Roma antica, Vol. 1/3

Part 20

Chapter 203,469 wordsPublic domain

Frattanto la primavera del 103 era giunta; ma con essa non erano giunti nè i Cimbri nè i Teutoni. Le legioni romane rimasero indisturbate in Gallia. Questa quiete deluse molto i soldati e l’Italia; si cominciò a mormorare di Mario e del suo modo di combattere; a domandarsi quanto durerebbe la guerra, combattuta a quel modo. Ma Mario non se ne diede per inteso e non fece un passo per andare in cerca del nemico: fece invece, perchè i soldati non si snervassero nell’ozio, scavare la _fossa Mariana_, di cui il villaggio di Foz conserva ancora il nome, per fare navigabile l’ultimo tratto del Rodano, spesso ingombro di sabbie. Egli otteneva così tre scopi: occupava i soldati; si assicurava una buona via di vettovagliamento; faceva cosa gradita ai suoi grandi amici di Roma, i cavalieri, ed alla sua preziosa alleata, Marsiglia, migliorando la navigazione del Rodano e aprendo una via sicura al commercio con la Gallia. Senonchè un generale ha l’ufficio di combattere e non di scavare dei canali. L’inerzia di Mario sembrava a Roma protrarsi troppo. Che cosa si farebbe per il 102? Mario desiderava di esser rieletto console, per cogliere il frutto delle lunghe fatiche; il partito popolare era pronto a sostenerlo; ma questa volta il pubblico esitava. Mario dovè muoversi e venire a Roma a sollecitare i suffragi. La sua presenza bastò. Primo caso nella storia di Roma, egli fu eletto console per la quarta volta.

I comizi avevano del resto agito seriamente. Ritardando, la bufera scoppierebbe più violenta. Nel 102 i Cimbri tornarono dalla Spagna, i Teutoni dalla Gallia; e sul Rodano si congiunsero insieme Cimbri, Tigurini, Teutoni, Ambroni, per invadere l’Italia. Avevano distrutto nella Narbonese un esercito romano; avevano saccheggiata la Spagna e la Gallia senza che Roma osasse correre in aiuto della sua provincia e dei suoi alleati: come non avrebbero presunto di poter anche invadere e saccheggiare l’Italia, per tornar poi, onusti di preda, nei loro paesi? Deliberarono infatti di valicare le Alpi in tre colonne. I Teutoni e gli Ambroni passerebbero per la Provincia e le Alpi occidentali; i Cimbri, per le Alpi centrali; i Tigurini, per le Alpi orientali. Così, nella seconda metà del 102, un’orda di Teutoni e di Ambroni mosse attraverso la Narbonese verso l’esercito romano, che da più di due anni li aspettava esercitandosi in silenzio. La battaglia si combattè non lungi da _Aquae Sextiae_ (Aix); e il genio del generale romano, la disciplina dell’esercito vinsero l’audacia e la violenza dei barbari. In due fatti d’arme successivi, gli Ambroni e i Teutoni, abilmente provocati ed assaliti, furono distrutti. Centomila morti — se il numero non è esagerato — dettero a l luogo il nome ferale di _Campi Putridi_[82].

La grande vittoria di Aix riempì di giubilo Roma; Mario fu eletto console la quinta volta; questa volta senza opposizioni ed esitazioni, ed incaricato di respingere dopo i Teutoni, i Cimbri, che a grandi marce, e forse più numerosi dei Teutoni, invadevano l’Italia settentrionale. Il nuovo pericolo infatti non era minore di quello che il genio di Mario aveva allora allora sventato. Il console Q. Lutazio Catulo, mandato a difendere i passi delle Alpi centrali, non aveva resistito all’urto, e, respinto fino all’Adige, era stato costretto a ripiegare sulla riva destra del Po, abbandonando ai Cimbri tutta la Transpadana. L’Italia era minacciata da una invasione più terribile di quella di Annibale: Mario, Mario solo poteva salvarla! Difatti la fortuna tornò a sorridere, e per l’ultima volta, a colui che da sette anni era il suo favorito. I Cimbri, anzichè proseguire nell’invasione, indugiavano a saccheggiare la pianura padana. Mario ebbe il tempo di richiamare le sue provette legioni dalla Provenza e di ricongiungersi con Catulo, per esser pronto ad assalirli quando quei barbari si disponevano a valicare il Po, non lungi dalla sua confluenza con la Sesia. Nella pianura dei Campi Raudii, i Cimbri subirono in una grande battaglia la sorte dei loro compagni di oltr’Alpe. Si disse che i morti e i feriti fossero più di 120.000, 60.000 i prigionieri (30 luglio 101)[83].

