Part 25
Carlo d’Adda molti anni dopo ricordò quei fischi in una tornata del Consiglio comunale di Milano. Mentre parlava, non rammento su quale argomento, con quella franchezza ch’era abituale in lui nemico della popolarità volgare, dalla tribuna pubblica gli furono indirizzati dei fischi; ed egli allora, volgendosi verso quelli che avevano fischiato e fissandoli fieramente: «È la seconda volta, disse, che vengo fischiato; la prima lo fui dalla plebaglia, per non aver illuminata la mia casa in onore dell’Imperatore d’Austria!».
Pochi giorni dopo la proclamazione dell’amnistia rivedemmo gli amici che ritornavano dalle prigioni delle fortezze di Theresienstad e di Josephstad. Trattati crudelmente durante i processi di Mantova, la loro sorte dopo era stata meno dura, perchè condannati da tribunali di guerra furono considerati quasi come militari ed infatti ebbero a compagni nella prigionia parecchi ufficiali ungheresi degli Honveds. A loro non toccò il duro trattamento degli antichi prigionieri dello Spielberg.
Si pensi con quanta gioia si rivedessero quei nostri amici, scampati miracolosamente dalle forche, e che avevano portate le catene per cinque anni; non si sarebbe più finito di interrogarli e di sentirli parlare delle loro vicende. Essi però erano molto riservati, e non parlavano dei casi passati che nella più ristretta e fidata intimità; ripugnava loro soprattutto di parlare del processo, durante il quale c’erano stati degli episodî per loro specialmente dolorosi. C’erano state, contro alcuni, le terribili confessioni, com’è noto, del Castellazzo; parecchi erano stati deboli confessando, e peggiorando le condizioni proprie e degli altri.
A questi, nel loro animo, i migliori avevano perdonato, ricordando le sofferenze e le torture morali che avevano attraversate; ma non amavano parlar di loro. Giustamente diceva il dottor Luigi Pastro, che in questi processi fu uno degli eroi: «Nelle cospirazioni non si entra se non s’è fatto preventivamente sacrificio della vita.»
L’inverno del 1857 in Milano tutto continuò come s’era incominciato; da una parte le autorità austriache, dal ministro fino all’ultimo poliziotto, tutte intente ad allettare, o a minacciare, affinchè il viaggio dell’Imperatore apparisse un gran successo politico del Governo; dall’altra un’agitazione nella popolazione sotto la guida delle classi dirigenti per sventare i propositi austriaci, e per mantenere il paese continuamente in un’attitudine ostile, intransigente verso il Governo straniero.
Da questa lotta, ora palese ora celata, veniva una grande eccitazione nella vita cittadina, ch’era costantemente in fermento. Quali sarebbero state (tutti pensavano), le conseguenze di quell’attitudine, e di quell’agitazione? Nessuno poteva ancora prevederlo, ma in tutti c’era la convinzione che il dovere imponeva di far così. Su ciò non si discuteva, nè era permesso il discutere, quindi le condanne e le proscrizioni che la società proferiva contro gli avversari o i deboli, erano continue e inesorabili. E se c’era qualche caso eccezionale, o si teneva nascosto, o non se ne parlava.
L’opinione pubblica era così vigile e sospettosa da diventare alle volte ingiusta, per cui mi trattengo dal pronunciare dei giudizî che allora correvano sulla bocca di tutti, e che il tempo poi, più volte, ha dovuto rettificare.
A tanta distanza di tempo certe intransigenze possono parere esagerate, ma bisogna ricordarsi che noi allora ci consideravamo come dei combattenti in guerra[30].
Il 28 marzo 1857 il maresciallo Radetzki, comandante supremo dell’esercito e Governatore generale del Lombardo-Veneto dal 1850 al 1857, veniva messo in riposo, e gli veniva data quale sua abitazione in Milano la Villa reale presso gli attuali giardini pubblici. Insieme con questa notizia veniva diffusa la voce che a Vienna si maturassero grandi progetti a favore delle provincie italiane: progetti che non venivano precisati, ma che le voci officiose ingrandivano. Intanto per distrarre la pubblica attenzione, venivano promossi in Milano alcuni lavori pubblici, tra i quali la Stazione Centrale della ferrovia e i Giardini pubblici. Ma i freni rimanevano sempre stretti.
