Part 16
66. =La distruzione di Cartagine e di Corinto (146).= — Nel 146 però Roma colse il primo frutto dell’elezione di Scipione Emiliano. A Scipione riuscì prima di sgominare l’esercito che i Cartaginesi avevano raccolto per venire in soccorso della città assediata; poi di prendere la città. Fu necessario prima entrare nella città dopo aver superato le fortificazioni esterne; poi passo passo, per le vie strette, tortuose, asserragliate, combattendo senza tregua sei giorni e sei notti, giungere sino alla cittadella, dove 50 mila cittadini si erano rifugiati. Ma quando, alla fine, anche questi si arresero, Roma fu padrona di Cartagine. Non esitò allora, perchè aveva troppa paura. La Commissione senatoria, incaricata di assestare le faccende cartaginesi, procedè subito alla distruzione della città: i quartieri, gli edifici, i monumenti, che erano scampati alla guerra, furono demoliti; la popolazione superstite, dispersa; il suolo, consacrato agli Dei Infernali, cosicchè a nessuno doveva essere più lecito di dimorarvi. Distrutta Cartagine, occorreva deliberare intorno alla sorte del suo territorio. Si ripresentava la alternativa della Macedonia; o abbandonarlo a se medesimo o annetterlo, almeno in parte. La necessità vinse anche questa volta i dubbi della ragione: tutto il dominio cartaginese fu ridotto a provincia romana sotto il nome di _Africa_, salvo le parti orientali confinanti con la Cirenaica, le Emporie e le altre città di Sabrata, Oea e Magna Leptis, che rimasero alla Numidia, e salvo Utica, Ippona ed alcune altre, che, in ricompensa della loro defezione, ottennero l’indipendenza e una parte dell’antico territorio di Cartagine. La popolazione superstite dovè, per vivere, disperdersi nelle campagne e darsi all’agricoltura. Là dove era stato il più florido impero mercantile, sottentrerebbe uno Stato agricoltore. Del territorio cartaginese una parte fu confiscata; e divenne il più grande _ager publicus_ extra-italico, fin allora posseduto da Roma. Il resto fu lasciato ai nuovi provinciali, con l’obbligo di pagare un tributo fisso (_stipendium_)[61].
Cartagine, il terrore di tanti anni, non era più! Ma mentre Cartagine andava in fiamme, la Grecia insorgeva. La lega achea era riuscita a tirare alla sua parte i Beoti, i Focesi, i Locresi, gli Eubei; e nel 146 dichiarava di nuovo la guerra a Sparta. Roma intervenne, questa volta, senza esitazioni e riguardi. Dopo aver debellato la Macedonia e Cartagine, non aveva paura della Grecia, anche se in Lusitania a Viriato crescevano, con i prosperi successi, l’autorità e le forze. Metello, accorso dalla Macedonia, inflisse una prima sconfitta alla lega; re Attalo II mandò in soccorso la flotta; il console Lucio Mummio, arrivato di lì a poco, sgominò a Leucopetra il nemico. La lega si sciolse; e in pochi giorni Mummio potè impadronirsi di Corinto e domare la rivolta. Per la terza volta, in tre anni, si poneva innanzi al senato il dubbio: quale sorte riserbare ai vinti? Alle città, che non avevano preso parte alla guerra, il senato, sempre alieno dalle conquiste, fu lieto di conservare l’indipendenza. Ma si poteva restituirla alle città ribellate? E se non si poteva, che altro partito restava, se non l’assoggettarle? I territori di queste città furono incorporati dunque alla Macedonia e dichiarati provincia; tutte le leghe furono sciolte; tutte le città, isolate; in ciascuna, le democrazie abolite a favore, come in Italia, di governi oligarchici, i quali dessero affidamento di amministrar la città come piaceva a Roma; tutti i fautori della guerra e della politica antiromana, ricercati e severamente puniti; il paese, saccheggiato; una parte del territorio incamerato, e Corinto, l’antica città, famosa per la sua storia, per i suoi monumenti, per la sua bellezza e per la sua ricchezza, fu data alle fiamme[62].
NOTE AL CAPITOLO UNDICESIMO.
[58] PLIN., _N. H._, 33, 3, 55.
