Part 18
Roma non aveva ancora visto un corpo di leggi tanto studiate e così ben legate tra di loro; e tutte intese a giovare al maggior numero. Caio diventò quindi in un baleno l’idolo della plebe, il favorito dei cavalieri, il capo di una così potente coalizione di interessi, che tutte le opposizioni vennero meno. Il tribuno fece approvare dai comizi tributi tutte le sue leggi, senza neppur chiedere prima l’approvazione del senato; e subito diede mano ad attuarle, appaltando la costruzione di granai e di vie, costruendo queste con una magnificenza sino ad allora ignota, attendendo tutto il dì a mille faccende, facendo della sua casa il ritrovo dei pubblicani, dei letterati, dei sapienti di Roma, la speranza e l’amore della moltitudine. Impotente, l’oligarchia latifondista del senato taceva e fremeva. L’autorità di Caio era così grande, che egli potè ritentar la prova fallita al fratello: farsi rieleggere tribuno per il 122. Tiberio aveva fatto scuola; e non senza una ragione più profonda che l’ambizione di Caio. L’impotenza del partito democratico nasceva in parte dalla brevità delle magistrature. Se si voleva rinnovare l’invecchiata repubblica, occorrevano nuovi principî e nuovi procedimenti.
Tribuno per la seconda volta, Caio si trovò al sommo della potenza, della popolarità, della operosità. Egli sembrava, davvero, e molti dovevano sussurrarlo, il Pericle della repubblica romana. Ma le leggi del primo tribunato non erano che la preparazione alle due riforme capitali, che Caio vagheggiava per curare dalla radice i mali del tempo. Roma cresceva troppo; troppi artigiani, mercanti, artisti, sapienti, avventurieri, mendicanti concorrevano, da ogni parte, nella nuova metropoli; e ne nascevano infiniti mali; massimo tra tutti il caro prezzo del pane e degli alloggi. La _lex frumentaria_ non era rimedio senza pericolo, tanta spesa avrebbe dovuto sostenere l’erario, già dissestato dalla guerra di Spagna. Bisognava sfollare Roma, inducendo una parte dei mercanti romani a trasferirsi da Roma in altre città acconce alla navigazione e al commercio; perchè molta gente minuta li avrebbe allora seguiti nelle nuove sedi. Caio gettò gli occhi su tre punti della costa mediterranea: a Squillace era già una dogana per le importazioni asiatiche; Taranto era stata lungamente famosa per commerci e per ricchezze. Quei mercanti che facevano commercio con la Grecia, la Macedonia e l’Oriente, non avrebbero potuto risiedere a Taranto o a Squillace, rinominate Nettunia e Minervia, più comodamente che a Roma? Il commercio dell’Africa — quel poco almeno che era sopravvissuto alla rovina di Cartagine — era passato ai mercanti romani: i mercanti romani che commerciavano con l’Africa avrebbero potuto risiedere in Africa meglio che a Roma. Molti infatti si erano stabiliti a Cirta. Non si poteva riedificare, sulle rovine della punica, una nuova Cartagine romana che si chiamasse Giunonia? Egli propose di fondare a Squillace, a Taranto, a Cartagine tre colonie, non di poveri però, come in antico, ma di persone benestanti, a cui, per invogliarle ai lasciare Roma, sarebbero date vaste terre[73].
Anche queste proposte furono approvate, sebbene, a quanto sembra, a fatica, perchè lo sfollamento di Roma noceva a molti. Ma Caio prese ardire ad esprimere alla fine la idea suprema, lungamente meditata in silenzio: concedere, come già aveva proposto il suo amico M. Fulvio Flacco, la cittadinanza romana a tutti gli Italiani; rinforzare la piccola oligarchia di Roma, che rassomigliava a una esile colonna consunta dalle intemperie e dagli anni, sulla quale architetti improvvidi ingrandivano la mole già pesante di una fabbrica immensa. Tale era il disegno di Caio Gracco: posare l’impero non sulla cupidigia e l’orgoglio della piccola oligarchia romana, ma sulle solide e semplici virtù della classe rurale di tutta l’Italia; restaurare le antiche sedi del commercio distrutte o decadute; sollevar Roma dalla congestione di ricchezze e di uomini, che la soffocava.
