Part 34
Al Vigliani, dopo avergli reso conto di quanto avevo fatto, dissi che appena paresse finita la mia missione momentanea e rivoluzionaria, si pensasse a sostituirmi, poichè non era mia intenzione di mettermi in una regolare carriera amministrativa. Il Vigliani fu con me gentilissimo, approvò quanto avevo fatto, e mi incoraggiò a continuare. Sull’invio di Garibaldi, o d’altre forze in soccorso della Valtellina, non mi seppe dir nulla; ma in compenso volle rinnovarmi i miei poteri, dandomene anzi di più ampî. Così venni nominato R. Commissario effettivo. Mi disse poi che si stava provvedendo all’amministrazione regolare delle provincie liberate, e che tra otto o dieci giorni sarebbero stati nominati gli Intendenti (prefetti).
Allora io gli esposi quanto sarebbe stato opportuno per la Provincia di Sondrio la nomina di Enrico Guicciardi. Il Guicciardi, valtellinese, uomo politico, amministratore, militare, era proprio fatto apposta per amministrare una provincia di cui conosceva a fondo i bisogni, e dove c’erano dei punti militarmente importanti nella guerra che in quei giorni si guerreggiava.
Il Correnti caldeggiò vivamente tale proposta, e aggiunse che del Guicciardi s’era già parlato al Ministero per affidargli questa o qualche altra importante missione. Ma la conversazione fu breve: l’usciere, che l’aveva interrotta più d’una volta, venne con una nuova ambasciata più importante delle altre, e ci alzammo in piedi tutti e tre.
Il Vigliani incaricò il Correnti di stendere il decreto della mia nomina con le istruzioni e coi poteri pel commissario della Valtellina: il Correnti s’intese subito con me, e poco dopo mi consegnò il mio decreto di nomina firmato. La mattina seguente, cioè il 14, ripartii per Sondrio.
Anche questa volta io tornavo a mani vuote. La mia andata a Milano aveva fatto nascere molte speranze, sicchè tornando dovetti chiudermi in un dignitoso silenzio, non osando dire che il solo rinforzo che portavo con me era un rinforzo, sulla carta, dei miei poteri. Nullameno avevo ottenuto di frenare il Montanari, ossia di incastonare la mia _perla_.
Il giorno dopo il mio ritorno a Sondrio m’ebbi una grata sorpresa. Mentre ero sulle mosse per recarmi all’avamposto, arrivarono il colonnello Sanfront e il mio amico marchese Lodovico Trotti, capitano di cavalleria, ambedue addetti alla casa militare di Vittorio Emanuele, che venivano dal quartier generale mandati a visitare le posizioni della Valtellina. Quella visita era stata, forse, in parte promossa anche dai rapporti che mandavo ora a Emilio, ora al quartier generale: e non è a dire quanto ne fossi lieto: mi pareva d’aver trovato finalmente un valido appoggio, mi pareva d’aver messa al sicuro la mia responsabilità.
Il colonnello Sanfront voleva ispezionare minutamente e militarmente il nostro punto di difesa e le nostre piccole forze; io quindi, per lasciargli la maggior libertà, dopo averlo informato di tutto non lo accompagnai che fino al Bolladore, villaggio che distava alcuni chilometri dall’avamposto. Sanfront e Trotti vennero a prendermi verso sera per ritornare a Sondrio.
Il colonnello aveva fatto molte osservazioni, e il capitano Montanari le aveva pigliate maluccio. C’era stato, a quanto mi disse il Trotti, un battibecco al quale il colonnello aveva presto messo fine bruscamente con la sua autorità militare. Il Montanari aveva già avuto l’ordine di Garibaldi di sospendere qualsiasi mossa offensiva, ma egli voleva reclamare ed insistere; ora il Sanfront gli aveva ripetuto l’ordine di Garibaldi col piglio più severo.
Capii che il mio Montanari era piaciuto poco al Sanfront, ch’era un vecchio e rigido militare; e infatti prima di partire egli mi disse ch’era urgente l’invio di forze regolari, o meglio disciplinate, per difendere le posizioni importanti della Valtellina, e che soprattutto poi era urgentissimo il mandare qualche altro a prendere il comando del nostro battaglione in formazione.
