Roma antica, Vol. 1/3

Part 3

Chapter 33,630 wordsPublic domain

7. =La caduta della monarchia (510? a. C.).= — Note sono le favole che gli antichi raccontano intorno alla caduta della monarchia, tra le quali l’oltraggio arrecato a Lucrezia. Queste favole hanno indotto alcuni storici moderni a mettere in dubbio tutto il racconto antico ed a supporre che l’autorità regia non sia stata rovesciata da una rivoluzione, ma si sia spenta a poco a poco, per esautoramento progressivo. Ma è questa una congettura che non ha fondamento alcuno nei racconti degli antichi, i quali, se contengono favole, dicono chiaro e concordi che l’autorità regia cadde per una rivolta armata del patriziato. Il che non può esser cagione di meraviglia, dopo quanto abbiamo esposto, anche se non possiamo, pur troppo, narrare come e perchè la rivoluzione scoppiasse e vincesse. Dobbiamo quindi star paghi di dire — ma questo possiamo affermarlo, senza abusare del diritto di critica — che la monarchia elettiva e vitalizia, che l’aveva governata nei primi secoli, cadde in Roma, sulla fine del VI sec. a. C., per una rivolta dell’elemento latino, guidata dal patriziato, contro l’indirizzo troppo etrusco, mercantile e assoluto degli ultimi Re[12].

La monarchia era durata, secondo la tradizione e secondo verisimiglianza, poco meno di due secoli e mezzo (dal 754 o 753 al 510 o 509), ma aveva fatto grandi cose. Non era piccola la gratitudine che Roma le doveva al suo cadere. Sotto lo scettro dei Re, la città fondata da Romolo si era ingrandita, arricchita, abbellita; aveva vinto gli Etruschi e si era allargata sul mare. Ma un odio implacabile avvolgerà tanti meriti in un’ombra sinistra, imponendosi alle generazioni come un dovere civico; sebbene, o forse perchè, appena caduta la monarchia, la fortuna della giovane città improvvisamente declina e par quasi sul punto di precipitare nel nulla.

NOTE AL CAPITOLO PRIMO.

[1] Sui boschi del Lazio nella seconda metà del IV sec. a. C., cfr. THEOPHR. _H. Plant._ 5, 8, 1 e 3.

[2] Cfr., fra gli altri, W. SCHULZE, _Zu den römischen Eigennamen_, in _Abhandl. d. Götting. Ges. d. Wissenschaft_, N. S., 5, 2; K. O. MÜLLER, _Die Etrusker_, Stuttgart, 1877, I, pp. 112 sgg.; V. GARDTHAUSEN, _Mastarna oder Servius Tullius?_, Leipzig, 1882; K. J. NEUMANN, _Die hellenistischen Staaten und die römischen Republik_, in _Weltgeschichte_, Berlin, 1907, pp. 361 sgg.; W. SOLTAU, _Anfänge d. römischen Geschichtsschreibung_, Häffel, 1909, p. 145; _Mythus oder literarische Erfindung in der älteren römischen Geschichte_, in _Preussische Jahrbücher_, marzo 1914, p. 453; A. GRENIER, _Bologne villanovienne et etrusque_, Paris, 1912, pp. 54-56 e _passim_; V. A. RUIZ, _Le genti e la città_, in _Annuario della R. Università di Messina_, 1913-14.

[3] DIONYS. HAL., 1, 29, 2: τήν τε Ῥώμην αὐτὴν οἱ πολλοὶ τῶν συγγραφέων Τυρρηνίδα πόλιν εἴναι ὑπέλαβον.

[4] Cfr., oltre alla bibliografia della precedente n. 2, R. DELBRÜCK, _Die drei Tempel am Forum holitorium in Rom_, Roma, 1903 (ed. del _Kaiserlich deutschen Institut_), pp. 25 sgg.; 28 sgg.; 30 sgg.

[5] LIV., 9, 36.

[6] LIV., 1, 8. — Sulle analogie tra le _nundinae_ romane ed etrusche, cfr. MACROB., _Sat._, 1, 15, 13.

