Part 26
Uno dei ritrovi, ove più gagliardamente ed efficacemente si preparava e dirigeva la lotta contro l’arciduca, era il _salotto_ della contessa Maffei: nella storia di quel salotto l’inverno del 1858 segna forse la data più memorabile. L’antica tinta repubblicana di alcuni anni prima era scomparsa: il patriottismo andava sempre più disciplinandosi intorno a una nuova fede, la fede in Vittorio Emanuele e in Cavour. _Casa Maffei_ voleva dire in Milano una società politica e battagliera; alcuni la credevano un ritrovo arcigno di letterati e di pedanti; ma era tutt’altro.
Nel piccolo appartamento di via Bigli, dove la contessa Maffei riceveva ogni sera, si incontravano persone serie, vecchi patriotti, uomini di studio e di bella fama, ma vi intervenivano anche signore del mondo elegante, artisti, giovani che vedremo poi nel 1859 varcare il Ticino e arruolarsi tra i volontari. Nelle serate in casa della contessa si discorreva piacevolmente di cose serie, e di cose liete; si discorreva di politica, di letteratura, d’arte, e dei fatterelli cittadini; si scherzava e si rideva, ma l’intonazione generale era sempre altamente patriottica. La contessa Maffei, di natura indulgente e mite, diventava fiera e intransigente ogni volta che fosse in questione il Governo straniero. Si pensi con quanto entusiasmo essa e i suoi amici prendessero parte, in quell’inverno del 1858, alla lotta contro l’arciduca Massimiliano che ferveva nella società milanese.
Chiarina Maffei esercitava sempre molto fascino intorno a sè, il fascino della gentilezza e della bontà. Intelligente e colta, senza essere nè una letterata, nè una dotta, aveva l’entusiasmo d’ogni cosa buona e bella, l’entusiasmo della patria soprattutto. Era sempre in faccende per far del bene; e quando i suoi mezzi, ch’eran modesti, non le permettevano di fare quanto il suo cuore avrebbe voluto, allora ricorreva agli uomini ricchi, o influenti, ricorreva specialmente al conte Cesare Giulini, la cui carità e generosità erano inesauribili.
Il Giulini era sempre in Milano una delle persone più note e distinte; ricco, generoso, di mente alta, di sentimenti nobilissimi, aveva l’animo buono e caritatevole. La sua cultura era vastissima e la sua memoria era straordinaria, mentre poi era altrettanto straordinaria la sua distrazione, a proposito della quale si raccontavano tra gli amici i più divertenti episodî. Il dovere e la patria erano per lui una religione, e la parte ch’egli ebbe negli avvenimenti patrii, dal 48 al 59 in Milano, fu grande, pure svolgendosi con quella semplicità e con quella modestia ch’erano nella sua natura. Quando il paese fu libero, il conte di Cavour voleva fare di lui un Governatore, un Ministro; ma egli non accettò, e nel 1862 moriva non avendo che 47 anni.
Il Giulini, che aveva conservato dei legami d’amicizia col Cavour e coi principali uomini politici del Piemonte, trovava modo di fare di tanto in tanto delle gite, ora palesi ora secrete, a Torino; e di là portava alla contessa e agli amici più intimi quelle notizie ch’erano l’alimento delle nostre speranze. Non aveva mancato d’andarci in quei giorni, e col Cavour aveva discorso di Massimiliano e della nuova situazione che l’arciduca cercava di preparare in Milano: e ci aveva riferito che Cavour, come conclusione del discorso, gli aveva detto all’orecchio: «È urgente che facciate mettere di nuovo Milano in _istato d’assedio_!»
Questo motto, che diventava una parola d’ordine, corse rapidamente di bocca in bocca, con patriottiche indiscrezioni, e servì ad infondere in una cerchia di persone, che si facea ogni giorno più larga, un nuovo ardore e una maggiore audacia.
Emilio Dandolo era stato chiamato a Torino da Cavour, che gli disse: «Caro Dandolo, ci siamo: Napoleone mi promise, che se gli austriaci mettono piede sul territorio Piemontese, egli verrà in nostro aiuto. A farci invadere penseremo noi. A Milano fate cogli amici, e cogli amici del paese, del vostro meglio per tener viva la fiaccola del patriottismo e per tener viva l’agitazione.»
