Part 2
Roma apparisce essere stata nei suoi primi due secoli una città mercantile e industriosa. Avremo occasione di ritornare spesso su questo punto, che è capitale per l’antica storia di Roma. Ora è certo che i Latini erano a quel tempo agricoltori; fabbricavano pochi e rozzi oggetti per soddisfare i loro semplici bisogni, e compravano dagli Etruschi i pochi oggetti di lusso di cui si contentavano. Non si capisce come avrebbero fondato, scendendo dai monti sulle rive del Tevere, una città, che divenne presto sede fiorente di industrie. Nè si capisce come il Lazio potesse alimentare un ricco commercio. Il Lazio non aveva derrate da vendere ai forestieri: produceva scarso farro, non frumento, poco vino e mediocre; non aveva miniere: aveva invece boschi antichi e magnifici; e quindi avrebbe potuto far grosso commercio di legname. Ma noi sappiamo che i suoi boschi erano quasi intatti nella seconda metà del secolo IV a. C.: segno che i secoli precedenti non avevano dilapidato quella preziosa ricchezza[1]. Se dunque, come vedremo e come è certissimo, Roma fu, nei primi suoi tempi, una città industriosa, altri popoli oltre i Latini devono aver posto mano a fondarla; e se fu nel tempo stesso un porto e un emporio, dovette essere il porto e l’emporio, non già del Lazio, che non aveva quasi nulla da vendere, ma di altre contrade dell’Italia media, già fiorenti per industria e per traffici, che di quel porto abbisognavano. Questa considerazione deve indurci a prendere in seria considerazione una ipotesi immaginata da più di uno storico moderno: se Roma non sia stata colonia etrusca[2].
L’ipotesi potrà sembrare sul principio strana, ma essa trova qualche appoggio in notizie antiche. Dionisio di Alicarnasso dice che una tradizione assai diffusa voleva Roma fondata dagli Etruschi[3]. D’accordo con questa antica tradizione, gli eruditi moderni si sono messi alla ricerca degli argomenti atti a confermarla, e ne hanno trovati in quantità. Ci sono ragioni che permettono, se non di provare, di congetturare senza temerità che etrusco possa essere addirittura il nome di Roma, derivato dalla gente dei _Ruma_; etrusco, secondo l’etimologia e la tradizione, quello delle tre tribù che formarono il primo popolo romano, _Ramnes, Tities, Luceres_; etruschi, i nomi di tutti i Re, e non soltanto quello dei Tarquinî; etrusco, il modo in cui la città fu costruita e i casolari sparsi sul Palatino ridotti ad unità urbana; etrusca, l’arte primitiva di Roma fino al III secolo[4]. Certo è poi che Roma, appena sorta, si mostrò nemica delle genti latine; che distrusse Alba e i minori borghi vicini; che nei primi secoli le grandi famiglie romane imparavano l’etrusco, come più tardi il greco[5]; che etrusche infine erano le norme della religione e — quel che ha maggior peso — del più antico commercio laziale[6]. Come indizi dunque, ce ne sono molti più che non occorrano ad uno storico moderno e modernizzante, per congetturare che in un tempo, in cui le città etrusche tenevano tanta parte dell’Italia settentrionale e centrale, nonchè la Campania, esse si sarebbero, fondando Roma, impadronite delle foci del Tevere, e della grande via fluviale, per cui l’Etruria centrale poteva sboccare nel Tirreno, avvicinando la parte meridionale dell’Impero etrusco, la Campania, alla parte settentrionale, l’Italia del nord. Onde se Roma, sempre secondo questa dottrina, fatta adulta e potente, rinnegò la sua discendenza, il popolo enigmatico degli Etruschi, che è sparito portando con sè nella tomba il proprio segreto, vivrebbe ancora ignorato nelle due grandi metropoli della civiltà italiana: Roma e Firenze.
