Ricordi di gioventù

Part 35

Chapter 353,715 wordsPublic domain

Nella giornata i garibaldini erano andati ad occupare diverse posizioni di fianco a quelle austriache, e Garibaldi aveva visitati e studiati i punti di attacco, insieme anche con diverse persone del paese pratiche delle località. Dopo di ciò Garibaldi ordinò che nelle ore pomeridiane si desse l’assalto alle posizioni dei Bagni nuovi.

Pranzammo io e Guicciardi, poco dopo mezzogiorno, in compagnia di alcuni ufficiali dello Stato Maggiore garibaldino e di Agostino Bertani, Capo delle ambulanze: eravamo tutti alloggiati, anche Garibaldi, nell’albergo Clementi. Poi, tutti assieme, ci spingemmo avanti sulla strada postale che da Bormio conduce ai Bagni per vedere l’attacco alle posizioni austriache incominciato da poco.

Da quella strada, lunga circa quattro chilometri in salita, ne percorremmo più della metà. Mano mano che si procedeva si vedevano più distintamente le mosse dei nostri e i fuochi degli austriaci: i soldati di Bixio eran quelli che vedevamo più da vicino, a ducento metri all’incirca, mentre si arrampicavano e si distendevano sulla falda scoscesa della Reit, che appunto noi costeggiavamo. Essi tentavano la difficile impresa di portarsi più in su, per dominare i posti da dove facevan fuoco gli austriaci; ma la falda era tutta franosa, e procedevano a stento, mentre gli austriaci dall’alto e in posti difesi facevan fuoco continuamente su loro. Più lontano si sentivano le fucilate che gli austriaci scambiavano furiosamente dai Bagni nuovi coi garibaldini, i quali ne tentavano l’assalto, salendo dal piano sottoposto verso il poggio dei Bagni.

Su quel punto il combattimento fu deciso dal comparire dei tiratori garibaldini sulla falda del monte che sta a occidente dei Bagni: allora gli austriaci si ritirarono più in su, verso i Bagni vecchi, e in posizioni naturalmente più riparate.

Nella svolta d’una delle molte insenature della strada postale ci trovammo a un tratto in un punto da dove vedevamo a circa trecento metri i cacciatori tirolesi, che distesi in catena, e dietro i naturali ripari del terreno, tiravano sui cacciatori di Bixio. Ma anche loro videro noi: videro questo gruppo d’ufficiali, che salivano piano piano lungo lo stradale, osservandoli coi canocchiali puntati, e ci presero subito di mira: per fortuna tenevano la mira un po’ alta, e le palle fischiavano a un metro circa sopra le nostre teste. Ma venivano diritte, e distintamente in direzione di ciascuno di noi. Queste fucilate durarono qualche tempo, che a me, non abituato a far da bersaglio, non mi parve breve. I miei compagni ufficiali dovevano naturalmente, per l’onore della professione, mostrare la più completa indifferenza: perciò senza allontanare i canocchiali dagli occhi, e rimanendo fermi in mezzo alla strada, continuavano la conversazione come se fossero al caffè, facendo anche della maldicenza, e cioè criticando il tiro di quei tirolesi. Io invece, in cuor mio, mi sentivo più indulgente.

Era la prima volta che mi sentivo fischiar le palle sulla testa per parecchi minuti di seguito, in attesa di quella rettifica del tiro di cui si intrattenevano i miei compagni della passeggiata.

Se qualcuno mi domandasse quale fosse la mia impressione in quel momento, direi sinceramente che, secondando il primo movimento dell’animo, mi sarei volentieri tirato dietro un muro che pareva messo lì apposta; ma poi altri sentimenti presero ben presto il sopravvento, e rimasi anch’io piantato in mezzo alla strada, disinvolto come gli altri, anzi, per non parere da meno, non mi mossi che quando loro si decisero a continuare la passeggiata, entrando in una insenatura dove si sentiva meno frequente il fischiar delle palle.

Calata la notte i cacciatori di Bixio ripiegarono su Bormio: il nostro attacco di fianco non era riuscito, e durante la notte gli austriaci si ritirarono alla posizione detta la _Sponda lunga_, dopo aver incendiata la prima cantoniera sullo stradale dello Stelvio.