Roma non aveva ancor visto, e non vedrà più un riformatore dal pensiero così organico, profondo e creativo. Se un uomo potesse addossarsi l’opera che sole le generazioni possono compiere, Caio Gracco avrebbe rigenerato Roma, e sciolta la tragica contradizione in cui Roma si dibatteva. Ma Caio era un grande uomo, non un Dio. Proponendo di accordare la cittadinanza agli Italici, egli aveva oltrepassato il limite, che non poteva essere superato neppure da lui, che pur era un grande uomo. L’opposizione, che aveva disanimato Fulvio Flacco, rinacque: senato, cavalieri, agricoltori, proletariato urbano si trovarono questa volta uniti contro Caio Gracco. Il misoneismo, l’orgoglio, l’egoismo prevalsero su ogni altra considerazione. L’oligarchia romana non intendeva far getto dei suoi privilegi. Quando il tribuno Livio Druso oppose il suo veto, quel popolo, che aveva deposto Ottavio, scoppiò in un applauso caloroso. La popolarità di Caio Gracco incominciò a vacillare. Per maggior disgrazia Caio aveva accettato di far parte della commissione che dedurrebbe a Cartagine la nuova colonia; e quindi dovè lasciar Roma, proprio allorchè la sua presenza sarebbe stata più necessaria, e sebbene la legge vietasse a un tribuno della plebe di uscire dalla città. Egli cercò di far presto, non restò assente più di settanta giorni: ma di questa sua assenza approfittò il partito a lui nemico, per screditarlo del tutto. Strumento di questo partito fu il tribuno Livio Druso; che con perfida abilità propose tre rogazioni assai più generose ancora di quelle di Caio: una, che prometteva al popolo non tre colonie miste di benestanti e di poveri, ma dodici addirittura e tutte di soli proletari; un’altra, che liberava le nuove assegnazioni di agro pubblico dal tributo allo Stato, voluto dalla legge Sempronia; una terza, che prometteva agli Italici la soppressione delle pene corporali, anche sotto le armi. Il volgo, volubile e sciocco, cadde nella pania; si persuase che il senato e il partito oligarchico, a cui Livio apparteneva, si erano ravveduti ed erano diventati migliori amici suoi che Caio. Quando Caio tornò dall’Africa il favor popolare lo aveva abbandonato al punto, che i suoi nemici già preparavano il pubblico alla abrogazione della legge sulla colonia della nuova Cartagine, sussurrando di prodigi minacciosi, che avevano atterrito la prima schiera di coloni: indizio sicuro dell’empietà di coloro che avevano voluto fondare una colonia sul suolo maledetto di Cartagine!
Non fa quindi meraviglia, che le elezioni per l’anno 121 siano state sfavorevoli a Caio. Caio non fu rieletto: invece fu eletto console L. Opimio, uno dei più accaniti tra i suoi nemici. Incoraggiati dalle elezioni, i suoi nemici si decisero a vibrare il primo colpo. Il tribuno Minucio Rufo propose l’abrogazione della legge sulla colonia di Cartagine. Caio non poteva non raccogliere la sfida. Il giorno del voto si presentò al popolo nei comizi, per difendere, almeno con la parola, quella che era una delle più nobili, alte e feconde iniziative della sua politica. Ma gli spiriti erano irritati; anche questa volta un tumulto nacque; e anche questa volta il partito avverso ripetè nel senato al console l’esortazione e l’invito, che dieci anni prima gli aveva vanamente rivolti Scipione Nasica. Ma console era questa volta L. Opimio, che non si fece pregare. Il _senatus consultum ultimum_ fu decretato; rinnovando, dopo circa 263 anni, un provvedimento che nelle future turbolenze della repubblica doveva prendere il posto dell’antica dittatura. In forza del decreto un piccolo tumulto dei comizi passò per un tentativo di rivoluzione; Caio e i suoi seguaci furono assaliti e trucidati; egli medesimo, visto precluso ogni scampo, si fece uccidere da uno schiavo fedele.
NOTE AL CAPITOLO DODICESIMO.
[63] POLYB., 2, 15.
[64] VARRO, _R. rust._, 1, 2, 9.