[7] La potenza continentale di Roma, alla fine della monarchia, è testimoniata, oltre che da POLYB., 3, 22, dall’ampiezza della lega latina, che, alla caduta della monarchia, si formerà contro Roma a salvaguardia della ricuperata indipendenza; cfr. DIONYS. HAL., 5, 61. CATO, fr, 58, ed. PETER.

[8] Cfr. E. GABRICI, _Il problema delle origini italiche_, in _Rivista di storia antica_, 1907, I, p. 94 sgg., ed il primo trattato romano-cartaginese, trascrittoci da POLIBIO (3, 22), stipulato nel primo anno della repubblica, di cui discorriamo nel capitolo seguente.

[9] CIC., _De Rep._, 2, 19, 34.

[10] Sulle curie e sui comizi curiati si è lungamente e variamente discusso dai moderni. A noi pare però che non si sia tenuto il debito conto del passo di DIONYS. HAL., 4, 20, che accettiamo come del tutto veritiero. Cfr. anche DIONYS. HAL., 4, 21; 7, 59; 9, 41; 11, 45.

[11] Dal rapporto stabilito da Servio tra ogni classe e il suo contingente militare, si arguisce che non sono indicati tutti gli atti alle armi di ciascuna classe. Infatti la prima classe — la meno numerosa perchè formata dei ricchissimi — dà 98 centurie, ossia 9800 uomini atti alle armi; mentre ciascuna delle altre classi, evidentemente più numerose, ne dà solo 2000 o 3000. Si può quindi, per un calcolo degli atti alle armi, pigliare come base la prima classe. Ognuna delle classi serviane può dunque dare almeno 9800 atti alle armi; il che fa per tutte le prime cinque classi, 49000 atti alle armi, dai 17 ai 60 anni. Quattro volte questa cifra, secondo il rapporto statistico consueto, darebbe tutta la popolazione delle prime cinque classi: 196.000 anime. _Ma questi sono solo gli abbienti._ Restano i non abbienti che, secondo il rapporto consueto, stanno ai primi come 3 a 2. Sarebbero perciò 294.000, che, aggiunti ai 196.000, dànno una popolazione complessiva di 490.000 anime, in cifra tonda un mezzo milione. Ma questo — ripetiamo — non è ancora che un minimo, perchè noi abbiamo calcolato tutte egualmente numerose le prime cinque classi, il che non doveva essere. Si può andare perciò fino a 600-700.000. Or bene, quando nel 280 a. C. il territorio di Roma si stese in tutta l’Italia centrale compresa la parte della Campania, riconquistando così l’antico impero dei Tarquini, il censimento di quell’anno dette una popolazione di 287.222 cittadini (LIV., _Ep._, 13) che dà un totale di oltre un milione di anime: cifre che si accordano perfettamente con quella da noi adottata pel tempo di Servio, ove si tenga conto che nel terzo secolo parte della Campania era fornita del diritto di cittadinanza romana, e che in 3 secoli la popolazione italica doveva essere cresciuta.

[12] Cfr. in LIV., 1, 59, 9-10 il discorso, che lo storico latino mette in bocca ai congiurati del 510 o 509.

CAPITOLO SECONDO

I PRIMI PASSI DELLA REPUBBLICA

(Sec. VI-V a. C.)

8. =Il primo trattato di commercio con Cartagine e la perdita dell’Etruria.= — Il primo documento sicuro della storia romana che noi possediamo è un trattato di commercio: il trattato che, nel 510 o 509 a. C., l’anno primo della repubblica, Roma conchiudeva con Cartagine. Polibio ce ne ha conservato il testo (3, 22). Esso suona così:

«Ai Romani e ai loro alleati è vietato navigare al di là del Bel Promontorio (il capo Farina, cfr. Pol., 3, 23), salvo che non vi siano costretti dalla tempesta o dai nemici.... Se alcuno sarà stato costretto ad approdarvi, non gli sia lecito comperare o prendere cosa alcuna, salvo il necessario a riparare le navi e a compiere i sacrifici, e ne riparta entro cinque giorni. Coloro che si recheranno per ragioni di commercio» [si intende, a Cartagine, nell’Africa al di qua del Bel Promontorio, e in Sardegna] «non saranno tenuti ad alcuna imposta, salvo a quella dovuta al banditore o allo scrivano pubblico; e di quanto sarà venduto in loro presenza la fede pubblica resterà garante al venditore, e ciò per quanto concerne le vendite fatte in Africa e fatte in Sardegna. Se poi alcun romano verrà in quella parte della Sicilia soggetta ai Cartaginesi, i suoi diritti saranno per ogni verso eguali [a quelli dei Cartaginesi]. I Cartaginesi, d’altro canto, s’impegnano a non danneggiare le città di Ardea, di Anzio, di Laurento, di Circei e di Terracina, nè alcun’altra città latina soggetta a Roma. In modo analogo, essi s’impegnano verso le città del Lazio non soggette a Roma. Se per caso prendessero alcuna città, la renderanno, senza danneggiarla, ai Romani; nè costruiranno alcuna fortezza in territorio latino»[13].

