Part 23
85. =La prima guerra civile (83-82)[95].= — Il primo anno di guerra mostrò subito che le probabilità di vittoria non si potevano misurare dal numero di soldati, di cui ciascun partito disponeva. Sbarcato nella primavera dell’83 a Brindisi, Silla subito sconfisse presso Capua l’esercito del console Norbano; indi procedè contro l’esercito del console Scipione, che trovò non lungi da Teano. Sapendo che Scipione era incline all’accordo, sapendo che i suoi soldati desideravan la pace, Silla iniziò trattative. Scipione acconsentì a trattare; i due generali si videro, discussero insieme lo stato della repubblica, i rimedi che erano necessarî per ricondurre la pace; e fu conchiuso infine un armistizio per aspettar la risposta dell’altro console. Quando, all’ultimo momento, per ragioni che sono oscure a noi e che non dovettero esser chiare neppure allora, Scipione ruppe le trattative, rimandando gli ostaggi a Silla. I suoi soldati allora, accusandolo di aver voluto respingere una pace giusta e ragionevole, gli si ribellarono e passarono a Silla; Scipione fu fatto prigioniero e, liberato da Silla, depose il consolato e si ritirò a Marsiglia. Silla era già padrone dell’Italia meridionale! Questi successi condussero a lui molti nobili sino allora esitanti: tra gli altri M. Licinio Crasso e Gneo Pompeo Strabone, figlio di G. Pompeo Strabone, che era stato console nell’89, giovane ricchissimo, che aveva grandi proprietà nel Piceno, dove egli si mise a reclutar soldati di sua iniziativa e fu da Silla riconosciuto comandante delle forze che aveva levate. Ma gli insuccessi esasperarono invece il governo della repubblica. Il console Norbano non rispose alle aperture di pace fattegli da Silla; i senatori, che avevano raggiunto il nemico, furono dichiarati _hostes publici_; il figlio di Mario, che aveva solo 27 anni, fu eletto console per l’82 con Gneo Papirio Carbone, per attirare al governo i veterani del padre; armi ed armati furono approntati dalle due parti: dal governo, nell’Italia centrale e settentrionale; da Silla, nell’Italia meridionale. La guerra ricominciò nella primavera dell’82. Carbone, che raccoglieva in Etruria i contingenti mandati da ogni parte dell’Italia settentrionale, spedì un suo legato, Carrinate, nel Piceno, a distruggere le forze che nel Piceno raccoglievano per Silla Metello Pio e Gneo Pompeo. Ma fu sconfitto da Metello; e il legato Carbone già accorreva dall’Etruria al suo soccorso, quando fu fermato e ricondotto indietro da una notizia fulminea: Silla in persona aveva sconfitto tra Segni e Palestrina il giovane Mario, a cui era stato commesso di difendere Roma; lo aveva chiuso e assediato in Preneste; si era impadronito con un ardito colpo di mano di Roma; e già si disponeva a marciar contro di lui. Rapido, Carbone ritornò sui suoi passi, per accorrere al soccorso di Roma: ma in Etruria, a Chiusi, trovò l’esercito di Silla a sbarrargli la strada. Fu appiccata battaglia e fu aspra e lunga; ma nè a Silla riuscì di disfare l’esercito di Carbone; nè a Carbone di disfare l’esercito di Silla. Cosicchè Roma restava in potere di Silla e l’esercito della repubblica diviso in due, parte nel nord, parte intorno a Preneste e nell’Italia centrale e meridionale. Ma Silla, il suo esercito, il suo partito si trovavano a loro volta tra due minacce: l’esercito ancora intatto di Carbone al nord e con il quale poteva con giungersi l’esercito che Norbano reclutava nella Cisalpina; ed una vasta insurrezione che si preparava nel Sannio e nella Lucania. In queste regioni la guerra aveva risvegliato le ultime faville dell’antico sentimento nazionale; e con il consenso e gli aiuti del governo repubblicano si preparava un grosso esercito.