[65] Cfr. PLUT., _Tib. Gr._, 8.
[66] Sui Salassi e sulle miniere aurifere dell’antico Piemonte, cfr. POLYB., 34, 10, 18; STRAB., 5, 1, 12; PLIN., _N. H._, 33, 4, 78.
[67] Per una illustrazione della legge agraria di Tiberio, cfr. E. DE RUGGIERO, _Agrariae leges_, in _Enciclopedia giuridica italiana_, 1, 2, pp. 798-808.
[68] Sul _Senatus consultum ultimum_, cfr. BARBAGALLO, in _Rivista di filologia classica_ (1912), p. 49.
[69] _C. I. L._, I, 552-556; 583; 1504; IX, 1024-26.
[70] Cfr. LIV., _Epit._, 59 e 63.
[71] _C. I. L._, 1, 551.
[72] APP., _B. C._, 1, 34.
[73] PLUT., _C. Gracc._, 9; cfr. anche E. CALLEGARI, _La legislazione sociale di C. Gracco_, Padova, 1896, p. 99.
CAPITOLO TREDICESIMO
VERSO LA RIVOLUZIONE
73. =Lo scandalo di Giugurta (117 a. C.): Verità e leggenda.= — All’eccidio tennero dietro i processi, le confische, le condanne. Non meno di tremila furono le vittime. Il partito di Caio fu, come quello di Tiberio, disperso; la nobiltà rimase padrona dello Stato, e pronta si assicurò quella parte della vittoria, che più le premeva: le terre dell’Italia. Distruggere tutto quel che Caio Gracco aveva fatto, non si poteva. La _lex judiciaria_, la legge sull’Asia, la _lex militaris_, la _lex frumentaria_ non furono toccate. Fu invece presa di mira la legge agraria, e in due o tre riprese distrutta. L’anno stesso in cui Caio era morto, il senato toglieva il divieto d’alienazione, che la legge Sempronia imponeva alle nuove piccole proprietà. Per tal guisa i poveri ricominciarono spensieratamente ad ipotecarle e poi a venderle; e i ricchi, ad accumular terre. Due anni dopo, nel 119, i comizi approvarono che le leggi agrarie dei Gracchi fossero abolite, e distribuite al popolo le somme ricavate dall’affitto delle terre. Per la gola di questo poco denaro, il popolo aveva rinunciato al prezioso privilegio sul suolo pubblico, che i Gracchi gli avevano accordato: l’_ager publicus_ poteva ora esser affittato da qualunque cittadino, senza limiti o regole particolari[74].
Senonchè il partito di Caio Gracco era stato disperso, non distrutto; e incominciò presto a riaversi. Ma un po’ per paura, un po’ per stanchezza non si fece vivo da prima. I tempi eran quieti; e l’impero in pace. Molti Romani, appaltando imposte e commerciando, incominciavano a far fortuna nella nuova provincia di Asia. La sola impresa di guerra di una certa grandezza fu quella compiuta tra il 125 e il 121 a. C., per porre un termine alle razzie dei Galli nel territorio di Marsiglia alleata e per rendere sicure le vie che conducevano in Spagna. Roma fece guerra all’impero degli Arverni e ridusse a provincia la Gallia Narbonese, le regioni cioè della Francia meridionale poste tra le Alpi e il Rodano; poi, per impedire che gli Arverni potessero tentare la riscossa, deportò in Italia il loro re Bituito e il figlio suo, che erano stati fatti prigionieri. Pure nel 121 un Metello, figlio del Macedonico, conquistò le Baleari; ma dopo non si guerreggiò più che contro le tribù barbare dei confini o dei paesi già conquistati: guerricciole da poco, e a cui nessuno badava in Roma. Insomma, dentro e fuori i confini dell’impero, regnava una quiete apparente. Il fuoco però covava sotto la cenere: discordie, rancori, astii, rivalità. Occorreva solo un accidente, perchè divampasse. E l’accidente non tardò a sopraggiungere: dall’Africa, questa volta.