Questo trattato è stato frainteso dagli storici moderni. Eppure il suo testo parla chiaro: Roma rinuncia a navigare e a commerciare nel Mediterraneo orientale, e i Cartaginesi promettono in cambio di non far guerra e danno alcuno al territorio o alle città del Lazio, soggette o non soggette a Roma. È così vero che la monarchia fu rovesciata dall’elemento latino ed agrario, sollevatosi contro l’elemento etrusco e mercantile, che, appena fondata, la repubblica fa un passo indietro sulle vie del commercio arditamente tentate dagli ultimi monarchi e compra la pace da Cartagine, restringendo nel Mediterraneo il suo commercio. Questo è il senso, lo spirito e lo scopo del trattato. Nè è temerario congetturare che la repubblica si affrettasse a comperare a questo prezzo la pace da Cartagine, perchè si trovò subito in guerra con l’Etruria. Se, quando la monarchia fu rovesciata, il dominio romano in Etruria fosse così vasto come ai tempi di Tarquinio Prisco, noi non sappiamo: certo è che la repubblica ebbe subito a sostenere una fiera guerra con gli Etruschi, sia che gli Etruschi soggetti si ribellassero, sia che gli Etruschi indipendenti approfittassero dell’occasione per liberare le città soggette, sollecitati, come vuole la tradizione, da Tarquinio. E neppure è dubbio che la repubblica fu vinta dagli Etruschi, e che Roma cadde sotto il dominio etrusco per alcuni anni. Per quanti, è difficile dire con precisione; non molti, a ogni modo, perchè al principio del V secolo Roma era riuscita, bene o male, a riacquistare la sua indipendenza.

9. =Le guerre con i Volsci e con gli Equi (principio del V secolo).= — Ma solo per affrontare nuovi nemici, che da ogni parte l’assaltano. Tutto il Lazio insorge, rivendicando la libertà e l’autonomia; altre barbare popolazioni circonvicine — le tribù dei Sabini, ad esempio — che la monarchia aveva tenute soggette o in rispetto, ritornano a saccheggiare i territori romani; pericolo ancor più grave, le popolazioni del Subappennino romano — i Volsci e gli Equi — si spingono nella pianura del Lazio verso occidente e la costa tirrenica da Anzio a Circei. Intorno alle guerre incessanti, che la repubblica dovè combattere contro questi popoli, e massime contro i Volsci e gli Equi, gli antichi contano molte belle favole e poco di sostanzioso. Un documento sicuro — il trattato di alleanza, conchiuso nel 493 dal console Spurio Cassio, che pose fine alla guerra con le città latine, di cui Dionigi d’Alicarnasso ci ha conservato il testo[14] — ci dice che, anche con i Latini, come già con Cartagine, la repubblica pagò del suo le spese dell’accordo, poichè rinunciò alla supremazia ed al comando, riconobbe l’autonomia delle città latine e la loro confederazione, e con questa conchiuse un’alleanza difensiva a condizione di parità e di reciprocanza perfette. Quanto alle guerre contro i Volsci e gli Equi, che riempiono della loro confusa storia tutta la prima metà del V secolo, una cosa sola possiamo affermare con sicurezza: che per più di mezzo secolo Roma si tenne sulla difesa; che per difendersi fece entrare nella lega latina anche gli Ernici, che non erano certo Latini e forse erano Sabini; che in queste guerre ebbe spesso la peggio e non riuscì a impedire che il suo territorio fosse ogni tanto invaso e saccheggiato.