Il frangente era dunque critico per le due parti. Un piccolo errore o un piccolo contrattempo potevano far precipitare le sorti da una parte o dall’altra. Silla si contentò di far buona difesa sulla strada di Roma, per tenerla chiusa a Carbone; e cercò di tagliare le comunicazioni tra Carbone e Norbano. Metello sbarcò con forze considerevoli, a quanto pare a Ravenna, per marciare di là sulla Via Emilia e porsi tra i due generali. A sua volta Carbone, posto in quella difficile situazione, commise un errore, che solo un grande generale avrebbe schivato: non sentendosi la forza di annientare l’esercito di Silla, non volendo abbandonar Preneste e Roma al loro destino e volendo conservare libere le sue comunicazioni con Norbano, divise le sue forze. Mandò al soccorso di Preneste 8 legioni, spedì a Norbano altre forze per aiutarlo a fronteggiare Metello, mantenendo il grosso delle sue milizie a Chiusi. Norbano pare a sua volta aver commesso lo stesso errore: ricevuti i rinforzi di Carbone, sia che non avesse pronto ancora tutto l’esercito, sia che fosse a ciò spinto da qualche ragione a noi ignota, marciò contro Metello con questi rinforzi e con sola una parte delle sue soldatesche. Così queste forze sparpagliate soccombettero tutte, una dopo l’altra, mentre il grosso dell’esercito di Carbone oziava a Chiusi. I rinforzi, mandati al soccorso di Preneste, non giunsero; Norbano fu sconfitto da Metello a Faenza, e la sua sconfitta fece passare a Silla parecchie importanti città, tra le quali Rimini, chiave delle comunicazioni della valle del Po con Roma. Norbano perse allora la testa; abbandonò il comando; e, montato su una navicella, fuggì in Oriente: ma la sua fuga fu il segnale di una catastrofe. Tutta la valle del Po si arrese ai generali di Silla. Allora anche Carbone, sebbene avesse circa 30.000 uomini, considerò l’Italia come perduta e fuggì in Africa, dove sperava di poter continuare la lotta. Sul suo esercito, restato a Chiusi senza capo, Silla lanciò Pompeo, che lo disfece con poca fatica. Gli avanzi si dispersero; e un certo numero raggiunse l’esercito sannitico e lucano, che avanzava dall’Italia del sud verso Roma.
Anche questo era un esercito considerevole per numero, animato da un feroce spirito di distruzione e di odio. Avrebbe potuto esser funesto a Silla, se fosse arrivato più presto. Ma arrivava quando ormai la repubblica aveva perduto tutta l’Italia, e non conservava più, si può dire, ultimo e inutile baluardo, che Preneste. Tuttavia Silla aveva dovuto a sua volta, in questa singolare campagna, sparpagliar talmente le sue non numerose milizie, che il grande esercito degli Italici, rinforzato dalle reliquie superstiti delle legioni democratiche, riuscì con un’abile marcia notturna a eludere la vigilanza nemica e arrivò improvvisamente sotto le mura di Roma, difesa da milizie insufficienti. È difficile dire quel che avrebbe potuto succedere, se l’energia di un oscuro pretore, Appio Claudio, non avesse salvato Roma da queste orde ardenti di un odio fanatico. Invece di cedere al numero, nuovo Leonida, Claudio oppose un’accanita resistenza, trovando egli stesso la morte nella battaglia; e die’ tempo a Silla, che campeggiava nelle vicinanze di Preneste, di accorrere. Il 1º novembre dell’82[96] i due eserciti si scontrarono alla Porta Collina, non lungi dall’odierna _Porta Pia_. La battaglia fu accanita, e non in ogni sua fase fortunata per i Sillani. Il merito maggiore della vittoria va dato a un legato di Silla, e proprio a Marco Licinio Crasso, che arrivò a tempo con dei rinforzi. I Sanniti e i Lucani furono sconfitti, e gran parte tratti prigionieri.