Ipotesi senza dubbio attraente, sia per gli ingegnosi argomenti, con cui l’erudizione può sostenerla; sia perchè spiega come Roma abbia potuto sorgere in mezzo a genti rustiche e semplici, quale prospera città di commerci e di industrie, e sede di civiltà, per i suoi tempi cospicua. Gli Etruschi erano più atti dei Latini a fondare un florido emporio sulle rive del Tevere, verso la metà del secolo VIII a. C. Tuttavia è una congettura, che può apparir verisimile, ma che non può provarsi con un argomento decisivo, e contro la quale sta pur sempre la tradizione. Come spiegare, se Roma fu fondata e governata per più di due secoli dagli Etruschi, che sotto la repubblica essa abbia potuto latinizzarsi a segno, da dimenticare interamente la sua origine? D’altra parte è proprio necessario sconvolgere a questo modo la tradizione, per spiegare la storia della Roma dei Re? Non potè Roma, per essendo in origine colonia latina di Alba, mutarsi in città di commercio e di industria? Esaminiamo, per rispondere, la tradizione.
4. =La Roma dei Re.= — Come è impossibile decidere se Roma fa fondata dai Latini o dagli Etruschi, ancor più vanamente ci punge la bramosia di conoscere il nome del fondatore, che, secondo calcoli ingegnosi, in un giorno della primavera del 754 a. C., vide volare sul suo capo dodici augelli augurali, e, guidando un toro bianco e una bianca giovenca, diresse il solco, che avrebbe segnato il _pomerio_ della città, e vi gittò la zolla primigenia, su cui tra non guari si sarebbero levate le mura della grande metropoli.
L’antica leggenda ci aveva narrato per secoli di Romolo e di Remo. Ma la dotta critica ha creduto di poter dimostrare che Romolo e Remo non sono che eroi immaginari, balzati fuori dal nome stesso di Roma; così come, forse, gli eruditi di qui a due mila anni sapranno insegnarci che Amerigo non fu che un immaginario eroe eponimo del nome di America; Colombo, della Columbia britannica; Bolivar, della Bolivia. E poichè non c’è modo di dimostrare che Romolo e Remo furono personaggi storici, non staremo a tentar di confutare queste moderne dottrine: ma cercheremo di riassumere in breve il poco che si può rintracciare, se non come certo, almeno come probabile, nelle confuse tradizioni tramandate dagli antichi. Tutti sanno che, secondo la tradizione, i Re di Roma furono sette e si chiamarono: Romolo, Numa Pompilio, Anco Marzio, Tullo Ostilio, Tarquinio I (_Prisco_), Servio Tullio e Tarquinio II (il _Superbo_). Qualunque sia il credito che si voglia o si possa dare alle molte notizie trasmesse dagli antichi su questi sovrani, è possibile ancora riconoscere nelle loro storie, in mezzo a molte favole, due êre: la prima, che potrebbe chiamarsi l’êra più propriamente latina, e comprende i primi quattro Re; la seconda, che potrebbe chiamarsi l’êra più propriamente etrusca, e abbraccia gli ultimi tre. Nel primo periodo la cittadella fondata da Alba cresce rapidamente, sotto il governo di una monarchia elettiva e vitalizia, simile a quella che resse nei primi secoli Venezia; e diviene un fiorente emporio di industrie e di commerci, nel tempo stesso in cui amplia con le armi i suoi territori. Non ci pare che sia necessario, per render ragione di questa prosperità, supporre che Roma fosse addirittura fondata dagli Etruschi. La felice posizione della città che, posta sopra un fiume, presso alla foce, ma non sul mare, era facile a difendersi e acconcia al commercio; forse anche il naturale desiderio di una città nuova di crescere, servito da provvide leggi, dovettero attrarre in grande numero, alla spicciolata o a gruppi, immigranti dai popoli vicini, che la città accoglieva, facendoli facilmente entrare a far parte delle trenta curie, in cui il territorio e la cittadinanza si dividevano. E nulla vieta di supporre, anzi tutto concorre a far credere che tra questi immigrati siano stati numerosi i Sabini, e più numerosi ancora gli Etruschi, i quali nella nuova città latina portarono lo spirito del commercio e dell’industria. Sin dai tempi remoti dei primi Re, dunque, se Roma è un’operosa officina, se il viandante ode battere frequente il martello che lavora il bronzo, il rame e il ferro, o stridere