questo l’impresa dell’Armenia gli era riuscita facile. Al numeroso esercito romano Tiridate aveva saputo opporre un’agile e implacabile guerriglia, costringendo così l’avversario a suddividere le sue forze. Alla fine del 58 Corbulone era riuscito ad occupare e ad incendiare Artaxata, ma non a distruggere le forze di Tiridate, che ricomparve nella primavera successiva a ostacolare la nuova avanzata di Corbulone da Artaxata a Tigranocerta. Di nuovo la guerriglia ricominciò. Tuttavia, e sia pure a prezzo di grandi sofferenze, l’esercito romano riuscì, nell’autunno del 59, a occupare Tigranocerta; e poco dopo Corbulone metteva sul trono dell’Armenia Tigrane, discendente di Erode il grande e del re Archelao, che da lungo tempo viveva in Roma. Parte dei territori furono dati invece a Farasmane re degli Iberi, a Polemone re del Ponto, ad Aristobulo re dell’Armenia minore e ad Antioco re della Commagene[77].
82. =La insurrezione della Britannia (60).= — Le notizie di questa guerra e di queste vittorie suscitarono a Roma un gran giubilo. Da Augusto in poi non si era compiuta in Oriente un’impresa così felice; i tempi del grande Pompeo sembravano tornati; feste ed onori a Nerone furono decretati senza parsimonia, come se gli affari dell’Oriente fossero stati assestati per sempre e non soltanto per pochi mesi. Ma insomma quella gioia, anche se passeggera, giovava a Nerone; e non valsero a turbarla le notizie meno liete, che di lì a poco giunsero dalla Britannia. Mentre il governatore, Svetonio Paolino, il miglior generale dell’impero dopo Corbulone, attendeva ad allargare le conquiste romane nella parte occidentale dell’isola, e a impadronirsi dell’isoletta di Mona (Anglesey), venerato santuario del druidismo, tutta la provincia romana gli insorgeva alle spalle (anno 60). Le imposte, le leve, l’affluire dei mercanti italiani, le perturbazioni della conquista, avevano provocato questa prima rappresaglia. Rivolta grossa, che Svetonio Paolino potè padroneggiare nel corso dell’anno soltanto con rapide e vigorose mosse.
83. =Nerone e l’orientalismo: crescenti eccessi (60-62).= — Intanto a Roma Nerone, ormai non più in soggezione della madre, rassicurato dall’oblio che scendeva sul suo misfatto, faceva un più ardito passo nelle vie dell’orientalismo. La inclinazione personale e la ragione politica lo spingevano insieme su questa via. Egli voleva aiutare il pubblico a dimenticare Agrippina, dando a Roma e all’Italia il governo facile, splendido, generoso, che corrispondeva alle aspirazioni delle classi più numerose e meno ricche. Nel 60 istituì in Roma, a carico dello Stato, i giuochi Neroniani, qualcosa come gli antichi _Ludi Olimpici_, da celebrarsi, come questi, di cinque in cinque anni, nei quali, così pare almeno, insieme alle gare di atletica e alle corse dei carri, si tenevano per la prima volta a Roma gare di musica, di canto, di eloquenza, di poesia. A tutte queste prove partecipava l’imperatore, accompagnato dal corteggio di quelli, che ora si dissero i suoi _augustani_, scelti tra i giovani della nobiltà romana sull’esempio delle Corti ellenistiche dei successori di Alessandro Magno; ma dovevano anche parteciparvi, e vi parteciparono di fatto, tutti gli ordini sociali, tutta la «gioventù dorata» della capitale, mentre l’_élite_ degli spettatori assisteva al grande agone, vestito alla greca. I _collegia iuvenum_, che Augusto aveva istituiti in Roma e in Italia, perchè fossero scuole di civismo e di religione nazionale, diventano per Nerone scuole di giochi e di arte alla greca[78]. Nerone profuse il denaro, le largizioni, gli spettacoli; iniziò grandi lavori in Roma; aprì la sua casa ai giovani