Ricordi di gioventù

Part 33

Chapter 333,693 wordsPublic domain

Egli era un uomo d’aspetto robusto, dimostrava all’incirca trentacinque anni, aveva la barba folta e nera, e la faccia di solito accigliata. Le sue idee, il suo modo di parlare, a voce cupa, la guardatura sospettosa e torva, rispecchiavano in lui il vecchio tipo convenzionale del cospiratore. E infatti egli mi narrò d’aver passata tutta la vita nelle cospirazioni, d’aver preso parte a tutti i tentativi d’insurrezioni mazziniane, e d’essere stato nelle prigioni di parecchi tra gli stati d’Italia. Era quel Francesco Montanari modenese che fu coinvolto nei processi di Mantova del 1853, e che il Governo austriaco, non avendo prove sufficienti per condannarlo, aveva consegnato al Duca di Modena, il quale lo mise in prigione anche per proprio conto.

Era un uomo audacissimo, e certamente un patriotta a tutta prova; ma l’abitudine del cospirare, le avventure, e le dure prove attraversate, gli avevano fatto perdere il sentimento delle realtà della vita, che tutte subordinava agli assiomi rivoluzionari. Oltre di ciò gli piaceva parecchio il vino, specialmente, a quanto dava a vedere, quello di Valtellina. Mi piaceva fargli narrare le sue avventure, e udire i suoi ragionamenti: lo studiavo; talvolta lo ammiravo nelle sue avversità; ma capivo che non era un carattere facile, e che m’avrebbe dato da pensare più che i tirolesi del generale Huyn.

«Caro Commissario» mi aveva detto quella mattina strada facendo, «il Generale (Garibaldi) non verrà di certo così subito, sicchè la Valtellina dovrà provvedere da sè. E non c’è che un modo.

«Quale?

«Bisogna _rivoluzionare_ i paesi.

«Ma sono già _rivoluzionati_!

«Eh ci vuol altro!

«Sentiamo.

«Bisogna innanzi tutto proclamare la leva in massa, mettere tutti, giovani e vecchi, con le buone o con le cattive, sotto le armi, e _marsch!_ Poi si requisisce tutto ciò che occorre; e alla prima resistenza si fanno fucilare il parroco e la Giunta Municipale.

«Caro Capitano, lei deve sapere che le Giunte Municipali e i parroci sono stati i miei aiuti principali.

«Sarà benissimo, ma non si fidi dei preti e dei vecchi municipi.

«Stasera saremo a Grosio, e andremo dal parroco. Quando, prima della guerra, l’Austria richiamò i contingenti, ottanta soldati di Grosio stavano per raggiungere i loro reggimenti, ma il parroco disse loro: questa volta non presentatevi, tenetevi nascosti nella montagna, e a primavera le cose muteranno. Scoppiata la insurrezione, il parroco richiamò gli ottanta uomini e me li consegnò. Li vedrà all’avamposto; saranno i più bei soldati del suo battaglione... granatieri quasi tutti».

Intanto il capitano continuava a crollare il capo e a dire:

«Sarà, ma non si fidi dei preti!».

La sera il capitano Montanari era ospitato nella casa parrocchiale di don G. B. Cornelio, parroco di Grosio. Ci si trovò bene, e ci si fermò ancora parecchie volte nell’andare o nel ritornare dall’avamposto. Per vendicarsi dei preti beveva le migliori bottiglie che don Cornelio teneva in serbo, per quando venivano i predicatori quaresimali, e lo intratteneva sulla necessità di fucilare preti, monache e frati. Un giorno giunsi appena in tempo a evitare una brutta scena, perchè il capitano voleva far volare dalla finestra un ritratto di Pio IX, che aveva trovato in una stanza di don Cornelio, e don Cornelio difendeva il ritratto e aveva brandita una sedia.

Giunsi a ristabilire la pace, che il capitano volle celebrare con un paio di bottiglie del migliore che il prete avesse in cantina.

Il Montanari non poteva capacitarsi che ci fossero in Lombardia tanti preti buoni patriotti e nello stesso tempo devoti al Papa. «Ma che novità è questa!» esclamava il Montanari.

Il fare risoluto e coraggioso di don Cornelio, peraltro non dispiaceva al Montanari il quale ogni tanto veniva a fargli visita, e a passar con lui qualche ora fra le baruffe e le bottiglie.