rapido il tornio del vasaio; se gli artigiani si raccolgono nelle prime associazioni di mestiere; se navi romane scendono intrepide al Tirreno, in Roma e nel Lazio vi sono anche molti piccoli, medi e grandi agricoltori, che coltivano e vendono entro assai più breve raggio i cereali, il vino, la lana, e che preferiscono la vita quieta e riposata della campagna alla operosità del porto di Ostia o al mercato di Roma. Sin da allora insomma incomincia il dissidio e l’antagonismo tra l’elemento mercantile e l’elemento agrario, che ritroveremo, ora più violento ora meno, in tutta la storia di Roma. Senonchè, in quei primi principî della città, esso non pare aver generato discordie troppo aspre. L’elemento etrusco e mercantile e l’elemento latino e agrario sembrano crescere ognuno a suo agio insieme con la città, senza troppo vivi conflitti, sotto il governo semplice, fermo, vigoroso, ma non arbitrario, dei Re. I poteri del Re sono ampi, ma non illimitati; e sono di tre ordini: militari, giudiziari e sacerdotali. I poteri militari sono, come è naturale, i più larghi. Il Re comanda l’esercito in guerra; può imporre al popolo i tributi necessari per condurre innanzi le varie imprese; ha diritto di vita e di morte sui soldati. Ma in pace e sui cittadini il Re ha poteri giudiziari molto ristretti: giudica soltanto i reati contro lo Stato e contro la religione, e le controversie in cui le parti liberamente lo scelgono ad arbitro. La giustizia è ancora in parte azione privata, in parte privilegio e ufficio dei capi delle famiglie, che giudicano i membri. Infine, in virtù dei poteri sacerdotali, il Re compie, in nome del popolo, tutte le cerimonie sacre, aiutato dai numerosi collegi di sacerdoti e sacerdotesse; dagli _Augurî_ e dagli _Aruspici_, che interpretano dai segni naturali il pensiero degli Dei circa gli atti da compiersi dal potere pubblico; dalle _Vestali_, addette al culto della dea Vesta, protettrice della casa e dello Stato; dai _Pontefici_, incaricati di sorvegliare tutto il culto; dai _Feziali_ e dai _Flámini_, i primi, custodi dei principi di diritto internazionale; gli altri, incaricati del culto di talune divinità particolari.
Ma se il Re aveva ampi poteri, questi poteri non erano ereditari. Il Re era nominato dal Senato, e la sua nomina doveva essere ratificata dal popolo, radunato nelle trenta curie. Che cosa era il senato e che cosa erano le curie? Il senato era un consesso, che eleggeva nel suo seno il Re e lo assisteva del suo consiglio; nel quale sedevano, a quanto sembra, parte per diritto ereditario, e parte per scelta del Re i capi delle _gentes_. In Roma infatti primeggiavano un certo numero di famiglie ricche e potenti, ognuna delle quali si raccoglieva intorno un certo numero di famiglie povere — contadini, piccoli possidenti, artigiani — legandole a sè con il vincolo religioso dei _sacra_ comuni, con il proprio _nomen_, che essa dava loro, insieme con la sua protezione. Queste associazioni di famiglie si chiamavano _gentes_. Quante fossero allora non sappiamo; ma pare che tutte le famiglie, che davano il nome ad una _gens_ e ne erano il sostegno, entrassero, dopochè il loro capo era stato assunto nel senato, nell’ordine dei _patricii_; in quel piccolo numero di famiglie che si consideravano ed erano considerate da più della restante popolazione per la condizione sociale e per i privilegi: tra i quali il privilegio religioso degli _auspicia_, di chieder cioè a Giove i segni della sua volontà secondo le regole della _divinatio_; e il privilegio politico di essere scelte dal Re ai principali uffici dello Stato. Sembra invece che i cittadini ricchi, i quali, pur formando una _gens_, non erano riusciti ad entrare in senato, appartenessero, insieme con i loro gentili e con i cittadini poveri che non facevano parte di alcuna _gens_, alla plebe. Le trenta curie invece erano una divisione territoriale e politica di tutti i cittadini: si radunavano nei così detti comizi curiati per ratificare l’elezione del Re, per nominare i magistrati, per approvare le leggi e per decretare la pace e la guerra; infine, per compiere taluni atti importanti della vita civile, come i testamenti e le adozioni.