più eleganti e dissipati della nobiltà e volle essere il loro capo e maestro; ogni giorno erano festini, ora nella casa dell’uno, ora nei giardini dell’altro; e in quelli gli ultimi discendenti delle famiglie, che avevano conquistato il mondo, gareggiavano a chi canterebbe o danzerebbe o guiderebbe meglio un cocchio alla corsa. Non che si trattasse di cose nuovissime per i Romani. Roma e l’Italia conoscevano da gran tempo tutto quello, che Nerone voleva ora porre in sommo onore: e gli sciami interminabili dei domestici, e le mule ferrate d’argento e d’oro, e i mulattieri vestiti di lana canusina, e i corrieri adorni di collane e di braccialetti, e le reti d’oro per le partite di pesca, e i profumi orientali pei bagni, e le mille vetture pei viaggi, e i mobili intarsiati di madreperla, e le vesti di seta e d’oro, e le liberalità prodigate ai musici, agli attori, ai gladiatori, e i banchetti sontuosi e le portate ricchissime, e le case splendenti d’oro e di marmi, ricche di bronzi e di dipinti, e i laghi prosciugati, e i mari colmati, e i moniti spianati pel diletto dei grandi. L’ultimo secolo della repubblica e i primi settant’anni dell’impero avevano veduto tutti questi splendori. Non mai però quelle inclinazioni e quei costumi, così sospetti all’Occidente latino, avevano ricevuto incoraggiamento dall’autorità. Perciò questo primo favore, in quell’età esitante tra due avviamenti, sortì un grande effetto. Una smania folle di rinnegare le tradizioni, gli obblighi e i pregiudizi del loro rango, parve impadronirsi dei giovani nelle grandi famiglie; il saper danzare fu merito maggiore che il comandare le legioni; Nerone non ebbe più ritegno alcuno: non aspirò più che a essere ammirato come cantore, e le glorie della terra gli parvero insipide e piccole a paragone di quelle della scena. L’esempio di Nerone, insomma, precipitò in Roma, nelle alte classi, quel rivolgimento dei costumi, che da due secoli veniva lentamente maturando: la diga delle antiche tradizioni puritane parve ad un tratto sopraffatta da una marea di lusso, di piaceri, di dissipazioni, di cui l’imperatore dava l’esempio.
84. =Nuove difficoltà in Oriente: l’accordo definitivo con i Parti per l’Armenia.= — Ma la tradizione era ancora troppo forte; e non bastava la volontà di Nerone e quella dei suoi giovani amici per distruggerla in pochi anni. In alto e in basso, in tutti gli ordini sociali, molti disapprovavano il nuovo indirizzo e mormoravano. Sono di questi anni, tra il 60 e il 62, i primi libelli contro l’imperatore e la sua Corte, e i primi, sia pur blandi, processi di lesa maestà. La morte di Burro, avvenuta nel 62, guastò maggiormente le cose. Al suo posto era assunto un uomo, Tigellino, con il quale la storia è stata forse severa, ma che ad ogni modo fu uomo ligio e fedelissimo a Nerone. La nuova nomina diceva chiaro che l’imperatore voleva ora governare con uomini suoi e a modo suo. L’autorità di Seneca infatti declina, e, nella prima metà di quest’anno medesimo (62), Nerone divorzia, finalmente, da Ottavia, per sposare Poppea. Siccome però il preferire un’altra donna non era ancora, per l’opinione pubblica, un motivo adeguato di ripudio, almeno per un imperatore, si macchinò contro l’infelice un’accusa di adulterio. Ma ne nacquero agitazioni e tumulti, perchè il popolo parteggiò apertamente per Ottavia, che era una discendente di Druso, contro Poppea, che pareva un’intrusa. Nerone, aizzato da Poppea, tenne duro; Ottavia fu condannata all’esilio e poi uccisa; Poppea ne prese il posto: ma il popolo conservò di Ottavia un vivo e affettuoso ricordo, che doveva servire ai nemici di Nerone, ogni giorno più numerosi.