La presa di Bormio era stata fatta con impeto, con rapidità, ma non bene. Se si fossero meglio studiate le posizioni, si sarebbero potuti ottenere dei vantaggi ben maggiori: invece, contentandosi di respingere senz’altro quelle prime compagnie che si trovarono di fronte, si lasciò che il rimanente delle truppe si concentrasse facilmente nella forte posizione di _Sponda lunga_, dalla quale, se fosse continuata la guerra, sarebbe stato difficile scacciarle. Il Guicciardi nel 1866, in quelle medesime posizioni, con forze assai minori, ma con mosse abili e ben combinate, seppe ottenere risultati ben più importanti.

Il giorno seguente ci fu tregua. Gli austriaci si trincerarono a _Sponda lunga_ posizione che domina gran parte dello stradale dello Stelvio, e che non può esser presa se non girandola traverso ghiacciai e vie quasi inaccessibili; operazione che, come ho detto, doveva in parte riuscire sette anni dopo al Guicciardi.

Ci fermammo noi pure, il Guicciardi ed io, a Bormio una giornata, che il Guicciardi impiegò nel dare informazioni, sui luoghi e sul da farsi, allo Stato Maggiore, al Medici, al Cosenz e a Bixio: io rividi con gran festa molti amici, che mi narrarono le vicende toccate a ciascuno in quella campagna rapida e avventurosa; ma di tutti mi colpì la grande stanchezza non dell’animo, ch’era sempre in tutti alto e lieto, ma del corpo.

Avevano percorso, in quei due mesi, più di seicento chilometri, a piedi, non riposando quasi mai che nell’aperta campagna, senza tende, senza zaino, senza preparazione di sorta alla vita militare; e moltissimi cominciavano ad essere sfiniti e malaticci. Un ufficiale mio amico, il valoroso Migliavacca, che morì poi a Milazzo, mi disse queste precise parole: «Fin qui ci ha condotti l’orgasmo; ma, se si dovesse marciare innanzi subito, non troveremmo venti uomini per compagnia capaci di seguirci.»

Ed era proprio così. Pochi giorni dopo, gli ospedali, le caserme, le case, nell’alta Valtellina, rigurgitavano di garibaldini malati per spossatezza, per febbri, per tifo.

Prima di lasciar Bormio, Guicciardi ebbe un colloquio anche con Garibaldi, ed ottenne che gli mandasse a Sondrio il battaglione valtellinese; il quale aveva bisogno d’esser equipaggiato e rifatto di pianta, sebbene il Montanari non la pensasse così; per la qual cosa, forse, il battaglione non ci fu mandato che dopo nuove insistenze, e dopo parecchi giorni.

Ritornati a Sondrio trovammo l’annunzio che il giorno 7 sarebbero arrivati in Valtellina i Cacciatori degli Appennini, reggimento di volontari ch’era stato formato pel primo dopo i Cacciatori delle Alpi. Ci era annunziata anche la venuta di drappelli e di altre compagnie in formazione. I volontari, tutti insieme, avrebbero formato cinque reggimenti di quattro battaglioni ciascuno, che dalla Valtellina sarebbero poi in parte passati ad occupare le alte valli lombarde, col comando generale in Lovere di Valcamonica, con Medici in Valtellina e Cosenz in Val Sabbia.

Quest’annunzio veniva ad accrescere di molto il lavoro dell’Intendenza di Sondrio, la quale doveva provvedere rapidamente alle sussistenze, ai quartieri, alle ambulanze per tutte queste nuove truppe, che, come sapevamo già per esperienza, sarebbero giunte con esigenze e bisogni.

Il Guicciardi pregò me e il Bonfadini, che in quei giorni era venuto a Sondrio guarito, di aiutarlo nel prendere tutti i provvedimenti necessari. Mi ricordo che lavoravamo tutti e tre insieme nella medesima stanza per scambiarci i nostri pensieri, e consigliarci a vicenda quando occorreva. Con ciò avevamo anche l’occasione più facile di alleggerire i sopraccapi con qualche risata; e le occasioni c’eran date di solito dai carteggi di gente spaventata, di rivoluzionari progettisti, di fabbricatori di piani di guerra, e di cercatori di impieghi. E siccome in questi carteggi eravamo chiamati spesso con dei titoli altisonanti, così, anche noi, imitandone lo stile, se erano affari di mia spettanza, il Bonfadini mi passava le carte scrivendoci in fronte al _R. Intendente Generale delle armate di S. M. in Valtellina_, e quando io le passavo a lui, ci mettevo a _S. E. il Ministro dell’Interno di tutte le Valtelline_.

