Roma antica, Vol. 1/3

Part 21

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78. =Il Tribunato di Druso (91 a. C.).= — Rufo partì per l’esilio; ma per quanto Sallustio l’abbia dipinta con sì foschi colori, la nobiltà di Roma non era ancora così corrotta e avvilita, da subire un simile affronto. La rottura tra i due ordini fu dichiarata. Il 92 pare sia stato un anno di fermentazione tacita. L’episodio più importante di questo anno è l’editto dei due censori, Cneo Domizio Enobarbo e Lucio Licinio Crasso, che chiudeva le scuole di retorica in Roma[85]. Ma la guerra latente tra i due ordini fu dichiarata nel 91 da Marco Livio Druso, tribuno della plebe. Era egli, molto probabilmente, figliuolo di quel Druso, che era stato il più funesto artefice della rovina di C. Gracco. Ma i tempi erano mutati; e il figlio del persecutore di Caio Gracco tentava ora di stringere un’alleanza della nobiltà e del popolo contro l’ordine equestre, al modo stesso con cui Caio Gracco aveva cercato di far l’alleanza del popolo e dei cavalieri contro la nobiltà, presentando un _omnibus_ di leggi, una di quelle leggi _per saturam_, che fino allora il suo partito aveva combattuto come un abuso dei popolari. Livio Druso infatti propose una _lex judiciaria_, che cercava di risolvere equamente e nell’interesse della giustizia il vecchio conflitto tra il senato e l’ordine equestre per i tribunali. Disponeva la legge che nel senato fossero ammessi 300 nuovi membri, tratti dall’ordine equestre; che tra i senatori, nuovi e vecchi, si sorteggiassero i giudici delle _quaestiones_; che si costituisse una _quaestio_ particolare per i reati di corruzione giudiziaria. Aggiunse a questa una _lex de coloniis deducendis_, che fondava in Italia e in Sicilia colonie da molto tempo proposte e mai dedotte; una _lex agraria_ della quale poco sappiamo, ma che pare fosse una rinnovazione delle leggi dei Gracchi; una _lex frumentaria_, che scemava il prezzo a cui il grano era venduto dallo Stato al popolo in Roma. Lo scopo di queste leggi è chiaro: comprare nei comizi con le tre ultime la maggioranza che approverebbe la prima. Tanta era l’irritazione contro i cavalieri e il desiderio di toglier loro il potere giudiziario, che una parte della nobiltà aveva messa da parte perfino l’antica avversione per le leggi frumentarie ed agrarie! Ma queste leggi eran troppo disparate e diverse, perchè non suscitassero una vigorosa opposizione; e non solo nell’ordine dei cavalieri, ma anche nella nobiltà. A molti senatori non piaceva che il senato ricevesse 300 membri nuovi. La legge delle colonie e la legge agraria spaventavano infiniti interessi. La _lex frumentaria_ aggravava l’erario, già dissestato. Si formò dunque un’opposizione di cavalieri e senatori; incominciò nel senato, nei comizi, nelle strade una battaglia accanita di discorsi, di processi, di tranelli costituzionali e liturgici, di percosse e di violenze, che durò dei mesi; e nella quale a un certo punto irruppero anche gli Italici. Questi, come ai tempi dei Gracchi, erano in grande ansietà per le nuove leggi coloniali ed agrarie annunciate, che temevano si dovessero applicare a loro spese; ed erano accorsi a Roma in grande numero, per combattere le leggi del nuovo Gracco.