[59] POLYB., 35, 4, 4 sgg. I frammenti della nuova _Epitome_ liviana, scoperti tra i Papiri di Oxyrynchus, hanno portata nuova luce sull’asprezza delle contese provocate in Roma dalla insurrezione spagnola; cfr. _Oxyr. Pap._ IV, pp. 90 sgg., ll. 177; 182-84; 207, 209 — E. KORNEMANN, _Die neue Livius Epitome aus Oxyrynchus_, Leipzig, 1904, pp. 107 sgg.
[60] LIV., _Epit._, 49.
[61] CIC., in _Verr._ III, 6, 12.
[62] Sulla condizione fatta alla Grecia nel 146, cfr. G. COLIN, _Rome et la Grèce de 200 à 146 a. J. C._, Paris, 1903, pp. 640 sgg.
CAPITOLO DODICESIMO
I GRACCHI
67. =La crisi economica della seconda metà del II secolo a. C.= — Che nel volgere di due anni Roma abbia osato distruggere due città, così antiche, ricche, gloriose, come Cartagine e Corinto; questo fatto solo basterebbe a provare che la potente città era tormentata da un qualche terribile male interno. La storia narra poche violenze più orrende di queste. Passi ancora per Cartagine, che aveva tentato di annichilire Roma! Ma Corinto non aveva mai pensato di misurarsi con Roma in un duello mortale. Corinto fu distrutta, perchè gli interessi mercantili, imbaldanziti dalla distruzione di Cartagine, vollero toglier di mezzo un’altra pericolosa concorrente; e perchè l’opinione pubblica, irritata e spaventata dalla lunga lotta, lasciò fare.
Ma Roma era giunta ormai a una stretta paurosa. La savia politica degli Scipioni aveva tentato invano di salvarla dal pericolo delle troppo vaste ambizioni. La forza delle cose aveva anche questa volta sbugiardato la saggezza degli uomini. Le recenti annessioni erano nate dall’esaurimento della politica di egemonia. Roma era stata costretta ad ampliare i suoi possedimenti in Africa ed in Europa; e possedeva ora un impero spezzettato, le cui singole parti, se si potevano sperar fruttuose, erano anche un peso ed un impegno. Un peso, perchè dovevano essere amministrate, governate e difese; un impegno, perchè, prima la necessità di difendere e poi quella di connettere queste parti, per modo che tutte potessero sicuramente comunicare tra loro e con la metropoli, obbligherebbero Roma a conquistare nuovi territori. Roma era ormai spinta innanzi da quella logica delle cose, che nella storia corrisponde così poco alla logica della ragione. Senonchè, mentre l’impero si ampliava, Roma si indeboliva. Non che quell’impeto di cupidige e di ambizioni, che aveva spinto l’Italia a cercar nelle province e sui mari nuove ricchezze, si rallentasse. Molti Italici si arricchivano a Delo, in Asia, in Egitto. Pubblicani e usurai, venuti da Roma e d’Italia, continuavano a dissanguare la Sicilia, la Macedonia, la Spagna. Il commercio degli schiavi continuava a fiorire in segreto accordo con i pirati, su tutto il Mediterraneo. L’agricoltura migliorava in tutta la penisola; la tradizione non era più la sola maestra; i trattati scientifici, greci e cartaginesi, erano studiati. Le vigne e gli oliveti si allargavano; l’istruzione si diffondeva, il latino si sovrapponeva, come unica lingua nazionale, all’osco, al sabellico, all’etrusco, soffocandoli; gramatici e retori, greci e latini, aprivano scuole in molte città. Molti piccoli e medi possidenti mandavano a queste scuole i figli, con la speranza che lo studio fosse per essi la chiave della fortuna. E cresceva pure in tutte le condizioni il lusso e la voglia di spendere. Basterebbe a provarlo la _Lex Didia Cibaria_ approvata nel 143, e che estese a tutta Italia le disposizioni della _Lex Fannia_ contro le prodigalità dei banchetti.