Poco dopo anche Preneste capitolava, il giovane Mario si uccideva, e Silla era padrone dell’Italia e della repubblica. Ma l’impero era ben lungi dall’essere pacificato. L’Etruria era ancora in fiamme, la Sardegna, la Sicilia, l’Africa, la Spagna in potere dei Mariani. E allora l’uomo, che aveva meravigliato il mondo per la sua moderazione, si tramutò in un carnefice. Mentre nelle province i suoi legati continuavano a sconfiggere, uno dopo l’altro, i superstiti generali della democrazia, egli si dava ad estirpare in Roma e in Italia, con il ferro e con il fuoco, quella ch’egli credeva la radice d’ogni male. Tutti coloro che avevano favorito il partito democratico, furono perseguitati con l’esilio, la confisca, la morte. La vendetta ricadde sui loro figliuoli, sui loro consanguinei, sui più remoti congiunti; poichè Silla fece decretare che i figli e i nipoti dei proscritti non potrebbero mai più esercitare alcuna magistratura. Intere città furono multate di enormi ammende, ebbero demolite le fortificazioni, incamerata una parte del territorio pubblico e privato. I beni dei condannati e degli esuli, le terre confiscate alle città italiane, furono spartite tra i soldati e gli amici del vincitore. Quanti furono i proscritti e le vittime non si potè mai accertare; i Sanniti furono nella massima parte distrutti insieme con le loro, un tempo fiorenti, città — Boviano, Esernia, Telesia — che furono ridotte a squallidi abituri. Circa 150.000 soldati ottennero terre nel Sannio, nella Campania, nell’Etruria; degli schiavi, dei liberti, dei plebei, dei patrizi impoveriti fecero o rifecero, tra il sangue e le rapine, delle grandi fortune; molti dei proscritti fuggirono tra i barbari, in Spagna, in Mauritania, presso Mitridate, o si dettero alla pirateria.
86. =La restaurazione sillana (82-79 a. C.).= — Ma confiscare, trucidare, dar di piglio nel sangue e nella roba dei vinti non bastava. Silla era troppo grande uomo di Stato. Nell’82 si fece conferire una magistratura che, antica di nome, era nuova per la forza e l’ufficio: una dittatura _legibus scribundis reipublicae constituendae_; e compilò da solo una nuova costituzione, senza l’assistenza e l’impaccio dei comizi, centuriati e tributi.
Il suo pensiero era ancora quello di Catone: sradicare da Roma e dall’Italia la tanto temuta e detestata «corruzione», restaurando le istituzioni dei bei tempi in cui Roma e l’Italia erano una gerarchia perfetta di classi; in cima una nobiltà poco istruita, ma disciplinata, in basso una popolazione rurale sottomessa, paziente, agiata e paga della sua sorte. Si sforzò di annullare ad una ad una tutte le conquiste plebee e democratiche degli anni precedenti. Restituì le _quaestiones_ ai senatori; restrinse il potere dei tribuni, togliendo loro il diritto di intercessione contro i decreti del senato e contro le proposte di legge, e ammettendolo solo nei casi personali; escluse coloro, i quali fossero stati tribuni, dalle magistrature maggiori; assoggettò di nuovo i comizi tributi alla tutela preventiva del senato, e fors’anco li privò d’ogni potere legislativo, deferendo questo ai comizi centuriati, che forse furono riformati secondo l’antico ordinamento di Servio Tullio[97]; soppresse le distribuzioni frumentarie; abolì o rese vana la censura, rifacendo per tal guisa inamovibile e onnipotente l’ordine senatorio; abolì la legge Domizia del 103, che aveva affidato ai comizi l’elezione dei collegi sacerdotali; fiaccò l’ordine equestre. Dopo averlo decimato con le persecuzioni e impoverito con le confische, gli tolse il posto d’onore nei pubblici spettacoli, l’appalto delle imposte asiatiche, il potere giudiziario; e quando volle riempire i vuoti fatti nel senato dalla guerra, dalla morte e dalla persecuzione, preferì ai cavalieri gli uomini più oscuri del terzo stato, magari dei suoi veterani[98].