Si rideva, ma alle volte si tiravano anche _dei moccoli_, come si diceva in gergo militare; ed era quando fioccavano dispacci dai ministeri, dal governatore generale della Lombardia, dal quartier generale di Garibaldi, da colonnelli, da capitani, e se occorreva da caporali, che volevan cose impossibili, o davan ordini che erano in contraddizione l’un con l’altro. Le competenze, le gerarchie, le legalità, era tutta roba in istato di caos, e alle volte c’era una confusione da perderci la testa. Mi pare ancora di vederlo quell’impiegato del Municipio di Sondrio, ch’era stato incaricato di farmi da segretario, tutto il giorno colle mani nei capelli!

In quel tempo ebbi occasione di ammirare sempre più la testa ordinata e calma di Enrico Guicciardi.

Qualche giorno prima che arrivasse a Sondrio il battaglione valtellinese, mi vidi capitare il capitano Montanari che, di mal umore e accigliato più del solito, m’annunziò d’essere stato richiamato e destinato, non rammento se a Lecco o a Bergamo, dove c’erano dei depositi di volontari: e ciò mentre appunto sperava d’esser nominato maggiore del battaglione valtellinese.

Il mio pensiero corse in quel momento al colonnello Sanfront, e ai miei rapporti dei primi giorni.

«Questo è un tiro dei preti!» esclamò il Montanari. «Se ne facevo fucilare un paio quando venni in Valtellina, a quest’ora ero maggiore del battaglione! Caro Commissario, non glielo dicevo io?»

Non lo rividi più. Molti mesi dopo seppi che, partito coi _Mille_ e gravemente ferito a Calatafimi, era morto pochi giorni dopo: era morto da prode, quale era sempre stato.

Il giorno 7 luglio incominciarono ad arrivare a Sondrio i _Cacciatori degli Appennini_, distribuiti in vari luoghi della provincia, ma non più in su di Tirano. Questo reggimento era stato formato in Piemonte, dopo la partenza dei Cacciatori delle Alpi, coi nuovi volontari che accorrevano da ogni parte d’Italia, e di cui n’era stato dato il comando da principio al generale Ulloa. Arrivavano freschi, bene in assetto, come soldati che mutassero di guarnigione; e infatti non avevano sostenute marce faticose, e non erano ancora stati condotti al fuoco. Eran meglio in assetto dei Cacciatori delle Alpi, ma non ne avevano del pari l’entusiasmo, il piglio militare, e lo spirito garibaldino. Nei Cacciatori delle Alpi, in cui predominavano i lombardi e i volontari dell’alta Italia, c’era anche una maggior fusione di amicizie, di caratteri, di sentimenti; nei Cacciatori degli Appennini c’era una maggior varietà e diversità: erano d’ogni parte d’Italia, giovanissimi e maturi, studenti e professori, artigiani e uomini politici. Nei Cacciatori delle Alpi c’erano i primi accorsi, quelli che, traverso gravi pericoli, avevano lasciato le loro cose, quando tutto era ancora incerto, forse per non rivederle mai più: nei Cacciatori degli Appennini c’erano in maggior numero quelli venuti più tardi, per adempiere a un dovere, e quelli venuti dopo la dichiarazione della guerra. Anche nei Cacciatori degli Appennini trovai parecchi amici d’ogni parte d’Italia, e rammento tra questi il Montanelli, che col modesto cappotto del soldato seguiva umilmente il duca di S. Donato, il quale pomposamente precedeva a cavallo un battaglione di cui era maggiore.

Subito dopo l’armistizio i Cacciatori degli Appennini furono mandati nella Valcamonica, raggiunti poi dai Cacciatori delle Alpi, di cui non rimase in Valtellina che il reggimento del Medici.

CAPITOLO XXXIII.

1859.

VIII.

