Part 17
La legge scatenò le più fiere opposizioni. Non si può spiegare l’accoglienza che ebbe in senato, se non supponendo che avrebbe spogliato il maggior numero dei senatori di molte terre dell’agro pubblico, che allora possedevano. Il che del resto è verosimile, poichè l’agro pubblico era la parte del bottino, con la quale l’aristocrazia senatoria si compensava dei pericoli e delle fatiche della guerra. Ma se i senatori e i ricchi cavalieri erano i primi bersagli, la legge non sonava meno minacciosa a molti Latini e alleati, costretti a mostrare i titoli delle assegnazioni di terre, tramandate per generazioni, vendute, acquistate, impegnate per debiti, assegnate in dote, divise suddivise, novamente conglobate con altre terre assegnate e ricevute in altri tempi. Inoltre, spesso terre assegnate regolarmente si erano confuse con terre occupate senza assegnazione: e nelle une e nelle altre erano stati investiti ingenti capitali e molto lavoro. La legge di Tiberio non poteva applicarsi senza ferire un infinito numero di interessi legittimi, senza sconvolgere le fortune private, senza annullar dei patti federali con gli alleati, che erano a ragione considerati come sacri. Se dunque uno dei colleghi di Tiberio nel tribunato, M. Ottavio Cecina, interpose il veto, noi non abbiamo il diritto di sospettare per questo solo che avesse di mira soltanto il salvare i propri interessi e quelli degli accaparratori di agro pubblico. Ma Tiberio aveva attizzato con la sua proposta un grande incendio, che ormai non era più in suo potere di spegnere. Se molti e accaniti erano gli avversari, la legge era stata accolta con giubilo dagli avanzi dell’antico contadiname romano; dalla plebe urbana e da tutti i poveri che, allora come sempre, accusavano della propria miseria l’avarizia dei grandi; e anche da un certo numero di senatori, che o non avevano agro pubblico in soverchia quantità o ai quali il bene dello Stato premeva più del danno proprio. Tutti costoro formavano, più che un partito, una grande corrente di opinione, che spingeva Tiberio.
All’ostruzione del collega Tiberio, quando vide vana ogni sua preghiera per convertire Ottavio, rispose invitando il popolo a destituirlo. Era questo un procedimento nuovo e rivoluzionario? Nuovo, no, chè in tempi vicini e lontani il senato aveva proposto destituzioni di tribuni: rivoluzionario, sì, per la giustificazione, che Tiberio gli assegnò. Il tribuno della plebe — egli disse — ha per ufficio di difendere la plebe; se egli manca a questo dovere, il popolo, che l’ha nominato, può revocarlo. In altre parole, il veto del tribuno non può più, come spesso era successo, servire all’aristocrazia ed al partito dei ricchi. Questa tesi doveva piacere alle moltitudini agitate e commosse; e Ottavio fu deposto dal voto unanime delle tribù. Ottavio deposto, la legge fu approvata, e nominata per metterla in atto la migliore tra le commissioni possibili: Tiberio, il fratello Caio, e il genero suo Appio Claudio, uno dei pochi senatori favorevoli alle proposte del tribuno. Per semplificare il difficilissimo compito, Tiberio aveva eliminato la clausola relativa alle indennità, con la quale egli s’era inutilmente studiato di placare l’opposizione degli interessati.