È difficile giudicare se Livio Druso fosse un grande uomo di Stato o un visionario. Certo è che invece di stringere in alleanza il popolo e la nobiltà contro l’ordine equestre, egli era riuscito a dividere la nobiltà, ad invelenire di nuovo l’antico odio tra Romani ed Italici, e a scatenar una mischia furibonda di partiti e di interessi. I tempi erano tristissimi; nessuno si raccapezzava più; degli oligarchi intransigenti erano pronti ad approvare perfino una legge agraria, pur di togliere ai cavalieri il potere giudiziario; degli amici di Rutilio Rufo combattevano la _lex judiciaria_, che doveva vendicarlo, per paura della legge agraria. Tuttavia in mezzo a questo caos Livio Druso non poteva non essere inquieto per la crescente agitazione degli Italici. Come Caio Gracco, e per gli stessi motivi, egli fu condotto a prometter loro, come compenso, la cittadinanza. Se le leggi passavano, egli proporrebbe una legge che concederebbe a tutti la cittadinanza. Acquistato così il favore degli Italici, egli riuscì a far passare tutte insieme le sue leggi, dopo lotte asprissime e violenze; e die’ mano a mantener la sua promessa agli Italici, con una legge di cittadinanza. Ma il senato, sotto pretesto di un vizio di forma, annullò le leggi già votate; e una triste sera di quel torbido autunno, nell’atrio della sua stessa casa, mentre Livio Druso congedava alcuni amici venuti a colloquio con lui, una mano ignota lo colpiva al fianco. L’assassino non fu mai scoperto[86].

79. =La guerra sociale (90-88).= — Morto Livio, il partito avverso e i cavalieri, che ne erano a capo, trionfarono. La proposta di concedere la cittadinanza agli Italici era così poco popolare, anche nella plebe, che i nemici di Livio poterono tramutare le sue intese con gli Italici in una cospirazione contro lo Stato e chiedere dei castighi esemplari. Il cadavere di Druso era ancora caldo, e già il tribuno Q. Vario, sostenuto accanitamente dai cavalieri, proponeva di nominare una commissione straordinaria, per inquisire contro gli alleati sediziosi e per giudicare i loro partigiani in Roma. Non era mai spiaciuto ai cittadini romani di far sentire ogni tanto ai Latini e agli Italici che i padroni erano essi; la proposta passò; i commissari non furon paghi di cercare in Roma i rei della pretesa cospirazione; si sparsero nelle varie prefetture e per le città alleate dall’Italia, alla caccia dei responsabili. Ma questa volta la misura era colma. I nemici di Livio avevano osato troppo. Invece della cittadinanza, a compenso dei danni, che le leggi agrarie infliggerebbero loro, Roma dava un tribunale straordinario e una persecuzione partigiana? L’Italia prese le armi ed insorse.

Le ragioni e lo spirito della rivolta appariscono chiari a chi consideri le regioni dove arse più violenta. Quella che insorgeva era l’Italia più povera, montagnosa, del centro e del mezzogiorno, i Marsi, i Peligni, i Piceni, i Sanniti; ossia le regioni che più avevano sofferto della crisi, la quale stava mutando la faccia della penisola; le regioni, in cui le confische del suolo erano state più frequenti; le regioni meno ricche di strade, più lontane dalle città e dalle grandi vie del commercio; le regioni del latifondo e della pastorizia. Invece le città greche dell’Italia meridionale, che avevano continuato a prosperare e che Roma aveva liberate dal pericolo delle invasioni bruzzie e lucane; le città latine, prossime al mare, e le loro colonie che si erano installate in Italia, sfruttando, al pari dei Romani, le popolazioni indigene; l’Umbria, che aveva saputo mutare le sue culture; l’Etruria, che aveva saputo giovarsi della tradizione, industriale e commerciale, ereditata dalla dominazione etrusca; l’Italia celtica, dove i nuovi grandi lavori, le bonifiche, le vie militari avevano portato la ricchezza, o non si mossero o parteggiarono per Roma. La conquista della cittadinanza e della libertà era dunque il disperato sforzo della vecchia Italia, che non sapeva rassegnarsi a morire.

Il pericolo per Roma fu tremendo. Mezz’Italia era insorta, nè si sapeva quale conto fare della fedeltà della restante penisola. A ogni modo, anche se questa rimaneva fedele, i ribelli disponevano di forze all’incirca pari per numero e per qualità, perchè erano tutti nelle armi discepoli di Roma; avevano stabilito un governo comune, con sede a _Corfinium_, nel paese dei Peligni, creato una rappresentanza delle città insorte, un senato di 500 membri[87], il quale avrebbe avuto facoltà di creare due consoli o capi militari e dodici pretori. Soli vantaggi di Roma erano le più abbondanti ricchezze, il dominio del mare e il prestigio. Sarebbero stati sufficienti? La grandezza del pericolo è provata dai preparativi di difesa. La repubblica chiese aiuto anche agli alleati fuori d’Italia[88]; arrolò schiavi e liberti; richiamò in Italia tutte le forze disponibili; e distribuì le sue milizie in due grandi zone militari: l’una al nord, tra il Piceno, gli Abruzzi e la Campania, ove mandò il console P. Rutilio Rufo; l’altra al sud, nella Campania e nel Sannio, ove si recò il collega di lui, L. Giulio Cesare. Agli ordini del primo militava, avendo chiesto egli stesso un comando qualsiasi, Caio Mario. Contro l’uno e l’altro console operavano i due maggiori generali della lega, Pompedio Silone, l’amico di Druso, e Papio Mutilo.