Insomma in tutte le classi operava sordo il fermento delle nuove aspirazioni. Ma i tempi non erano più così facili come nel primo trentennio del II secolo. La prosperità di quel primo trentennio era zampillata da parecchie fonti; metalli preziosi portati in Italia o come bottino di guerra o per pagamento di indennità, che avevano permesso al senato romano di spendere largamente senza aggravare l’Italia d’imposte; vaste confische di terre, specialmente nella valle del Po; abbondanza di schiavi. Ma nel trentennio che seguì la guerra di Perseo queste tre fonti seccano o quasi. Non è dubbio che le tremende guerre combattute dopo il 154 — eccezione fatta della guerra contro Cartagine — fruttarono molto meno. La Macedonia e la Grecia erano state già troppo esauste dalle guerre precedenti, e non avevano avuto il tempo di accumulare nuovi tesori, che bastassero a sfamare ancora una volta l’insaziabile invasore. È probabile che la guerra di Spagna già costasse all’erario più che non fruttava; e tra poco dissesterà le finanze, trenta anni prima così floride. Infine, sebbene nel mondo antico i popoli fossero meno legati tra di loro che nei nostri tempi, è forza argomentare nella distruzione di Cartagine e di Corinto una nuova cagione di impoverimento, per tutto il mondo mediterraneo. Distrutti quei due floridi empori, molte industrie e molti commerci dovettero intisichire o addirittura morire per mancanza di abili ed esperti mediatori. Roma e l’Italia non riuscirono a fare le veci così dei mercanti di Corinto come di quelli di Cartagine in tutti i loro traffici. Alla boria e alla cupidigia, non erano pari nè i capitali nè le conoscenze nè le attitudini. Onde una nuova cagione di povertà per tutti, anche per l’Italia.
Insomma il maggior guadagno di queste guerre furono gli accresciuti appalti delle imposte e delle proprietà pubbliche nelle nuove province. Ma quegli appalti, come quel po’ di commercio che gli Italiani poterono raccattare tra le rovine fumanti di Cartagine e di Corinto, arricchivano solo un piccolo numero. L’agiatezza, di cui aveva goduto tutta Italia nel primo trentennio del II secolo, era nata invece dalle grandi entrate e dalle grandi spese dello Stato; e queste scemando, anche quella languiva. Incominciò dunque di nuovo ad aggravarsi il male dei debiti. Anche la nobiltà, non potendo più vivere con le antiche fortune e non sempre sapendo accrescerle, incominciò a indebitarsi, a corrompersi, e a cercar di sfruttare il potere.
Nel 149 appunto è istituita la _prima quaestio perpetua de pecuniis repetundis_, il primo tribunale permanente che deve giudicare i magistrati e i senatori accusati di estorsioni a danno degli alleati e dei provinciali. L’ordine dei cavalieri si empiva invece di pubblicani e di mercanti arricchiti, il cui orgoglio e la cui potenza crescevano, man mano che l’aristocrazia storica si corrompeva e impoveriva. Incominciava pure a indebitarsi e a pericolare la media possidenza. Cresceva dovunque, anche nelle campagne più remote, la spesa del vivere, sia perchè crescevano i bisogni e il lusso, sia perchè la moneta rinviliva con l’aumento dei metalli preziosi: ma non cresceva in ogni parte anche il prezzo di tutte le derrate, che il possidente vendeva per pagare i nuovi lussi. Nelle regioni lontane dalle vie maestre o senza ricche città, che non potevano esportare i loro prodotti, questi rinvilivano, appena ce n’era un po’ di abbondanza. Così Polibio ci dice che nella valle del Po, in questi tempi, i viveri costavano pochissimo[63]. Bastava dunque che il possidente si lasciasse un poco andar nello spendere, e cascava nei debiti, dai quali poi gli era difficile liberarsi, massime in tempi in cui le guerre fruttavano poco. La piccola possidenza dappertutto era in travaglio e rovinava; diminuiva in tutta Italia quel medio ceto rurale tra cui si reclutavano le legioni romane e i corpi ausiliari; il latifondo invadeva l’Italia, e, insieme con il latifondo, la pastorizia e la popolazione servile, importata in copia d’oltre mare. La grande proprietà prosperava sulla decadenza militare di Roma. Tiberio Gracco potrà dire tra poco che, se tutte le fiere hanno un covile in cui rifugiarsi, coloro che combattevano e morivano per la difesa dell’Italia, non avevano più altro bene che l’aria in cui respirare. Il levare soldati era proprio un compito ogni anno più arduo. Ormai, appena si annunciava una guerra un po’ seria, Roma doveva ricorrere ad ogni sorta di espedienti per trovar guerrieri.
