Roma antica, Vol. 1/3

Part 4

Chapter 43,662 wordsPublic domain

I plebei dunque si dolsero di aver perduto i loro magistrati senza avere ottenuto quanto era loro diritto; i patrizi a loro volta accusarono la nuova costituzione di aver troppo largheggiato con i plebei a loro danno. Anche questo compromesso scontentava tutti; e peggio fu l’anno seguente, quando i plebei riuscirono a far eleggere decemviri tre candidati plebei. Una parte del patriziato, la più avveduta, non vide di mal’occhio questa vittoria della plebe; anzi lo stesso Appio Claudio, il più autorevole dei decemviri, la favorì, sperando placasse il risentimento per tante altre aspirazioni insoddisfatte: ma accanto ai pochi savi c’erano, anche nel patriziato, gli arrabbiati, e questi vollero subito un compenso. Nel secondo anno del decemvirato due nuove tavole sancirono solennemente il divieto dei matrimoni tra patrizi e plebei. Esasperati da questa politica della bilancia, i due partiti furono concordi almeno nel detestare egualmente e voler morto il decemvirato; il che ci spiega come la tradizione, raccolta da T. Livio, abbia potuto raccontare che dal primo anno al secondo il decemvirato si sarebbe ad un tratto mutato in una illegale tirannide. Abolita ogni guarentigia; la capricciosa volontà dei decemviri, sola legge; patrizi e plebei, compagni ormai di sventura e vittime della stessa violenza; alla fine dell’anno prolungati arbitrariamente, dagli stessi decemviri, i propri poteri. Non il decemvirato era mutato, ma il sentimento di tutti i partiti, che, dopo aver troppo sperato, avevano ad un tratto disperato della nuova costituzione. Nè il decemvirato potè resistere a lungo alla coalizione degli interessi lesi, ai sospetti dei patrizi e dei plebei, allo spirito di tradizione così forte. Qualche errore (il noto episodio di Virginia, non è forse tutto romanzo, come romanzo non è l’episodio iniziale dei Vespri siciliani) e una sconfitta diedero al suo vacillante potere le ultime spinte, quelle che lo fecero cadere. Sui primi del 449 Sabini ed Equi invadevano ancora una volta il territorio romano. Otto decemviri presero il comando degli eserciti romani. Solo Appio Claudio, la colonna del minacciato governo, rimase con un collega plebeo in Roma, dove il pericolo era maggiore. Ma quei duci improvvisati furono sconfitti; l’esercito si ribellò; e, sotto il comando degli ufficiali minori, marciò su Roma, dove l’antica costituzione fu ristabilita. Così il decemvirato spariva, lasciando, come la monarchia, una rinomanza non buona ed un’opera insigne: la legge civile e penale, che aveva cancellato tante antiquate differenze tra i ceti sociali e che sarebbe stata per secoli il fondamento di tutto l’ordine giuridico e, in parte anche, dell’ordine politico.