_Sommario:_ Il Guicciardi chiama Garibaldi a Sondrio. — L’armistizio. — Il battaglione valtellinese. — Il soldato Antonio Pievani, e le sue convinzioni religiose. — Diventa uno dei Mille, poi si fa frate. — La notizia della pace di Villafranca. — Dolore e turbamento degli animi. — Scioglimento dei corpi volontari. — Mi ritiro da ogni incarico, e parto per Milano.

In coda ai Cacciatori degli Appennini, capitava in Valtellina, quasi giornalmente, qualche drappello di volontari mandati da vari punti delle provincie lombarde per essere aggregati ai corpi garibaldini. Eran di solito gente d’ogni condizione e d’ogni età, spesso laceri e con l’aria stanca e patita. C’eran dei vecchi e perfino dei fanciulli che, spinti dall’entusiasmo, seguivano per qualche tappa qualche corpo garibaldino, e venivano poi raccolti lungo la strada e spediti ai depositi principali, i quali ne facevano una scelta e ne rimandavano buona parte alle loro case. Uno degli spettacoli caratteristici e commoventi di quei giorni era l’entusiasmo, la foga irresistibile, con cui la gente accorreva sulle orme garibaldine, o si levava come mossa da un turbine se compariva Garibaldi. Il fascino che Garibaldi fin d’allora esercitava sulle moltitudini era meraviglioso, alle volte pareva quasi inconcepibile, e meritava di essere osservato e studiato. Garibaldi, quando attraversava un paese, sebbene allora non portasse la camicia rossa, non si sarebbe detto che fosse un generale, ma il capo d’una religione nuova, seguito da turbe fanatiche. Nè, meno degli uomini, erano entusiaste le donne, che portavano perfino i loro bambini a Garibaldi perchè li benedicesse, o perfino li battezzasse!

A queste turbe che gli si affollavano intorno Garibaldi soleva rivolgere la parola con quella sua dolcissima voce, ch’aveva pure la sua parte nel fascino ch’egli esercitava. «Fate arma d’ogni falce, e d’ogni scure» soleva dire ai suoi ascoltatori sulle piazze e per le strade. «Venite! Chi rimane a casa è un vile! Io non vi prometto che fatiche, stenti, e fucilate. Ma vinceremo o moriremo!»

E dopo simili parole, che non erano allegre, l’entusiasmo saliva al massimo grado: e non mancava mai anche quando le parole di lui erano insignificanti; ma, tra lui che parlava e la folla che lo ascoltava, c’era come una corrente magnetica. Detta da lui, ogni cosa, fosse pure la più semplice, aveva un effetto smisurato. «Grazie, figliuoli» gli sentii dire una sera da una finestra alla folla che gli faceva una dimostrazione: «Grazie, sono stanco, piove, andate a letto anche voi, buona notte a tutti!» Fu un delirio; e la folla si sciolse commossa, commentando le parole del Generale: molti avevano le lacrime agli occhi.

Tra quei nuovi volontari che ci arrivavano, insieme con molti inabili, c’eran, per di più, taluni pessimi soggetti, forniti dalla feccia dei sobborghi di Milano: approfittando di quei momenti favorevoli in cui la vecchia polizia era scomparsa e la nuova non era ancor costituita, avevan pensato che le file dei volontari potevano essere un campo propizio per le loro imprese.

Di questi bricconi ce ne capitaron parecchi che, creatisi da sè per strada caporali e sergenti, facevano requisizioni, e commettevano violenze, furti, ferimenti; procurando al Guicciardi e a qualche autorità comunale non pochi sopraccapi.

Questa affluenza disordinata di volontari, alla quale si aggiunse la venuta del nostro battaglione valtellinese, era per la piccola città di Sondrio un imbarazzo non piccolo, e si rendeva sempre più urgente che il comando dei volontari prendesse un qualche provvedimento. Fu perciò, e credo per le sollecitazioni del Guicciardi, che il giorno 8 di luglio capitò Garibaldi a Sondrio.

Il Guicciardi condusse subito Garibaldi a vedere i volontari arrivati in quei giorni, ch’erano, non dirò accasermati, ma ricoverati alla meglio in qualche chiesuccia, in qualche magazzino, in botteghe sfittate, e nei pochi locali disponibili: parecchi non potevano uscirne, tanto erano laceri.