All’avamposto del ponte del Diavolo c’erano circa quattrocento uomini, in parte guardie nazionali, e in parte volontari, e finanzieri; ai quali s’erano aggiunti quei soldati che non si erano presentati alla chiamata del Governo austriaco. La maggior parte non aveva uniforme, ed era provveduta solo d’una coperta di lana: di armi ce n’eran poche; appena la metà degli uomini era provvista di fucili d’ogni genere.

Fattili schierare, presentai loro il nuovo comandante, il quale li passò in rivista e poi disse loro poche parole brusche, come alle guardie nazionali mobilitate di Sondrio, dichiarandoli tutti arrolati senz’altro, come i Cacciatori delle Alpi.

Anche questa volta nessuno osò fiatare; ma anche questa volta parecchi vennero da me a protestare, minacciando di tornarsene a casa. Li tranquillai dicendo che il capitano aveva parlato in termini generali, e non conosceva ancora come stavan le cose, ma che avrei provveduto io a suo tempo, e che si fidassero di me.

L’effetto però è stato pessimo: il malcontento e l’antipatia verso il comandante non cessarono più. Alcuni, anche tra i migliori, profondamente offesi, vollero tornarsene subito alle loro case.

Intanto io cercavo di racimolar gente per completare il battaglione andando, anche di casa in casa, dai contadini. Tutti si mostravano abbastanza volonterosi, ma volevano essere assicurati che non sarebbe successo come nel 48. E ricordavano l’entusiasmo, le promesse d’allora, e le sventure e i dolori che n’erano seguiti.

Era già avvenuta la battaglia di Magenta, sicchè io li potevo rassicurare coscienziosamente e allora mi seguivano.

Il Montanari aveva portati con sè alcuni fucili; un po’ se ne erano trovati nei quartieri austriaci, e il rimanente che occorreva per armare il battaglione me lo andavo procurando, facendo venire dei fucili, quasi a uno a uno, dalla Svizzera. Me li procuravano alcuni negozianti di vino e di granaglie di Poschiavo o dell’Engadina, che venivano di solito a fare degli acquisti in Tirano, o in casa mia.

Parecchi di questi fucili erano ancora di quelli dei nostri volontari del ’48, che, sequestrati, abbandonati o venduti allora per poche lire nei paesi svizzeri di confine, rientravano, ora ricomprati per quaranta o cinquanta lire l’uno. Ma li mandavano di contrabbando, perchè i confini erano guardati da soldati della Confederazione, i quali eseguivano la loro consegna, non solo con rigore, ma con sentimenti che non c’erano benevoli. Alcuni fucili li fece venire Ulisse Salis, di quelli che aveva nascosti presso le monache di Poschiavo.

Parecchi di questi soldati svizzeri, ed anche alcuni ufficiali, venivano passeggiando, quasi giornalmente, fino al piazzale del Santuario e anche fino al borgo di Tirano. Un giorno anzi il Municipio di Tirano invitò il loro comandante e gli ufficiali a una festicciuola patriottica che si faceva in paese: l’invito fu accettato; da una parte e dall’altra ci furono clamorose dimostrazioni di amicizia, e si bevette in proporzione della grande fratellanza, che doveva legare in avvenire le due nazioni. Ma tutta questa allegria si intorbidò presto.

Gli austriaci mandavano spie lungo i nostri confini, cercando di riconoscere quello che si faceva da noi. Si seppe che parecchi soldati svizzeri, ritornando sul loro territorio, raccontavano sulle piazze e nelle osterie tutto ciò che avevano veduto, canzonando per soprappiù i valtellinesi per le modeste difese militari che opponevano agli austriaci. Questi discorsi imprudenti, e queste indiscrezioni, si riseppero a Tirano, e vi suscitarono una certa irritazione: alle espansioni di giorni prima, succedettero dei propositi meno fraterni; e quindi dovetti scrivere al comandante del cordone militare svizzero che si sospendessero, dall’una parte e dall’altra, i permessi ai militari di varcare il confine.