13. =I «Tribuni militares consulari potestate».= — Il secondo cinquantennio del V secolo è migliore del primo per le vicende esterne. Roma respira. I Volsci e gli Equi l’assalgono più di rado e più mollemente: segno che le forze crescono a Roma e che scemano ai suoi nemici. Roma però si tiene ancora sulla difesa. Si riaccende invece, cinque anni dopo che il decemvirato è caduto, la grande contesa dell’eguaglianza politica e civile. Nel 444 il tribuno della plebe C. Canuleio propone di abrogare la legge delle Dodici tavole, che interdiceva il connubio di patrizi e plebei; e i suoi nove colleghi propongono di riconoscere console chi il popolo elegga, patrizio o plebeo. La cittadella dei privilegi patrizi era assalita nel tempo stesso da due parti, nella famiglia e nello Stato. La resistenza fu quindi ardente e tenace, non eguale però sui due punti, per quanto tra i privilegi familiari e i privilegi politici del patriziato, ci fosse un nesso: gli _auspicia_. Ma, come tutte le caste chiuse, il patriziato romano si assottigliava e impoveriva, mentre la plebe si rafforzava di nuove famiglie arricchite di fresco; perciò la legge Canuleia, se feriva l’orgoglio della casta patrizia, poteva rinsanguarla di nuove intelligenze e di nuove ricchezze. Se non fu facile, non fu neppur troppo difficile a Canuleio di spuntarla, tanto più che i patrizi speravano, contentando la plebe su questo punto, di indurla a rinunciare all’altra domanda. Ma si ingannarono: incoraggiati dalla fortuna di Canuleio, gli altri nove tribuni mantennero la proposta; a loro volta i patrizi si opposero disperatamente. Si fece pace alla fine con una transazione. Fu proposto e approvato che, negli anni in cui il senato lo credesse opportuno, fossero eletti, non più due consoli, ma tre _tribuni militares consulari potestate_, i quali sarebbero scelti dal popolo liberamente, tra i patrizi o tra i plebei. Il senso di questa singolare transazione non è chiarissimo. Considerando che il _tribunus militum_ era il comandante militare subordinato al console, si può attribuire ai patrizi l’intenzione di salvare almeno formalmente il proprio privilegio, concedendo ai plebei una specie di consolato mutilo e monco. Certo è invece che la transazione gettò non cenere, ma olio sul fuoco. A tutte le altre discordie si aggiunse una nuova ragione di continui litigi: il decidere ogni anno se si dovessero eleggere dei consoli o dei _tribuni militari_. I plebei volevano i tribuni; i patrizi, i consoli. La transazione insomma indebolì ancora più la suprema autorità dello Stato, che la repubblica aveva già tanto indebolita; cosicchè fu forza usare ed abusare di quella che era l’_ultima ratio_ della costituzione romana: la _dittatura_. Sospesa la costituzione, i consoli nominavano, approvante il senato, e per non più di sei mesi, un _dittatore_: un magistrato, come sembra, di origine forestiera, osca od etrusca, munito di pieni poteri, nel quale era ricostituita per breve tempo l’unità e l’autorità del potere regio. Destreggiandosi con mosse avvedute, facendo uso accortamente delle armi che forniva la costituzione, prevalendosi della maggiore esperienza politica, che è frutto del lungo governare, negli estremi frangenti nominando un dittatore, i patrizi riuscirono ad impedire per quaranta anni e più che neppur un plebeo fosse eletto tribuno militare, e riuscirono anche a togliere una parte dei suoi poteri al vacillante consolato, per il giorno in cui cadesse in potere dei plebei. Poichè i consoli erano troppo occupati nelle guerre, i patrizi proposero, e fecero approvare nel 443 a. C., che si nominasse la nuova magistratura dei _censori_ — ai quali furono passati molti carichi e uffici dei consoli, tra i più gravi: il censimento della cittadinanza, la compilazione del ruolo dei senatori, l’amministrazione delle rendite ordinarie dello Stato, i pubblici appalti, la sorveglianza dei costumi di tutti i cittadini — patrizi e plebei. Potere formidabile, perchè armato di inappellabili sanzioni.

La tenace resistenza patrizia spiega come, nell’ultimo quarto del secolo, i plebei non tentino più di scalare d’assalto la rocca del potere, il consolato; ma cerchino di prenderla con una specie di lungo e paziente assedio, conquistando ad una ad una le magistrature minori, come i forti esterni che la difendevano. Nel 421 la plebe ottiene che il numero dei questori sia portato a quattro e che anche i plebei possano essere eletti a questa magistratura; nel 409 conquista per la prima volta la maggioranza nel collegio questorio. È vero che i questori non sono più, come nei primi lustri della repubblica, magistrati criminali; ma dei cassieri o pagatori, ai quali è commesso di custodire il tesoro pubblico e di sorvegliarne le entrate e le uscite. Tuttavia, con questa riforma della costituzione, il primo passo, che è sempre il più difficile, era fatto; tanto è vero che poco dopo alla plebe riuscì di raddoppiare il numero dei tribuni militari e di ottenere che dei sei tribuni una parte _dovesse_ essere plebea.

NOTE AL CAPITOLO SECONDO.