NOTE AL CAPITOLO TREDICESIMO.

[74] APP., _B. C._, I, 27. La data della legge è indicata dalle parole: πεντεχαιδέχα μάλιστα ἔτεσιν ἀπὸ τῇς Γράκχον (intendi Tiberio) νομοθεσίας.

[75] Sulla guerra così detta giugurtina, C. Sallustio Crispo, un democratico del tempo di Cesare (86-31 a. C.), scrisse un’apposita monografia, _De Bello iugurtino_; che è un bel libro, ma assai tendenzioso.

[76] SALL., _B. J._, 86, 2; PLUT., _Mar._, 2, 3, 1; GELL., _N. A._, 16, 10, 14.

[77] STRAB., 4, 1, 13; JUSTIN., 37, 3, 9.

[78] Cfr. J. MARQUARDT, _De l’organisation militaire chez les Romains_ (trad. fr.), Paris, 1891, pp. 147 sgg.

[79] Le iscrizioni dànno Μιθραδάτης.

[80] Su questa grande figura storica ha scritto un assai bel libro TH. REINACH, _Mithridate Eupator roi du Pont_, Paris, 1890.

[81] CIC., _De leg. agr._, 2, 7, 18 sgg; VELL. PAT., 2, 12, 3.

[82] Sulla battaglia di _Aquae Sextiae_, cfr. M. CLERC, _La bataille d’Aix; études critiques sur la campagne de Marius en Provence_, Paris, 1906.

[83] PLUT., _Mar._, 25 sgg.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

MITRIDATE

76. =La caduta del partito popolare (100).= — Dopo Vercelli, il senato stesso aveva proclamato Mario «terzo fondatore di Roma», con Romolo e con Camillo. Nessuno degli uomini, i quali assistettero al trionfo, in cui tanti prigionieri, tanti re e principi barbari sfilarono in catene sotto gli occhi del popolo romano, poteva vedere al di là di tanta gloria, distante soltanto un passo, la rupe Tarpea. Eppure era così. Dileguato il pericolo, gli scrupoli costituzionali, la forza della tradizione, il senso della legalità ripresero il sopravvento. Ora che i barbari erano debellati, Mario non poteva più essere rieletto console. Ma la fortuna aveva acciecato i suoi favoriti. Inebriato dal trionfo cimbrico, il partito popolare, insieme con la candidatura di parecchi tra gli uomini più in vista — L. Apuleio Saturnino e C. Servilio Glaucia tra gli altri — ripropose per la sesta volta la candidatura del vincitore di Giugurta e dei Cimbri al consolato. L’aristocrazia accettò questa volta la sfida; contrappose al vincitore dei Cimbri la candidatura dell’antico generale di Mario, Q. Cecilio Metello; impegnò la battaglia su tutta la linea, disputando non solo il consolato, ma tutte le altre magistrature.