Vedendo che le notizie e le informazioni, alquanto scettiche, sull’importanza delle nostre difese e delle nostre forze militari si andavano ormai diffondendo, pensai di diffondere alla mia volta dei bollettini stampati che servissero di contrappeso, e ne compilai parecchi per uso dei nostri vicini, facendoli mettere in giro nei paesi Grigioni. Questi bollettini davano sempre l’annunzio dell’arrivo imminente di Garibaldi e di un movimento di truppe piemontesi in direzione della Valcamonica e dei paesi dell’Aprica e del Mortirolo.

Gli austriaci, intanto, mandavano quasi giornalmente delle forti pattuglie verso il nostro avamposto, senza attaccarci, ma spiandoci, e forse per verificare le loro notizie, ben diverse da quelle dei miei bollettini.

Io passavo intanto le giornate, e parte delle notti, or lavorando nel mio ufficio a Sondrio, ora recandomi nei paesi per qualche guaio ch’era capitato, e ora correndo all’avamposto a far sermoni al mio capitano, che ogni tanto mi metteva in qualche impiccio per la sua smania di _rivoluzionare_. Egli spiccava ordini ai Municipi, a suo talento, requisiva di viva forza tutto ciò che gli occorreva, senza rilasciar ricevute, e faceva arrestare chi gli si opponeva. I Municipi mi mandavano delle deputazioni a reclamare, e ogni giorno andava allargandosi un vivo malcontento nell’alta Valtellina.

Col Montanari avevo cominciato anch’io a bisticciarmi. Eravamo due uomini diversi, e con due programmi più diversi ancora; tuttavia ero il solo che riuscisse a frenarlo, in virtù di quella tal lettera con la quale Garibaldi, gli ingiungeva di tenersi sempre in accordo con me. L’essere da alcun giorni in Valtellina senza aver fatto nulla di strepitoso, senza aver neanche fucilato un chierico, parevano al mio capitano cose intollerabili: avrebbe voluto almeno che gli consegnassi quel tal professore di Sondrio: ma io a buon conto l’avevo già fatto partire per Alessandria, insieme cogli altri detenuti.

Tre giorni dopo aver preso il comando di quei quattrocento che erano riuniti all’avamposto, male armati, male vestiti, e non ancora disciplinati, mi mandò a Sondrio una staffetta con un dispaccio che mi diceva: _Domani notte sorprenderò gli austriaci e piomberò su Bormio_.

Corsi all’avamposto, che distava circa cinquanta chilometri da Sondrio, e giunsi in tempo a impedirgli l’impresa. Bormio era fortemente difesa dagli austriaci, e la sorpresa che voleva fare il Capitano Montanari mi pareva di più che dubbio successo. Nel posto fortissimo che noi occupavamo, quei quattrocento potevano fare una seria difesa; gli austriaci poi sospettavano che dietro l’avamposto ci fossero altri corpi, o che ne potessero venire rapidamente, e però non avanzavano. Ma se, con un nostro attacco, mostravamo loro qualche soldato male armato e dei contadini male in arnese, era evidente che dopo averci respinti, e forse dispersi, sarebbero discesi un buon tratto giù per la valle, lasciandoci di quei ricordi che appunto volevamo evitare.

Il capitano era deciso a fare il suo colpo, e io a non lasciarglielo fare: la discussione non fu breve, nè piacevole: in fine conclusi che questa mossa non poteva essere fatta senza il consenso del Generale; ch’io sarei partito immediatamente per conferire con lui; e forte di quelle tali istruzioni di Garibaldi ingiunsi al capitano di non muoversi durante la mia assenza. Il capitano, dopo avere protestato e strepitato, dinnanzi al nome di Garibaldi non osò più fiatare.

Partii subito quel giorno stesso, ch’era il 10 giugno, e andai difilato a Bergamo nella speranza di trovarci Garibaldi.

A Bergamo arrivai il giorno 11 e scesi alla casa dei Camozzi, miei ottimi amici; ci trovai Emilio, ed ebbi la fortuna di poter veder subito Garibaldi che, tornato il giorno innanzi a Milano dove era andato a conferire col Re, si disponeva a proseguire la sua marcia su Brescia.

In casa Camozzi c’era il quartier generale garibaldino. Si pensi cosa poteva essere un quartier generale di volontari vittoriosi, in una città in rivoluzione e in festa, tra una folla affaccendata di militari e di borghesi armati, tra un viavai di gente che veniva a chiedere e a portar notizie, a dar ordini e contrordini, in mezzo alla più lieta confusione e al più allegro disordine.

