Part 22
La vecchia repubblica oligarchica crollava sulle sue fondamenta. Esautorati i due consoli dalla loro opposizione sterile e cavillosa, assente uno e sparito l’altro, Sulpicio e la sua fazione restarono padroni dello Stato. Fecero approvare prima le leggi proposte; e poi, cogliendo subito quel momento in cui i comizi erano pieni di Italici e il partito oligarchico avvilito dalla disfatta, proposero e fecero approvare dai comizi tributi la legge sul comando della guerra d’Asia. Appena la legge fu approvata, Sulpicio mandò due tribuni a Nola ad intimare a Silla di consegnare le legioni a Mario. Il piano della coalizione strettasi intorno a Sulpicio poteva dirsi riuscito a pieno.
E sarebbe riuscito del tutto, forse, se l’esercito fosse stato quello di un tempo. Ma Mario l’aveva riformato. Quelle, a cui Silla comandava, erano milizie reclutate secondo la riforma mariana del 107, tra le classi più povere della popolazione. La maggior parte, anzi, erano veterani delle guerre cimbriche e sociali, soldati di mestiere quasi tutti, che ora tornavano ad accingersi ad una nuova gesta e a correre una nuova avventura. Silla li conosceva, uno ad uno, aveva fatto loro promesse così grandi quanto ferrea era la disciplina, ch’egli esigeva da loro in faccia al nemico, sul campo di battaglia. Essi sognavano già i tesori, che avrebbero strappati al barbaro Re del Ponto e che si sarebbero spartiti dopo la vittoria; essi amavano già quel loro duce, valoroso, energico, eloquente, generoso e che aveva fatto le sue prove. Che cosa voleva dire, per questi soldati, la legge approvata a Roma, se non che le ricchezze vagheggiate sarebbero andate nelle mani di altri uomini e di altri soldati? Inoltre, se i due tribuni venivano a chiedere a Silla di deporre il comando in nome di una legge del popolo, Silla era il console, e aveva ricevuto il comando dalla sorte, secondo le leggi. Il caso legale era dubbio, come spesso succede in tempo di rivoluzione; e tanto più dubbio doveva parere a soldati, che avevano interesse a dubitare. Silla, che temeva per sè le rappresaglie del partito vittorioso, osò parlare a questi soldati; chieder loro di difendere la prima legalità contro la seconda.... I soldati ascoltarono; i due tribuni mandati come ambasciatori furono fatti a pezzi; e Silla con le sue legioni marciò su Roma.
Per la prima volta apparivano le conseguenze politiche della riforma militare compiuta da Mario, per cui le classi medie e agiate avevano acconsentito a disarmare, abbandonando la milizia alle classi povere. L’esercito diventava un’arma mercenaria nelle mani delle fazioni. Questa volta serviva, grazie alla risolutezza di Silla, al senato, alla vecchia aristocrazia conservatrice, in guerra con i cavalieri, con il partito popolare e con gli Italici; ma non sarebbe sempre così! Entrare in Roma, con le legioni, era però una audacia quasi sacrilega, di cui nessuno avrebbe mai creduto, sin allora, capace un console. Il che spiega come essa riuscisse facilmente al primo che l’osò, tra lo sbigottimento generale. Un breve ma sanguinoso combattimento per le vie bastò a purgare la capitale del partito, che poche settimane prima pareva arbitro dello Stato. Tutto il partito della vecchia aristocrazia, tranne pochi, che la religione della legalità trattenne, si raccolse intorno a Silla e al suo esercito; tentò quello che noi chiameremmo una reazione. Il senato, radunato dai consoli, annullò le leggi Sulpicie come illegali, perchè votate in giorni festivi; e dichiarò