A queste grandi riforme politiche si aggiunsero altre minori riforme amministrative. Per accrescere il personale del governo senza aumentane troppo il numero dei magistrati, Silla creò le così dette promagistrature per cui, mentre nel primo anno di ufficio, consoli e pretori avrebbero risieduto in Roma, in un secondo anno si sarebbero recati, come proconsoli e propretori, a governare le province. Fissò l’ordine e la successione delle magistrature e ristabilì l’antico intervallo biennale tra l’una e l’altra, imponendo anzi un minimo di dieci anni fra due richieste di consolato. Per impedire brighe e favori, volle che le province fossero anticipatamente assegnate per sorteggio; accrebbe a 600 il numero dei senatori; istituì parecchie nuove _quaestiones perpetuae_, affinchè la giustizia penale fosse più pronta ed estesa; e portò a otto il numero dei pretori, per migliorare la giustizia civile.
L’antica costituzione era restaurata quasi alla perfezione. Mancava solo l’abrogazione della legge _Plautia-Papiria_, che aveva concesso agli Italici la cittadinanza. Ma Silla si fermò a questo punto. Nessun grande generale romano, a qualunque fazione politica appartenesse, aveva osato mai oppugnare le richieste degli Italici. Dai soli generali, anzi, gli Italici avevano ottenuto quel po’ di vantaggio, di cui ora godevano. Ma se Silla non abrogò la legge _Plautia-Papiria_, tolse a molti municipi, che l’avevano combattuto, il diritto di cittadinanza. Nel 79 egli poteva contemplare con orgoglio l’opera di archeologo, che aveva inalzata. L’opera pareva perfetta e indistruttibile. Una sola cosa le mancava: l’anima antica, che Silla non poteva resuscitare; onde l’opera era contraddittoria e sarebbe per le sue contradizioni, stata caduca. Silla aveva voluto restaurare lo stato patrizio del V e del IV secolo; ma non aveva potuto rifare — anima e corpo — l’aristocrazia, che era stata il sostegno di quella costituzione. Aveva ridotto tutto lo stato, i comizi, il senato, le magistrature, i comandi, i tribunali in potere, più che di una vera aristocrazia, di una consorteria composta di amici, sgherri e carnefici suoi arricchitisi con le confische; di transfughi del partito mariano; di quasi tutta la vecchia aristocrazia, ormai devota a lui per gratitudine, per interesse o per paura. Questa consorteria, le cui parti eran legate insieme soltanto dal prestigio del capo e dal comune interesse di conservare il potere, era troppo divisa da interessi, ambizioni ed idee diverse per poter tentare di ricondurre in Roma l’ordine che aveva regnato sotto il vero regime aristocratico dei secoli precedenti, massime dopo il grande disordine generato dalla rivoluzione. Anche questa, come tutte le rivoluzioni, aveva indebolito le tradizioni. Se Silla pensava di far retrocedere l’Italia di tre secoli nel cammino della vita e di persuaderla a fuggire l’industria ed il commercio, le sue campagne in Oriente avevano invece portato in Italia un gran numero di schiavi e di liberti, che diventerebbero maestri di nuovi bisogni e di nuovi costumi. Non è quindi da meravigliare se, prima ancora di abbandonare la dittatura e di coronare la grande opera di restaurazione, ritirandosi, novello Cincinnato, a vita privata, egli assistette al primo screpolarsi del suo edifizio. Già nelle elezioni consolari dell’80, che fu l’ultimo anno della dittatura di Silla, vinsero due uomini, di cui l’uno era un assai tepido Sillano, l’altro, M. Emilio Lepido, un avversario dichiarato del dittatore. Pochi mesi dopo, a soli sessant’anni, nella sua villa di Pozzuoli, dopo aver dettato le _Memorie_ della sua grande vita, Silla moriva, lasciando un’opera della quale, in pochi anni, non sarebbero rimasti più che alcuni sapienti ritocchi amministrativi.
NOTE AL CAPITOLO QUINDICESIMO.