70. =Il testamento di Attalo e la nuova provincia di Asia (133).= — Tra queste agitazioni e lotte giunse a Roma una notizia singolare. Attalo III, Re di Pergamo, era morto; e non avendo figli, lasciava a Roma in eredità il suo regno, trasmettendo alla repubblica tutti i diritti che egli esercitava sulle città greche e sulle popolazioni indigene. Come e per qual ragione, in seguito a quali intrighi, l’ultimo Re di questa dinastia, che aveva prosperato come cliente di Roma, fosse venuto in questa idea singolare, noi purtroppo non sappiamo. Ma la fortuna pareva voler mettere a dura prova la saggezza di Roma. Proprio, mentre a Roma si proponeva una legge terribile come quella di Tiberio Gracco per ricostituire, nel cuore della penisola, l’antica Italia agreste e bellicosa, la fortuna le offriva, senza colpo ferire, in dono, uno dei territori più ricchi del mondo antico, ove fiorivano tutte quelle arti, quei traffici e quegli studi, che sembravano corrompere la sana midolla della vecchia Italia. Giacchè il regno di Pergamo non era vasto, ma quanto era ricco! Passavano per esso le vie commerciali più battute fra l’Occidente e i paesi dell’Oriente — la Caldea, la Fenicia, la Siria, la Persia, l’India — donde venivano l’incenso, la cassia, la resina, la mirra, l’aloe, il cinnamomo, la tartaruga, i diamanti, gli zaffiri, gli smeraldi, le ametiste, i topazi, le perle, le tele, i filati di cotone e di lana, le lane, le stoffe colorate, le sete, le mezze sete, l’avorio, l’indigo, l’ebano, il nardo, la porpora, il vetro, il cristallo; tutti i tesori dell’India, tutte le rarità della Cina, di cui il lusso dei paesi mediterranei faceva sfoggio. Qui il suolo era fertile, qui c’erano appalti, decime, tasse sui pascoli, pedaggi e dogane ricche, come in nessun’altra delle province dell’impero; qui, da un secolo e mezzo, regnava splendidamente la più ricca, la più culta, la più generosa forse, delle Corti ellenistiche; alla cui liberalità noi dobbiamo ancor oggi gli ultimi capolavori della scultura e della architettura greca; un’arte di mirabile perfezione, ora violenta, piena di foga, amante del nuovo e del grandioso, come nel famoso fregio dei _Giganti_ del Museo di Berlino, che decorava un altare colossale, consacrato a Zeus e ad Atena, rappresentante la lotta di Giove con quegli immani figli della terra; ora piena di passione, accorata, come nel _Gallo morente_ del Museo Capitolino in Roma, o nel gruppo, a torto denominato _Arria e Peto_, del Museo di Villa Ludovisi.
Non occorreva essere profeta, per prevedere che il dono di Attalo sarebbe un dono funesto, alla stregua almeno delle idee che movevano Tiberio Gracco e i suoi amici. Accettando quel dono, la repubblica poneva piede in quell’Oriente, che agli occhi dei tradizionalisti romani della scuola di Catone e di Scipione Emiliano, era il maestro della corruzione tanto temuta. Inoltre il commercio romano, altro veicolo di ricchezze pericolose e di esempi funesti, si sarebbe ancora allargato. Inorientarsi e voler restaurare l’antica Italia semplice e agreste, era una contradizione. Tiberio Gracco e il suo partito avrebbero quindi, a rigore di logica, dovuto proporre a Roma di rifiutare il dono, così come dopo Cinocefale Roma aveva rifiutato la Macedonia e la Grecia. Ma i tempi, mentre lamentavano che l’antica Italia perisse, non resistevano più alle tentazioni della ricchezza e della potenza. Non c’era nè uomo nè partito, che avrebbe potuto persuadere Roma a questa rinuncia: Tiberio meno di ogni altro, perchè minacciato dai potentissimi interessi che aveva lesi. Spinto anzi dalla necessità di opporre interessi a interessi, egli cercò di servirsi anche del testamento di Attalo, e propose che le riserve del tesoro, lasciate dal Re di Pergamo ai Romani, fossero spese per provvedere strumenti ai nuovi coloni poveri; che la nuova provincia, a cui fu dato il nome di Asia, ricevesse i suoi ordini e le sue leggi dal popolo. La prima proposta era opportuna: ma la seconda toccava una delle prerogative più antiche del senato. Si riaccesero quindi le lotte e le dispute; si rinfocolarono gli odi e si