[13] La cronologia del trattato è definita dai nomi dei consoli (L. Giunio Bruto e M. Orazio) dell’anno, che POLIBIO lesse nel trattato medesimo, e non v’è un solo argomento che possa far dubitare della sua autenticità. Questo documento s’ingrana perfettamente nella storia primitiva di Cartagine e di Roma repubblicana. Polibio inoltre lo cita per visione diretta del testo originale che dovette faticosamente interpretare; ed in questa esposizione dei rapporti diplomatici romano-cartaginese, egli è troppo preciso e circostanziato, perchè si abbia a dubitare di errore alcuno. Tuttavia i critici tedeschi contemporanei, e al loro seguito taluno dei più recenti studiosi italiani di storia antica hanno dubitato del documento e della sua cronologia; altro esempio di quella mania di revocare in dubbio, a furia di argomentazioni logiche, i fatti meglio accertati, che è propria di tanta parte nella critica storica tedesca o tedeschizzante dell’Europa contemporanea. Cfr. le assennate osservazioni di A. PIRRO, _Il primo trattato fra Roma e Cartagine_ (in _Annali della R. Scuola normale superiore di Pisa_, 1892).

[14] DIONYS. HAL., 6, 95.

[15] Che l’elezione dei tribuni della plebe spettasse in origine ai comizi curiati è esplicitamente e indubbiamente affermato da CIC., _Pro Corn._, fr. 24, ed.; DIONYS. HAL., 6, 89; 9, 41.

[16] Cfr. DIONYS. HAL., 9, 41.

CAPITOLO TERZO

LA DISTRUZIONE DI VEIO E L’INCENDIO DI ROMA

(fine del V sec.-367 a. C.)

14. =La guerra contro Veio.= — A questo punto, sul finire del V secolo, e quasi all’improvviso, la repubblica, che dalla sua fondazione si è tenuta sulla difesa, passa all’attacco. Per quali ragioni? E perchè assale Veio?

Non è dubbio che un secolo di guerre continue contro i Volsci e gli Equi, quasi tutte combattute per difendersi e perciò senza frutto, avevano stancato il popolo romano. Non si potrebbe, se no, spiegare come in questi tempi i tribuni della plebe osassero così spesso fare opposizione al senato, incitando la plebe a rifiutare il servizio militare; e come accusassero così spesso e volentieri i patrizi di andar attaccando briga con tutti i vicini, per logorare con le guerre la plebe e dominare sicuri, mentre vera guerra da combattere non era che tra patrizi e plebei. Queste accuse e questi lamenti dicono chiaro che questi cittadini, obbligati a servire gratuitamente, erano stanchi di combattere sempre in guerre di difesa, nelle quali tutt’al più si riusciva, quando le cose andavano bene, a non perdere il proprio. Il senato doveva dunque tentare, appena potesse, una di quelle lucrose guerre di conquista, che per gli antichi erano, ancor più che la difesa, la giustificazione vera dei carichi militari, imposti a tutti i cittadini. Ma se è facile rendersi conto del motivo che spinse il senato all’impresa, è possibile spiegare per quale ragione il senato posò gli occhi su Veio?