Clemente Corte, allora capitano dello Stato Maggiore dei Cacciatori delle Alpi, si incaricò gentilmente di farmi ricevere subito da Garibaldi; cosa in quei momenti non troppo facile.

Garibaldi mi accolse con quel piglio franco e cortese, con quel sorriso che sapeva essere così sereno, e con quella sua voce meravigliosa, la più bella voce d’uomo ch’io abbia mai udito; doti che spiegavano il fascino irresistibile ch’egli esercitava su tutti, anche sui più scontrosi.

Raccontai a Garibaldi ciò ch’era avvenuto in Valtellina in quei quindici giorni di insurrezione; e Garibaldi sorrideva e se ne compiaceva: poi gli dissi il motivo che m’aveva condotto da lui, e i miei dubbi sull’opportunità di un colpo di mano su Bormio. Mi chiese molte informazioni e spiegazioni, su questo proposito, e mi pareva bene avviato a darmi ragione, quando a un tratto entrarono il Corte e il colonnello Thürr, a interrompere il colloquio. Il Thürr, dopo aver scambiate con Garibaldi alcune parole in disparte, venne a scambiarne altre con me con quel suo fare franco e bonario che lo rendevano tanto simpatico. Intanto il Corte informava Garibaldi ch’erano stati condotti in quel punto alcuni ufficiali austriaci prigionieri, e gli domandava degli ordini in proposito.

«Conducetemeli qui, disse Garibaldi, e voi Thürr fermatevi che servirete da interprete».

Mi pare ancora di vederli quei sei ufficiali; quattro erano di fanteria, e due dei cacciatori. Intorno al nome di Garibaldi correva nelle file austriache, fin dal 1848, una leggenda che faceva del famoso condottiere qualcosa di terribile e di diabolico. Gli ufficiali non avranno di certo creduto alla leggenda, ma parecchi lo consideravano probabilmente come un feroce capo di filibustieri, capace di qualsiasi eccesso; e tale doveva essere l’opinione che avevano di lui quei sei. All’annunzio che Garibaldi li faceva venire a sè, bisogna dire che avessero in quel momento pensato che li volesse passare a fil di spada di sua mano: infatti si avanzarono come persone che andassero alla morte, e due di loro erano stati presi da un tremito nervoso che non riuscivano a dominare.

Garibaldi mosse loro incontro, e strinse a ciascuno la mano con aspetto affabile e cortese. Poi volgendosi a Thürr: «Domandate a questi bravi ufficiali se hanno qualche desiderio da esprimere; li affiderete a qualche nostro ufficiale perchè li accompagni a Milano, da dove poi saranno condotti ad Alessandria; viaggeranno in carrozza chiusa per sottrarli alla curiosità pubblica, e sarà lasciata a ciascuno la spada, chiedendo loro la parola d’onore che non tenteranno di fuggire».

Mentre il Thürr traduceva in tedesco queste parole, quelle sei facce avevano l’espressione di chi va trasecolando, e parevano improvvisamente illuminate da un raggio di sole. Garibaldi strinse di nuovo la mano a ciascuno, e li congedò dicendo: «Bravi e valorosi ufficiali, vi saluto».

Quei sei si piantarono prima nella posizione del saluto, poi strinsero anch’essi con effusione la mano al Generale, e se erano entrati indecisi parevano più indecisi ancora nell’uscire. Fu una scenetta breve e caratteristica, che non mi è mai più uscita dalla mente.

Dopo si riprese il nostro colloquio, in piedi e brevemente, perchè i minuti erano preziosi.

«Capisco, disse Garibaldi, l’impazienza di Montanari; quell’uomo è un valoroso, è una _perla_. Ma per ora è meglio che aspetti, e gli manderò i miei ordini scritti su ciò che deve fare».

Meno male, pensai tra me.

«A Bormio ci anderemo insieme, riprese Garibaldi, e lo ricompenserò destinandolo per l’attacco all’avanguardia col suo battaglione valtellinese. Col mandarle quel capitano, caro Commissario, le ho mandato una _vera perla_!».

Io che stavo spiando il momento per dire a Garibaldi che a comandare il battaglione mi mandasse un maggiore, perchè il Montanari pur essendo un eroe, mi creava troppi impicci, non trovai lì per lì il modo di metter d’accordo la _perla_ col discorso che volevo fare e mi accomiatai.