Il Sanfront mi diede altresì l’incarico secreto di procurarmi regolarmente, e di mandare al comando dell’esercito, delle informazioni sui movimenti delle truppe austriache nei paesi al di là dello Stelvio, e nella valle dell’Adige; servizio difficile e pericoloso. Ne incaricai il mio amico Giovanni Salis, fratello del conte Ulisse del quale ho già parlato: il Salis seppe disporlo benissimo per mezzo di vecchi militari che avevano servito nei reggimenti austriaci, che conoscevano la lingua tedesca e i paesi del Tirolo, ed erano in grado di dare informazioni sicure e precise. Di tali informazioni potei mandarne al campo parecchie, prima della battaglia di Solferino.
Ricordo, come curiosità anedottica, che quello spionaggio costò al mio amico Salis tremila lire, e che non so quale autorità competente burocratica, voleva poi addossarle a lui o al Commissario Regio, ossia a me; ma per fortuna un ministro, non della guerra ma dell’interno, credette alla mia parola, e il Salis fu rimborsato.
Tra le carte e le lettere che si erano accumulate sulla mia scrivania, durante quei quattro giorni in cui ero andato a Bergamo e a Milano, rammento ancora, due dispacci _personali e confidenziali_, uno dei quali veniva dal quartier generale francese, e l’altro dal gabinetto particolare del Ministro degli affari esteri.
Il dispaccio francese era scritto dal capo della Polizia addetta al comando dell’esercito. Questo Commissario-capo, di cui non rammento il nome, mi scriveva d’essere stato avvisato dalla Polizia centrale di Parigi che due francesi, dei quali mi si davano i nomi e i connotati, erano partiti per l’alta Italia col mandato di attentare durante la campagna alla vita dell’Imperatore, e che per meglio riuscire nel loro intento si sarebbero eventualmente arruolati in qualche corpo italiano di regolari o di volontari si pregava quindi me pure di far esercitare molta sorveglianza, specialmente ai confini svizzeri, dai quali quei due sarebbero penetrati in Lombardia.
Il Vigliani mi aveva appunto mandato in quei giorni alcuni carabinieri. Diedi il dispaccio al maresciallo, il quale poi di tanto in tanto veniva a dirmi che nessuno individuo _qualificato francese_ erasi _infiltrato_ nella valle.
Il dispaccio del Ministero degli esteri, con la firma di Cavour, mi comunicava che informazioni provenienti dalla Svizzera avvisavano il Governo piemontese esserci in qualche località della Confederazione, e specialmente nel Canton Grigione, dei complotti e delle mene per promuovere in Valtellina un movimento nella pubblica opinione, e occorrendo dell’agitazione, nel senso di una aggregazione della valle ai Grigioni, o almeno alla Svizzera. Il dispaccio riteneva queste voci esagerate e prive d’importanza; nonostante me le comunicava per mia norma, e mi chiedeva quale poteva essere, a parer mio, l’opinione pubblica in Valtellina su tale argomento.
La mia risposta fu pronta e precisa. Allora viveva ancora tutta quella generazione, che aveva udito dai propri padri narrare con quanti sforzi la Valtellina era riuscita a staccarsi dai Grigioni; da quei padri, ai quali era giunta l’eco ancor viva e forte dei dolori patiti sotto il Governo delle Leghe Grigie, e dell’odio che si era accumulato da tre secoli verso gli antichi dominatori. Nei contadini, e nel popolo minuto, era rimasta un’avversione mista di antipatie personali e di odii religiosi, che si manifestavano in mille modi, fin in pratiche religiose che ricordavano le antiche lotte. Di più le relazioni maggiori per interessi, per studî, per conoscenze, per affinità di stirpe avevano sempre attirati i valtellinesi verso la Lombardia; con la quale avevano mantenuta, anche dopo esserne stati divisi, una solidarietà che fu indistruttibile. I valtellinesi poi, come erano stati ad essa ricongiunti dopo il 1797, avevano partecipato alle stesse aspirazioni nazionali, e in ogni occasione avevano dato prove dei sentimenti del loro patriottismo e della loro italianità.