Il marchese Luigi Crivelli, quel medesimo che fu in prigione dopo il 6 febbraio in grazia della barba, e sua moglie, la marchesa Carolina, nata Medici di Marignano, riunivano in casa loro una società numerosa di persone, tra le quali predominava la gioventù. Si rideva, si ballava, e si faceva del patriottismo risoluto e chiassoso: il punto verso cui convergevano anche in casa Crivelli tutti i discorsi era l’arciduca Massimiliano; si può immaginare quale effetto vi facessero le parole di Cavour, ripetute all’orecchio in gran secreto... ma da tutti.
L’arciduca Massimiliano, a cui non era ancora riuscito di dare a Corte, nè una festa, nè un ricevimento, adoperava tutte le arti della sua seduzione personale per fare delle conoscenze, e per chiamar gente intorno a sè: si rivolgeva a persone notevoli per ingegno, per studî o per pratica amministrativa, ogni volta che gli si presentava qualche affare di pubblico interesse; e faceva chiamare, sotto i più futili pretesti, anche dei semplici gentiluomini per aver gente a Corte. In tal modo, ogni tanto, si veniva a sapere che qualche nuovo pesciolino era stato preso all’amo, e che qualche nuova recluta era entrata in palazzo reale a far visita all’arciduca. Era appunto ciò che non si voleva.
«Bisogna finirla,» s’era detto; bisogna arrestare queste diserzioni dal campo _intransigente_ che a un po’ per volta possono creare una situazione nuova, pericolosa, contraria ai nostri disegni, contraria alla politica che con tanta abilità e con tanta fortuna seguiva il Piemonte. Finirla, è presto detto, ma in qual modo?
La sera, dopo il teatro, andavo frequentemente coi miei amici dalla contessa Dandolo, e chiacchierando e fumando fino ad ora tarda, si facevano le nostre discussioni e le nostre piccole cospirazioni politiche. La contessa, intelligente, animosa, ardente di sentimenti giovanili come noi, era l’anima della conversazione. Alle volte, essa ci faceva imbandire qualche cenetta, improvvisandola, e si passavano in casa sua delle ore deliziose.
Una sera, mentre si parlava dell’arciduca e di quelli che abboccavano al suo amo, qualcuno di noi, forse Emilio Dandolo stesso, saltò su a dire che, per impedire le visite a Corte, bisognava pur pensarne qualcuna, se non bastava la pubblica riprovazione, se non bastavano il negare il saluto e il troncare i rapporti d’amicizia con chi ci andava.
Nei nostri discorsi, ch’erano l’eco dei discorsi e dei pensieri di persone più serie di noi, c’era una preoccupazione, c’era il sentimento secreto d’un pericolo che cominciava a manifestarsi. Quale potrà essere il risultato, pensavano già parecchi, dell’azione continua, instancabile dell’arciduca? Riescirà egli ad aprire una breccia nel patriottismo disciplinato, rigido, ch’era durato fino allora? quanti mano mano non andranno cedendo alle lusinghe governative? quali nuovi interessi non verranno per avvicinare il paese al Governo? Il pubblico, il gran pubblico, dicevano i patriotti, fino a quando ci seguirà nella resistenza inflessibile anche dinanzi a un regime che si annunzia mite e largo di promesse? E una tregua dei lombardo-veneti nella resistenza non avrà delle conseguenze fatali per la politica di Cavour?
E dunque? Dunque che cosa si fa?... Dunque si potrebbe far qualcosa di chiassoso... sfidare a duello, per dirne una, quelli che d’ora innanzi senza esserne obbligati andranno volontariamente a Corte, o si avvicineranno in qualsiasi modo alla politica dell’arciduca!
L’idea fu accolta con entusiasmo: questa bravata ci parve bellissima, ed era infatti al livello della temperatura delle nostre teste, e di quella in mezzo a cui si viveva.
Dopo ciò, quella sera ci separammo, colle teste calde di progetti e di duelli.
NOTE.