Garibaldi mi salutò molto cordialmente, e mi strinse la mano dicendomi: _Arrivederci in Valtellina_.

CAPITOLO XXXI.

1859.

VI.

_Sommario:_ Vado a Milano con mio fratello Emilio a conferire col Vigliani Governatore generale della Lombardia. — Mio fratello mi racconta le varie e gravi difficoltà della sua missione. — Conferisco col Correnti e col Vigliani. — Riconferma della mia nomina a R. Commissario per la Provincia di Sondrio. — Ritorno a Sondrio. — Arrivo del colonnello Sanfront e del capitano Lodovico Trotti. — Il servizio d’informazioni militari nel Tirolo. — Due comunicazioni secrete. — Emilio m’annunzia la prossima venuta di Garibaldi. — Enrico Guicciardi Intendente di Sondrio. — Fine del mio Commissariato. — Occupazione del Mortirolo da parte delle truppe piemontesi. — Preparativi per minare le strade tra Lecco e Colico. — Movimento delle truppe austriache in Tirolo prima della battaglia di Solferino. — Si teme una invasione dal Tonale. — Il maggiore Manassero. — Manassero. — Arrivo dell’avanguardia di Medici. — La battaglia di Solferino. — Manassero si ripiega su Edolo. — Il battaglione valtellinese all’avamposto. — Attacco degli austriaci respinto. — Garibaldi entra in Valtellina.

Il mio intento era riuscito in parte, e avevo impedito il _colpo di mano_, o, dirò meglio, di testa, del Montanari. Ma il mio capitano rimaneva più che mai al suo posto, e al mio fianco.

Nello scendere le scale mi lamentavo con me stesso d’essermi fermato a metà; ma il fascino del Generale, la scenetta degli ufficiali, e lo stesso disordine caratteristico della stanza in cui eravamo, avevano tanto distratta la mia mente, che non raccapezzavo più nulla di quanto avevo pensato prima.

_Arrivederci in Valtellina_, mi aveva detto Garibaldi. Ma quando?

Pensai di recarmi dal colonnello Carrano, ch’era il capo dello Stato Maggiore, per esporre anche a lui le condizioni della difesa in Valtellina, e per sapere se l’aiuto delle forze garibaldine fosse da aspettarsi in un tempo vicino o lontano. Il Carrano mi rispose francamente che non ne sapeva nulla, e non poteva neanche presumere nulla. Gli pareva che la missione di Garibaldi, di fiancheggiare a sinistra le due armate alleate, non sarebbe così presto finita. «Ma poi, mi soggiunse infine, sulle intenzioni e sulle mosse di Garibaldi nessuno ne sa mai nulla. Come capo di Stato Maggiore io dovrei pure saperne qualche cosa, nevvero? Ma anch’io non ne so mai niente. Ciò non sarebbe regolare, ma siccome a _lui_ tutto va bene, dunque sta bene che si faccia così».

Dopo tutto ciò, dopo quanto avevo veduto e sentito, rimasi con l’impressione che Garibaldi non sarebbe venuto in Valtellina così presto, e ch’io dovevo pensare quindi da me ai fatti miei.

Garibaldi si disponeva a dirigersi su Brescia, dove contava entrare il giorno 13. Emilio voleva approfittare di quelle ventiquattr’ore che aveva dinanzi a sè per andane a Milano a conferire col Vigliani, che era stato nominato in quei giorni Governatore generale della Lombardia. Mi parve opportuno di fare anch’io, altrettanto per conto mio, dovendo regolare molti affari, e accompagnai Emilio a Milano.

La ferrovia era occupata quasi continuamente pei trasporti militari, sicchè si dovette viaggiare alla meglio, assai lentamente, e per lunghi tratti in vettura. Eppure quel viaggio non mi parve lungo, tante furono le chiacchiere che si fecero e tante erano le cose che avevamo a dirci. Quante pagine di storia non si erano svolte in quei pochi giorni!

Emilio era affaticato e stanco; mi diceva di non aver avuto che ben poche ore di riposo in quei quindici giorni in cui aveva seguito Garibaldi. La sua missione poi era stata piena di difficoltà, e alle volte dura e spiacevole, poichè «il mio incarico, diceva, è quello di servire _da guanciale_ tra l’ordine e la rivoluzione, tra il Governo regio e Garibaldi, tra i volontari e i paesi da cui passiamo».