10. =Le prime disfatte della repubblica e le loro conseguenze.= — Il piccolo impero, che la monarchia aveva creato, cade dunque nei primi decenni della repubblica; e insieme decadono l’industria e il commercio. Se la repubblica, appena fondata, aveva abbandonato una parte del Mediterraneo a Cartagine, verso il 450 a. C. Roma era, si può dire, sparita dal novero degli empori di qualche importanza nel Mediterraneo. Il primo tentativo mercantile di Roma, il primo disegno di fondare sulle rive del Tevere un grande emporio, simile a Cartagine, a Corinto, a Taranto, ad Atene e a tante altre città greche, era dunque fallito. Ma questa rovina del commercio dovette impoverire la città, e questa povertà fu accresciuta dalle guerre disgraziate. La preda era il pane delle guerre antiche. Il soldato romano andava alla guerra, non solo per tenere lontano dal proprio territorio il nemico, ma con la speranza di entrare nel suo territorio e di prendere quel che poteva. Fu infatti principio costante della milizia romana che il generale avesse diritto di disporre delle _manubiae_ — metalli, bestiame, schiavi — e di spartire il bottino tra lo Stato e i soldati, ai quali una parte doveva toccare, e di solito non la minore: il che ci spiega come nei primi secoli Roma potesse imporre a tutti i cittadini delle prime cinque classi il servizio militare obbligatorio e gratuito. Ma con questo modo di intendere la guerra, se le guerre vittoriose potevano, in una certa misura, arricchire il popolo, perchè quelli almeno che non ci morivano, portavano a casa dei metalli preziosi, del bestiame, degli schiavi, le guerre disgraziate lo impoverivano, perchè in queste non solo i soldati militavano senza compenso, ma parti più o meno vaste del territorio erano o perdute o saccheggiate. Le lunghe e incerte guerre con i Volsci e con gli Equi impoverirono dunque la condizione media e la plebe, nei primi cinquanta anni della repubblica. Molti possidenti si impaniarono nei debiti, perdendo a poco a poco i beni prima e la libertà poi, giacchè le terribili leggi del tempo condannavano il debitore insolvente a servire il creditore come schiavo.

11. =Patrizi e plebei — La lotta per l’eguaglianza civile e politica (prima metà del V secolo).= — A giudicar dunque dai primi effetti, la caduta della monarchia fu per Roma una calamità. Eppure la rivoluzione non aveva fatto subire alle istituzioni di Roma che un leggero ritocco. Il senato aveva conservato gli antichi poteri, come i comizi centuriati e, nella forma a cui la costituzione Serviana li aveva ridotti, i comizi curiati; solo l’autorità regia era stata trasferita a due magistrati, i _consules_, denominati in origine _praetores_. Eletti ogni anno dai comizi centuriati, i consoli ricevevano dai comizi curiati e dal senato l’_imperium_ prima esercitato dai Re, e cioè il potere militare e giudiziario senza le facoltà religiose, che furono deferite a un nuovo magistrato denominato _rex sacrorum_; ed avevano, come i Re, per aiutanti i _quaestores_. Come mai da un mutamento così piccolo, aveva potuto procedere un effetto così grande? Perchè il mutamento era piccolo solo in apparenza. La monarchia, combinazione sapiente del principio elettivo e del principio vitalizio, era stata un potere vigoroso e fattivo, che aveva retto e diretto davvero lo Stato. Ma la repubblica, facendo questo potere annuale e dividendolo tra due magistrati, ognuno dei quali poteva esercitarlo separatamente, l’aveva indebolito; e quindi aveva trasferito il reggimento dello Stato non dal Re ai consoli, ma dal Re al senato, che, essendo stabile, primeggiò nel nuovo ordine di cose. Ma il senato romano era l’organo del patriziato; e il patriziato era una casta privilegiata e chiusa. Invano la monarchia aveva cercato di aprirla ad uomini e famiglie nuove; non appena, scacciati i Re, essa fu arbitra dello Stato, la casta si affrettò a rifar la serrata; non volle più accogliere genti nuove, si trincerò nei suoi privilegi come in una fortezza. Questi privilegi — il divieto di connubio con i plebei, gli _auspicia_ e il diritto di occupare tutte le cariche — erano diversi ma tutti legati tra di loro, perchè non c’era atto o cerimonia pubblica che un magistrato potesse compiere senza aver prima interrogato il cielo o gli uccelli o gli altri segni della volontà divina. Lo Stato cadde dunque in potere di una oligarchia piccola, orgogliosa ed esclusiva; tutte le famiglie povere e le famiglie arricchite nelle ultime generazioni, che non avevano sangue patrizio nelle vene, furono escluse dal governo.