Questa strana contradizione in cui Roma era impigliata; questa necessità di ingrandire l’impero con forze debilitate, spiegano l’irrequietezza dell’opinione pubblica, i facili spaventi, gli accessi di furore a cui soggiaceva. Roma aveva paura della sua potenza; e neppur le vittorie su tanti nemici ebbero forza di tranquillarla. Sì, questa volta ancora si era vinto, ma con quanta fatica! E poi, se la Macedonia, Cartagine, la Grecia, bene o male, erano state vinte, Viriato non dava tregua in Spagna e la guerra continuava implacabile. Dal 145 si cominciò ad affidarla di nuovo ad uno dei consoli. No, Roma perirebbe ben presto come Cartagine, se l’aristocrazia non sapesse vivere di nuovo con l’antica semplicità; se i Romani non si ricordassero più che il primo dovere del cittadino è il generar molta prole; se non si impedisse la rovina della piccola e della media proprietà rurale, donde erano usciti i soldati e gli eserciti, che avevano conquistato l’Italia e l’impero. In queste idee, dopo la caduta di Cartagine e di Corinto, si infervorava la parte migliore della nobiltà romana, quella che si raccoglieva intorno a Scipione Emiliano, divenuto ormai il primo personaggio di Roma.
Idee, che ben presto tentarono di uscire dalla chiusa cerchia delle conversazioni private. Nel 145 il tribuno C. Licinio Crasso, propose una legge agraria che mirava a ricostituire la piccola proprietà[64]; e poco prima o poco dopo ne imitò l’esempio il pretore Caio Lelio, un grande amico di Scipione, di cui era stato _legatus_ nella guerra di Cartagine. Quali fossero le disposizioni capitali della sua legge, non sappiamo; sappiamo solo che essa fu oppugnata con tanto furore in senato, che Lelio desistè dalla proposta; e perciò fu detto _sapiens_, il saggio[65]. Questa lode dell’uomo è la condanna dei tempi. Si diagnosticavano i mali, si discutevano i rimedi e sin qui eran tutti d’accordo; ma quando si passava all’atto, gli interessi si spaventavano e c’eran tante buone ragioni per escludere una dopo l’altra tutte le medicine proposte, che savio pareva il medico il quale rinunciava ai farmaci. Anzi succedeva di peggio: mentre tutti gli uomini savi erano d’accordo che occorreva frenare il nuovo spirito che si divulgava nelle moltitudini, non riuscivano che le imprese e i disegni, i quali avevano per effetto di esaltarlo. Buona parte del moderno Piemonte era ancora indipendente dal dominio romano, nè mai, del resto, quelle popolazioni avevano dato occasione a rappresaglie. Ma i Salassi possedevano dei territori auriferi; onde nel 143, senza provocazione alcuna, il console Appio Claudio li attaccava, toglieva loro una parte dei territori e ne faceva concedere le miniere a una compagnia di pubblicani. _Victumulae_, nel Vercellese, divenne un florido centro del commercio dell’oro[66].
68. =Gli scandali della guerra di Spagna: Numanzia.= — Fu questo un tempo grigio e fastidioso, in cui Roma ebbe come il sentimento di essere ròsa dentro da un male mortale, ma incurabile. Uno sconsolato pessimismo invade le alte classi e fomenta la discordia. Gli odi, gli asti, i ripicchi tra i grandi e le famiglie inveleniscono; e sono via via inaspriti dalle vergogne della guerra di Spagna. Ora vinto ora vincitore ma sempre in armi, Viriato non dava tregua ai Romani, anzi allargava la rivolta. Tra il 143 e il 142 riusciva a sollevare di nuovo contro Roma i tre popoli, dai quali era incominciata anni prima la rivolta della Spagna: gli Arevaci, i Titti ed i Belli. Numanzia era la rocca di questa nuova guerra. Si ritornava dunque da capo; tutto il sangue e il denaro speso per domare la Spagna erano stati sprecati! Lo sconforto a Roma fu tale che, durante l’anno 141, il proconsole Q. Fabio Massimo Serviliano, che comandava in Spagna e che era un uomo savio, trattò con Viriato e conchiuse con lui una pace onorevole, che riuscì a fare approvare dai comizi. I Lusitani erano quietati, non restava più che debellare Numanzia. Ma nel 140 il fratello di Fabio, Q. Servilio Cepione, diventò console; e tanto disse e intrigò presso il senato, che ottenne il permesso di ricominciare la guerra contro Viriato; proprio mentre il proconsole Q. Pompeo si faceva sconfiggere dai Numantini. Di nuovo la guerra stava per ridivampare in Spagna, quando Servilio Cepione riuscì a venire a capo di Viriato, facendolo assassinare da alcuni sicari.