Cavour, come è noto, voleva che i francesi, entrando in Lombardia, vedessero un paese che al primo annunzio di guerra era insorto. Voleva mostrare coi fatti ai francesi che trattavasi d’una grande idea nazionale, e non d’una semplice annessione o d’una ambizione dinastica di Casa Savoia. La missione di Garibaldi, e le istruzioni ai commissari erano tutte informate a questo pensiero. Ma la rivoluzione poi doveva avere carattere nazionale e non partigiano: qui stava la difficoltà. Per fare insorgere i paesi non si poteva ricorrere solo alle persone più intelligenti e misurate, bisognava muovere molta gente; ed ecco venir a galla tutti i vecchi e i nuovi elementi rivoluzionari rimasti fuori fino ad allora da quel movimento. Questi si presentavano con tutte le loro vecchie idee, con le vecchie ubbie, colle vecchie formule e con nuove pretese. Anch’essi, come, fu detto dei vecchi governi, non avevano dimenticato nulla, non avevano imparato nulla; e abbastanza ingenuamente avrebbero voluto non curarsi, nè di Vittorio Emanuele, nè di Napoleone.

Emilio si trovava ogni tanto alle prese con parecchi di costoro, insistenti e pretensiosi, che nulla comprendevano, buoni solo a creare impicci e a seminare zizzania.

Garibaldi allora li ascoltava poco; tra lui e la formula _Italia e Vittorio Emanuele_ s’era ancora in piena _luna di miele_, e non voleva staccarsene. Le necessità politiche dei governi, certi usi e certi temperamenti, erano cose ch’egli sdegnava e che non sempre capiva. _Un popolo libero, tutto armato e con un dittatore_; tale era allora l’ideale di Garibaldi. Emilio ci metteva tutta la sua buona volontà per navigare in mezzo a quegli scogli, ma la cosa non era punto facile.

Garibaldi passando il Ticino aveva compreso che egli si sarebbe trovato dinanzi a forze di gran lunga superiori alle sue, e che avrebbe dovuto quindi cercare la vittoria nell’agilità e nella rapidità de’ suoi movimenti: non aveva quindi voluto con sè nè impedimenti nè provviggioni; ai soldati aveva fatto lasciare gli zaini sulla sponda piemontese.

I suoi soldati non potevano infatti riuscire più agili e più veloci, ma nelle loro mosse avevano naturalmente bisogni maggiori di qualsiasi truppa regolare: le richieste e le requisizioni, si andavano quindi facendo sempre maggiori, sempre più disordinate. Il Ministero della guerra aveva assegnato al corpo dei volontari un intendente; il quale seguì il corpo fin che potè, poi un bel giorno se ne ritornò a Torino, e rassegnò le dimissioni al Ministero.

Il corpo dei volontari ingrossava rapidamente mano mano che attraversava i paesi di Lombardia, e con l’ingrossare crescevano i bisogni e i disordini dell’amministrazione. Chiunque, anche un semplice caporale, si credeva in diritto di requisire viveri, vestiti, cavalli, senza rilasciare ricevute, o rilasciandone di non valide. I Municipi allora si rivolgevano, gridando e strepitando, al Commissario generale, o ai Commissari locali, e questi spesso non riuscivano a metter ordine e a render giustizia.

Anche qui per attutire e per placare era sempre tirato in ballo chi doveva far da _guanciale_.

Emilio prevedeva che le difficoltà sarebbero andate sempre più crescendo, e desiderava prendere accordi col nuovo Governatore generale di Lombardia. Gli premeva, nel tempo stesso, di entrar in Brescia insieme con Garibaldi, per ciò non si trattenne a Milano che poche ore, e ritornò difilato a raggiungere i garibaldini in marcia.

A Milano, nelle sale del Governatore generale, trovai Cesare Correnti, che mi parve avesse l’incarico ufficioso di consulente in ciò che il Governo di Lombardia era chiamato a fare in quei giorni. Il Correnti mi condusse subito nel gabinetto del Governatore Vigliani, e così ebbi la fortuna di sbrigarmi in breve senza fare anticamera per qualche ora, come succedeva pressochè a tutti.