[92] Su Cheronea, cfr. J. KROMAYER, _Antike Schlachtfelder_, II, 353 sgg.
[93] Che Valerio Flacco e Silla si intendessero segretamente è congettura molto probabile, anzi necessaria per spiegare tutta la storia della guerra. Fu messa innanzi per primo da H. BERNHARDT, _Chronologie der Mithridatischen Kriege_, Marburg, 1896.
[94] Sulla pace di Dardano, cfr. APP., _Mithr._ 56-58.
[95] Sulla prima guerra civile, i lavori più recenti sono: E. POZZI, _Studi sulla guerra civile sillana_, in _Atti della R. Accademia delle scienze di Torino_, vol. 49, disp. 9, 1913-14; C. LANZANI, _Mario e Silla: Storia della democrazia romana negli anni 87-82 a. C._, Catania, 1915.
[96] Circa la data, cfr. VELL. PAT., 2, 27.
[97] APP., _B. Civ._, I, 59. — Sembra poco probabile che una così gran riforma abbia potuto esser fatta da Silla, prima della guerra civile, al tempo del suo primo ingresso in Roma. Più verosimile è collegarla con la grande riforma compiuta dalla dittatura.
[98] DION. HAL., 5, 77. — L’opposta indicazione di APPIANO (_B. Civ._, 1, 100) che egli vi abbia introdotto 300 dei più nobili dell’ordine equestre, la quale sta in perfetta contradizione con tutti i criterî ispiratori della restaurazione sillana, va intesa nel senso che Silla introdusse nel senato alcuni dei nuovi cavalieri, suoi amici, arricchitisi durante la guerra civile.
CAPITOLO SEDICESIMO
LE GRANDI GUERRE IN ORIENTE
87. =La insurrezione di Lepido e di Sertorio (78-75 a. C.).= — Dopo la morte di Silla, la consorteria raccogliticcia, discorde, odiosa per i ricordi delle stragi e delle rapine, a cui egli aveva affidato l’ufficio della antica aristocrazia, non ebbe più l’autorità necessaria per governare lo Stato. Subito le vittime della restaurazione incominciarono ad agitarsi; e uno dei consoli, M. Emilio Lepido, propose addirittura l’abolizione di alcune tra le più importanti leggi di Silla: che si ristabilissero le frumentazioni; che si richiamassero gli esuli; che si restituisse il diritto elettorale e le terre alle città, a cui erano state tolte. In Etruria, quando si seppe di questo proposito, i coloni sillani furono espulsi a mano armata dagli antichi proprietari; e di lì a poco Lepido partiva di Roma per andare nella Narbonese, assegnatagli come provincia, si fermava in Etruria ad arruolare i miserabili della regione, mentre un altro nobile, compromesso nella rivoluzione, Marco Giunio Bruto, si accingeva, d’accordo con lui, a reclutare un esercito nella valle del Po. Intanto la rivoluzione risollevava la testa anche in Spagna. Uno dei generali, che la repubblica aveva spedito nell’83 in Spagna, forse a reclutar soldati, Q. Sertorio, non solo ci si era mantenuto dopo la vittoria di Silla; ma, messosi a capo dei Lusitani, aveva, con una guerriglia tenace ed instancabile, quasi strappato la Spagna ai governatori romani, sconfiggendo un dopo l’altro quattro proconsoli; aveva chiamato a sè gli esuli, i proscritti, tutti i malcontenti e le vittime della restaurazione, e costituito un suo governo di fronte a quello romano. Lusitani e Celtiberi lo avevano riconosciuto capo e vindice della loro indipendenza; e, come ad Amilcare e ad Annibale, gli avevano consegnato in ostaggio i figli delle principali famiglie indigene, che egli faceva istruire ed educare secondo l’uso romano. Cosicchè sotto il suo governo, illuminato e forte, la Spagna andava riconquistando la indipendenza e poteva, ora che il partito vinto riprendeva ad agitarsi in Italia, offrire un forte appoggio ad una nuova rivoluzione.