invelenirono le accuse.... Frattanto buona parte dell’anno era trascorso, e bisognava procedere alle nuove elezioni. Secondo la legge, le magistrature non potevano essere iterate. Ma Tiberio voleva esser rieletto, sia per poter vigilare all’applicazione della legge; sia per salvarsi dall’accusa di attentato alla costituzione, di _perduellio_, come si diceva, che dopo il caso di Ottavio, i suoi avversari volevano intentargli. Tanta audacia intimidì gli amici. Da troppo tempo il tribunato non era stato rinnovato da un anno all’altro alla stessa persona. I nemici di Tiberio ebbero buon gioco; molti amici o lo abbandonarono o tentennarono. Le elezioni si facevano nel mese di luglio, il mese della mietitura. Molti piccoli possidenti, che avrebbero votato per Tiberio, non potevano venire a Roma. Gli avversari fecero dunque un grande sforzo.... Nel giorno della votazione i partigiani di Gracco non riuscirono a spuntarla contro coloro che negavano potesse un tribuno essere rieletto. La votazione fu dunque rimandata al giorno seguente. Ma la mattina dopo la discussione ricominciò, e ne nacque alla fine un vero tumulto. Mentre i comizi erano a romore, nel vicino Tempio della Fede, ove il senato era radunato, un gruppo di senatori, con a capo Scipione Nasica, invitò il console a fare il suo dovere, ossia, a reprimere quel tentativo di rivoluzione fatto da Tiberio e dai suoi fautori. Si chiedeva, per un piccolo tumulto elettorale, addirittura quel che lo Stato romano non aveva ammesso se non negli estremi pericoli e anche allora raramente, al tempo della grande lotta tra i patrizi e i plebei: l’impero della legge marziale, il _senatus consultum ultimum_, come si chiamerà tra poco il decreto di stato d’assedio[68]. Il console non osò accogliere l’invito, e allora lo stesso Nasica, a capo di una schiera di senatori e di cavalieri, coadiuvati dai loro clienti e dai loro schiavi, uscì dal _Tempio della Fede_, si slanciò in mezzo alla folla, divisa in due partiti e ancora tumultuante. Dopo brevissima e debole resistenza, Tiberio e 300 dei suoi seguaci furono trucidati.
71. =La distruzione di Numanzia e la fine delle guerre di Spagna.= — Così terminava il primo tentativo fatto sul serio per curare quella «corruzione dei costumi», che minacciava, agli occhi dei più savi romani, di mandare Roma in perdizione. Ai procedimenti rivoluzionari, ancora timidi e incerti, di Tiberio, gli interessi, insediati nella rocca del senato, avevano risposto con una risoluta e aperta violenza. Quanto questi interessi fossero potenti e quanto li avesse Tiberio inferociti, è provato dalla inaudita sopraffazione. Nasica era un uomo autorevole e il senato la più alta autorità dello Stato: tutti giudicarono, poichè aveva avuto la peggio, che Tiberio aveva proprio tentato di sovvertire l’ordine con la forza; e quindi meritata la sua sorte. Anche Scipione Emiliano, che stava assediando Numanzia, fu di questo parere. Il partito di Tiberio fu disperso dal terrore. Ma l’opera dell’infelice tribuno non perì tutta. Dopo la morte di Tiberio, la commissione, incaricata di attuare la legge, si recò nell’Italia settentrionale, nella centrale e nella meridionale, dovunque cercando di ricostituire l’antico agro pubblico, senza lasciarsi scoraggire dalle difficoltà di ogni genere con cui il tempo, gl’interessi e la furberia degli uomini intralciavano l’opera loro. Di questa testimoniano ancor oggi i _cippi_ o pietre terminali, segnanti i confini precisi tra _ager publicus_ e _ager privatus_, fra podere e podere, recanti impressi i nomi dei triumviri[69]; ma più ancora un dato eloquentissimo, che la parzialità degli storici antichi non è riuscito a nascondere: che, mentre sin dal 164-63 il numero dei cittadini romani scemava, dal 131-30 al 115-14 esso crebbe in una generazione di oltre 75.000 iscritti (394.336 contro 317.823). È verosimile che questo aumento fosse, almeno in parte, un effetto della legge di Tiberio[70]. La terra, come dirà un uomo, che pure fu uno dei più implacabili avversari dei Graccani «era stata strappata al pascolo per essere di nuovo restituita all’aratro»[71].