Il primo anno di guerra — il 90 a. C. — non fu troppo felice per i Romani, che qui vinsero e là furono vinti e che perdettero in battaglia il console Rutilio. L’incerto andamento della guerra era un primo trionfo per gli insorti. Difatti già nel corso del 90 Etruschi ed Umbri incominciarono a tentennare; proprio mentre nuovi pericoli minacciavano in Oriente. Mitridate, che da un pezzo preparava la guerra contro Roma per cacciarla dall’Asia, aveva approfittato della rivolta dell’Italia per rovesciar dal suo trono il Re di Bitinia, sostituendogli un fratellastro di questo, minore di età e per riconquistare, d’accordo con Ariobarzane, la Cappadocia. La prudenza consigliava dunque di debellare la rivolta, non con le armi sole, ma con concessioni. D’altra parte il pericolo aveva fatto rinsavire l’opinione pubblica, la quale incominciava a imprecare contro l’ordine equestre e la sua folle politica. Nelle elezioni per l’89, il partito del tribuno Vario, l’autore della persecuzione contro gl’Italici, era sconfitto; e poco dopo il console L. Giulio Cesare proponeva e faceva approvare senza difficoltà una legge, che accordava la cittadinanza agli alleati italici rimasti fedeli. Anche allora la paura aveva potuto più che la giustizia e la ragione! Ma la _lex Julia_ circoscriveva il pericolo, non lo toglieva di mezzo: l’Italia centrale e la meridionale erano ancora in armi. Fatto senza inciampi il primo passo, Roma non tardò a prendere risolutamente la via delle concessioni. I tribuni dell’89, M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone, proposero una nuova legge (_lex Plautia-Papiria_), la quale accordava la cittadinanza romana, non solo a tutte le città che avessero deposto subito le armi, ma a tutti gl’Italici al di qua del Po, che l’avessero chiesta entro il termine di due mesi. Anche questa legge fu approvata senza difficoltà: non solo, ma il tribuno Vario, il persecutore degli Italici, fu cacciato in esilio come reo di lesa maestà; e l’odio popolare ben presto si volse addirittura contro il potentissimo ordine dei cavalieri. Plauzio Silvano fece, dopo quella sulla cittadinanza, votare dai comizi tributi una nuova legge giudiziaria che ritoglieva i tribunali ai cavalieri, e faceva eleggere i nuovi giudici dalle tribù in numero di 15 per ciascuna, senza riguardo all’ordine sociale, cui gli eletti appartenessero[89]. Forse in questo stesso tempo il console Gneo Pompeo Strabone fece approvare la legge, che concedeva alle città della Gallia Cisalpina i diritti delle colonie latine, per sottoporle alla leva e compensare le perdite nel reclutamento, di cui era cagione la rivolta degli alleati.

80. =La rottura tra Roma e Mitridate; la perdita della provincia d’Asia (88).= — L’insurrezione italica aveva dunque vinto, anche se la fortuna delle armi era stata indecisa. L’effetto delle concessioni fu pronto. Non che tutta l’Italia deponesse le armi: nel Piceno, Ascoli resistè ostinata, e il console Gneo Pompeo Strabone dovette assediarla e prenderla con la forza; la Campania, il Sannio, l’Apulia combatterono ancora.... Ma molti degli Italici deposero le armi; Umbri ed Etruschi non si unirono alla lega; e insomma tutta l’Italia centrale e meridionale era ricondotta all’obbedienza, sul finire dell’89. Solo l’estremo Sannio non cedeva.