nemici pubblici (_hostes publici_) dodici maggiorenti del partito democratico, tra cui Rufo e Mario: quindi i consoli proposero diverse leggi, come la _lex Cornelia Pompeia unciaria_ e la _lex Cornelia Pompeia de sponsu_, che cercavano di venire in aiuto ai debitori: il che oltre a sollevare un po’ i tempi dalla grave crisi finanziaria che li opprimeva, era fors’anco un colpo vibrato all’ordine dei cavalieri, nel quale figuravano i creditori. Le leggi furono approvate; Rufo fu assassinato; Mario riuscì a scampare in Africa: ma quando le nuove elezioni consolari si fecero, il partito di Silla subì un grave scacco. Parecchi tribuni e pretori, e addirittura uno dei consoli — L. Cornelio Cinna — erano ardenti democratici. Se era riuscito di sorpresa, Silla aveva però osato un’audacia quasi incredibile, una violenza che impauriva gli uni, sdegnava gli altri, turbava in moltissimi quella quasi superstiziosa venerazione della legalità, che era così forte in tutti i Romani. Le elezioni ammonivano i vincitori a non abusar troppo di una fortunata violenza, chè già la reazione alla reazione incominciava. A questo primo segno se ne aggiunse un altro: il senato, per dare un esercito anche all’altro console Q. Pompeo Rufo, gli aveva prorogato l’_imperium_ e assegnato le legioni che il proconsole Gneo Pompeo Strabone comandava nella Gallia Cisalpina. Ma i soldati avevano assassinato il nuovo generale: per qual ragione, se di propria iniziativa o per istigazione altrui, non si potè mai sapere. Silla capì che il partito vinto poteva rifarsi presto; fece giurare ai nuovi consoli che rispetterebbero le leggi esistenti; e ritornò al suo esercito. Appena il tempo lo consentì, nella primavera dell’87, con sole 5 legioni, alcune coorti ausiliarie non intere e qualche squadrone di cavalleria, in tutto appena 30.000 uomini e poca flotta da guerra, salpò dall’Italia, andando incontro a un nemico parecchie volte più numeroso, che già aveva invaso quasi tutta la Grecia.
NOTE AL CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
[84] Per questo due leggi, cfr. APP., _B. C._, I, 29.
[85] Cfr. SVET., _De clar. rhet._, I.
[86] Su Livio Druso si può consultare, C. LANZANI, _Ricerche sul tribunato di M. Livio Druso il giovane_, in _Riv. di filologia classica_, 1912, pp. 272-92.
[87] Cfr. _C. I. L._, I, 203.
[88] Sulla guerra sociale, cfr. APP., _B. C._, I, 39-53; DIOD., 37, 2, 4-14.
[89] ASCON., _In Corn._, p. 71, ed. ORELLI.
[90] Sulle due tradizioni, cfr. VELL. PAT., 2, 20; APP., _B. C._, I, 49.
[91] APP. (_Mithr._, 22-23) dice 80.000; PLUT. (_Sylla_, 24) 150.000. Sull’immigrazione italica in Asia, cfr. la descrizione di CIC., _De lege Manilia_, 7, 17 sgg.
CAPITOLO QUINDICESIMO
LA PRIMA GUERRA CIVILE
82. =La guerra mitridatica e la rivoluzione in Roma e in Italia (87-86).= — Mentre questi gravi eventi si svolgevano in Roma, Mitridate, forse per tenere d’occhio in tutta la Grecia il partito avverso, aveva spezzettato l’esercito in numerose guarnigioni. Ma quando Silla invase la Grecia, i generali Archelao ed Aristione raccolsero tutte le sparse guarnigioni in Atene, ove si rinchiusero per dar tempo ad un secondo esercito mitridatico d’invadere la Grecia, e di pigliare il nemico alle spalle. In Atene, infatti, essi contavano di mantenersi indefinitamente, come in una città aperta, non disponendo Silla di una armata, che potesse affrontare l’asiatica. Era anzi possibile agli assediati bloccare con le navi l’assediante, tagliandone le comunicazioni con l’Italia.