Nell’anno stesso in cui Tiberio cercava con le leggi di rifar l’antica Italia agreste e guerresca, nel 133, Scipione Emiliano riusciva a prendere e a distruggere Numanzia, terminando finalmente la terribile guerra di Spagna. Una commissione di senatori riordinò, d’accordo con Scipione, la penisola. La Spagna fu divisa in due province, la _Citeriore_ e la _Ulteriore_, separate fra loro dalla Sierra Morena (il _Saltus Castulonensis_), ciascuna sotto il governo di un pretore. Nel tempo stesso una nuova guerra nasceva nell’antico regno di Pergamo. La disputa tra Tiberio e il senato sull’ordinamento della nuova provincia aveva fatto perdere del tempo; e di questo tempo approfittò un certo Aristonico, che pare fosse un bastardo di Eumene, per rivendicare il regno. Raccolse uomini e denaro; chiamò gli schiavi a libertà; trasse al suo partito tutti gli amici e i fedeli della spenta dinastia; e insomma seppe così bene fare e dire che i Re di Bitinia, di Paflagonia e delle due Cappadocie, alleati di Roma, e da questa pregati di purgar la provincia dall’usurpatore, non ci riuscirono. Fu necessario spedire rinforzi dall’Italia; e questi furono sulle prime sconfitti: un console ci lasciò la vita, e solo a Manio Aquilio, console nel 129, riuscì di ricuperar la nuova provincia. Comunque sia, poche volte una preda più ricca fu acquistata a minor prezzo. La repubblica romana diventava da un giorno all’altro una potenza asiatica; prendeva posto in Asia accanto alle due grandi monarchie superstiti dell’impero di Alessandro: passo decisivo e tanto più grave perchè non predisposto da alcuna preparazione. Ma lì per lì nessuno sembra averne avuto sentore a Roma; poichè tutti badavano ai travagli interiori. Dall’applicazione della legge agraria una nuova difficoltà nasceva o meglio si inaspriva. Abbiamo visto come la legge di Tiberio provvedesse ai cittadini romani, se si vuole, secondo giustizia, ma a spese dei Latini e degli Italici. Costoro erano privati dell’agro pubblico a torto occupato, e una parte soltanto poteva approfittare delle nuove distribuzioni; perchè i cittadini romani erano soddisfatti prima; e ai Latini e agl’Italici toccavano solo gli avanzi. Troppi avevano ricevuto, in luogo di un bel podere coltivato a viti o ad ulivi, un terreno sterile, boscoso, paludoso! Il torto offendeva tanto più, perchè da un pezzo Latini e Italici erano malcontenti per altre ragioni. Dalla fine della prima punica, non era stata più creata alcuna nuova tribù di cittadini romani. Nel tempo stesso le concessioni del diritto di cittadinanza s’erano fatte più rare. Gli stessi Latini, immigrati in Roma, che per molti lustri ne avevano effettivamente goduto, erano stati a poco a poco cancellati dalle liste dei cittadini. La medesima delusione era toccata ai Latini arrolatisi nelle colonie di cittadini romani, e che per lungo tempo si erano creduti pari a questi. Nè Roma era diventata solo più gelosa del privilegio della cittadinanza, ma più dura nell’esercitare la sua potenza metropolitana, poichè ingrandendo il suo impero nel mondo, si era avvezzata a trattare l’Italia come una provincia, proprio quando era costretta a chiederle un tributo di sangue maggiore che nel passato. A queste ragioni di malcontento s’aggiungeva ora la legge agraria!