Roma e Veio avevano già parecchie volte incrociato le spade. Le prime ostilità tra Veienti e Romani risalgono, secondo una tradizione non scevra di verisimiglianza, alla monarchia. Romolo avrebbe strappato ai Veientani le saline poste alle foci del Tevere e una parte del territorio trasteverino, là dove pose sua stanza una delle più arcaiche genti romane, i Romili; Anco Marzio, la Selva Arsia, ricca di buon legname per navi. Fece in seguito Veio parte dell’impero etrusco, a cui Roma presiedè sotto Tarquinio Prisco e i suoi successori? È probabile. Certo è che, caduta la monarchia, Veio partecipò, e con proprio vantaggio, alle guerre dell’Etruria contro Roma; che dal 474, per circa quaranta anni, regnò tra le due città una pace, che sembra essere stata imposta da Veio; e che questa pace fu rotta di nuovo tra il 437 e il 425, quando nacque guerra tra Fidene e Roma e Veio corse ad aiutare Fidene. Fidene era, dopo Roma, la città più importante edificata sulla riva sinistra del Tevere; aiutando Fidene, Veio volle disputare a Roma il dominio totale del basso Tevere: ma i Romani avendo vinto e, Fidene essendo stata distrutta, la pace fu di nuovo conchiusa nel 425 con una tregua di 20 anni, ma questa volta a danno e a spese di Veio, che ormai, distrutta Fidene, venne a dipendere, per la navigazione del Tevere, da Roma. Se un popolo, che va in cerca di conquiste e di gloria, facilmente volge le sue mire verso un avversario già vinto, le ambizioni e le cupidige di Roma furono, allo scadere della tregua, incoraggiate ai danni di Veio dal precipitare della potenza etrusca. Già minacciata a mezzogiorno dalle fiorenti colonie greche della Sicilia, dell’Italia meridionale, e dalle irruzioni dei Sanniti in Campania, la potenza etrusca era da qualche decennio minacciata nell’Italia settentrionale da una invasione di popoli barbari, per quanto affini, per lingua e per origine, a molte parti degli antichi abitatori dell’Italia: i Celti o Galli che, venuti dal nord, occupavano sullo scorcio del secolo V una vasta parte dell’Italia settentrionale, e avevano ridotto di molto il dominio degli Etruschi, dei Veneti, degli Umbri. In quel momento dunque Veio, se Roma l’assalisse, non avrebbe potuto sperare aiuto dalle altre città etrusche.

È pure probabile non fosse estraneo all’impresa il proposito di riconquistare una parte di quell’Etruria, che già aveva appartenuto a Roma, e che l’oligarchia patrizia aveva perduta. Ma uno dei motivi più forti, se non il più forte addirittura, fu di sicuro la ricchezza dell’agro veientano. Le grandi famiglie dell’ordine senatorio e le ricche famiglie plebee avevano conservato sino ad allora il privilegio di prendere in affitto la maggior parte delle terre dello Stato: e non tanto forse per un’altra prepotenza a danno degli umili, quanto per una ragione di ordine economico. I demani della repubblica, fossero boschi o terre coltivabili, si componevano di vasti possessi, posti lontano dalla città, che non potevano essere sfruttati se non da famiglie provviste di mezzi ed in grado di aspettare a lungo i frutti dei capitali investiti. Del resto, solo con questi affitti, l’aristocrazia partecipava ai guadagni delle guerre vittoriose, perchè della preda mobile, come abbiam visto, la parte che non era distribuita ai soldati, era versata all’erario. Il privilegio poteva sembrare, sino a un certo punto, giustificato da ragioni di equità. Se Roma dunque riuscisse a prendere e a distruggere Veio, a catturare e a vendere schiavi la maggior parte dei suoi abitanti, tutto l’agro veientano passerebbe alla repubblica e potrebbe essere affittato alle ricche famiglie patrizie e plebee, che lo avrebbero coltivato con grande profitto per mezzo di schiavi.

Certo è, ad ogni modo, che l’impresa fu con molta prudenza preparata da una riforma, la quale fece obbligo allo Stato di corrispondere un soldo ad ogni cittadino sotto le armi. La guerra contro Veio poteva essere lunga; quante occasioni si sarebbero offerte ai tribuni per disturbare o intralciare l’impresa! Non promettendo alla plebe soltanto una ricca preda, ma assicurandole subito un guadagno sicuro, si poteva sperare di spuntare in mano ai tribuni una delle armi più pericolose di opposizione. I tribuni infatti oppugnarono accanitamente la riforma. Ma il senato aveva questa volta capito nel tempo stesso il desiderio del popolo e le necessità dello Stato. La legge fu approvata; e per essa l’impresa di Veio potè essere felicemente compiuta. Sarebbe inutile discutere, se l’assedio di Veio durò proprio un intero decennio, come vogliono gli antichi scrittori, o se il numero degli anni che durò fu arrotondato per dare all’assedio di Veio una certa simiglianza con l’assedio di Troia. Ma l’assedio fu lungo, di questo non si può dubitare; e non ostante l’istituzione del soldo, mise a durissima prova la pazienza dei Romani, che dovettero passare nelle trincee parecchi inverni, mentre, a Roma, i capi dell’opposizione plebea cercavano di approfittare del malcontento popolare contro l’impresa. Fu dunque necessaria nel senato una grande fermezza. Un dittatore, M. Furio Camillo, riuscì finalmente a prendere la città, la distrusse, vendè la popolazione, annettè il territorio, e divise tutta la preda mobile tra i soldati e la plebe: la preda più ingente che Roma avesse conquistata, dalla caduta della monarchia.