I miei poteri _dittatoriali_ si avvicinavano alla loro fine. Il Governo del Re cominciava a costituirsi regolarmente in tutti i paesi ch’erano dietro le linee occupate dagli eserciti francese e piemontese. Emilio mi aveva scritto che presto sarebbe cessata la sua missione, e che Garibaldi avrebbe ripiegato verso la Valtellina. Alcuni giorni dopo questa comunicazione ne ebbi un’altra dal Vigliani, il quale mi annunziava la nomina di Enrico Guicciardi a Intendente della Provincia di Sondrio. L’avevo vivamente desiderata, e ne fui lietissimo.
Il Guicciardi arrivò a Sondrio il giorno 20 di giugno, e il giorno seguente gli feci la consegna dell’ufficio.
I miei poteri erano durati appunto tre settimane, e li deponevo con un grande sollievo, e non senza una certa intima soddisfazione. Li avevo assunti con quella pronta riflessione del dovere, con cui allora tutti assumevano tutto: mi poteva succedere di dare il mio nome a un disastro per la mia provincia nativa, e invece la sorte mi era stata favorevole. Non ci avevo compiuto certamente nulla di eroico, ma forse avevo contribuito ad evitare qualche danno, e così finivo contento.
Il Guicciardi mi fece subito, anche in nome del Governo e con molta insistenza, parecchie offerte cortesi ed onorifiche; ma, avendo io detto esplicitamente che desideravo soltanto di rimanere col battaglione valtellinese, egli propose ch’io avessi intanto l’ufficio di ispettore per tutto ciò che riguardava questo battaglione, col grado di capitano di Stato Maggiore nei volontari e che risiedessi in Bormio fino a che il battaglione fosse chiamato a un azione offensiva oltre il confine; nel qual caso avrei potuto riprendere eventualmente l’ufficio di R. Commissario in qualche paese occupato. Accettai queste proposte, e il Guicciardi qualche giorno dopo mi comunicò che anche il Governo le aveva approvate.
Alcuni giorni prima, una Commissione della Valcamonica era venuta da me, per la seconda, volta, con la proposta di riunire al Commissariato di Valtellina anche la zona di Edolo, allo scopo di avere una difesa meglio concentrata e più pronta dinanzi agli austriaci dello Stelvio e del Tonale. Questa Commissione fin dal giorno 10 si era recata a Bergamo e aveva persuaso mio fratello a fare un decreto col quale io ero nominato Commissario anche per la zona di Edolo. Ma io che avevo già sulle spalle un peso non lieve, avevo pregato mio fratello e la Commissione a metter da parte pel momento quel decreto, ed a prendere intanto qualche altro provvedimento. Ora la Commissione era tornata con quel tal decreto in mano, e gentilmente insisteva per avere la mia accettazione. Ma ormai i commissariati volgevano al loro tramonto, e io diressi la Commissione al Governatore Vigliani, pregandolo di sollecitare per la Valcamonica quei provvedimenti che si andavano applicando agli altri paesi dal Governo di Lombardia.
La Valcamonica non tardò a vedersi fortemente difesa: vi fu mandato un reggimento della brigata Regina, la quale, sotto gli ordini di Cialdini, era stata distesa lungo gli sbocchi alpini fronteggianti il Tirolo. Il colonnello Brignone, che comandava il reggimento, ne staccò poi tre compagnie, e le diresse in Valtellina col maggiore Manassero e col colonnello di Stato Maggiore Ricci.
Le tre compagnie arrivarono il 22 giugno. Avvisatone, andai loro incontro, e col maggiore e col colonnello si fece una rapida corsa in carrozza tra la Tresenda e Grosio. Data un’occhiata ai vari punti, il colonnello e il maggiore fecero occupare con le loro compagnie Mazzo e il passo del Mortirolo, che sta a cavaliere tra la Valtellina e la Valcamonica. Non credettero prudente di occupare un posto più avanzato, lasciando che all’avamposto del ponte del Diavolo, che poteva essere preso alle spalle appunto da Mazzo, rimanessero delle forze irregolari.
Il colonnello Ricci mi disse che l’invio delle tre compagnie in Valtellina era un primo risultato del rapporto fatto dal colonnello Sanfront al quartiere generale.