Mentre il governo di Nerone si faceva a Roma odiare ed amare, lodare e biasimare, grossi avvenimenti accadevano nelle province. I lauri di Armenia appassivano di già. Nel 61 il re dei Parti tentava la rivincita. Alleatosi con il re dell’Adiabene, spediva costui, con una parte del suo esercito, ad invadere l’Armenia, mentre egli si disponeva ad attaccare la Siria, ripetendo la doppia mossa, che tante volte i re dei Parti avevano tentata nelle loro guerre contro Roma. Ma questa volta la mossa sembrò a Corbulone così minacciosa, che, lasciate a Tigrane solo due legioni, raccolse tutto il resto dell’esercito in Siria; scrisse a Roma di mandare un esercito con un nuovo generale in Armenia, poichè egli bastava appena a difendere la Siria; e aprì negoziati con il re dei Parti per indurlo a sospender la guerra e a trattare con Roma, lasciandogli capire che sarebbe facile intendersi. Siccome il re dell’Adiabene aveva fallito in un suo attacco su Tigranocerta, il re dei Parti accolse il consiglio di Corbulone e mandò gli ambasciatori. Così la guerra era stata sospesa. Ma a Roma la prudenza di Corbulone, la sua richiesta di un nuovo esercito per l’Armenia, le sue trattative con il re dei Parti, erano state assai male accolte. Come tante volte è successo ai generali prudenti e assennati, toccò a Corbulone di esser trattato di pauroso e di incapace da quelli che facevano sicuri e tranquilli la guerra sulle rive del Tevere. L’ambasciata del re dei Parti fu rimandata senza risposta; e in Armenia fu spedito un altro generale, come Corbulone aveva consigliato; ma in persona di un certo Cesennio Peto, che si vantava a gran voce di voler insegnare a Corbulone la risolutezza e l’audacia. La nomina di Peto era un biasimo a Corbulone, il quale però fu lasciato in Siria. Peto arrivò con un esercito in Armenia, a quanto pare, nella seconda metà del 61; subito si buttò alle offese, mentre Corbulone fortificava poderosamente l’Eufrate. Ma nella primavera dell’anno seguente, Peto sembra essersi lasciato sorprendere da poderose forze nemiche, con una parte delle sue forze, presso Randeia sul fiume Arsaniade, affluente dell’Eufrate. Dopo aver costretto con una abile finta Corbulone a raccogliere le maggiori forze sull’Eufrate, i Parti attaccavano in Armenia. Corbulone accorse in aiuto di Peto, assediato in Randeia: ma già Peto, prima del suo arrivo, aveva capitolato, impegnandosi per salvare l’esercito a sgombrare l’Armenia, che tornava dunque nelle mani dei Parti. Peto avrebbe voluto, a dispetto della promessa, invadere l’Armenia con le forze unite, le sue e quelle di Corbulone: ma Corbulone non volle. E siccome il re dei Parti aveva chiesto che ritirasse i presidi posti al di là dell’Eufrate, ricominciò a trattare e fu convenuto alla fine che le forze romane si ritirerebbero di qua dell’Eufrate, e che il re dei Parti sgombrerebbe l’Armenia.
L’Armenia era libera così dall’autorità romana come dalla partica. Ma invano si cercò di far passare questo accordo come una vittoria di Roma. Era chiaro che lo sforzo fatto per prendere piede in Armenia aveva fallito. Nerone consultò tutti i personaggi eminenti, e fu deliberato di ritentare l’impresa. Peto fu richiamato; Corbulone solo messo a capo di un forte esercito. Ma Corbulone non mutò stile, e si servì nel 63 del poderoso esercito affidatogli, come di una minaccia per venire a trattato. Roma e i Parti essendo egualmente deboli in Armenia, l’accordo fu conchiuso. Tigrane fu messo in disparte per sempre; Vologese ottenne quello che già aveva chiesto nel 61, l’investitura del regno d’Armenia per il proprio fratello Tiridate; ma il fratello del Gran Re dovette acconsentire a ricevere dalle mani stesse di Nerone il diadema regale, recandosi a Roma. Un principe partico sederebbe sul trono d’Armenia come vassallo di Roma: questa la faticosa transazione.