In tanta incertezza e mobilità di cose, era necessario domare subito la rivolta di Lepido. Il senato lo dichiarò nemico pubblico; e incaricò della guerra contro di lui l’altro suo collega, il proconsole A. Lutazio Catulo, e Gneo Pompeo, che era stato nella guerra _legatus_ di Silla. Pompeo non aveva neppure trenta anni e non aveva mai rivestito alcuna magistratura curale: non aveva quindi nessun titolo per comandare un esercito. Ma era stato un favorito di Silla, il quale gli aveva dimostrato una benevolenza così singolare, da incaricarlo, sebbene non fosse nè senatore, nè magistrato, della guerra contro i Mariani in Sicilia, in Africa; e da conferirgli, dopo la vittoria, contro il parere del senato, il trionfo e il titolo di _Grande_ (_Magnus_). Questo favore del potentissimo capo, la reputazione di valente generale, a torto o a ragione acquistata giovanissimo, la grande paura per quei primi segni di nuova rivoluzione, la scarsezza di generali valenti e sicuri, gli intrighi e le ambizioni di Pompeo poterono più che gli scrupoli costituzionali del senato. Pompeo parve un generale, di cui la consorteria sillana poteva fidarsi, in quel frangente critico; ed ebbe un esercito. La rivoluzione fu del resto facilmente domata nel Lazio, nell’Etruria, nella Cisalpina. Lepido riuscì a fuggire in Sardegna, dove nel 77 morì, non si sa se di malattia o di ferro.
Repressa la rivolta, il senato si volse alle cose di Spagna, e nel 77 deliberò di farla finita anche con Sertorio. Ma la guerra era difficile, richiedeva un generale valente. Pompeo si offrì di nuovo. Questa volta il senato non ne voleva più sapere di un ambizioso così indiscreto. Ma Pompeo seppe, non solo con gli intrighi, ma anche con la minaccia, campeggiando con le sue legioni in armi alle porte di Roma, strappare al senato il comando tanto ambito. Senonchè, mentre Pompeo partiva per la Spagna, l’Italia incominciava a darsi di nuovo pensiero degli affari di Oriente. Sinchè Silla era vissuto, nessuno aveva osato fiatare: ora tutti denunciavano ad alta voce i funesti effetti di quel trattato di Dardano, che aveva tanto indebolito Roma in Oriente. La Grecia e la Macedonia erano molestate dai barbari del settentrione; il bacino orientale del Mediterraneo infestato dai pirati, che catturavano navi, saccheggiavano città, e avevano fondato addirittura una specie di Stato nella Cilicia[99]. Mitridate pareva star quieto: ma si diceva a Roma — e forse non a torto — che egli istigasse i Traci e gli Scordisci a invadere la Macedonia e la Grecia; che aiutava sottomano i pirati; che trattava con Sertorio; che macchinava una nuova guerra. Intanto egli aveva spinto il Re di Armenia, Tigrane, suo congiunto e alleato, a conquistare la Siria sino ai confini dell’Egitto, a invadere la Grande Cappadocia e ad assumere il titolo di Re dei Re. Stava forse per sorgere in Oriente, sulle rovine della Siria, un nuovo impero più minaccioso di quello del Ponto? Che miniera di recriminazioni e di accuse contro Silla e il suo partito! Anche le cose di Spagna aggiunsero esca al fuoco. Sertorio era altro nemico che Lepido; Pompeo non era riuscito, nell’anno 76, meglio che i suoi predecessori; e per spiegare il suo insuccesso aveva preso ad accusare il senato di negargli per invidia i rinforzi e i denari necessari. Cresceva dunque il malcontento; ricominciavano a spesseggiare le accuse contro i personaggi potenti del partito al potere; si chiedeva che l’antica autorità dei tribuni fosse ripristinata e ai senatori fossero ritolti i tribunali: anzi, nel 75, il console Caio Aurelio Cotta riuscì a far abolire la legge di Silla, per cui un tribuno della plebe non poteva più essere eletto ad altra carica.