Ritornando a Sondrio seppi dal Guicciardi che Garibaldi aveva lasciato Salò, e si dirigeva verso la Valtellina, ove sarebbe arrivato alla fine del mese, e cioè dopo otto giorni circa di marcia, preceduto dal Medici che veniva innanzi con una avanguardia. Mi disse anche che il comando francese aveva mandato una compagnia del genio a preparare mine lungo la strada tra Lecco e Colico, caso mai gli austriaci pigliassero quella direzione, dopo aver spazzato le poche forze che c’erano in Valtellina.
Così, dopo averci dimenticati per un pezzo, s’eran tutti svegliati, e cominciavano a venire i provvedimenti in abbondanza. Venivano in un buon punto, poichè a un tratto s’era levato un nuovo allarme.
Qualche giorno prima della battaglia di Solferino erano stati osservati dei movimenti e dei concentramenti di truppe austriache al di là del Tonale, che avevano lasciato credere a un’invasione in Valcamonica. Varie circostanze avevano talmente avvalorata questa voce, e il fatto parve tanto imminente, che il maggiore Manassero si ripiegò rapidamente da Mazzo a Tresenda per sorvegliare l’Aprica, mentre il Medici, accelerando la sua marcia, arrivava il giorno 24 a Tresenda unendosi col Manassero. Parte del battaglione valtellinese fu richiamato a Mazzo, e all’avamposto non rimase che una compagnia e mezza sotto il comando del tenente Zambelli, giovane bresciano intelligente e risoluto.
Questo movimento veniva compiuto in poche ore. Il giorno dopo ci arrivò la notizia della battaglia di Solferino, e si seppe che gli austriaci, dopo essere scesi dal Tonale a fare una ricognizione verso Edolo, si erano allontanati. Allora il maggior Manassero si portò all’Aprica e ad Edolo, e le compagnie del battaglione valtellinese ritornarono all’avamposto, ove s’era pure recato il Medici per visitare le posizioni.
Insieme con le compagnie valtellinesi si era recata all’avamposto un’avanguardia di circa mezza compagnia dei garibaldini del Medici accampati a Tresenda. Questa mezza compagnia era comandata dal capitano Strambio pavese; soldato non bello, ma ottimo. Era alto e magro; nel suo portamento non c’era nulla di militare; pareva un archivista o un _protocollista_ a cui avessero in quel momento buttato sulle spalle il cappotto d’un soldato; ma i soldati lo amavano e lo ammiravano; viveva sempre con loro, occupandosi di tutto e di tutti con premura e con tatto; al fuoco lo dicevano valoroso e calmo, come se quella fosse la sua occupazione ordinaria.
Il nostro avamposto, al ponte del Diavolo, era appena rioccupato, e Medici se ne era appena allontanato per poco, quando di improvviso scesero ad attaccarlo vigorosamente alcune compagnie di austriaci, credendo forse di sorprendere i pochi che c’erano il giorno prima.
Si impegnò un vivo combattimento, che durò un paio d’ore, e che fu il fatto d’arme principale ch’ebbe a sostenere il battaglione valtellinese in quella breve campagna.
Gli austriaci rinnovarono più volte l’attacco, portandosi fin sotto al terrapieno che chiudeva la valle, e dietro al quale stavano i nostri. Questi, meno gli ufficiali, si trovavano al fuoco per la prima volta, e ci stettero con quella calma che distingue i montanari, abituati ai pericoli. Parte di essi, circa un centinaio, non erano ancora armati; ma accorsero essi pure, e arrampicatisi sulle falde scoscese del monte che sta di fianco alla strada postale, presero a far rotolar sassi e a staccar pezzi di macigni mandandoli giù per la china, obbligando gli austriaci ora a ritirarsi, ora a cercar riparo contro quella valanga di pietre. Questi montanari senza armi decisero forse il buon risultato del combattimento. Il sole tramontava, l’attacco non era riuscito e gli austriaci ritornarono a Bormio: noi non avevamo avuto morti, ma parecchi feriti[36].
Il giorno seguente, ossia il 27 giugno, il Medici faceva marciare in avanti i suoi ottocento soldati che accampavano a Tresenda, e portava l’avamposto dal ponte del Diavolo qualche chilometro più in su, a S. Antonio di Morignone, da ove scendevano ancora tratto, tratto, delle grosse pattuglie austriache ad attaccare, intimando al Municipio di Bormio delle forti requisizioni.