La opposizione dei Latini e degli Italici fu per gli avversari della legge agraria un insperato e prezioso aiuto, perchè procurò loro l’appoggio del maggiore personaggio del tempo, di Scipione Emiliano. Scipione era favorevole agli Italici, che aveva visti all’opera in Africa e in Spagna; che sapeva essere ormai il nerbo degli eserciti di Roma. Perciò nel 129 egli intervenne in loro favore, adoperandosi per fare approvare una legge che toglieva alla commissione i poteri contenziosi e li affidava invece ai consoli. Si poteva così presumere che i consoli, quasi sempre avversari delle leggi agrarie, lascerebbero in sospeso le infinite questioni sulla legittimità delle occupazioni, legando le braccia alla commissione. Ma questa concessione indiretta non soddisfece i Latini e gl’Italici, che volevano abolita la legge e che continuarono a venire in Roma a torme, per protestare e difendere i loro interessi. D’altra parte, il partito della legge agraria, che la morte di Tiberio aveva disperso, ma non distrutto, riordinava le sue file, per correre al soccorso della legge minacciata. La lotta diventò furibonda; Scipione stesso fu minacciato; ed essendo egli tra queste dispute morto improvvisamente, il partito di Tiberio fu accusato di averlo assassinato per odio di parte. Il partito della legge agraria pensò perfino, per un momento, di troncare dalle radici l’opposizione dei Latini e degli Italici con un atto di forza. Nel 126 il tribuno della plebe M. Giunio Penno proponeva di espellerli tutti da Roma! Per fortuna prevalsero nello stesso partito di Tiberio propositi opposti, non di sterminio, ma di conciliazione. Per il 125 era stato designato console un caldo fautore della legge agraria, un senatore amico di Tiberio, Fulvio Flacco. E Flacco propose una legge, con la quale si concedeva la cittadinanza romana a tutti quegli Italici, che la chiedessero; e a quelli che non la volessero si concedeva invece il privilegio della _provocatio_, fin allora riservato ai soli cittadini romani, cioè il diritto di appello ai comizi centuriati contro ogni pena corporale ordinata da un magistrato romano[72]. A che mirasse questa legge, è chiaro: a compensare gli Italici dei danni che la legge agraria infliggeva loro con una concessione politica, che era anche utile a Roma. Italici e Romani avrebbero fatto un popolo solo, di eguali diritti. Ma la proposta giungeva troppo presto. Noi sappiamo che nè il senato nè i comizi la gradirono, cosicchè il console l’abbandonò. L’oligarchia romana era troppo orgogliosa ed egoista da consentire così facilmente ad allargare a tanti uomini il suo prezioso privilegio. Non bastò a scuoterla l’insurrezione di Fregellae, che prese le armi per protestare contro l’abbandono della proposta. Ma la grande proposta era stata fatta; e fra non guari l’avrebbe ripresa il più grande fra gli uomini politici del tempo, Caio Gracco.
72. =Caio Gracco (123-121).= — Tre anni dopo il fallimento della proposta di Fulvio Flacco, era eletto tribuno, da un’assemblea dei comizi tributi, alla quale gli elettori della città e della campagna accorsero in numero non mai veduto, il fratello di Tiberio, Caio Gracco. Caio aveva assistito all’eccidio del 133, aveva fatto parte della commissione incaricata di attuare la legge; era stato perseguitato dal partito avverso, che, arbitro del senato, aveva cercato prima di inchiodarlo in un’eterna proquestura in Sardegna; poi di accusarlo di complicità nella insurrezione di Fregellae. Ma se il dolore e il rancore ulceravano il suo animo, Caio non era uomo da consumare il suo tribunato in una politica di rappresaglie. Egli voleva continuare l’opera del fratello, ma nel solo modo con cui un uomo intelligente può continuar l’opera di un predecessore: allargandola ed integrandola. Che cosa avevano dimostrato i torbidi di quei dieci anni? Che la legge agraria di Tiberio era stata mutilata nell’applicazione da una doppia opposizione: l’aristocrazia senatoria da una parte, i Latini e gli Italici dall’altra. Era quindi chiaro non potersi applicare davvero la legge agraria senza una riforma politica, che scemasse la potenza dell’aristocrazia e del senato e desse soddisfazione ai giusti lamenti degli Italici. Era una catena. Ma come si poteva indebolire l’aristocrazia ed il senato, l’una e l’altro arbitri della repubblica dopo la seconda guerra punica? Caio Gracco era troppo intelligente per ritentare la prova di Caio Flaminio, e far assegnamento sul popolino, i piccoli possidenti, le classi povere. I tempi non erano più quelli. Il senato era ormai troppo potente, per ricchezza, per cultura, per prestigio. Occorreva un’arma più forte. Caio Gracco pose gli occhi su quella seconda nobiltà che comprendeva i cittadini non senatori, forniti del censo di 400.000 sesterzi e iscritti nella lista dei cavalieri, della quale ormai facevano parte tanti ricchi pubblicani e tanti denarosi mercanti e possidenti. Due nobiltà non possono vivere accanto, trattandosi da pari: ma siccome i cavalieri, fieri della loro ricchezza, non volevano più sottostare, come un tempo, alla nobiltà senatoria, così Caio poteva sperare di indebolire l’ordine dei senatori ingrandendo l’ordine dei cavalieri.