Garibaldi impiegò parecchie ore a passarli in rivista: messi in fila presentavano davvero un curioso spettacolo: ragazzotti sui quindici anni col berretto da operaio o da scolare; operai in manica di camicia e con la giacchetta sulle spalle; uomini maturi con la barba lunga e grigia; zerbinotti coi vestiti strappati, ma che tradivano una certa eleganza; alcuni portavano ancora la tuba e il soprabito, come se fossero in quel punto scappati dall’ufficio; chi era magro, chi aveva la pancia; alti e bassi come le canne d’un organo, tutti insieme parevan fatti venire per una rivista in caricatura.

Garibaldi li guardava con una certa compiacenza, poichè in fondo al cuore egli aveva una grande predilezione pei soldati in borghese che gli rappresentavano la rivoluzione. Prese nota di tutto, volendo assegnare i più validi ai corpi che ne abbisognavano, e disse al Guicciardi (forse non senza un po’ di rincrescimento), di chiamar subito alcuni fornitori per incaricarli di vestire militarmente quelli che di essere vestiti avevano maggior bisogno.

Il giorno seguente il Guicciardi mi raccontò che i fornitori, dopo aver ricevuti gli ordini da Garibaldi, eran venuti da lui coi contratti per aver la firma del Generale, o di chi faceva per lui. Il Guicciardi si era recato subito da Garibaldi, il quale mostrandosi grandemente sorpreso aveva esclamato: «Come? quei mascalzoni di fornitori a cui procuriamo l’onore di vestire quei bravi giovani venuti a dar la vita per la patria, mentre essi poltriscono a casa, osano domandare contratti, patti e firme? Non basta l’ordine mio o suo? Li mandi al diavolo! Se non sono nemici, non sono certo patriotti! Non se ne fidi!»

Più tardi si ebbero i contratti e le firme; ma quel primo scatto di sorpresa e di sdegno così spontaneo, dipingeva pienamente la natura di Garibaldi.

La sera del giorno seguente, ossia del 9 luglio, giunse la notizia che un capitano austriaco si era presentato ai nostri avamposti dinanzi a _Sponda lunga_ sullo stradale dello Stelvio, annunziando l’armistizio, e interrogando su gli accordi da prendersi. I nostri non ne sapevano ancor nulla; infatti la comunicazione ufficiale a noi non giunse dal quartier generale che il giorno 10.

Si pensi che improvvisata fu quella! Ma nessuno credeva finita la guerra prima che ne fossero raggiunti gli scopi. Si almanaccavano le supposizioni più inverosimili, pur di arrivare alla conclusione preferita che l’armistizio sarebbe stato di breve durata; e così non scemava in nessuno l’attività fiduciosa di prima.

In quei giorni cominciò l’invio di parecchi corpi nella Valcamonica e alle loro diverse destinazioni nelle alte valli lombarde, a seconda del piano di cui abbiamo parlato. Allora anch’io potei finalmente occuparmi del battaglione valtellinese, che era tornato a Sondrio, e provvedere a riordinarlo.

Il mio primo pensiero fu quello di mantenere la parola data alle guardie nazionali mobili; di rimandarle a casa appena cessato l’urgente pericolo, mentre il Montanari le aveva dichiarate arrolate per tutta la guerra, senza tanti complimenti; lasciai libero quindi chi voleva di tornarsene a casa. Se ne andarono quasi tutti, e non fu un gran male.

Il numero dei volontari del nostro battaglione era abbastanza abbondante da permettere una scelta e di questa mi occupai subito, dopo aver congedato le guardie mobili. La certezza che si aveva in allora che la guerra sarebbe continuata, e la speranza che i nostri volontari sarebbero stati chiamati a oltrepassare i confini e a combattere nelle valli tirolesi, persuadevano sempre più i comandanti dei corpi ad approfittar di quei giorni di tregua per togliere dalle file i meno atti, non mantenendovi che i più vigorosi e i più sicuri: con questo concetto si incominciò a riordinare anche il battaglione valtellinese. Non era ancora stato nominato il maggiore, e, dopo la partenza del Montanari, lo comandava lo Strambio ch’era il capitano anziano.