Il giorno stesso entrava in Valtellina, coll’intera sua brigata, Garibaldi, al quale era stata affidata la difesa di tutti gli sbocchi alpini, lo Stelvio, il Tonale, il Caffaro e la Rocca d’Anfo, mentre Cialdini che vi aveva prima il comando ripiegava su Brescia.
NOTA.
[36] In quel combattimento si distinsero il capitano Strambio, il tenente Zambelli e il Quadrio di Sondrio, il sergente Putti, i soldati De Maestri, Del Castello, Solari, Mirri, Trinca di Tirano, e Sassella di Grosio.
(_Relazione del colonnello Medici su quanto ha operato in Valtellina_ nel libro _I Cacciatori delle Alpi nel 1859_, di Francesco Carrano).
CAPITOLO XXXII.
1859.
VII.
_Sommario:_ D’accordo con Guicciardi parto per Torino per affari amministrativi. — Un’udienza da Cavour, a Torino. — Emilio a Modena. — Io ritorno a Sondrio. — Marcia del Medici su Bormio. — Presa di Bormio. — Attacco dei Bagni di Bormio. — Ritirata degli austriaci ed occupazione da parte loro di _Sponda lunga_. — Rimango alcuni giorni a Bormio. — Stanchezza dei volontari. — Ritorno del battaglione valtellinese a Sondrio. — Mio ritorno a Sondrio, con Guicciardi. — Richiamo del capitano Montanari. — Arrivo dei Cacciatori degli Appennini.
Di concerto col Guicciardi avevo fissato di fare una corsa a Torino per definire parecchie questioni amministrative e militari, che si trascinavano da alcune settimane. Ora poi che venivano tutti i corpi garibaldini, i vecchi e quelli di nuova formazione, ci occorreva di avere dal Governo nuove istruzioni.
Io poi, personalmente, avevo bisogno di regolare diversi affari. Per tre settimane avevo governato colle casse vuote, avevo fatto venir armi e munizioni, materiali e provviste da guerra, procurando di evitare le requisizioni e di disturbare il meno possibile i comuni e i cittadini. La maggior parte delle spese le avevo dovute fare rilasciando cambiali alle volte anche solo in mio nome, nella speranza di un esito finale felice. Le cambiali oramai erano prossime a scadere e parevami giunto il momento di pensare a pagarle.
L’avere un’udienza da Cavour, in quei giorni, non era facile, nondimeno ci riuscii. Non aspettai che due giorni, intanto preparai mentalmente il discorsetto che avrei fatto. Quando si parla coi ministri, bisogna non divagare e non perdere di vista lo scopo che si vuol raggiungere.
Il barone Ricasoli, quand’era ministro, nel dare le udienze prendeva la parola pel primo, con una formula che gli era abituale: «Signore, s’accomodi», diceva tutto serio, «parli e procuri di esser breve e chiaro». L’altro, allora, se non aveva pronto il suo bravo discorsetto breve e chiaro, dinanzi a quell’uomo severo e stecchito perdeva il filo delle idee, e l’udienza andava a rotoli.
Cavour mi lasciò dire, solo interrompendomi di tanto in tanto con qualche interrogazione, e prendendo degli appunti circa gli ordini che doveva dare per provvedere agli affari della Provincia di Sondrio. Non mancai di dirgli che anche l’Intendente Guicciardi era molto impensierito per l’affluire di tanti corpi di volontari tutti insieme, in un paese piccolo e di poche risorse, mentre, per tener fronte agli austriaci, od anche per prendere l’offensiva, potevano bastare forze minori, purchè scelte e adatte. Avendomi Cavour incoraggiato a precisare meglio il mio pensiero, gli dissi che per lo Stelvio potevano bastare pochi battaglioni, formati in maggioranza da montanari e da gente pratica dei luoghi, dei quali avrebbe potuto prendere il comando molto utilmente lo stesso Intendente Guicciardi; mentre a Garibaldi sarebbe rimasto un altro campo più vasto e importante d’azione, la difesa cioè e l’attacco di tutti gli altri sbocchi alpini. Pensiero questo che era comune a quanti conoscevano il Guicciardi e le cose di Valtellina.