Il partito democratico vinse ancora: Mario, Saturnino e Glaucia furono eletti, console il primo, tribuno della plebe il secondo, pretore il terzo, ma a grande stento, con pochi voti di maggioranza e con grandi violenze. L’elezione di Saturnino fu funestata da grosse turbolenze; poichè il candidato del senato fu ucciso. Ma questa vittoria fu l’ultima del partito democratico, che aveva primeggiato parecchi anni, per la gloria di Mario e per il malcontento generato dagli scandali delle guerre giugurtine e dal pericolo gallico. Le due guerre erano finite; la nobiltà, non ostante i suoi errori, fortemente insediata in senato, ricominciava a rialzar la testa. Per conservare il potere il partito popolare avrebbe dovuto imitare Caio Gracco e allettare le moltitudini con promesse vistose. Ma Mario non era l’uomo che occorreva per questi maneggi: era, a dispetto dei sei consolati, un vecchio romano impacciato da troppi scrupoli costituzionali e tradizionalisti: e non sapeva dirigere quel partito, che in fondo non era mai stato il suo. A questo ufficio era tagliato meglio Saturnino. E Saturnino infatti si mise subito all’opera, presentando una _lex agraria_, che assegnava le terre della Gallia Transpadana devastate dai Cimbri, i cui proprietari erano spariti nell’invasione; e una _lex de coloniis deducendis_, che decretava la fondazione di numerose colonie nelle province, in Macedonia, in Acaia, in Sicilia, per distribuire terre ai veterani di Mario[84].

Ai veterani, fossero cittadini romani o italici. Accanto alla tradizione dei Gracchi apparisce in queste leggi qualche cosa di nuovo e che ricorda Scipione Emiliano. Anzi un certo numero dei veterani italici doveva essere onorato della cittadinanza romana; e Mario era incaricato di applicare la legge.

Le due leggi erano dunque, per quanto si può giudicare dopo tanti secoli, provvide e savie. Ma a tutte e due erano aggiunte una clausola e una legge complementare. La clausola aggiunta disponeva che i senatori e i magistrati fossero obbligati, entro cinque giorni, a giurare obbedienza alla legge, sotto pena dì ammenda e della perdita della dignità. La legge complementare era la _lex de majestate_. Questa rinforzava ancora più, se v’era bisogno, la potenza politica del popolo romano e dei suoi rappresentanti, dichiarando inviolabile la maestà del popolo romano e dei tribuni plebei, e minacciando gravi pene a chiunque avesse osato attentare a questa inviolabilità. La ragione della clausola e della _lex de majestate_, che doveva poi col tempo diventare così tristamente famosa, è chiara. Era ormai palese a tutti, per una lunga esperienza di venti anni, che al partito popolare riusciva molto più facile di far approvare delle leggi agrarie, che di farle eseguire. L’aristocrazia, fortemente insediata nel senato, nelle magistrature, nei collegi religiosi, aveva mille mezzi di insidiar queste leggi nell’applicazione, quando non riusciva a respingerle nei comizi. Per impedire questa soverchieria, Saturnino aveva rinforzato con quella clausola e con la _lex de majestate_ le due leggi, ma infondendo loro uno spirito tirannico di violenza, che esasperava la nobiltà e inquietava i cavalieri. Costoro avevano favorito negli anni precedenti il partito popolare, quando il loro eroe, Mario, ne era il capo; ma ricchi i più, non potevano gradire leggi, che miravano a conculcare le classi denarose a vantaggio delle povere. La votazione accrebbe il disagio. La lotta fu viva, la nobiltà tentò da prima l’ostruzionismo liturgico, poi l’intercessione dei tribuni; ma i veterani di Mario erano accorsi numerosi e risposero menando le mani. Il sangue corse.