Intanto la rivolta della Britannia non si era spenta. Lo stesso vigore, con cui Svetonio la reprimeva, sembrava riattizzarla. Onde era stato necessario che il principe ordinasse un’inchiesta sul luogo, e poi finalmente affidasse la provincia ad un nuovo governatore (a. 62). Ma mentre occorreva spedire in Britannia rinforzi dalla Germania e indire leve per reintegrare le legioni decimate, sulla linea del Danubio, l’impero doveva resistere a una interrotta serie di piccoli attacchi di popolazioni stanziate al di là del fiume, e dar principio a vere e proprie spedizioni contro Sarmati e contro Sciti[79] che, felicemente riuscendo, avrebbero fatto pensare ad una grande spedizione caucasica.
85. =L’incendio di Roma (luglio 64).= — Frattanto a Roma Nerone pareva compiacersi a sfidare sempre più audacemente quella parte dell’opinione pubblica, che era più fedele alla tradizione. Fu in questo tempo, nell’anno 64, che Nerone comparve sul teatro di Napoli, dinanzi a un vero pubblico, e cantò: la maggiore follia, forse, commessa da lui, dopo l’assassinio della madre. Non per caso egli aveva scelto Napoli, che era allora una città greca. Ma è facile imaginare come trasalirono l’Italia e Roma! La scena era per i Romani una professione infame, per quanto necessaria al piacere degli uomini: che un Claudio, che il discendente della più antica e illustre famiglia della nobiltà romana, che il capo dell’impero avesse voluto comparire in un teatro, in veste di istrione, a sollecitare l’applauso di un pubblico di Greci, era uno scandalo, per un verso peggiore anche di un delitto! Perchè un delitto poteva incutere orrore, e questo atto suscitava invece riso e disprezzo. Ora per gli uomini che devono comandare ai loro simili, è bene che non ispirino nè orrore, nè riso, nè disprezzo; ma tra i due mali, è meglio che ispirino orrore, anzichè riso e disprezzo.
Ma di questo capriccio non si videro subito gli effetti, perchè una grande calamità sopraggiunse di lì a poco a distrarre le menti: l’incendio di Roma, famoso tra tutti nella storia, che nel luglio del 64 devastò per dieci giorni la città, distruggendone quasi interamente dieci delle quattordici regioni, in cui Augusto aveva diviso la città. Alla prima notizia, Nerone volò a Roma, ove non potè neanche impedire la distruzione della propria casa. Ma egli fece tutto quanto era in suo potere per lenire il danno irreparabile. Aperse agli abitanti, rimasti senza tetto, gli edifizi pubblici e i suoi stessi giardini; fece venire dai municipi vicini tutto il necessario perchè essi fossero alla meno peggio riparati ed equipaggiati; adottò provvedimenti per risparmiare agli afflitti dal fuoco il secondo flagello di una carestia.
Ma tutto lo zelo dell’imperatore non impedì che in pochi giorni nascesse e si divulgasse in Roma una strana leggenda. Sulle cause dell’incendio si sono scritti quanti volumi basterebbero a riempire una piccola biblioteca, tante sono le congetture che si sono volute provare o confutare; e con altrettanto ingegno quanto con poco resultato, perchè non c’è modo di provare nè che Roma sia stata bruciata da Nerone, nè che le abbiano dato fuoco i Cristiani o gli amici di Pisone, di cui dovremo tra poco occuparci. D’altra parte la congettura più semplice e più verosimile sarà sempre quella che Roma sia bruciata per accidente, come tante altre città. È noto che città intere bruciano spesso, quando sono ancora per la maggior parte costruite di legno; e tale era il caso di Roma allora, massime nei quartieri popolari. D’altra parte è molto più semplice e verosimile congetturare che, nella stagione calda, un fuoco appiccatosi a poche case per accidente siasi dilatato e abbia incenerito quartieri interi, massime se il servizio dei pompieri era manchevole, anzichè il supporre che un uomo o una setta abbiano imaginato lo straordinario piano di far di una città intera un bel falò e che siano riesciti ad eseguirlo! Ma gli uomini, quando sono oppressi da una grande sventura, vogliono sempre attribuirla alla malizia dei loro simili: la carestia, agli incettatori; l’epidemia, agli avvelenatori; la sconfitta, al tradimento. Così allora il popolo si persuase che Roma era stata malignamente incendiata: ma da chi? Non bisogna dimenticare che Nerone, con i suoi eccessi, con le sue prodigalità, con i suoi delitti, con il suo governo molle e generoso, attirava e spaventava nel tempo stesso l’anima popolare. Non è meraviglia che l’incendio di Roma sembrasse alle masse una punizione divina per i piaceri inconsueti ed illeciti, che da due lustri il principe e il popolo insieme godevano. Da questo scrupolo a credere al primo malintenzionato, il quale assicurasse che Roma era perita per volontà del principe, il passo era corto. In breve si sparse la voce che Roma era stata incendiata per ordine di Nerone; e per quanto la voce fosse assurda — Tacito stesso lo riconosce — fu creduta da molti.