Spento Viriato a tradimento, la resistenza dei Lusitani venne meno in poco tempo. L’esercito si sciolse; e gli avanzi accettarono, di lì a poco, delle terre intorno a Valenza. Ma la vittoria non era tale, per i mezzi che l’avevano procurata, da incoraggiare i Romani a continuare la guerra contro gli altri popoli: onde sul finire del 140, Q. Pompeo aprì trattative con Numanzia. Gli Spagnuoli accettarono volentieri di discutere; e la pace fu conclusa, a quali condizioni non sappiamo, ma dovevano essere discrete per i Numantini, se costoro acconsentirono a dare ostaggi e denari. La pace era dunque fatta, quando, al principio del 139, giunse il successore di Pompeo: M. Popilio Lena. Ma allora Pompeo, sia che avesse fatto queste trattative per non essere più assalito sino all’arrivo del successore, sia che all’ultimo momento temesse per le sorti del suo trattato a Roma, negò persino di aver mai trattato con i Numantini. Immaginarsi lo scandalo! I Numantini citarono a testimoni i senatori, i prefetti, i tribuni militari, che avevano preso parte alle trattative. Ne nacque una violenta discussione, alla quale Popilio Lena tagliò corto, rimandando le due parti — Numantini e Pompeo — al giudizio del senato. La discussione ricominciò a Roma, e si può immaginare se fu aspra! Risultò che Pompeo aveva trattato e conchiusa la pace; ma il senato non ratificò le sue promesse, e una legge, proposta per consegnare Pompeo ai Numantini, non fu approvata.
Non è difficile argomentare il disgusto, che un simile scandalo generò anche a Roma. Roma era dunque scesa così basso? Ma il male era fatto. La guerra riarse furibonda in Spagna. Popilio Lena non fece quasi nulla, gran parte dell’anno 139 essendo passato nelle discussioni intorno al trattato. Ma le armi furono riprese; e nel 137 Roma subiva una nuova tremenda disfatta. Il console C. Ostilio Mancino fu disfatto e accerchiato con 20.000 uomini; cosicchè per salvar l’esercito dalla distruzione dovè firmare il trattato di pace che i Numantini gli presentarono. Ammaestrati però dall’esperienza, i Numantini questa volta non acconsentirono ad accettare il trattato, se non quando un questore dell’esercito, Tiberio Sempronio Gracco, ebbe loro garantito che il popolo lo approverebbe. Tiberio Sempronio Gracco era figlio del console omonimo del 177 e del 163, che aveva amministrata la Spagna con umanità e giustizia, lasciando nelle popolazioni spagnuole un ricordo aureolato di venerazione: era cognato di Scipione Emiliano, che lo aveva in un certo senso educato; e genero di Appio Claudio, il console del 143. Rappresentava dunque quel che di meglio c’era ancora nella nobiltà romana. I Numantini si fidavano di lui. Ma a torto: chè quando a Roma si conobbero le condizioni della pace, l’opinione pubblica dichiarò di non accettarla. L’autorità dei Gracchi non approdò a nulla. Anche i suoi autorevoli parenti, come Scipione, non ritennero che l’impegno di una famiglia potesse legar la repubblica. Il popolo respinse il trattato.