Le leggi furono approvate; ma appena si volle applicarle, apparve subito come quelle loro violente disposizioni ferivano anche il partito che le aveva fatte. Quando, approvate le leggi, il senato fu invitato a giurare, Mario stesso, il capo del partito popolare, esitò, dichiarò da prima di non poterlo fare. Troppo quella clausola gli pareva tirannica! Sollecitato dal suo partito, egli poi si disdisse; e adducendo come pretesto il pericolo di una sommossa popolare, giurò e trascinò seco a giurare tutto il senato, tranne Q. Cecilio Metello, il suo antico rivale, che preferì subire le rappresaglie della legge _de majestate_ e andare in esilio. Ma se il partito popolare era stato lì per lì salvato dalla resipiscenza di Mario, dopo questo incidente si staccò da lui. Non si poteva più inoltre riproporlo una settima volta a console. Il partito popolare si presentò dunque alle elezioni per l’anno 99 senza aver nè Mario tra i suoi candidati, nè il suo appoggio dichiarato e operoso. Mancando Mario, anche i cavalieri abbandonarono il partito popolare; si intesero con la nobiltà e acconsentirono ad appoggiare, invece del candidato popolare Glaucia, il candidato dell’aristocrazia, che era il famoso oratore M. Antonio, purchè l’aristocrazia appoggiasse il candidato loro C. Memmio, il famoso tribuno degli scandali giugurtini. Anche molti dei veterani, mancando Mario, si disinteressarono delle elezioni. Ne seguì che nei comizi tributi, Saturnino, il quale si ripresentava candidato al tribunato, riuscì eletto; ma nei comizi centuriati Glaucia, abbandonato dai cavalieri, fu vinto. Riuscirono M. Antonio e C. Memmio. I popolari non si rassegnarono alla disfatta e al tradimento dei cavalieri; dei grandi tumulti incominciarono; C. Memmio fu assassinato dai partigiani di Glaucia. Ma questa volta neppure il senato e i cavalieri tollerarono in pace tanta violenza. Il senato decretò lo stato d’assedio, e incaricò i consoli, ossia lo stesso Mario, di procedere contro i rivoltosi e di ristabilire l’ordine. Mario avrebbe potuto, sotto la sua personale responsabilità, sottrarsi a quel tremendo uffizio. Ma il vincitore dei Cimbri non ebbe la forza di resistere all’opinione pubblica. Sotto i suoi ordini si schierarono il senato, i cavalieri, i tribuni della plebe, e una buona parte della popolazione urbana. Si combatterono nel Foro delle vere battaglie, nelle quali i veterani di Aquae Sextiae e di Vercelli si trucidarono; il partito di Saturnino e di Glaucia, disfatto, si rifugiò e si asserragliò sul Campidoglio; e Mario lo assediò. Alla fine, come ai tempi di Tiberio e di Caio Gracco, Saturnino e Glaucia furono trucidati, e, con essi, perdette la vita gran numero dei loro seguaci (dicembre 100). Ma il Nasica e l’Opimio del nuovo macello era stato C. Mario: per tanti anni l’eroe e il vanto del partito popolare!

77. =Il processo di Rutilio Rufo e la rottura tra il senato e l’ordine equestre.= — La reazione fu violenta. Gli scandali della guerra di Giugurta e della guerra contro i Cimbri e i Teutoni furono dimenticati; la nobiltà storica ridivenne l’oggetto dell’ammirazione di tutti; pronto, il senato ne approfittò per ricuperare il potere; e come primo atto richiamò dall’esilio Metello. La maggior vittima di questo rivolgimento fu Mario, che, venuto in odio al partito popolare, senza aver riacquistato il favore del partito della nobiltà, non attese neanche il ritorno del suo antico rivale in Roma. Abbandonando volontariamente la vita politica, in cui non c’era più posto per lui, partì per un lungo viaggio in Oriente, sotto il pretesto di compiere un voto a un’oscura divinità di Pessinunte.