15. =L’invasione gallica e l’incendio di Roma (390?).= — La vittoria era stata faticosa, ma grande. La repubblica incominciava a riconquistare il perduto. Anche lo stato interno della repubblica se ne risentì. Dopo l’assedio di Veio, si intravede una scissione nel partito della plebe; perchè i ricchi plebei — o almeno una parte — se ne distaccano e si accostano, dimenticati gli antichi dissensi, ai patrizi. Effetto del nuovo prestigio, che al patriziato aveva conferito la vittoria, o della agitazione che scoppiò tra la plebe a proposito dell’agro veientano? Forse le due cause concorsero insieme. La plebe questa volta non volle riconoscere quella spartizione tra ricchi e poveri del bottino e delle terre, che era entrata nelle tradizioni; e, dopo aver ricevuto le spoglie della guerra, incominciò a chiedere che una parte della popolazione di Roma fosse trasportata a Veio e ricevesse le terre e le case dei Veientani. Questa richiesta non piacque punto ai patrizi e a molti ricchi plebei; nacque una lotta furibonda; e il senato non riuscì a far respingere la legge che ordinava quel trasporto, se non cedendo alla plebe una parte dell’agro veientano e assegnando sette iugeri a testa. Insomma, subito dopo la conquista di Veio, nasce dalla vittoria una nuova cagione di discordia; e chi sa quante mutazioni e rivolgimenti questa nuova discordia avrebbe generato, se, dieci anni all’incirca dopo aver distrutto Veio, Roma non avesse subìto la stessa sorte.

I Galli avevano, senza volerlo, aiutato Roma a conquistar Veio, indebolendo la potenza etrusca nell’Italia settentrionale e nell’Italia centrale. Ma la necessità, che incalza di sede in sede i barbari, spingeva di continuo numerose e bellicose colonne a cercare più lungi terre e bottino. Nel 390, secondo gli uni, nell’inverno dal 388 al 387 secondo altri, nell’inverno del 387-386 secondo una terza opinione[17], parecchie migliaia di Galli della tribù dei Senoni — una delle tribù più meridionali, che aveva stanza sull’Adriatico, nella parte costiera delle odierne Marche — oltrepassato l’Appennino, scendevano impetuose verso il sud-ovest, saccheggiando le terre etrusche; si spingevano, quasi senza incontrare resistenza, al di là del lago Trasimeno, sino alla splendida e potente città etrusca di Chiusi; indugiavano un poco attorno a Chiusi; ma, non essendo capaci di assediare città fortificate, e dopo aver devastato il territorio circostante, proseguivano alla volta del Lazio, mirando forse alla ricca e fertile Campania. A ogni modo essi dovevano attraversare il territorio romano. A giudicare da quel po’ che sappiamo intorno ai Galli e alle loro orde, non avrebbe dovuto essere impresa troppo difficile per Roma e per i suoi alleati, ricacciare l’invasione alla sorgente o disperderla. Che cosa accadde invece? Il punto non è chiaro. Par che Roma, giudicando il pericolo o meno grave o più lontano che non fosse, si lasciasse sorprendere alla sprovvista. Fatto sta che alla battaglia dell’Allia, piccolo affluente del Tevere, un esercito romano, che Livio chiama _tumultuarius_, fu interamente disfatto; e che tutta la popolazione, alla notizia della sconfitta, sgombrò Roma precipitosamente, lasciando solo un manipolo di giovani animosi nella rocca Capitolina, sotto il comando di un valoroso patrizio, M. Manlio. I Galli poterono entrar nella città senza colpo ferire, saccheggiarla e incendiarla, mentre la repubblica fuggiasca tentava di organizzare un nuovo esercito per riconquistarla. Ma come a Chiusi, i Galli invano assediarono e tentarono di prendere la rocca, difesa da Manlio: l’assedio si protrasse; la carestia non tardò a tormentare l’imprevidente orda barbara; sopraggiunse l’estate e, con i calori, la febbre. L’acropoli resistendo e crescendo il pericolo di essere attaccati alle spalle dal nuovo esercito, che la repubblica preparava, i Galli s’indussero alla fine a venire a patti. Un mucchio d’oro pagò lo sgombro del territorio e la volontaria ritirata.