Il piano dei generali pontici era abile; e trovò un alleato prezioso in Roma stessa, nel partito che Silla aveva umiliato. Appena lui partito, il console Cinna aveva riproposto le leggi Sulpicie, anche quella che distribuiva gli Italici nelle 35 tribù. E di nuovo la terribile questione aveva messo a ferro e fuoco la repubblica. L’altro console, Gneo Ottavio, si era opposto; dei tribuni avevano interposto il veto; l’una e l’altra parte avevano armato bande. Cinna aveva avuto, lì per lì, la peggio ed era stato costretto a fuggire, inseguito da un decreto del senato che lo deponeva, sostituiva, e dichiarava _hostis publicus_. Ma Cinna aveva ritrovato fuori di Roma quell’esercito, che per due volte era mancato ai democratici. Recatosi a Capua, dove era l’esercito che sorvegliava la Campania appena domata, e nel quale militavano molti Italici, si era presentato come il console, illegalmente deposto dal senato e dal partito degli oligarchi; era riuscito ad ottenere il giuramento di fedeltà e aveva incominciato a reclutare soldati tra gli Italici. Intanto Mario ritornava in Italia; e con l’esercito di Capua accresciuto dalle nuove reclute, Mario e Cinna avevano marciato su Roma. Il senato aveva chiamato a difendere Roma Gneo Pompeo Strabone e Q. Cecilio Metello Pio con i loro eserciti, il primo dalla Gallia Subalpina, il secondo dal Sannio; e sotto le mura di Roma i due eserciti avevano impegnato una battaglia lunga, accanita, confusa, interrotta ogni tanto da trattative. Alla fine Mario e Cinna erano riusciti a forzar la città; e avevano restituito al partito oligarchico il colpo che questi aveva inferto al partito popolare nell’88. Le leggi Sulpicie erano state approvate; moltissimi senatori erano stati trucidati e i loro beni confiscati; Silla era stato dichiarato nemico pubblico e destituito; il suo patrimonio, confiscato; la sua consorte, costretta a riparare in Grecia nel campo del marito; Cinna e Mario, proclamati consoli per l’anno 86.
Il piccolo esercito, che doveva riconquistare la provincia d’Asia, era dunque abbandonato da Roma al suo destino sotto le mura di Atene. Se l’esercito che Mitridate preparava in Asia giungeva prima che Atene capitolasse, Silla e il suo esercito erano perduti. Nessun aiuto o soccorso potevano aspettare da Roma. Ma Silla non si perdè d’animo. Qualunque giudizio si voglia dare di questa strana figura, nessuno storico negherà che fosse un uomo ed un capo. Non conobbe scrupolo, riposo o paura nel pericolo. Per fabbricare macchine da guerra, fece atterrare a colpi di scure i boschetti del _Lycaeum_ e i platani secolari dell’Accademia, all’ombra dei quali aveva filosofato Platone. Per pagare e mantenere i soldati, dissanguò la Grecia, saccheggiò i templi più venerati, convertì in monete d’oro e d’argento i tripodi, i vasi, i gioielli, le opere d’arte, offerte agli Dei da tante generazioni. Per disputare ai nemici il mare inviò un suo giovane ufficiale, L. Licinio Lucullo, a procurarsi una flotta tra gli Stati amici del Mediterraneo, sfidando la crociera delle navi mitridatiche. Per finire l’assedio, studiò tutte le malizie di guerra. Per mantenere animosi i soldati partecipò a tutte le loro fatiche, accorse in tutte le mischie, condusse in persona le colonne d’attacco, e profuse in mezzo ad essi, a piene mani, l’oro preso nei santuari degli Dei.
Ma Atene resistè tutta l’estate dell’87, resistè tutto l’autunno, aspettando i soccorsi. Per fortuna l’esercito che Mitridate mandava in Grecia, impedito dalla difficoltà degli approvvigionamenti, mal comandato, camminava lento. Caio Senzio Saturnino, governatore della Macedonia, potè con poche forze trattenerlo, farlo cogliere dall’inverno e costringerlo a svernare in Macedonia. Ma intanto, sospeso questo, un pericolo maggiore sorse alle spalle di Silla, dall’Italia. Mario era morto al principio dell’86. Il console Lucio Valerio Flacco, nominato in luogo di Mario, aveva proposta una legge, che condonava tutti i debiti per tre parti su quattro; ed era stato incaricato di recarsi con 12000 uomini a togliere il comando a Silla. Silla sarebbe stato, alla primavera, preso tra l’esercito romano e quello di Mitridate, se non prendeva Atene prima che Mitridate o Flacco giungesse. Tutto l’inverno si preparò infaticabile; e il 1º marzo, raccolte tutte le sue forze, diede un disperato assalto; prese la città prima e poi il Pireo, e costrinse Archelao a imbarcare l’esercito e a salpare. Silla era così sfuggito alla sicura rovina che lo minacciava; ma versava ancora in pericolo mortale, dovendo combattere le forze di Archelao che, quasi intatte, avevano raggiunto per mare, alle Termopili, il secondo esercito di Mitridate, in cammino dalla Grecia settentrionale, e quello del console Valerio Flacco, che giungeva dall’Italia. L’avvicinarsi dell’esercito democratico impose a Silla una decisione disperata: attaccare ad ogni costo e subito Mitridate, con la risolutezza consueta. Silla andò incontro all’esercito di Mitridate e gli diede battaglia presso _Cheronea_, in Beozia, riportando su Archelao, che ne aveva preso il comando, una grande vittoria (86)[92].