Cavour mi rispose che altri gli avevano comunicata questa idea; ch’egli l’aveva avuta presente nel nominare Guicciardi Intendente di Sondrio, e che l’avrebbe forse effettuata a seconda dello svolgersi degli avvenimenti. L’idea allora non si effettuò, ma la vedemmo in pratica nel 1866, e il risultato dimostrò ch’era buona.
L’udienza fu breve. Delle cose pensate il giorno prima ne avevo detto solo una parte; il rimanente lo avevo soppresso un po’ per discrezione, e un po’ vedendo che molte cose le sapeva già.
Sbrigate poi le mie varie faccende, che dipendevano dai ministeri, me ne andai a Milano, ove rimasi due giorni, prima di ritornare al mio posto; lieto che certe forniture militari, di cui mi aveva incaricato il Guicciardi, mi permettessero, senza mancare al mio dovere, di passare un paio di giornate in famiglia con mia madre ch’era tornata dalla Valtellina, coi miei fratelli e coi miei più intimi amici.
A Milano trovai Emilio, che, finita la sua missione, era stato improvvisamente chiamato da Farini in quei giorni a Modena.
Emilio non sapeva capacitarsi di quella chiamata; si trattava di assumere delle funzioni presso il Governatore, mentre egli aveva già presa una risoluzione diversa; era quindi oscillante tra l’andare o il rifiutare. La risoluzione diversa era quella di arrolarsi nelle guide di Garibaldi, appena finito il suo commissariato regio.
— «E come mai, domandava Emilio, poteva essergli venuta quella improvvisa chiamata da Farini?» Egli non lo sapeva, e non lo seppe che un pezzo dopo. Ma a me lo confidò subito in secreto mia madre appunto in quei giorni in cui ero a Milano.
Mia madre, appena saputa l’intenzione di Emilio di arrolarsi nelle guide di Garibaldi, aveva chiamato il Correnti, e gliela aveva comunicata, dicendogli: «Non le pare che in questi momenti Emilio possa fare qualche cosa di meglio che la guida a cavallo?»
Il Correnti ringraziò mia madre d’averlo avvisato, prese la cosa a cuore, e pensò di scrivere al Farini, ricordando che questi aveva molta simpatia per Emilio e lo aveva grandemente lodato con tutti per la prontezza con cui aveva accettato il non facile incarico di Commissario del Re al campo di Garibaldi.
Emilio, spinto da tutti, finì con l’accettare la chiamata di Farini; e questo fu il primo passo della sua carriera politica. Il Farini aveva chiamati intorno a sè alcuni valenti giovani, e aveva formata con essi la propria segreteria. Poi, quando dopo la pace di Villafranca, assunse la dittatura nei Ducati, assegnò ad alcuni di questi giovani degli uffici di maggiore importanza, e ad Emilio affidò le trattative delle annessioni e delle questioni di politica estera.
La mattina del 2 luglio ripartii per Sondrio, e trovai per strada Lodovico Trotti, il quale era stato di nuovo mandato in Valtellina dal quartier generale del Re, dove era giunta la notizia di forti concentramenti di truppe nel Tirolo verso i confini italiani: si desideravano delle informazioni da noi. Il Guicciardi potè presto rispondere che quelle truppe erano corpi reduci da Solferino, riuniti in quei posti per esservi riordinati.
La sera stessa in cui giunsi a Sondrio, il Guicciardi mi annunziò che il Medici marciava su Bormio, e che dovevamo quindi indirizzarci a quella volta subito anche noi. E così si fece, e così aggiunsi alla mia giornata di viaggio altri sessanta chilometri, nella notte in carrozza, senza prender fiato.
Arrivammo a Bormio, che era già caduta in potere dei nostri la mattina del 3. Garibaldi ci arrivò poco dopo noi. Il giorno prima il Medici, mandando innanzi il battaglione valtellinese, sostenuto dal proprio reggimento, aveva occupato Ceppina, e poi aveva marciato rapidamente su Bormio, impadronendosene quasi di sorpresa, dopo brevi scaramucce. Gli austriaci si erano prontamente ritirati ai Bagni nuovi e ai Bagni vecchi, due forti posizioni, e vi si erano concentrati, tagliando le strade e facendo saltare il ponte della prima galleria della strada dello Stelvio.