Micipsa, il Re della Numidia successo a Massinissa nel 149, era morto a sua volta, nel 118, lasciando il regno a due figli, Jempsale e Aderbale, ancora giovanissimi, e a al nipote Giugurta, figlio di un figlio naturale di Massinissa. Giugurta era un uomo fatto, molto capace e intelligente. Aveva comandato i contingenti numidici inviati da Micipsa in aiuto dei Romani a Numanzia; si era fatto un bel nome in tal comando, per valore e per senno; si era legato di amicizia con molti senatori romani e anche con Scipione Emiliano, che l’aveva in grande considerazione per i servizi prestati durante l’assedio. Che un principe numida, intelligente, valoroso, il quale sapeva di aver molti amici a Roma, abbia concepito il disegno di toglier di mezzo i due figli di Micipsa e di regnar solo; che abbia tolto di mezzo, con un tradimento, il cugino Jempsale, e poi assalito Aderbale nei suoi Stati, non sono cose inverosimili. Ma quando Aderbale, impaurito, fuggì nella vicina provincia d’Africa, invocando, nel nome del padre e dell’avo, il soccorso di Roma, dobbiamo noi credere che gli ambasciatori di Giugurta abbiano dimostrato ai senatori romani con argomenti sonanti, come Jempsale fosse perito giustamente, e Aderbale fosse stato giustamente aggredito? Tale è la versione che ci ha tramandata Sallustio, nella sua famosa storia della guerra di Giugurta. Ma c’è proprio bisogno di supporre che Giugurta avesse profuso l’oro a piene mani tra i senatori, per spiegar come il senato mandasse nel 117 in Africa una commissione con l’incarico di spartire la Numidia tra Giugurta e Aderbale?[75]. Il regno di Numidia doveva essere governato o da uno dei principi o da tutti e due. Sarebbe stato ingiusto escludere Aderbale; ma non potevano i senatori, in buona fede e credendo di far cosa nel tempo stesso utile e savia, assegnarne una parte anche a Giugurta? Giugurta era un uomo capace; aveva reso segnalati servigi a Roma sotto Numanzia; aveva meritato le lodi di Scipione Emiliano; aveva molti amici nel senato, tra i quali ce n’erano di venali, ma ce n’erano anche di disinteressati, e questi più autorevoli di quelli. I senatori potevano giudicare in buona fede che fosse savia politica accarezzare in Africa un principe amico e capace come Giugurta, anche se non era modello di ogni virtù.
Sembra dunque più verosimile, che la deliberazione di spartir tra Giugurta e Aderbale il regno fosse presa dal senato in buona fede. Senonchè gli ammiratori ed amici, che Giugurta aveva in senato, erano tutti nel partito della nobiltà, nemico dei Gracchi, il che doveva nuocergli presso il partito avverso; come le ammirazioni e le amicizie non disinteressate, di cui godeva, eran tali da far nascere facilmente sospetti. Ma lì per lì nessuno sospettò o almeno disse nulla, e la commissione divise il regno tra i due principi, se con imparzialità o no è difficile dire. Certo è però che la pace tra i due principi fu presto rotta, e come dice Sallustio, per colpa di Giugurta. Costui voleva tutto il regno; e aggredì, sconfisse e chiuse Aderbale in Cirta. Ma che cosa poteva fare il senato, non volendo spedire in Africa un esercito, se non mandare una dopo l’altra due ambascerie? La seconda era condotta nientemeno che dal _princeps_ del senato, Marco Emilio Scauro, e come la prima cercò di persuader Giugurta a deporre le armi e ai confidare nel giudizio del senato. Senonchè è proprio necessario di supporre, come vuole Sallustio, che Giugurta avesse addirittura corrotto tutte e due queste ambascerie, nelle quali c’erano tanti personaggi ragguardevoli, per spiegare la loro impotenza? Giugurta voleva mettere il senato di fronte al fatto compiuto: tenne dunque a bada con discorsi gli ambasciatori, sempre più stringendo l’assedio di Cirta; sinchè Aderbale, nel 112, si dovè arrendere. Egli allora lo uccise. Con che mezzi potevano i commissari del senato impedirglielo? Far intendere la ragione a un sordo di proposito?