Cheronea era la prima grande vittoria delle armi romane su Mitridate; e incominciò a sollevare le cadenti fortune di Roma in tutto l’Oriente. Da qualche tempo le classi ricche dell’Asia, sopraffatte al tempo della prima invasione, si riavevano, e intrigavano a favore di Roma, approfittando della mobilità delle plebi e del malcontento, di cui eran cagione le continue leve fatte da Mitridate. Alla fine dell’87 Efeso, l’opulento emporio, era già insorta contro Mitridate in favore di Roma. La vittoria di Cheronea infuse nuovo coraggio in tutta l’Asia al partito romanofilo, che a poco a poco risollevava il capo. Nel tempo stesso — e non fu minore fortuna — rese possibile una specie di tacita pace tra Silla e il partito democratico[93]. Così almeno pare si possa congetturare, per spiegare in modo soddisfacente uno dei punti più oscuri di questa tenebrosissima guerra. Par che Flacco fosse un uomo assennato; e che, sbarcato in Epiro, capisse quel che del resto era chiaro per se stesso: essere una pazzia lanciare due eserciti romani l’uno contro l’altro, quando Mitridate si preparava a mandare in Grecia un nuovo esercito per vendicare Cheronea. Silla, a sua volta, sapeva troppo bene che Mitridate era già da solo un nemico temibilissimo. Nè è temerario il supporre che i due eserciti romani, anzichè avventarsi l’uno contro l’altro, preferissero essere condotti insieme al saccheggio della Grecia e dell’Asia. Sembra dunque che, non osando Flacco, per la proscrizione che aveva colpito Silla, unir il suo all’altro esercito, i due generali siano venuti ad un accordo segreto. Flacco che, essendo console, poteva chiedere ai Bizantini la flotta, tenterebbe di invadere l’Asia; Silla aspetterebbe in Grecia Dorilao, che si avvicinava, dopo aver imbarcato nell’Eubea lo scampo dì Cheronea: diecimila nomini. Questo savio accordo fece dell’86 un anno felice per le armi romane. Silla attaccò e distrusse l’esercito di Dorilao a Orcomeno, e poi si ritirò in Tessaglia ai quartieri d’inverno; Flacco invase la Macedonia, respinse in Asia gli ultimi resti dell’esercito pontico, passò il Bosforo sulle navi dei Bizantini. Alla fine dell’86 Mitridate aveva perduto la Grecia e le altre conquiste in Europa.
83. =Il trattato di Dardano (85).= — Se il partito democratico fosse stato disposto a seguire in Italia il saggio esempio che Flacco gli aveva dato in Asia e a revocare la proscrizione di Silla, forse la guerra d’Oriente sarebbe finita presto e bene per Roma. Ma il partito della vecchia nobiltà pareva ormai distrutto: uccisi gli uni, fuggiti gli altri, impotenti per la paura i pochi rimasti. Il partito popolare era dunque arbitro e padrone della repubblica: delle cariche, dei comandi, dell’erario, degli eserciti, delle province. Poteva esso darsi pensiero di questo ultimo capo del partito vinto, che ancora si trovava in Grecia alla testa d’un piccolo esercito? Nessuno sognava allora che questo terribile uomo potesse trovare la via di tornare in Italia, e con tutto il suo esercito. La politica di Flacco era così poco gradita al suo partito, che l’accordo era stato tenuto segreto: anzi, durante l’inverno dall’86 all’85 uno dei suoi legati, un certo Fimbria, un violento democratico, riuscì a sobillare il soldati, a far uccidere Flacco e a farsi riconoscere generale. L’accordo conchiuso con Flacco era distrutto e Silla si ritrovò nel pericolo di prima, anzi peggio. Non poteva attaccar Fimbria, avendo sopra un fianco la minaccia di Mitridate; non poteva attaccar Mitridate avendo sull’altro fianco la minaccia di Fimbria; non poteva attaccar Fimbria e Mitridate insieme.