Ma questa piccola oligarchia chiusa non era in grado di ben governare e di difendere la repubblica. Questo è il segreto della storia dei primi decenni della repubblica, che invano gli antichi scrittori hanno cercato di nascondere in mezzo alle leggende. Quale ne fosse il difetto capitale, se un troppo cieco attaccamento alla tradizione latina, se un soverchio spirito di casta, se lo scarso numero o l’intelligenza manchevole, o il poco favore della fortuna, noi non sappiamo. Certo è invece che questa oligarchia non seppe conservare le conquiste della monarchia; dovè acconciarsi a trattare i Latini da pari a pari; difese male e a stento Roma dagli attacchi dei Volsci e degli Equi, e forse fu più sollecita della prosperità propria che del benessere generale; onde fu presto bersagliata da una opposizione, che prese di mira tutti i suoi privilegi. Questa opposizione nasce quasi con la repubblica, e cresce rapidamente, a mano a mano che le guerre poco fortunate screditano la piccola oligarchia dominante. I plebei ricchi, esclusi dal potere, fanno lega con i plebei poveri e tormentati dalla miseria; questi chiedono l’addolcimento delle leggi sui debiti e leggi agrarie, quelli protestano contro i privilegi dei patrizi; tutti lamentano la parzialità e l’incertezza delle leggi, l’arbitrio con cui l’oligarchia dominante le applica, gli abusi e le prepotenze dei magistrati patrizi non minori di quelle dei Re, reclamando con audacia crescente l’eguaglianza civile e politica dei ceti. Le armi di cui possono servirsi sono poche, in principio; ma il senato stesso, senza pensarci e senza volerlo, ne mette loro in mano qualcuna abbastanza potente. Così già nel 495 a. C. — la data è stata contestata dalla critica moderna, ma senza seri motivi — il senato aveva diviso tutto il territorio romano in 21 tribù e distribuito in quelle tutti i cittadini, in quanto proprietari di qualche bene nel distretto, incaricando ogni tribù di provvedere, in caso di guerra, al pagamento dell’imposta fondiaria e alla leva delle milizie. La riforma sembra aver avuto soltanto uno scopo amministrativo; ma par possibile congetturare che ben presto i malcontenti ne fecero un’arma di opposizione politica; che i capi delle tribù, preposti ad un ufficio così importante, divennero in breve gli organi del malcontento della maggioranza, ossia dei plebei. Così si può spiegare come qualche anno dopo — la data non è sicura nè presso gli antichi, nè presso i moderni — i patrizi dovessero consentire che nei vecchi comizi curiati, nei quali la ragione democratica del numero prevaleva, e che sembravano ormai sopravvivere a se medesimi, si eleggesse ogni anno un magistrato nuovo, due _tribuni plebis_, che difendessero il loro ceto contro ogni sopruso dei patrizi e dei loro magistrati[15]. Fu la prima arma vigorosa di cui i plebei disposero; e non perdettero tempo per rinforzarla. Già nel 471 a. C. il numero dei tribuni è portato a quattro o a cinque e l’elezione passa dai comizi curiati ai comizi tributi, ossia all’assemblea generale delle tribù: mutamento questo di molta importanza, perchè se i nuovi comizi tributi non differiscono molto, quanto al numero e al genere dei partecipanti, dai comizi curiati, in compenso però, non essendo ancora un’assemblea elettorale o legislativa, possono radunarsi senza l’autorizzazione del senato e senza nessuna di quelle formalità liturgiche, di cui tanto i patrizi abusavano a scopo politico[16]. Nè a questi primi passi la plebe si ferma. Poco dopo i tribuni ricevono, come aiutanti, gli _edili della plebe_; si arrogano prima una potestà coercitiva, _ius prensionis_, contro chiunque — fosse anche un magistrato — avesse osato offendere o danneggiare un plebeo; poi il _ius intercedendi_ o il privilegio, veramente regale, di sospendere con un _veto_ qualunque atto del governo e perfino le assemblee costituzionali, qualora il popolo fosse chiamato a deliberare su proposte, che avessero potuto presumersi contrarie agli interessi plebei; poi ancora il _ius agendi cum plebe_, la potestà di convocare la plebe a comizio, e di discutere con questa i suoi particolari interessi e quanto nella politica generale dello Stato fosse legato a questi interessi, nonchè il diritto di presentare leggi nei comizi tributi; infine, e più tardi, la facoltà di trattare con il senato su quanto toccasse gli interessi dei loro rappresentanti (_ius agendi cum patribus_). Prima ancora che tutti questi poteri fossero loro conferiti, nel 462 il tribuno C. Terentilio Arsa propose di affidare ad una commissione di cinque, il compito di preparare una legge, che delimitasse i poteri dei consoli, ponendo fine a quel loro impero non meno arbitrario e assoluto — a quanto diceva il tribuno — del potere regio.