Tali sembrano essere stati, nelle grandi linee, per quel che ancora se ne può sapere, gli ordini politici di Roma sotto i Re. È probabile che questi ordini non nascessero tali e quali, già adulti: ma crescessero lentamente, sebbene non si possa argomentare come e in quanto tempo e per quali vicende. Certo è invece che Roma non tardò ad ampliare con le armi il suo territorio. Il suo esercito era piccolo in origine come la città: ogni curia forniva cento fanti — una _centuria_ — e una _decuria_ di cavalieri: in tutto 3000 fanti e 300 cavalieri: la sola _legione_ di cui si componeva l’esercito romano dei primi tempi; e nella quale i soldati si raccoglievano per _gentes_ e servivano gratuitamente. Ma non è dubbio che di questo piccolo esercito Roma seppe fare un uso vigoroso sino dal principio, come se dall’ardimento etrusco e dalla tenacia latina prorompesse nella nuova città un ardito spirito di espansione, che la spinse ad ampliare nel tempo stesso i suoi traffici e i suoi territori. La tradizione crede di poter seguire passo passo Romolo, Tullo Ostilio e Anco Marzio nelle guerre e conquiste con cui i primi Re di Roma, ad eccezione del pacifico Numa Pompilio, ampliarono il territorio dello Stato. Sarebbe vano voler sceverare il vero dal falso in questa tradizione e assegnare ad ogni monarca la parte delle conquiste che proprio gli spetta. Certo è che Roma combattè sin dalle sue origini molto e con fortuna; e che l’evento capitale di queste prime guerre fu la distruzione di Alba, attribuita al terzo e più guerriero dei Re. Ma, opera di questo o di altro Re, la distruzione di Alba, la città più potente del Lazio dei _Prisci Latini_, il centro politico e religioso, della contrada, è certamente un fatto storico e la prima grande vittoria di Roma. Distrutta Alba, deportata sul Celio e incorporata la sua popolazione nella città, assunta l’egemonia della lega religiosa e politica dei Latini, Roma cominciò a essere veramente un piccolo potentato, e potè estendere il territorio sino al mare. Vuole la tradizione che il re Anco Marzio deducesse ad Ostia, alle foci del Tevere, la prima colonia di cittadini romani, che la storia ricordi. Che sotto il quarto Re Roma già tentasse di possedere un porto sul mare aperto, alle foci del Tevere, è chiara prova, non solo del prosperoso commercio, ma della forza che la città si sentiva.
5. =I Tarquinî e la prevalenza dell’elemento etrusco — Roma potenza mercantile (2ª metà del sec. VII-sec. VI a. C.).= — Senonchè a questo punto la storia di Roma è interrotta da un rivolgimento, che dovette esser profondo, se ha lasciato tante e così visibili tracce nelle favolose tradizioni degli antichi. Narrano costoro, che ad Anco Marzio succedè nel governo di Roma un avventuriero di Tarquinî, un ricco straniero, che avrebbe avuto nome Lucumone, e che era figliuolo di un gran mercante di Corinto discendente — vuolsi — dalla regia stirpe dei Bacchiadi, e di una nobile dama etrusca. Nelle sue vene dunque, secondo la tradizione, scorrevano commisti insieme sangue greco e sangue etrusco, sangue di mercanti e sangue di nobili. Non potendo, perchè figlio di uno straniero e di un profugo, ottenere dignità e onori in Etruria, egli avrebbe migrato a Roma e quivi, salutato novello Romolo dal favorevole augurio del cielo, sarebbe stato ricevuto ospitalmente a corte dal re Anco; e, segnalatosi così in guerra come in pace, per valore, per saggezza e per generosità sarebbe stato eletto Re alla morte di Anco. Senonchè, se sino a questo punto la tradizione concorda in Livio e in Dionigi di Alicarnasso, da questo punto in poi diverge. Tito Livio sorvola sul regno di Tarquinio, accennando appena a diverse guerre, a qualche riforma politica e a varie opere pubbliche fatte dal Re; Dionigi di Alicarnasso invece si stende in lungo e in largo a parlare sopratutto delle sue guerre, e tra queste racconta le guerre che ebbe, lunghe e accanite, con gli Etruschi, narrandoci nientemeno che alla fine le città etrusche riconobbero Tarquinio come loro Re. In altre parole, il figlio del ricco e nobile immigrato d’Etruria, salito alla suprema carica, in quella città nuova e perciò più aperta delle antiche alle ambizioni degli stranieri intraprendenti, avrebbe conquistato l’Etruria e sarebbe diventato Re di Roma e dell’Etruria. Possiamo noi accettar per vera questa, tradizione?