Egli seppe adoperarsi con molta destrezza. Una delle prerogative maggiori del senato era la giurisdizione criminale; perchè le varie _quaestiones perpetuae_, i _giury_ diremmo noi, che erano ogni anno tratte a sorte per giudicare i reati, si componevano di senatori. Caio Gracco diresse il suo primo assalto al fortilizio dei privilegi senatoriali, su questo punto; proponendo una _lex judiciaria_, la quale disponeva che nelle _quaestiones_ giudicherebbero non più dei senatori, ma soltanto dei cavalieri. La proposta nascondeva abilmente un intento politico sotto ragioni di giustizia. La più importante delle _quaestiones_ era quella _de pecuniis repetundis_, istituita, come vedemmo, nel 149 per giudicare i processi di concussione; quindi anche i governatori di provincia accusati di malversazione. Queste accuse spesseggiavano ormai tanto, che l’opinione pubblica reclamava leggi più severe. In quell’anno stesso un altro tribuno della plebe, Manio Acilio Glabrione, proponeva una grande _lex Acilia de repetundis_. Ma i governatori delle province erano tutti senatori: ora si poteva presumere che dei senatori applicassero severamente le leggi ai loro colleghi? Se non si voleva che la legge fosse una lustra, occorreva far giudicare i senatori da uomini appartenenti ad un altro ordine. Ma Caio non stette pago di questa prima proposta. Il governo romano non aveva ancora scelto, per la nuova provincia d’Asia, tra l’imposta fissa adottata per l’Africa, e la proporzionale, già sperimentata in Sicilia. L’una e l’altra presentavano, per lo Stato, vantaggi e inconvenienti; ma un secolo e più di prova aveva dimostrato in Sicilia che l’imposta proporzionale fruttava grandissimi lucri ai pubblicani che l’appaltavano. Con una seconda legge, Caio propose che fossero adottati per l’Asia gli istituti fiscali della Sicilia, e che l’appalto delle dogane, delle decime e di tutti i tributi della provincia fosse assegnato ai cavalieri romani.
Con queste due leggi, Caio poteva lusingarsi di trarre alla sua parte, tutto insieme, l’ordine equestre. Immaginò quindi un seguito di provvedimenti, che dovevano giovare a questa o a quella parte della plebe, così da stringere in un fascio le classi medie e povere. Innanzi tutto Caio Gracco si proponeva di ridestare la _lex agraria_ del fratello dal letargo in cui era caduta, facendo ridare ai triunviri i poteri giudiziari che Scipione aveva trasferiti ai consoli. Ma la _lex agraria_ beneficava solo il contadiname e i piccoli possidenti più poveri: non faceva nè bene nè male al proletariato urbano, molto cresciuto in Roma e, perchè residente in Roma, molto potente nei comizi. Anche a questo Caio provvide con la _lex frumentaria_. Lo Stato metterebbe ogni mese in vendita, a Roma, del frumento a un prezzo di favore, per i poveri ufficialmente riconosciuti come tali. Caio pensava forse anche, facendo fare dallo Stato grandi acquisti di grano in Italia, di giovare all’agricoltura italica; e ordinando la costruzione in Roma di vasti granai, di dar lavoro ai piccoli appaltatori e agli artigiani. Ai quali e alla agricoltura insieme, provvedeva anche un’altra legge, la _lex viaria_: vasto disegno di nuove vie, da costruirsi in diverse regioni d’Italia, sia per dar lavoro al popolo, come per aiutare gli agricoltori a vendere con maggiore profitto quelle derrate, che potevano esser trasportate ai più lontani mercati. A tutte queste aggiunse una _lex militaris_, che vietava di arruolare un cittadino romano prima che avesse toccato i 17 anni e faceva obbligo all’erario di pagare al soldato il vestiario militare: una legge che doveva riuscir graditissima al popolo minuto così della città come della campagna.