[31] Convenzione 14 marzo 1856, stipulata in Vienna, approvata colla Sovrana Risoluzione 17 aprile successivo, tra gli II. RR. Ministri Austriaci di Finanza e del Commercio, e i signori:
Principe Adolfo di Schwarzenberg, Presidente e rappresentante dell’I. R. Istituto privilegiato di Credito per il commercio e per l’industria a Vienna;
Conte Francesco Zichy juniore;
Barone A. S. de Rothschild, Vice-presidente e rappresentanti dell’Istituto suddetto;
La casa bancaria S. M. Rothschild, in Vienna;
Marchese Raffaele de Ferrari, duca di Galliera, in Bologna;
Duca Lodovico Melzi, in Milano;
S. E. Conte Giuseppe Archinto, in Milano, rappresentato dai sigg. Sebastiano Mondolfo e C. F. Brot;
Pietro Bastogi, in Livorno;
Fratelli de Rothschild, in Parigi;
E. Blonnt e C., in Parigi;
Paolino Talabot, in Parigi;
N. M. de Rothschild e figli, in Londra;
Samuele Laing, in Londra;
M. Uzielli, in Londra;
mediante la quale viene concesso ai suddetti signori
1) l’esercizio ed il godimento di tutte le II. RR. strade ferrate situate nel Regno Lombardo-Veneto, con eccezione del tronco che da Verona s’inoltra verso il Tirolo meridionale, con tutti i diritti ed obblighi alle medesime inerenti;
2) la costruzione e l’attuazione di nuovi tronchi.
[32] Il Cantù più tardi, nella sua Cronistoria dell’Indipendenza Italiana, disconobbe gli uomini più alti e più cari del risorgimento nazionale, e ciò gli fu poi d’ostacolo a entrare in Senato, onore a cui l’avrebbero chiamato i suoi titoli di scrittore e di storico.
Crispi, essendo ministro dell’interno, propose al Re Umberto la nomina di Cesare Cantù a Senatore. Domenico Farini, presidente del Senato e figlio dell’ex Dittatore dell’Emilia, saputo ciò, si recò dal Re e vivamente lo sconsigliò di nominare senatore l’autore della Cronistoria. Il Re non firmò il decreto.
CAPITOLO XXV.
1858.
II.
_Sommario:_ Una visita a Corte del marchese Luigi d’Adda. — Una provocazione di Alfonso Carcano alla Scala e una sfida. — Sono uno dei padrini. — Una chiamata del Direttore di Polizia. — La notte seguente si va in Piemonte. — Il duello. — L’Arciduca chiama Stefano Jacini per incaricarlo d’uno studio sulle condizioni economiche della Valtellina. — Jacini scrive un bel libro, e la Valtellina rimane nelle condizioni di prima. — Le illusioni dell’Arciduca. — Voci d’una missione data da Massimiliano al duca Melzi presso Napoleone. — Il principe Porcia, e il suo sfratto da Milano. — Cavour a Plombières. — Cavour chiama il Giulini e il Dandolo. — Progetti di Cavour per l’anno seguente. — Ultimi mesi di vita di Emilio Dandolo. — La famiglia Lutti di Riva di Trento. — Accordi e sottoscrizione, per mandare i volontari in Piemonte nella seguente primavera. — La Società Nazionale italiana.
L’arciduca Massimiliano continuava imperterrito, e talora anche con qualche buon risultato, a usare le sue arti seduttrici; quando eccoci ad un nuovo episodio, capitato proprio qualche giorno dopo l’intesa _dei duelli_, in casa Dandolo.
Era assai noto a quel tempo, in Milano, come amatore di cavalli ed esperto cavallerizzo, un marchese Luigi d’Adda Salvaterra, fratello del marchese Gerolamo, letterato, scrittore d’arte, e noto bibliofilo. Il d’Adda compariva quasi ogni giorno sui bastioni della città, ch’erano a quel tempo il luogo della passeggiata pubblica e il ritrovo del _mondo elegante_, cavalcando l’uno o l’altro dei suoi bei cavalli arabi. Correva, caracollava, e lo avevano soprannominato il _Mazeppa_.
Un giorno Massimiliano, che di tanto in tanto cavalcava egli pure sul bastione, mandò il suo aiutante a dire al d’Adda che desiderava ammirare il bell’arabo. Il d’Adda gli si avvicinò, l’arciduca gliene fece gli elogi e lo pregò di mandare i suoi cavalli alla cavallerizza di Corte, desiderando cavalcarli. Dopo di ciò, sotto varî pretesti, lo fece andare a Corte più volte, e lo invitò a colazione. Il d’Adda accettò gli inviti.