A noi pare si possa. Essa non è inverosimile. L’Etruria può essere stata sorpresa da Roma in un momento di debolezza e di disgregazione politica. E se non è inverosimile, la tradizione ci spiega anche quel tanto che nella storia degli ultimi Re di Roma è etrusco, senza obbligarci a fare degli Etruschi addirittura i fondatori della città eterna. Conquistata l’Etruria da un Re, nelle cui vene scorreva tanto sangue etrusco e greco; portata a Roma la capitale dell’Etruria, del suo commercio e della sua industria, l’influenza etrusca prevale sulle tradizioni latine, così come, tanti secoli dopo, l’Oriente conquistato doveva a sua volta conquistar Roma. Se noi non siamo in grado di sceverare il vero dal falso nei racconti che gli storici antichi ci hanno trasmessi sugli avvenimenti occorsi nei regni di Tarquinio Prisco, di Servio Tullio e di Tarquinio il Superbo, noi possiamo intender chiaro nelle grandi linee il corso della storia di Roma sotto questi Re. Non ci meravigliamo più che Roma faccia numerose guerre con i Sabini, con gli Equi, con i Volsci, e allarghi il suo territorio, impadronendosi di tutta la costa tirrenica, dal Tevere a Terracina[7]. Noi ci spieghiamo la pompa e il cerimoniale etrusco, di cui questi sovrani si circondano; il grande commercio che Roma mantiene con la Sardegna, con la Corsica e con i Cartaginesi, con la Sicilia e con la Magna Grecia, con l’Adriatico e con l’Oriente ellenico[8]; il grande numero degli _opifices_ e delle corporazioni che lavorano il rame, il legno, le pelli, le ceramiche, il ferro. Noi sappiamo per quale ragione la coltura ellenica è ora in favore a Roma[9]; e la città si allarga, cosicchè Servio Tullio potè chiudere entro poderose mura, lunghe sette miglia e mezzo, parte del Celio, l’Esquilino, il Viminale, il Quirinale e il Palatino, dividendo tutto il territorio in quattro regioni. Nè ci fa meraviglia più di leggere negli antichi scrittori che i Re dotano Roma di insigni monumenti e fanno grandi lavori: le mura già ricordate di Servio Tullio, il Circo Massimo, il tempio di Giove sul Campidoglio, i ponti sul Tevere, la Cloaca massima, la bonifica della parte bassa della città, fino ad allora palude selvaggia, rotta da sterpi e boscaglie e sparsa di gruppi di tombe abbandonate, sulla quale sorgerà quel _Foro romano_, cui tanti illustri destini si legheranno. Noi comprendiamo infine come fuori della cinta sacra, del _pomoerium_, gli stranieri, provenienti dal mare, i «meteci» di Roma antica, abbiano installato i loro Dei, e verso l’interno, presso l’isola Tiberina, o in quello che si disse il _Vico tusco_, tra il Palatino e il Campidoglio, abbiano posta la propria sede i nuovi immigrati etruschi, e i mercanti che vengono ad esporre le loro derrate e le loro manifatture, innanzi di ripigliare il viaggio alla volta della Campania. Roma è diventata la capitale dell’Etruria!