86. =I Cristiani e la «prima persecuzione».= — Che l’incendio fosse opera maliziosa era persuasione così generale, che l’autorità dovè procedere ad una inchiesta, per trovare i colpevoli. E l’inchiesta conchiuse, attribuendo la responsabilità della catastrofe a una setta religiosa, il cui nome fu pubblicamente pronunciato per la prima volta in questa occasione, e che doveva diventare poi ben altrimenti famoso: i Cristiani. Questa setta era nata circa quarant’anni prima in Giudea, nel seno del giudaismo. Da secoli gli Israeliti attendevano che Dio inviasse loro il Messia, il quale riscattasse il popolo dalla servitù e lo riconducesse alla pristina gloria ed indipendenza; che lo facesse anzi, come premio della legge divina osservata, il popolo eletto sulla terra. Ma negli ultimi lustri della seconda metà dell’ottavo secolo, dopochè Roma era stata fondata, nei borghi e nella cittadina della Giudea il Messia era apparso, dichiarandosi figliuolo di Dio, ad annunciare non già la risurrezione nazionale, ma la prossima palingenesi del mondo, il prossimo avvento del regno di Dio. Al gran giorno, il Messia apparirebbe sulle nuvole, circondato di angeli; i suoi discepoli sederebbero intorno a lui su dei troni; i morti risusciterebbero al grande giudizio; i buoni, gli eletti, vestiti di luce, si sederebbero all’eterno festino preparato da Abramo; i reprobi andrebbero alle Gehenne. All’imminente regno di Dio gli uomini dovevano prepararsi ascoltando il Messia; liberando la religione da tutte le forme e i vincoli esteriori, di cui il giudaismo l’aveva impastoiata, praticando una morale di una sublime altezza e purezza. Suprema legge delle anime doveva essere l’amore, la fraternità, la pace tra il servo e il padrone, tra la donna e l’uomo, tra il giudeo e il romano, tra il cittadino e lo straniero, e l’odio contro quanto negava tutte queste cose, l’ipocrisia del fariseo, l’avarizia del ricco, l’orgoglio dei soprastanti. L’odio spirituale, non la violenza della ribellione: chè il regno di Dio doveva incominciare ad esistere nell’animo degli uomini convertiti.
L’annunciatore del regno di Dio aveva trovato in Giudea un certo numero di discepoli devoti: ma l’opera sua era stata presto troncata dalla persecuzione del Giudaismo decadente. Senonchè, dopo la morte di Gesù, la nuova setta, perseguitata in Giudea, aveva varcato i confini per opera dei primi e più fedeli discepoli; si era diffusa a poco a poco in tutto l’impero, tra i Giudei ed i pagani, moltiplicando in molte città, grandi e piccole, minuscole comunità di cristiani; all’annuncio originario del Regno di Dio, della palingenesi e del giudizio degli uomini, che doveva seguire la apparizione del Messia, aveva sostituito — e molto ci aveva contribuito un grande uomo convertito alla setta dopo la morte di Gesù, Paolo di Tarso — la dottrina della redenzione dell’uomo dal peccato originale e dal male, che il figlio di Dio, Gesù Cristo, aveva fatta con il suo sangue, immolandosi sulla croce: alla morale di Gesù, che inculcava soprattutto l’amore e la fratellanza, aveva aggiunto — e anche questo in parte per opera di Paolo — una morale che per amor di Cristo domandava agli uomini di vincere le cattive passioni, che avevano maggiormente guasta e corrotta la società greco-romana, come la sensualità e la cupidigia. Così la nuova setta cristiana si era staccata dal giudaismo, di cui aveva abbandonato anche uno dei riti più antichi e venerati, la circoncisione; e da trenta anni lentamente si diffondeva nell’impero. Era anche entrata in Roma, e aveva fatto seguaci, specie tra il popolino: schiavi, liberti, stranieri d’origine orientale. Forse, anzi, la nuova setta era già così numerosa al tempo di Claudio, che i Giudei, anch’essi numerosi nella metropoli, l’avevano molestata[80].