Anche nel battaglione valtellinese accanto agli ottimi c’erano i mediocri, gli inetti e i guastamestieri: insieme coi giovani intelligenti e volonterosi, coi montanari coraggiosi e forti, c’erano i fianchi inabili alle fatiche, i ciarloni, i politicanti, i paurosi, i pentiti. Di questi ultimi ce n’erano parecchi: s’erano arrolati nei primi giorni per millanteria, ma poi le fatiche e i pericoli li avevano presto disillusi, e avrebbero voluto tornarsene a casa. Spavaldi nei loro paesi, paurosi nei ranghi, forti soltanto nella maldicenza, sfogavano il loro malumore col dir male di tutto e di tutti e con l’essere strumenti di indisciplina. Qualcuno di questi, dopo che il battaglione fu a Sondrio e fu incominciata l’_epurazione_, mi fece arrivare sollecitazioni e preghiere dalle famiglie o da amici, per essere mandato a casa.

Per scartare questa gente fisicamente e moralmente inetta, me la intesi con Agostino Bertani che, quale medico-capo dei volontari, percorreva in quei giorni i paesi della vallata per preparare ospedali e ambulanze in cui ricoverare i molti garibaldini malati.

Il Bertani mi disse che, per sciogliere dal vincolo dell’arrolamento quelli che avevano fatta cattiva prova, aveva appunto, d’accordo con qualche comandante di compagnia, ricorso al mezzo di licenziarli come fisicamente inabili. Fece quindi una visita medica di revisione anche al battaglione valtellinese, e, insieme con gli inabili davvero, scartò quei soggettacci di cui gli avevo dato una noticina.

E poichè ho parlato di quelli che non erano eroi, non voglio dimenticare uno che lo era davvero. Ogni sera, dopo la ritirata, andavo a visitare col capitano Strambio i posti dov’erano accasermati i volontari del nostro battaglione. In una chiesetta, dove stava una compagnia, avevo più d’una volta osservato che, mentre quasi tutti placidamente dormivano sulla paglia, un soldato vegliava in un confessionale, con un lumicino, e con un libro in mano.

«Che cosa fa quel soldato?» domandai una sera al sergente.

«È un originale» mi rispose: «mentre gli altri dormono passa tutta la notte a studiare: è il soldato Antonio Pievani di Tirano.»

Conoscevo la famiglia di lui; egli era studente, e per diverse combinazioni non l’avevo veduto da parecchi anni, e quasi non lo riconoscevo più; ma da quella sera incominciò tra noi un’amicizia che andò sempre più crescendo, e che fu pur troppo breve. La sua vita fu tutta un esempio di nobiltà di carattere e saldezza di convinzioni. Dopo la pace di Villafranca lasciò il battaglione, poi fu uno dei _mille_. In Sicilia si fece tanto onore che fu promosso capitano, ma rimase sempre come un compagno per i suoi soldati, coi quali divideva la sua paga. Dopo la campagna del 1860, ritornò agli studi della matematica, nella quale era fortissimo; il Brioschi lo diceva uno dei migliori scolari, e fu tra i prescelti del Governo per compire all’estero un corso di perfezionamento. Aveva profonde convinzioni religiose, e le proclamava altamente con la parole e con le pratiche.

Durante l’invasione del colera, che si diffuse anche in Valtellina dopo la guerra del 1866, egli, non contento di far l’infermiere ai colerosi, andava pei casolari di montagna a ricercare quelli che erano colpiti dal male, e li portava all’ospedale sulle sue spalle se li trovava abbandonati. Nell’ardore della sua fede credeva che il governo temporale dei Papi sviasse la Chiesa dai suoi ideali più alti e più puri, e per ciò era un avversario risoluto del potere temporale.

Quando Garibaldi nel 1867 al grido di _Roma o morte_ chiamò gl’italiani a quell’impresa che finì a Mentana, il Pievani, per dare una prova palese dei suoi sentimenti, partì per raggiungere gli antichi commilitoni garibaldini; ma a Genova lo fermò il proclama di Vittorio Emanuele che vietava l’impresa; e per non essere ribelle, come ebbe a dire, retrocesse. Continuò per qualche anno ne’ suoi studi matematici, e intraprese i teologici.

Sempre più addolorato pel contrasto tra le sue convinzioni e i voleri papali nella questione del dominio temporale, decise di andarsene lontano e di entrare nelle missioni, che gli rappresentavano i tempi più puri della Chiesa. Per raggiungere più presto il suo scopo si fece frate, e pochi mesi dopo morì in un convento della Valcamonica.