6. =La costituzione di Servio Tullio.= — Ma c’è di più: noi possiamo spiegare in modo soddisfacente la profonda alterazione che l’antica costituzione romana subì per opera di Servio Tullio, il quale diede allo Stato romano alcuni lineamenti rimasti indelebili per sette secoli. Il popolo aveva sino ad allora votato nei così detti comizi curiati, cioè nelle trenta curie, in cui ricchi e poveri, grandi e plebei si mescolavano; e i poveri, essendo in numero maggiore, prevalevano[10]. La tradizione racconta che Servio Tullio divise i cittadini romani in cinque classi, ascrivendoli a una di queste, via via dalla prima alla quinta, secondo che possedessero un censo, che non fosse inferiore a 100.000, a 75.000, a 25.000, a 12.500 (o, secondo altri, 11.000) assi. Ogni classe poi suddivise in centurie, facendo di ognuna di queste centurie una unità politica, militare e fiscale. Per eleggere i magistrati, per approvare le leggi e deliberare la pace o la guerra, il popolo voterebbe per centurie, in ogni centuria deliberando la maggioranza e ogni centuria contando per un voto. Allo stesso modo ogni qualvolta lo Stato avesse bisogno di soldati e di denaro, dividerebbe il contingente e l’imposta per centurie. Siccome Servio Tullio aveva divisa in 98 centurie la prima classe, in 20 la seconda, in 20 la terza e la quarta, in 30 la quinta; siccome aveva costituito, oltre queste, quattro centurie di cittadini aventi in guerra uffici particolari, che votavano con qualcuna delle classi superiori, e raccolto in una centuria quelli che non avevano il censo della quinta classe, quale dovette essere l’effetto della riforma serviana, è chiaro. Le classi ricche, essendo meno numerose e distribuite in un numero di centurie maggiori, preponderarono nella nuova assemblea elettorale e legislativa detta dei comizi centuriati; ma in compenso ebbero a servire più spesso nell’esercito e a pagare di più; mentre i poveri, esclusi dalle cinque classi, furono anche esenti dalla milizia e dal tributo.
La costituzione di Servio Tullio è dunque una costituzione censitaria; o, come dicevano gli antichi, timocratica. Il principio su cui posa è il privilegio del denaro. Le curie, invece, nelle quali ogni uomo ricco o povero contava per uno, riposavano sul principio dell’eguaglianza e della maggioranza. Ma una riforma timocratica della costituzione non si addice che ad una città, nella quale la ricchezza possa più che il numero o la tradizione. Perciò parecchi storici moderni, tedeschi i più, hanno voluto trasportarla al IV sec. a. C., la Roma dei Re essendo a loro giudizio ancora troppo povera e piccola, per una costituzione di tale natura. Ma il ragionamento si può rovesciare; e, tenendo ferma la tradizione, argomentare dalla riforma la prosperità e la ricchezza di Roma in quei tempi; dire che, se Servio Tullio potè fare quella riforma, Roma doveva esser più ricca e potente che non si supponga. E questa conclusione quadra sia con quanto siamo venuti esponendo sin qui, sia con quanto sappiamo dell’estensione e della popolazione del territorio romano nei tempi posteriori[11]. Capitale dell’Etruria e ricco emporio di commercio e d’industria, dove eran numerosi gli arricchiti di fresco e i mercanti, Roma poteva sostituire al principio egualitario delle curie il principio timocratico di Servio Tullio. A che cosa mirasse Servio Tullio con questa riforma, non è difficile congetturare: accrescere la potenza delle classi mercantili e industriose, a scapito della aristocrazia latina e del senato, che ne era l’organo.
Abbondano infatti nella tradizione i vestigi di una lotta tra il vecchio patriziato latino e la nuova monarchia etruschizzante. Quello cerca di conservare i suoi privilegi e di difendere il suo potere; questa si studia di rafforzarsi, accarezzando la plebe, la gente nova, i ricchi mercanti; introducendo nel senato, e quindi nell’ordine dei patrizi, quanti uomini nuovi può. Tito Livio, il quale è così conciso intorno a Tarquinio Prisco, ci racconta che questo Re accrebbe il senato di cento nuovi membri, «non per fare il bene dello Stato, ma per avere egli maggiore potenza». La storia è vecchia; e si è ripetuta cento volte. Dopochè Roma ebbe conquistato la supremazia sull’Etruria, l’equilibrio tra l’elemento etrusco e l’elemento latino si rompe; l’elemento etrusco, mercantile, danaroso, avventuroso, meno ligio alle tradizioni, domina; e mentre fa di Roma un sontuoso e ricco emporio, tenta di spodestare una antica aristocrazia tradizionalista con il braccio di una monarchia rivoluzionaria. Onde una lotta tra la tradizione e il denaro, tra l’elemento latino e l’etrusco, tra i Re e il senato, che alla fine mette capo alla catastrofe.