Come l’autorità romana fosse condotta ad accusare questa setta dell’incendio è un mistero. Può darsi che a molti cristiani i folli eccessi di Nerone e l’incendio di Roma sembrassero proprio le calamità dalle quali, secondo Gesù, la palingenesi del mondo e l’avvento del regno di Dio dovevano essere annunciati. Si aggiunga che tra i pagani in Roma c’era molta diffidenza per le cerimonie segrete e per i costumi così singolari dei cristiani; che, peggio ancora, ebrei e cristiani in Roma, come dappertutto, erano tra loro nemicissimi. Non è inverosimile che l’indifferenza o anche la gioia dei cristiani per l’incendio, per quell’inizio, finalmente avveratosi, della palingenesi universale, fossero senz’altro scambiate per indizio di colpevolezza; che questo vago sospetto fosse subito raccolto dal principe, il quale aveva bisogno di un responsabile; e che fosse confermato dalle delazioni e calunnie degli ebrei e dalle confessioni, che le torture avranno strappate ai più deboli tra i primi accusati[81]. Così cominciò quella che fu detta la prima persecuzione cristiana: ma impropriamente, perchè i cristiani, se furono le vittime della persecuzione, non furono perseguitati perchè cristiani[82].
87. =La ricostruzione di Roma e la grande crisi finanziaria dell’impero.= — L’incendio era stato una calamità, ma non irreparabile. Toccava a Nerone tramutarlo in una iattura peggiore, per l’ambizione di ricostruire sulle rovine dell’antica, una città di bellezza insuperabile.
L’incendio di Roma sembra avere offerto alle smanie orientali dell’imperatore un’occasione nel tempo stesso grandiosa e pericolosa. La città incenerita era ancora la vecchia città ricostruita tumultuariamente sulle ruine dell’incendio gallico, cresciuta di secolo in secolo a caso, rabbellita alla meglio da Agrippa e da Augusto: nell’insieme una città brutta, in paragone delle grandi metropoli dell’Oriente. Nerone volle dare all’Impero una capitale, la cui bellezza e magnificenza fosse pari alla potenza. Il disegno non era privo di grandezza e di nobiltà: ma per attuarlo rapidamente occorrevano somme immense; e per aver questo denaro Nerone dovè ricorrere ai più pericolosi espedienti. La maggior parte delle improvvisate condanne e confische nei processi di lesa maestà, le ammende per reati nuovi e bizzarri, tutta la lunga lista delle sanzioni pecuniarie, che i contemporanei e i posteri attribuirono alla inaudita ferocia del principe e dei suoi ministri, ebbero la prima ragione in questo bisogno di danaro. Ma poichè cotesti mezzi non bastavano, l’impero fu spremuto a sangue. Dai santuari più celebri, dagli edifici pubblici, dalle case private sono strappate le offerte preziose dei fedeli, le immagini degli Dei, le statue più pregiate. Le cariche e gli impieghi pubblici sono di nuovo messi all’asta, e i magistrati, di nuovo, costretti a rifarsene sui sudditi. Si accrescono le imposte e si inaspriscono le esazioni. Nemmeno l’Italia va immune da tanto flagello. Subito dopo l’incendio Nerone ordina una contribuzione generale per provvedere ai bisogni urgenti della metropoli. Per giunta, in questo anno incomincia ad alterare le monete, coniandole di minor peso: l’_aureus_, quasi purissimo, coniato da Augusto, discende, da una media di gr. 7,64 ad una di gr. 7,34; e il bel denario argenteo dei primi anni dell’impero è ridotto da gr. 3,90 a 3,40, mentre la sua lega sale dal 5 al 10%.