Questo fatto, che in altre circostanze sarebbe passato inosservato, allora fece parlar molto; e a qualcuno, tra quei dell’_intesa_, parve venuta l’occasione di dar principio al _programma_ dei duelli. «Si incominci dunque dal d’Adda!» Trattandosi d’una persona tanto nota in Milano, come il d’Adda, il caso era opportuno, sebbene violento, per una dimostrazione chiassosa.
Ragazzate! potrà esclamare qualcuno nel leggere questi fatti; ma i giovani d’allora erano così: e si può essere indulgenti con questi ragazzi, quando si pensi che pochi mesi dopo, tra mille pericoli, lasciavano la casa loro per prender le armi; e che molti alle loro case non ritornarono più.
Alcune sere dopo ci fu un veglione alla Scala e Alfonso Carcano, ch’era il più giovane della compagnia di Casa Dandolo, ci andò in maschera, e detto fatto si diresse verso il d’Adda, e dopo un breve colloquio, alludendo alla visita fatta all’Arciduca, lo insultò; poi levatasi la maschera gli diede il suo biglietto da visita. Il d’Adda era in un palchetto con due forestieri, dei quali è facile immaginarsi lo stupore. Corse subito la voce del fatto per tutto il teatro, e per alcuni giorni in Milano non si parlò d’altro.
La mattina seguente vennero da me donna Giulia e Costanzo ch’erano la madre e il fratello dell’Alfonso Carcano, dicendomi che questo si teneva nascosto, e pregava me e il marchese Massimiliano Stampa Soncino a fargli da padrini. La buona donna Giulia piangeva, ma mi pregava d’assistere suo figlio.
Due giorni dopo ci fu un ritrovo tra i padrini; pel d’Adda furono quei due che s’eran trovati nel palco, venuti alla Scala per _divertirsi_ al veglione; ed erano un Della Rocca, ex ufficiale spagnolo, e un Cervis di Novara. Nel frattempo ebbi una chiamata alla Polizia.
Il Direttore mi ricevette tenendosi ritto in piedi e parlandomi in tono brusco e severo.
— «So tutto,» prese a dirmi: «il marchese Luigi d’Adda è stato l’altra notte insultato in teatro da un giovinastro mascherato... sappiamo chi è... e sappiamo anche la causa dell’insulto!... Si parla di un duello, e si dice che lei sarà uno dei padrini... ma io le dico che questo duello non si farà! Ha capito?... Questo duello sarebbe uno scandalo! Questo duello mi obbligherebbe a far arrestare lei e i suoi due amici, e a far aprire contro di loro una duplice inquisizione, cioè pel delitto di duello, e pel delitto politico! Ha capito?... Ora le domando formalmente di darmi la sua parola d’onore che il duello non si farà... o almeno che lei non vi prenderà parte. Mi risponda!»
— «Del duello di cui lei mi parla,» risposi «finora non so nulla. Ma devo però dirle che io non le potrei dare la parola d’onore che mi domanda. Lei è un gentiluomo, e comprenderà che, se un amico mi chiedesse di assisterlo in un caso simile, io non potrei rifiutare.»
Si discusse per alcuni minuti, fermi l’uno e l’altro nei nostri argomenti; egli alzando la voce e in tono sempre più minaccioso; io con l’aria rassegnata, come una vittima, caso mai, dell’amicizia. In quella stessa mattina il marchese Soncino aveva avuta un’eguale chiamata dal Direttore di Polizia, e aveva sentite le stesse minacce, e aveva data la stessa risposta, poichè le avevamo combinate.
Nel nostro abbocamento era parso, ai padrini del d’Adda, sulle prime che un diverbio di veglione dovesse venire accomodato con qualche bottiglia di _champagne_, ma presto capirono che sotto il diverbio apparente c’era una questione politica, e che il duello era quindi inevitabile.
Si convenne un duello alla pistola, da farsi al di là del Ticino, presso la frontiera. Ma il difficile era l’andarci, sorvegliati come erano dalla Polizia.
Si combinò di partire quella stessa sera, e per non svegliar sospetti s’andò tutti al teatro della Scala, mostrandoci nei palchi fino all’ora convenuta.
Dal teatro, poi scomparimmo improvvisamente, e andammo difilato in piazza Fontana, dove ci attendevano due carrozze.