Il partito della nobiltà governava di nuovo l’impero; e, sotto il suo governo, i tempi, se non più felici, si fecero almeno più tranquilli. Il partito aristocratico aveva sul rivale il vantaggio di possedere l’organo di governo più stabile della repubblica, il senato, che in maggioranza era suo. Mentre il partito democratico non aveva potuto impadronirsi, anche negli anni più felici, che delle magistrature maggiori, ed era sempre stato in balìa dei comizi, mutevoli ogni anno, il partito della nobiltà era sempre stato potentissimo per via del senato, anche negli anni in cui gli elettori dei comizi gli erano avversi. Questo divario spiega come il partito della nobiltà, anche in questi anni turbolenti, potesse governare con una prudenza e ponderazione, che fa contrasto con le agitazioni dei brevi anni di egemonia democratica. Certamente neppure i dieci anni, intercessi fra il 100 e il 91, furono esenti da difficoltà e da guerre. La Spagna, sconvolta dall’invasione cimbrica, si risolleva insieme con le popolazioni alpine di recente sottomesse; le nuove province orientali sono (ahi, troppo spesso!) devastate dalle barbare tribù limitrofe; l’Asia minore è turbata replicatamente dalle mene del Re di Bitinia, Nicomede, e del Re del Ponto, Mitridate. A dispetto della commissione inviata dal senato, questi due sovrani avevano ormai occupato la Galazia; poi, mentre Nicomede intrigava in Paflagonia, Mitridate aveva approfittato della guerra cimbrica, per rompere l’alleanza con il Re di Bitinia e impadronirsi da solo della Cappadocia. Ma per nessuna di queste difficoltà il senato sconfinò dai limiti di una politica difensiva, d’interventi militari e diplomatici. Parevano ritornati i tempi di Scipione l’Africano e di Catone. La Galazia fu nel 95 ridata ai tetrarchi, che prima la governavano; la Paflagonia, dichiarata libera; la Cappadocia, posta sotto il governo di un nobile persiano, Ariobarzane cui fu dato il titolo di Re; lo stesso Mitridate fu trattato con tanto riguardo che di lì a due anni, fatta un’alleanza con Tigrane, re di Armenia, invase di nuovo la Cappadocia, scacciando Ariobarzane. Ma neppur questa provocazione strappò al senato una dichiarazione dì guerra contro il Re del Ponto. Il propretore Lucio Cornelio Silla fu mandato con un piccolo esercito a rimettere Ariobarzane sul trono; e null’altro fu fatto. Intorno allo stesso tempo il Re di Egitto, Tolomeo Apione, morì legando al popolo romano la Cirenaica, toccatagli sin dal 116. La Cirenaica era allora un paese ricco d’acqua, fertile e prospero. Ma il senato, ricusato il dono, la dichiarò indipendente.

Il partito della nobiltà cercava insomma, quanto poteva, di ristabilir l’ordine nell’impero e di governar saviamente. La dura lezione dell’ultimo quindicennio non era stata inutile. Ma non ostante la buona volontà del governo, le cose stavano in bilico per miracolo. Quel confuso processo di decomposizione e di ricomposizione, che i Romani chiamavano la corruzione dell’antico costume, e che noi avremmo definito il progresso dei tempi, non era punto cessato. La diffusione della filosofia greca, i progressi dell’istruzione e della ricchezza facevano sentire più vivamente la durezza di tanti rigori formali dell’antico diritto e l’orrore di certe superstizioni barbare ancora superstiti. L’abolizione dei sacrifici umani, di cui qualche avanzo restava ancora in Italia, stava per essere decretata; il diritto progrediva per opera dei pretori, che riconoscevano più arditamente le ragioni della equità nei loro editti. Ma nella gara per la ricchezza, la cultura, il piacere, il potere gli animi inferocivano, le classi e lo Stato si dissolvevano. Più numerosi che mai erano i nobili e i ricchi che costruivano a Roma eleganti palazzi; i signori che si dilettavano di scriver libri, storie, trattati, poesie in greco o in latino; gli oratori che, come Antonio e Licinio Crasso, avevano studiato l’eloquenza nei modelli greci come un’arte. La conoscenza e il gusto dell’arte attica e asiatica si divulgavano; scultori e pittori greci ormai avevano in gran numero lavoro dai Grandi di Roma. Ma queste spese, le etère dell’Oriente, i troppi schiavi, i bagordi rovinavano molte famiglie della nobiltà, riducendole a industriarsi con ripieghi, debiti e concussioni. Molti agricoltori studiavano gli agronomi greci, si facevano prestare un capitaletto, piantavano uliveti e vigneti, s’ingegnavano di coltivare meglio; ma l’inesperienza, la mancanza di vie, le grosse usure rovinavano spesso chi faceva queste prove. Ogni anno si aprivano a Roma, nelle città latine e alleate, nuove scuole di rettorica, a cui traevano numerosi scolari e nelle quali si preparavano una lingua, uno stile e una eloquenza nazionali; ma troppi giovani avvocati non trovavano poi protettori per salire, nè clienti da difendere; troppi si davano al commercio, e se alcuni arricchivano a Delo, in Asia, in Egitto, molti fallivano. Gli spostati, i disperati, i mercanti falliti, i possidenti scacciati infestavano ogni parte d’Italia; la piccola proprietà spariva, la terra era accaparrata da pochi, l’usura prosperava; solo pochi arricchivano, tra i quali qualche avanzo delle antiche nobiltà locali dell’Italia, come quel Caio Cilnio Mecenate, che, pur discendendo da una famiglia reale di Etruria, si era acconciato a venire in Roma e a farsi pubblicano, accontentandosi di prender rango nella seconda nobiltà, l’ordine dei cavalieri. In questo disordine morale e sociale, uno Stato che posava sul principio dell’elezione popolare, come la repubblica romana, non poteva sfuggire ad una specie di dissoluzione universale. Gli avventurieri, gli ambiziosi, i violenti, i furbi, gl’imbroglioni, e i corruttori invadevano i pubblici uffici, scacciandone gli uomini onesti, ai quali non rimaneva altra consolazione che gemere sconsolatamente sulle sciagure dei tempi. Massime nelle alte classi, era opinione comune che la diffusione della coltura nel medio ceto fosse un male. «Chi studia il greco diventa un birbone» si diceva quasi in proverbio. Peggio ancora, il desiderio di acquistare la cittadinanza faceva rapidi progressi nel medio ceto impoverito dell’Italia che si illudeva di potere, acquistando la cittadinanza romana, recar sollievo al proprio disagio; tra i giovani, che avevano studiato eloquenza e che eran mal contenti di dover difendere piccole cause e concorrere alle umili magistrature municipali nella loro cittaduzza; tra tutti coloro (ed eran molti), i quali desideravano i privilegi del cittadino romano.