16. =La ricostruzione di Roma.= — Il male era stato minore della paura; Roma era stata non distrutta da un nemico implacabile, ma malmenata da una scorreria di barbari predatori. Ma era pur stata presa, incendiata e riscattata a prezzo d’oro! Lo spirito pubblico fu sbigottito a tal segno, che quando, fra le rovine ancora fumanti, l’assemblea centuriata si radunò per deliberare la ricostruzione della città, i tribuni della plebe proposero di abbandonare Roma e di riedificarla sulle rovine di Veio. Già molti Romani, fuggiti da Roma all’avanzarsi dei Galli si erano rifugiati a Veio, nelle case ancora abitabili dopo dieci anni di abbandono; non era consiglio migliore restarci per sempre e far sorgere dalle ceneri della grande città in rovina, un nuovo Stato in cui vinti e vincitori, patrizi e plebei, potessero finalmente unirsi davvero, sotto nuove leggi e istituzioni, sfuggendo per sempre alla stretta dei privilegi e delle tradizioni che soffocavano Roma? La proposta piacque, massime alla plebe, profondamente percossa e turbata nell’animo dalla grande rovina. Si oppose il patriziato, campione ostinato della tradizione; e la lotta fu viva. La tradizione vinse; Roma fu riedificata, prendendo il materiale che mancava a Veio, là dove, pochi mesi prima, quando, all’avvicinarsi dei Galli, i simulacri degli Dei erano stati portati a Veio, si diceva che la Giovinezza e il Dio Termine avessero chiaramente manifestato la ferma volontà di restare; là dove da tempo immemorabile aveva bruciato e brillato il fuoco di Vesta, ed erano caduti dal cielo gli scudi sacri; là dove infine si favoleggiava che poco prima fosse stato rinvenuto, misteriosamente sepolto, un cranio d’uomo, segno, a detta degli indovini, che quel luogo era destinato a diventare il cuore e il cervello del mondo. Ma quanto diversa dalla Roma dei Re! Per far presto, si abborracciò la nuova città senza alcun piano o disegno prestabilito; le nuove casupole, creature della fretta, della miseria e del malvolere, sorsero disordinate e ineguali; alle strade, larghe e diritte, tracciate dai Re, furono sostituite viuzze anguste e tortuose, che sconceranno per secoli la metropoli dell’impero.

17. =Conseguenze della invasione gallica.= — E in questa città riedificata in fretta ridivamparono le lotte civili, esasperate dalla miseria. Non ostante tutte le facilitazioni e gli aiuti del pubblico erario e dei ricchi, la plebe impoverisce di nuovo, come nei primi tempi della repubblica. Alla rovina della città e alla devastazione delle campagne si aggiunsero alcune guerre; chè pronti gli Equi, i Volsci, gli Etruschi e alcuni alleati latini, cercarono di approfittare delle calamità da cui Roma era oppressa. Di nuovo il Lazio si coprì d’ipoteche; di nuovo la maggior parte della popolazione cadde nei debiti e pericolò nei beni e nella libertà; di nuovo la miseria gemè e tumultuò entro le mura della città, ora implorando, ora esigendo con le minacce riduzioni dei debiti e leggi agrarie. Ma la plebe non è più assistita da quegli uomini che con tanto vigore hanno lottato negli anni precedenti alla guerra di Veio. I tribuni sono muti o fiochi; i patrizi riescono facilmente ad escludere i plebei dal tribunato militare; fanno i sordi a tutte le richieste del popolo e si affrettano solo a recuperare i frutti della vittoria su Veio, incorporando nel territorio dello Stato i territori conquistati nell’Etruria meridionale, in cui era tanta ricchezza di terre da affittare. Così nel 387 furono istituite nei nuovi territori quattro nuove tribù: la _Stellatina_, la _Tromentina_, la _Sabatina_, l’_Arniensis_.