Che fare? Un’altra volta ancora Silla prese un partito arditissimo, che doveva decidere non solo del suo destino, ma essere il principio di molti e gravissimi eventi nella storia di Roma. Non potendo combattere insieme Fimbria e Mitridate, non potendo intendersi con Fimbria, cercò d’intendersi con Mitridate. Par che Silla riuscisse a corrompere Archelao, a farsi consegnare la flotta e a persuaderlo a proporre la pace a Mitridate a queste condizioni: si ritornerebbe allo statu quo dell’anno 89; Mitridate conserverebbe l’antico regno del Ponto, riceverebbe il titolo di amico e di alleato del popolo romano, pagherebbe una indennità di 2000 talenti; consegnerebbe un certo numeri di navi da guerra. A sua volta Silla largirebbe una amnistia alle città ribelli dell’Asia. Concedere tali condizioni a un sovrano che aveva mosso a Roma tanta guerra e trucidato persino migliaia e migliaia di cittadini romani, era poco meno che un alto tradimento, come si direbbe adesso, alla stregua delle tradizioni politiche della repubblica. Avevano fatto molto meno di ciò che Mitridate si era permesso, Antioco III, che aveva perduto metà del regno; Perseo, che era stato condotto a Roma in catene; e Cartagine, che era stata rasa dalle fondamenta. Ma Silla non esitò per salvarsi a far buon mercato della _majestas_ del popolo romano, come, nell’88, del principio che Roma non potesse esser violata da forza armata. A sua volta Mitridate aveva bisogno di pace: la sua autorità vacillava in Oriente; l’Asia Minore gli sfuggiva; Fimbria invadeva, nella primavera dell’85, l’Asia e s’impadroniva di Pergamo; Lucullo, che era riuscito finalmente a raccogliere una flotta potente, compariva sulle coste dell’Asia, incitando le città alla rivolta. Conoscendo le difficoltà in cui Silla si dibatteva, Mitridate cercò ancora di mercanteggiare; e minacciò perfino di allearsi con Fimbria.... Ma alla fine accettava la pace così vantaggiosa; e questa era sottoscritta a Dardano, nella Troade, in seguito a un colloquio tra il proconsole romano e il monarca del Ponto (85)[94].
84. =Silla in Asia e in Grecia (85-83).= — Fimbria era finalmente isolato. Silla subito gli si volse contro, e lo circondò col suo esercito, presso Tiatira, in Lidia. Una buona parte dei soldati e degli ufficiali, i più devoti a Flacco, defezionarono spontaneamente; gli altri furono o persuasi dalla corruzione o costretti dalla violenza; Fimbria stesso, piuttosto che sopravvivere allo sfacelo dell’esercito, preferì uccidersi. Silla restava così padrone dell’Asia riconquistata, a capo di un esercito e di una flotta potente, e con il tesoro ricolmo dalla indennità di Mitridate.