Giugurta sperava che, egli solo superstite, Roma lo riconoscerebbe. La speranza poteva sembrare tanto più fondata, perchè Roma doveva in quel tempo pensare alla frontiera settentrionale dell’Italia. Una popolazione barbara, originaria dell’Europa settentrionale, i Cimbri, aveva invaso l’Illiria settentrionale e mosso guerra ai Taurisci, alleati dei Romani, che abitavano nel Norico. Nel 113 il console Gneo Papirio Carbone, mandato a difendere i Taurisci, era stato disfatto presso Noreia. Senonchè se Giugurta ragionava bene, secondo la consueta ragione di Stato, non teneva conto che a Roma il senato era potente, ma non onnipotente; e che occorreva fare i conti anche con l’opinione pubblica. E questa, apprendendo la resa di Cirta, andò sulle furie, un po’ per pietà di Aderbale, un po’ per dispetto contro Giugurta, un po’ perchè nella presa della città non pochi _mercatores_ italiani erano stati uccisi. Siccome Giugurta era stato protetto dalla nobiltà senatoria, pronto il partito di Gracco, che da un pezzo spiava una buona occasione, approfittò di questo moto dell’opinione pubblica, per infliggerle una umiliazione; il tribuno C. Memmio minacciò scandali e tumulti, se il senato non vendicava Aderbale, dichiarando la guerra a Giugurta. Il partito della nobiltà dovè cedere; il senato rifiutò di ricevere gli ambasciatori mandati da Giugurta; la guerra fu dichiarata, e affidata nell’anno 111 al console L. Calpurnio Bestia. Calpurnio — anche Sallustio lo riconosce — era un uomo serio, capace e dabbene: e scelse per la spedizione, come legati, uomini di grande autorità: tra gli altri M. Emilio Scauro. Ora, se vogliamo credere a Sallustio, quest’uomo capace e serio, e tutti gli autorevoli personaggi che lo accompagnavano, appena sbarcati in Africa, invece di combattere Giugurta, gli avrebbero venduto a peso d’oro una pace vergognosa per Roma. Non è dubbio che, appena in Africa, Calpurnio trattò, richiesto da Giugurta, la pace, e che Giugurta acconsentì ad arrendersi a discrezione: il che non sembra essere una pace tanto vergognosa! Ma anche questa pace, che a Sallustio par tanto sospetta, si può spiegare con ragioni più semplici. Giugurta voleva il regno di Massinissa, non la guerra con Roma, della quale ambiva anzi essere in Africa il fiduciario: se offriva la pace, come poteva un senatore romano, che avesse senno e buon senso, non chiedersi se non fosse meglio risparmiare a Roma, proprio allora che l’Italia era minacciata, una lunga e difficile guerra, voluta da un partito per un puntiglio politico, pur rinunciando a vendicare Aderbale? E poi, vinto e deposto Giugurta, chi avrebbe governato la Numidia? Era prudente creare una nuova provincia, allargando il già troppo vasto impero?
Sembra dunque più verosimile che Calpurnio e Scauro abbiano trattato e concluso la pace con Giugurta a ragione veduta, non solo disinteressatamente, ma per risparmiare a Roma una guerra inutile, anzi pericolosa. Ma essi avevano dimenticato che Giugurta doveva, per il partito democratico, far le vendette di Caio Gracco. Al pubblico, invelenito contro Giugurta, la pace spiacque assai; e ad un tratto il sospetto di corruzione divampò. Si gridò da ogni parte allo scandalo; il partito democratico eccitò ancora più la pubblica esasperazione; C. Memmio non solo fece respinger la pace dai comizi tributi, ma fece ordinare dal popolo al pretore L. Cassio che andasse in Africa a prender Giugurta e lo conducesse a Roma, per essere interrogato pubblicamente, in piena assemblea popolare, sui suoi misfatti e sui suoi complici. Il popolo citava dunque a comparirgli innanzi, per esser da lui giudicato, si può dire il senato tutto, o almeno la sua parte più autorevole e potente. E tale era l’umore pubblico, che il senato non osò opporsi a questa strana proposta. L. Cassio andò in Africa; e Giugurta, che era sempre fisso nel pensiero di riconciliarsi con Roma, accettò di venire. Un bel giorno, dunque, si vide giungere a