Per attraversare il Ticino, a quel tempo, non c’erano ferrovie; eravamo in febbraio, nevicava e faceva un gran freddo; io ero in giubba, con la cravatta bianca, le scarpette lucide e le calze di seta: gelavo! Non avevo il passaporto, indispensabile a quei tempi; per questo, quando si arrivò alla frontiera, montai a cassetta d’uno dei due legni, e il Della Rocca mi fece passare pel suo cameriere. In un villaggio, al di là del confine, trovammo un ufficiale di cavalleria piemontese, che, prevenuto dal mio collega, il marchese Soncino, aveva portato le pistole. L’ufficiale ci condusse in una boscaglia distante circa un chilometro, che facemmo in mezzo al fango e alla neve. Oh le mie scarpette! e che freddo! Con noi era venuto Scipione Signoroni, un giovane nostro amico medico, e già ufficiale di Manara.
I due avversari furono messi di fronte, a venti passi di distanza. La sorte indicò il Della Rocca pel comando del duello, che doveva essere al segnale. Puntarono; _uno, due, tre_; i due colpi partirono insieme, ma le due palle andarono a conficcarsi negli alberi vicini; avevano avuto più giudizio di noi. Ma a nostra discolpa ripeterò ancora una volta che a quel tempo noi ci consideravamo come già in guerra, e che se allora la gente si fosse condotta sempre con certe buone regole di prudenza e di giudizio, gli austriaci forse passeggerebbero ancora per le vie di Milano. Si ricaricarono le pistole, ma allora i padrini avversari si avvicinarono a noi dicendo che, avuto riguardo alla causa che ci aveva condotti sul terreno, si poteva far cessare lo scontro e riconciliare i due avversari. Fummo tutti del medesimo parere: la dimostrazione politica era fatta, e sarebbe stato assurdo il continuare il duello. Il d’Adda ci teneva a giustificarsi; ci scambiammo delle strette di mano e delle parole cortesi, poi partimmo subito per Milano.
Qualche ora dopo, vien da me il Soncino, che aveva avuto una nuova chiamata dal Direttore di Polizia: questi era stato con lui ancora più brusco del giorno prima; ma con sua gran sorpresa il mio amico s’era accorto che il Direttore non sapeva ancora che il duello fosse avvenuto!
«Sento ripetere che lei dovrebbe essere uno dei padrini, ma questo duello non si farà! Se tentassero di farlo, li farò sorprendere in _flagrante_; li farò arrestare tutti, e manterrò la mia parola... duplice processo! Glielo dico di nuovo... ha capito?»
Il Soncino aveva taciuto stringendosi nelle spalle, come chi è rassegnato alla fatalità, solo ripetendo ancora che, pregato, non avrebbe potuto rifiutarsi a un amico: non aggiunse altro, poi corse da me. «Oh che commedia!» si disse fra noi. «Ma come la finirà?»
In Milano per alcuni giorni non si parlò che del duello, e se ne fece un gran chiasso. Io e i miei due amici, non sapevamo che fare: parecchi ci consigliavano prender il largo; ma noi, d’accordo anche coi nostri avversari, si decise di non muoverci, e di negare che ci fosse stato il duello, non essendocene le prove, caso mai ci arrestassero.
Non fummo arrestati. Più tardi venni a sapere che al nostro arresto s’era opposto il luogotenente Bürger, il quale aveva giustamente osservato al Direttore di Polizia che, non essendo egli riuscito ad impedire il duello, era meglio che fingesse di non saperne nulla; tanto più che il processo avrebbe sollevato un chiasso enorme su un fatto ch’era meglio mettere in tacere. Così la passammo liscia.
Intanto l’arciduca continuava tenacemente nel suo sistema, e venne la volta in cui chiamò anche delle persone ch’egli sapeva appartenenti al campo nemico. Tra queste, un giorno, fece chiamare Stefano Jacini; proprio uno di casa Maffei!
Lo scopo della chiamata era nobilissimo, e tale da rendere ben difficile un rifiuto. Una grave questione economica affliggeva allora una delle provincie lombarde, e impensieriva la pubblica opinione con pietosa sollecitudine.