Ma l’Italia incominciava appena a riaversi da questo spavento, che un’altra calamità la sopraffece. Abbiamo visto che nel 90, essendo morto il Re di Bitinia, Mitridate aveva spodestato il legittimo successore, Nicomede III, e gli aveva sostituito un fratellastro di lui. Nel tempo stesso, d’accordo con Tigrane, Re d’Armenia, aveva riconquistato la Cappadocia, donde Roma lo aveva cacciato nel 92, e aveva posto sul trono uno dei suoi figliuoli. Ma il senato non si era lasciato intimidire: aveva mandato Manio Aquilio a capo di un’ambasceria per restituire i due Re espulsi sul trono; e Mitridate aveva ceduto, sia che non considerasse i suoi preparativi come ancora bastevoli, sia che la risolutezza di Roma lo avesse spaventato. Le cose d’Asia erano dunque state ricomposte con poca fatica; il che era, in quei tempi pieni di difficoltà, gran fortuna per Roma. Quando ad un tratto, un piccolo intrigo di pubblicani e di senatori le precipitò di nuovo a rovina. Manio Aquilio (almeno se vogliamo credere agli scrittori antichi) non era stato per nulla contento della arrendevolezza di Mitridate, perchè era venuto in Asia per fare al Ponto una guerra lucrosa. D’altra parte il Re di Bitinia, durante l’esilio, aveva contratto grossi debiti coi pubblicani di Efeso, che volevano essere rimborsati. Aquilio fece capire al Re di Bitinia che gli permetterebbe di procurarsi la somma necessaria con una razzia nel Ponto; e alla fine Nicomede, tormentato dai suoi creditori, invase, complice silenzioso e passivo il legato romano, i dominî del suo potente vicino, attizzando il grande incendio.

Con molta abilità Mitridate aveva da prima protestato e chiesto riparazione. Intanto era venuta la fine dell’89; l’Italia era in fiamme, l’Oriente disarmato; tre o quattrocento navi da guerra attendevano armate nei porti del Mar Nero, pronte ad accorrere al primo richiamo del Re del Ponto; dai paesi più barbari dell’Oriente, erano venuti gran numero di mercenari, fanti e cavalieri, armeni, cappadoci, paflagoni, sciti, sarmati, traci, bastarni, celti, e, quel ch’era peggio, anche greci. Grandi riserve di cereali erano depositate nella Tauride. Trattati e intese erano stati conclusi con tutti i maggiori potentati dell’Oriente, con i barbari della Tracia e della Macedonia. La Grecia e l’Asia ellenizzata, stanche del cupido dominio romano, non attendevano che un liberatore. Non c’era dunque più tempo da esitare. All’insolente e inconsiderata intimazione, con cui il legato romano aveva replicato alle sue legittime proteste, Mitridate rispose, nella primavera dell’88, dichiarando la guerra, riconquistando la Cappadocia, sconfiggendo le truppe romane in Bitinia, scacciando Nicomede III, catturando la flotta romana, e invadendo la provincia di Asia.