La guerra dunque continuò, ma fiaccamente. Nel 136 e nel 135 gli eserciti romani, se non ricevettero clamorose disfatte, non compierono nessuna impresa di rilievo. Ma rifiutare la pace e non saper fare la guerra, era troppo: l’opinione pubblica si impazientì; e di nuovo volse gli occhi su Scipione Emiliano. Scipione era in Oriente, per una missione che il senato gli aveva affidata; e la legge vietava che fosse rieletto console. Anche questa volta l’opinione pubblica scavalcò l’ostacolo con un’altra legge; e Scipione fu eletto console per il 134. Egli partì per la Spagna; ma in quali condizioni trovò gli eserciti! Gli accampamenti erano pieni di meretrici, di mercanti, e di schiavi; i soldati si erano avvezzati perfino a prendere i bagni caldi! Gli fu necessario, come sotto Cartagine, rifarsi dalla disciplina e dai primi elementi del mestiere. Per fortuna, l’esercito possedeva qualche buon ufficiale: tra gli altri un certo Caio Mario, un pubblicano datosi alle armi dopo aver fatto fallimento e che veramente era nato più a maneggiare il ferro che l’oro.
69. =Il tribunato e la legge agraria di Tiberio Gracco (133 a. C.).= — Ma mentre Scipione si accingeva a terminare la guerra di Spagna, gravi cose succedevano in Roma. L’anno 133 fu un anno memorabile della storia di Roma. Era stato eletto tribuno per quell’anno Tiberio Sempronio Gracco, quel giovane che, come questore, aveva garantito ai Numantini il trattato di pace conchiuso con il console Mancino. Anche Tiberio Gracco era spaventato dalla rovina che minacciava insieme la piccola possidenza e l’esercito; ma all’opposto di tanti altri membri della nobiltà, non voleva soltanto lamentare il male, voleva anche curarlo. Sia che il male, aggravandosi, desse la spinta finale a una volontà già ardente; sia che la giovinezza gli nascondesse la difficoltà dell’impresa; sia che l’affronto fatto a lui e alla sua famiglia dal senato e dal popolo, sconfessando la pace di Mancino, lo avesse inasprito, certo è che egli riprese nel 133, come tribuno della plebe, il disegno così facilmente abbandonato da Caio Lelio.
La sua _legge agraria_ del 133, la prima degna di questo nome, dopo la Licinio-Sestia del 367, è dettata appunto dalle inquietudini del partito tradizionalista. La penisola non disponeva più di terre pubbliche assegnabili; ma le terre, che i ricchi avevano locate o usurpate, potevano, in quanto _ager publicus_, essere legalmente riprese dallo Stato. Se, dopo averle riprese, lo Stato le avesse distribuite in piccoli lotti alla povera gente rovinata, il maggiore tra i mali dell’Italia — l’unico, anzi, che Tiberio vi scorgesse — non sarebbe stato guarito, e l’Italia non sarebbe ridiventata un paese di piccoli agricoltori e di valorosi soldati?
Concretando, Tiberio proponeva: 1) che nessun cittadino romano potesse possedere più di 500 iugeri (Ea. 125) di agro pubblico, o di 750 (Ea. 187,50) se padre di un solo figliuolo, o, al massimo, di 1000 (Ea. 250) se padre di due o più figliuoli: la proprietà così limitata, poteva essere fatta stabile ed esente da tributo; 2) che lo Stato ripigliasse a ciascun cittadino romano la parte di agro pubblico occupato, che superava quelle misure, pur risarcendo ai possessori le spese del dissodamento e dei miglioramenti; 3) che fossero parimenti, ai Latini e agli alleati italici, tolte le terre pubbliche acquistate o assegnate illecitamente o irregolarmente, salvo il diritto di partecipare alle nuove distribuzioni con eguali diritti dei cittadini romani; 4) che tutte le terre pubbliche disponibili in seguito all’applicazione della legge, fossero distribuite in piccoli lotti, probabilmente di 30 iugeri (Ea. 7,50) l’uno, quali possessi inalienabili e con l’obbligo del pagamento di un canone annuo allo Stato; 5) che il compito di applicare la legge fosse affidato a una commissione di tre membri, da eleggersi annualmente dai comizi tributi: _tresviri agris iudicandis adsignandis_, i quali procederebbero alla misurazione e alla distribuzione delle terre demaniali, con facoltà di istruire essi stessi i processi delle contestazioni e di pronunciare sentenze inappellabili[67].