Era giusto, del resto: chè Silla e non altri aveva riconquistato le perdute province di Oriente, vincendo le battaglie di Cheronea e di Orcomeno. Ma questa gloria era offuscata da una macchia: il trattato di Dardano. Silla non l’ignorava; tanto è vero che, fatta la pace con Mitridate, non ebbe più che un pensiero: riconciliarsi con il partito che governava in Italia e ottenere l’approvazione di tutto quanto aveva fatto in Oriente. Presso lui avevano cercato rifugio molti esuli e proscritti, i quali pretendevano di rappresentare al suo fianco una specie di Consiglio senatorio, e lo sollecitavano a ripigliar subito la via dell’Italia allo scopo di perpetrarvi le bramate vendette. Egli invece preferì rimanere in Asia ed in Grecia e passar quel che rimaneva dell’anno 85, tutto l’84, e parte dell’83, a trattare con il governo di Roma, al quale, da Efeso, appena morto Fimbria, ostentando quasi di ignorare la sua qualità di _hostis reipublicae_, aveva spedito un’elaborata relazione dell’opera compiuta in Oriente. Nè chiedeva cose indiscrete: l’approvazione di quel che aveva fatto in Oriente e il rimpatrio di tutti i proscritti che si erano rifugiati presso di lui. Ma all’arrendevolezza di Silla rispose dall’Italia una irremovibile intransigenza. Il partito popolare era ormai insediato fortemente al governo; e non voleva, accogliendo le domande di Silla, nè veder ritornare a Roma il partito della nobiltà, nè assumersi la responsabilità del trattato di Dardano, che l’opinione pubblica disapprovava pur essendo disposto a goderne i benefici. È vero che nel senato un partito forte propendeva per il richiamo degli espulsi; è vero che, quando alle proposte concilianti di Silla fu risposto con preparativi di guerra, le truppe si ammutinarono; e Cinna stesso, rieletto console, fu trucidato: serio ammonimento di non prendere troppo alla leggera la nuova guerra civile che minacciava. Ma quando mai un partito che si crede sicuro al potere crederà ad un pericolo, che non minaccia proprio di ora in ora? A guastar per sempre l’accordo si aggiunsero i cavalieri. Appena ricuperata l’Asia, Silla aveva imposto alle città della provincia il pagamento delle cinque annualità arretrate e per giunta una grossa indennità di guerra: ma aveva pure abolito gli antichi appalti e dichiarato di volere riscuotere i tributi direttamente, per mezzo di funzionari, dividendo a tale scopo la provincia, in 44 circoscrizioni. Non voleva, che l’erario spartisse il bottino della conquista con i pubblicani; e i cavalieri, che già gli erano avversi, gli giurarono un odio mortale.
Silla intanto ritornava dall’Asia in Grecia, ove passava tutto l’84 e i primi mesi dell’83, sempre trattando per un accordo col partito democratico, ma nel tempo stesso rinforzando l’esercito decimato dalla guerra, reclutando soldati nel Peloponneso, in Macedonia, in Tessaglia. Senonchè nella primavera dell’83 egli dovette convincersi che era necessario ancora una volta sfoderare la spada. Il partito al potere non voleva nè riammettere gli espulsi nè approvare il trattato di Dardano; e aveva fatto ordinare dal senato che tutti gli eserciti fossero congedati, ossia che egli si arrendesse a discrezione. Anche a questa nuova guerra Silla si accinse con la consueta risolutezza. Non era certamente neppure questa una guerra facile. Il nemico aveva innanzi tutto l’immenso vantaggio di aver dalla sua le finzioni della legalità. Disponeva dell’erario dello Stato, dei tributi di tutte le province d’occidente; poteva reclutare soldati in tutta l’Italia, specialmente dopochè, sotto le minacce della nuova guerra, aveva finalmente risolta la questione italica, facendo distribuire i nuovi cittadini in tutte le 35 tribù; poteva infine contare sull’appoggio di molte famiglie della nobiltà, che riconoscevano il suo governo come il governo legale. Tali erano, tra i capi, i due consoli dell’anno, Caio Norbano e L. Cornelio Scipione Asiatico, bisnipote del vincitore di Antioco; tale il figlio di Mario; tale Gneo Papirio Carbone, console nell’85 e nell’84; e Gneo Domizio Enobarbo. A questi si aggiungevano alcuni uomini di natali più oscuri, ma segnalatisi per forza di ingegno e di volontà nelle guerre dei decenni precedenti: tra i quali il più insigne era Q. Sertorio. Silla invece non poteva giustificare l’autorità sua con alcun titolo chiaro e preciso; e alle forze degli avversari opponeva i tesori dell’Asia, circa 40.000 soldati e quella parte della nobiltà storica che aveva cercato scampo presso di lui. È vero però che l’Italia desiderava la pace e un accordo ragionevole con Silla, essendo stanca di guerre civili e non potendo disconoscere che, se Silla aveva fatto il trattato di Dardano, aveva anche inflitto a Mitridate due memorande disfatte. Questo desiderio dell’Italia era per il governo democratico cagione di grande debolezza; perchè la repubblica potrebbe armare in Italia solo delle accozzaglie poco disciplinate, male istruite, tra le quali l’oro avrebbe operato devastazioni non minori del ferro. Il piccolo esercito di Silla invece era un blocco d’acciaio, devoto fino alla morte al duce, che lo aveva arricchito, e maggiori beni prometteva dopo la sicura vittoria.