Colpo più mortale non poteva percuotere Roma. Mentre la guerra sociale aveva rovinato tanta parte dell’Italia, l’invasione dell’Asia privava ora l’erario pubblico della più fruttifera fra le province romane, e Roma e l’Italia del frutto dei capitali collocati in Oriente. La crisi che scoppiò a Roma fu terribile: i pubblicani, impotenti a mantenere i loro impegni con lo Stato; l’erario vuoto; il denaro scarso, e i prestiti difficili e quasi impossibili, chè anzi i capitalisti, atterriti, si sforzavano di ricuperare i loro crediti; gl’interessi, spensieratamente tollerati in tempi di rapido guadagno, risentiti ora come usure impossibili; tutte le vecchie ed obliate leggi sui debiti, richiamate in vigore dalle parti in contesa; il tribunale del pretore, pieno di lagni, di proteste, di minacce. E tutto questo, mentre la questione italica si riaccendeva nella capitale. Il senato, sotto lo specioso pretesto di impedire che la potenza e il numero dei nuovi cittadini ferisse troppo gravemente la sacrosanta autorità dei cittadini originari, propendeva a stabilire che i nuovi cittadini fossero inscritti non in tutte le 35 tribù, ma relegati solo o in otto fra esse o in dieci nuove tribù[90], estranee alla vecchia costituzione. Questi propositi irritavano gli Italici accorsi a Roma; onde la città era piena di agitazioni e di violenze. In quest’atmosfera di fuoco giunsero presto nuove e più terribili notizie dall’Oriente. Nella provincia d’Asia, ormai quasi tutta in potere di Mitridate, circa 100.000 Italici[91], uomini, donne, fanciulli, erano stati sgozzati, annegati, bruciati vivi in un giorno stabilito, dal popolo furibondo delle piccole e grandi città asiatiche; i loro schiavi, liberati; i loro beni, distribuiti tra il fisco regio e le città indebitate. Mitridate aveva preparato questa strage. Nè basta: da Pergamo, dove aveva posto la sua capitale, egli si volgeva ora alla Grecia, dove i vinti di Scarfea e di Leucopetra, i superstiti di Corinto, i patriotti esaltati, i democratici offesi dalle inframettenze del governo romano, i mercanti indigeni, rovinati dalla concorrenza degli Italici, la plebe disoccupata e tumultuante incominciavano a sperare in lui l’atteso liberatore. Che più? Spingendo anche al di là della Grecia i suoi disegni e le sue speranze, Mitridate tendeva la mano agl’Italici. Sanniti e Lucani, ancora in armi, mandavano ambascerie a Mitridate, proponendogli alleanza; il Re del Ponto rispondeva, promettendo la sua discesa nella penisola, tal quale come Annibale. E molti Italici accorrevano ad ingrossare l’esercito di Mitridate.

81. =La lotta tra Mario e Silla per il comando della guerra contro Mitridate (88-87).= — Mai forse il senato romano aveva avuto un compito più terribile. Tuttavia non esitò. La provincia d’Asia era parte così preziosa dell’impero che, non ostante l’incerta condizione dell’Italia, il senato deliberò di mandare uno dei consoli con un forte esercito in Asia, e per far denaro ordinò che fosse venduta la mano-morta romana, i beni che i templi possedevano in Roma. La sorte designò fra i due consoli L. Cornelio Silla, il legato di Mario del 106, il valoroso ufficiale che aveva nel 103 militato contro i Cimbri, e che si era molto distinto nella guerra sociale. Silla non era nuovo alle cose d’Asia, perchè, nel 102, come pretore, aveva restituito la Cappadocia al candidato romano, Ariobarzane, condotto per la prima volta le legioni a dissetarsi nelle acque dell’Eufrate, e ricevuto, assiso sopra un trono solenne, la prima ambasceria mandata dal Re dei Parti ai Romani. La sorte era dunque stata giudiziosa; e tanto più avrebbe dovuto Roma compiacersene, perchè le cose ormai precipitavano rovinosamente in Oriente. Nella primavera dell’88 Mitridate aveva spedito un esercito, al comando di un suo figlio, in Macedonia e una flotta nell’Egeo al comando di Archelao: della Grecia una parte erasi sollevata e in questa anche Atene, sino allora la più fedele amica di Roma in Grecia; le altre città erano state facilmente conquistate dall’esercito di Mitridate, senza che il governatore della Macedonia potesse soccorrerle, perchè Traci e Galli, a quanto pare alzati dal Re del Ponto, avevano invaso la provincia; anche Delo era stata presa da Archelao e i mercanti italici trucidati. Insomma tutto l’impero orientale — così la parte europea come la parte asiatica — vacillava; l’ellenismo tentava un supremo sforzo per ricacciare Roma in Italia, con il braccio di un sovrano semibarbaro dell’interno dell’Asia, che brandiva una spada ben temprata.