12. =Il decemvirato e le «Dodici tavole» (451-449 a. C.).= — L’oligarchia patrizia, non avendo autorità bastevole per resistere su tutti i punti alla agitazione della plebe, indebolita come era dalle guerre disgraziate, aveva ceduto sulla questione dei poteri dei _tribuni_ e aveva lasciato che nel cuore dello Stato sorgesse un potere legalmente incaricato di fare l’ostruzione a vantaggio dell’opposizione. Ma alla proposta di Terentilio Arsa si oppose invece con vigore, perchè, invece di accrescere il potere della plebe, limitava i poteri del patriziato. Nacque una furibonda contesa che, interrotta ogni tanto dalle incursioni dei Volsci e degli Equi, inasprita da violenze e da processi, durò dieci anni.

Alla fine si addivenne a una transazione. Tre ambasciatori, Spurio Postumio Albino, A. Manlio, P. Sulpicio Camerino furono, se vogliamo credere a Livio, mandati in Grecia a studiare le leggi di quel paese; e quando costoro furon tornati, i tribuni proposero che per l’anno prossimo tutte le magistrature patrizie e quelle plebee, nonchè i rispettivi corpi politici — consoli, questori, tribuni, assemblee curiate, centuriate e tribute — fossero sospese; e in loro vece fosse creata una nuova magistratura, il decemvirato: dieci magistrati che al tempo istesso governerebbero lo Stato e redigerebbero una costituzione, nella quale fossero incluse quelle disposizioni capitali di diritto civile e penale, che, negli Stati primitivi, sono ancora parte del diritto pubblico. Questa nuova costituzione doveva valere per i patrizi e per i plebei; i magistrati incaricati di compilarla potevano dunque essere patrizi o plebei.

La legge fu, dopo qualche contrasto, approvata. Ma eletti furono solo dieci patrizi, i quali in un solo anno (451) condussero a compimento l’opera ponderosa. Alla fine del 451, ben dieci tavole di leggi rendevano testimonianza del lavoro compiuto. La storiografia tradizionale, vergata quasi esclusivamente da penne patrizie, celebrerà più tardi con i più alti elogi la moderazione e la saggezza di quei primi legislatori. Ma ben diverso sembra essere stato il giudizio dei plebei e dei patrizi sulla nuova costituzione, appena fu pubblicata. E non è impossibile, pur in mezzo alle incerte notizie della tradizione storica, intravedere il motivo di tanto malcontento. Non è dubbio che i decemviri avevano cercato un compromesso tra il privilegio patrizio e l’eguaglianza che stava a cuore alla plebe. Il compilare quelle leggi con chiarezza e il pubblicarle erano già due grandi concessioni alla plebe, due grandi limitazioni dell’onnipotenza patrizia. Senonchè è naturale che i patrizi, per bilanciare queste concessioni, abbiano cercato di conservare quanti più privilegi potessero. Inoltre, istituendosi il decemvirato, si erano aboliti anche i tribuni plebei e i comizi tributi; e il compenso dovesse apparir magro; tanto è vero che in quel primo anno i decemviri erano stati tutti patrizi.