In simile travaglio, il nuovo governo sarebbe stato debole, anche se avesse potuto far assegnamento sulla concordia dei propri partigiani. Invece il partito della nobiltà era, sì, ritornato al potere, perchè la nobiltà e l’ordine equestre, spaventati dalla rivoluzione, si erano riconciliati; ma questa riconciliazione era assai precaria. Troppo forte e antico era l’odio generato tra i due ordini dalla legge giudiziaria di Caio Gracco prima, dai consolati di Mario poi, infine dal corso degli eventi. I cavalieri insuperbivano ogni dì più per le ricchezze, per le clientele, per il diritto di giudicare i senatori; si consideravano ormai pari o da più della nobiltà storica, mentre una grande parte di questa, disgustata dalla corruzione e dal disordine universale, furente per la sua povertà e per l’insolenza degli uomini novi, affettava di spregiare i cavalieri; rammaricava i tempi, in cui la nobiltà sola era potente; chiedeva leggi severe contro gli abusi dei pubblicani. C’era dunque nella nobiltà storica un forte partito antiplutocratico, e tra i cavalieri, un partito avverso alla nobiltà. Bastò infatti un incidente, in verità tristo assai, per rompere la concordia dei due ordini, sulla quale pure l’ordine sociale tutto quanto posava, e scatenare una delle rivoluzioni più terribili.

Publio Rutilio Rufo era un senatore integro e capace; un nobile di antico stampo, ligio alle tradizioni, per quanto assai colto, e perciò molto avverso alle due forze nuove che da un secolo minacciavano il potere della nobiltà e la grandezza di Roma: la plutocrazia e la demagogia. Aveva reso segnalati servizi alla repubblica; era stato console nel 105; e, nel 96, aveva governato la provincia d’Asia come _legatus pro praetore_, quando Muzio Scevola era tornato a Roma per presentare la sua candidatura al consolato. Aveva allora represso con energia gli abusi dei pubblicani d’Italia, facendo giustizia senza riguardi e facendosi benedire dai sudditi. Ma i cavalieri, che in Asia avevano ormai tanti interessi, vollero dare un esempio che togliesse ad altri la voglia d’imitare il fastidioso _legatus_; e quando Rutilio fu tornato a Roma, nel 93, lo fecero accusare, lui, l’incorrotto e l’incorruttibile, di concussione; e condannare dalla _quaestio_, che Caio Gracco aveva composta di cavalieri.