La Valtellina ufficialmente chiamata, come s’è detto, la provincia di Sondrio, da nove anni era colpita nel suo principale prodotto: i suoi celebri vigneti erano ormai completamente distrutti dalla crittogama, l’_oidium_, contro cui non s’era ancora trovato il rimedio. Le altre colture, in Valtellina, erano secondarie, e non c’erano che pochissime industrie. Per di più, e come questo non bastasse, il Governo austriaco, che meditava di applicare un nuovo censimento delle terre alle provincie lombarde, per accrescerne i redditi fiscali, aveva cominciato a farne l’applicazione, per esperimento, alla provincia di Sondrio, ch’era la più piccola: così era avvenuto che, mancandovi il prodotto principale, la terra non bastasse quasi più al pagamento dell’imposta. I piccoli proprietari andavano a mano a mano coprendosi di debiti per vivere; le piccole e le medie fortune, in molte parti della provincia, scomparivano rapidamente, e si vedevano cadere nella miseria moltissimi che avevano sempre vissuto nell’agiatezza. Ciò avveniva specialmente per quelli che possedevano soltanto terre coltivate a viti nella provincia. In quegli anni intere famiglie scomparvero; parecchie, che avevo conosciute benestanti, le rividi, più tardi, povere o molto decadute. Quelli che, nelle famiglie di contadini, non potevano emigrare, languivano di patimenti e di fame. Nelle Preture giacevano moltissime eredità che non potevano venir assegnate per l’impotenza degli eredi a pagar le imposte e i trapassi. In parecchi paesi la popolazione diminuiva come se fosse stata colpita da un grave contagio.
Questi fatti avevano vivamente commossa l’opinione pubblica in Lombardia, e da ogni parte si invocavano provvedimenti. Il Governo militare non ci aveva badato più che tanto, contentandosi di applicare il nuovo catasto, e di riscuoterne rigidamente le imposte. Ora l’arciduca Massimiliano volle occuparsi della questione, e cominciò col bandire una grande lotteria in tutto il regno Lombardo-Veneto per soccorrere i più bisognosi: poi pensò di fare studiare le condizioni della Valtellina da Stefano Jacini, noto pei suoi studi economici e pel suo libro sulle _condizioni dei contadini in Lombardia_, premiato dall’Istituto Lombardo.
L’Jacini, chiamato, si presentò all’arciduca, e dopo un lungo colloquio accettò l’incarico. Non posso nascondere che questa accondiscendenza dell’Jacini spiacque, e che gli amici gli tennero il broncio. Il puritanismo intransigente di quei giorni non permetteva che l’arciduca trovasse adesioni o appoggi in nessuno e in nulla, sopratutto per cose che fossero o che potessero parer buone. La contessa Maffei, me ne ricordo ancora, ne rimproverò l’Jacini, che principiò col giustificarsi, dicendo che di molte cose non era ancora al fatto.
Egli era tornato da poco da un lungo viaggio, e non conosceva bene l’attitudine presa dalla società milanese di fronte all’arciduca Massimiliano. Rammento che, un giorno, durante quel broncio degli amici, l’Jacini mi prese a braccetto e si fece insieme una lunga passeggiata: mi raccontò che avendo da poco percorsa la Francia, l’Inghilterra e la Germania, e avendo discorso con personaggi importanti di politica e delle cose d’Italia, tutti con voce unanime gli avevano espresse l’opinione che l’Italia dovesse ormai smettere qualsiasi velleità di riscossa col mezzo della politica piemontese o dei moti insurrezionali, poichè tutta l’Europa si sarebbe opposta alla guerra. E concludevano che ai lombardo-veneti si presentava un’insperata fortuna, e cioè, l’energico e intelligente desiderio d’un arciduca di ottenere la loro autonomia amministrativa, sotto il suo governo; e che gli italiani quindi lo dovevano assecondare, se non volevano ribadire la loro servitù per seguire una chimera.
Questa appunto era la tesi dei fautori ufficiosi dell’arciduca; la tesi dei timidi, e della gente stanca; la tesi pericolosa, che Cavour ci eccitava a combattere con tutte le nostre forze.
All’Jacini chiesi se avesse parlato col Giulini che veniva da Torino: «non ancora» mi rispose, e io lo eccitai a vederlo al più presto.
L’Jacini non ritornò dall’arciduca, ma eseguì l’incarico avuto, e fece il suo bel libro sulle condizioni economiche della Valtellina. La quale, all’infuori della lotteria, non ottenne dal Governo nessun provvedimento, e rimase abbandonata alla sua sorte. Fu un primo esempio di ciò che valevano i propositi di Massimiliano, destinato a illudersi e ad illudere.