E invece, proprio in questo momento supremo, in faccia a Mitridate vittorioso, quando mezzo l’impero era invaso e in potere del nemico, scoppiò in Italia una guerra civile. Ai cavalieri non piaceva che Silla fosse stato incaricato di riconquistare l’Asia. Il fatto è certo, sebbene le ragioni si possano solo congetturare. Era chiaro che il console, incaricato di riconquistare la perduta provincia, ne sarebbe stato per parecchi anni arbitro e signore assoluto, e avrebbe in quella potuto fare e disfare a suo piacimento. Ora da parecchi anni, dal processo di Rufo in poi, tra ordine senatorio e ordine equestre c’era un odio, che l’agitazione di Livio Druso e la guerra sociale avevano inferocito. Non pochi senatori detestavano i cavalieri assai più che i demagoghi, e avrebbero fatta alleanza anche con questi pur di rovinare e toglier di mezzo quelli.... Non era dunque affare di poco momento, per i cavalieri, che la loro prediletta provincia non cascasse nelle mani di un nuovo Rutilio Rufo. Silla non aveva, sino ad allora, parteggiato a viso aperto nè per gli uni nè per gli altri; si era tenuto in disparte dalle lotte politiche, occupandosi di amministrazione e di guerra. Ma sia che, per le sue origini, fosse considerato dai cavalieri come un nemico, sia che tale fosse davvero già fin d’allora, fatto sta che i cavalieri non lo volevano al comando della guerra d’Oriente. D’altra parte c’era allora in Roma un uomo, un grande generale, nel quale l’ordine equestre, da cui era uscito, aveva sempre avuto fiducia, e che si rodeva di esser condannato all’inerzia: Mario. I tempi infine erano quanto mai turbati e torbidi: i cavalieri smaniavano di ricuperare il potere giudiziario; tra gli Italici fermentava un nuovo malcontento, per i maneggi del senato che cercava di ritoglier loro con accorti espedienti una parte di quanto avevano concesso le leggi dell’89 e dell’88; la crisi finanziaria empiva di disperazione e di furore gli animi. Un pretore era stato ucciso, nel tribunale, dagli usurai, perchè applicava con troppo rigore le leggi contro l’usura.

Da questo atroce e spietato ribollir di interessi, di ambizioni, di cupidige nacque un vasto intrigo politico, a cui tennero mano i cavalieri, Mario, gli Italici, una parte della fazione democratica; e il cui scopo era di ridare all’ordine equestre parte dell’antico potere e di togliere il comando della guerra d’Asia a Silla, che frattanto raccoglieva un esercito a Nola. L’uomo che doveva porre ad effetto questo piano era un nobile, P. Sulpicio Rufo, che la tradizione conservatrice dipingerà, al solito, come corrotto, indebitato, ambizioso. Era costui, nell’88, tribuno della plebe; e come tale presentò tre leggi, che dovevano procurare al partito appoggi e aiuti bastevoli per ottenere che fosse poi approvata la legge, con cui il comando della guerra d’Asia sarebbe trasferito da Silla a Mario. Una prima legge dava ragione agli Italici e ai liberti, disponendo che gli Italici fossero distribuiti in tutte le 35 tribù, e reintegrando nelle medesime tutti i liberti, dove non erano più sin dal 115, ossia dal consolato di Emilio Scauro. La seconda richiamava i cavalieri banditi insieme con Vario nell’89. La terza proponeva una riforma del senato, escludendo tutti i componenti indebitati per 2000 dracme. Silla, che stava allora organizzando presso Nola il suo esercito, si affrettò a tornare a Roma, per opporsi con il suo collega Q. Pompeo Rufo a queste leggi, alla prima soprattutto, che a molti pareva minacciare lo Stato di un sovvertimento totale. E una volta ancora la questione della cittadinanza minacciò di sconvolgere ogni cosa.... Silla e Pompeo commisero un errore: temendo di non riuscire a far rigettare dai comizi la legge, tentarono l’ostruzionismo liturgico, indissero delle _feriae imperativae_ in tutti i giorni, in cui si potevano tenere i comizi, così da rendere questi impossibili. Non è dubbio che l’atto dei consoli era considerato in sè, strettamente legale: ma l’intenzione era manifesta; e tutti gli interessi, che a Sulpicio mettevano capo, non si lasciarono così facilmente disarmare da questo ingegnoso espediente. Sulpicio, in eloquenti discorsi, denunciò per illegali quelle ferie; raccolse una guardia di 600 cavalieri; armò torme di partigiani, con le quali un bel giorno invase il Foro, intimando ai consoli di disdire le ferie e di convocare i comizi. I consoli tentarono di resistere, ma quelli diedero di piglio alle armi. Spaventato, Pompeo fuggì; anche Silla allora abbandonò il campo e si ritirò a Nola presso il suo esercito.