Roma, vestito dimessamente, e con poco seguito, questo Re che con Roma era in guerra; e comparire poi innanzi al popolo di Roma, radunato a giudicarlo o, meglio, a servirsi della sua testimonianza per infamare il senato, il consesso che raffigurava innanzi al mondo la potenza di Roma! L’odio di parte non aveva immaginato ancora maggior follia. Ma un tribuno, che doveva essere un uomo di buon senso, si levò; e pose il veto ad ogni ulteriore procedimento. Non ci furon grida, invettive, tumulti che valessero a scuoterlo. Giugurta rimase a Roma, a disposizione del popolo, come imputato di un processo politico che non poteva esser discusso. La situazione era bizzarra e inestricabile. Il partito popolare, per il quale la rovina di Giugurta era ormai un impegno d’onore, tentò allora un’altra via: scoprì in Roma un nipote di Massinissa, Massiva, che per paura di Giugurta era fuggito d’Africa e si era rifugiato nella metropoli; lo persuase a chiedere al senato il regno della Numidia. La mossa era abile, poichè Giugurta sperava che Roma si acconcerebbe alla fine a riconoscerlo Re, a dispetto di tutto e di tutti, non potendo trovar altri. Giugurta però non fu tardo al riparo; e non esitò a far assassinare il suo improvviso competitore. L’indignazione popolare si esasperò; tutti capirono che Roma aveva fatto un passo falso, facendo venir Giugurta a Roma; e il senato tagliò con un atto di autorità il nodo: espulse Giugurta dall’Italia e ordinò che la guerra fosse ripresa.
La guerra ricominciò nel 110. Ma il console Spurio Postumio Albino guerreggiò fiaccamente; non seppe costringere a una battaglia campale Giugurta, che l’evitava a tutti i costi e cercava di riallacciare trattative; e verso la metà dell’anno lasciò il comando al fratello Aulo, per tornare in Italia a presedere le elezioni. Aulo, rimasto alla testa dell’esercito, comandò così male che, al principio del 109, fu circuito da Giugurta; e, per salvare l’esercito dallo sterminio, riconobbe a Giugurta il regno e acconsentì a sgombrare la Numidia. Questa nuova sconfitta esasperò addirittura Roma, già irritata dalla cattiva fortuna, che perseguitava i generali romani all’altro capo dell’impero. Noi abbiamo veduto come tra il 125 e il 121 Roma avesse avuto guerra con l’impero degli Arverni e conquistato e ridotto a provincia quella parte della Gallia, che è posta tra le Alpi ed il Rodano; e come, dopo averli vinti, avesse cercato di indebolire gli Arverni, catturando e deportando in Italia il re Bituito e il suo figlio. Senonchè, anche in Gallia, come in Oriente, la debolezza imposta al nemico per precauzione non tardò a diventare un pericolo per Roma stessa. Distrutto con la deposizione di Bituito e della dinastia l’impero arverno, i popoli, che lo componevano, avevano ricuperata la indipendenza, ciascuno sotto il governo della propria aristocrazia; ed erano ricominciate le guerre tra popolo e popolo. Da principio Roma aveva approfittato di questa rinata anarchia, per trattare con i singoli popoli: aveva accordato agli Edni il titolo di fratelli e di consanguinei; dichiarato amici i Sequani e molti popoli dell’Aquitania. Ma ben presto dalla debolezza della Gallia era nato un nuovo pericolo, maggiore dell’Arverno: il Cimbrico. I Cimbri, che nel 113 avevano vinto nel Norico il console Carbone, non avevano osato invadere l’Italia: carichi di preda, avevano risalito il Danubio, con l’intenzione di passare il Reno e invadere la Gallia. Il che avevan fatto nel 109 e con fortuna. Se l’impero arverno fosse stato ancora in piedi, avrebbe potuto opporre alla invasione le forze unite della Gallia: ma l’impero arverno era caduto, e i Cimbri eran passati facilmente attraverso quel pulviscolo di Staterelli rivali. Roma aveva dovuto accorrere in soccorso dei suoi amici della Gallia minacciata; e aveva spedito nel 109 il console Marco Giunio Silano con un esercito. Ma in un luogo, che non è noto, Silano era stato sconfitto, come Aulo in Africa.