In quei giorni Carlo Tenca veniva nuovamente chiamato dal Direttore di Polizia e dal luogotenente a proposito del _Crepuscolo_. Gli fu di nuovo severamente osservato che il suo giornale continuava a non occuparsi dell’Imperatore e del suo soggiorno in Milano, e gli fu intimato di mutar contegno. Egli si rifiutò, e la Luogotenenza gli tolse la concessione che nel _Crepuscolo_ ci fosse una Rivista politica; ciò fu un colpo mortale pel giornale, la cui Rivista gli procurava una grande diffusione, non essendoci altri giornali politici all’infuori della _Gazzetta Ufficiale_. La fermezza patriottica del Tenca che viveva del proprio lavoro e soprattutto del proprio giornale fu un vero atto eroico: poichè egli sapeva che sarebbe andato incontro alle più grandi strettezze; e così fu. Il _Crepuscolo_ da quel giorno andò gradatamente declinando.
Durante l’inverno, e nella primavera ci furono altri duelli cogli ufficiali, tra i quali ricordo quello di Giacomo Battaglia, con un tal _Ceti_. Il Battaglia, giovane colto, assai promettente, collaborava nel _Crepuscolo_, ed era tra gli amici intimi di casa Maffei. Il duello fu alla pistola, senza conseguenze sgraziate. Gli amici furono in pena pel Battaglia ch’era affetto da una forte miopia, la quale poi doveva forse essergli fatale nel combattimento di S. Fermo.
Prima che l’Imperatore lasciasse Milano, si fecero più insistenti le voci che le provincie Lombardo-Venete avrebbero avuto un nuovo ordinamento; si disse che un arciduca, anzi lo stesso fratello dell’Imperatore, l’arciduca Massimiliano, sarebbe venuto quale Governatore generale; si disse che le provincie avrebbero avuto una larga autonomia, e perfino, secondo alcuni, una semi-indipendenza.
Gli sguardi si rivolgevano ancora più al Piemonte, che seguiva nel frattempo una politica accorta, intenta ai più alti interessi politici ed economici, non solo piemontesi, ma italiani. Lamarmora presentava al Parlamento la legge sulle fortificazioni d’Alessandria, e Cavour proponeva la creazione del porto militare della Spezia, e il traforo del Cenisio. La Farina, d’intesa con Cavour, istituiva la Società nazionale, che presto veniva diffusa in tutta Italia, il cui scopo era di associare e di disciplinare tutte le forze vive del paese sotto la bandiera dell’Italia _Una_ con Vittorio Emanuele, secondo il programma di Manin.
Ma il Manin non doveva vedere lo svolgimento del suo programma, che principiò solo un anno dopo, a Plombières; egli morì a Parigi nel settembre dell’anno 1857.
A rendere sempre più forte l’autorità morale di Cavour ci furono anche in quell’anno le solite imprese vane di Mazzini; e cioè lo sbarco pur generoso di Pisacane a Sapri, ma che finì miseramente, e un tentativo di sommossa a Genova che indignò l’opinione pubblica.
Le grandi riforme che dovevano tener dietro alla venuta dell’Imperatore a Milano, si limitarono alla nomina del fratello di lui, l’arciduca Massimiliano, a Governatore generale del Lombardo-Veneto: vero è che, secondo le _voci ufficiali_, le grandi riforme sarebbero venute dopo.
L’Arciduca era un bel giovane, ed era pure una bella giovane l’Arciduchessa. Chi avrebbe presagito allora a quella coppia felice il tragico destino che l’attendeva al Messico dopo pochi anni? La loro venuta a Milano era però la prima tappa sul cammino delle loro speranze e delle loro illusioni.
Alla venuta dell’arciduca Massimiliano sulle prime si badò poco: soltanto alcuni mesi dopo i milanesi dovevano occuparsi molto di lui. In quel primo momento la parte che dirigeva l’opinione pubblica non era in città: i più, come di solito dopo le bagnature dell’estate, erano andati in campagna nelle loro ville, ove poi continuavano i discorsi sugli avvenimenti che avevano tanto preoccupati gli animi durante l’annata, e sulle speranze intorno alle quali si andava fantasticando.
Io pure, con mia madre e coi miei fratelli, ero partito per la Valtellina: perciò non vidi l’Arciduca per le strade che al nostro ritorno, sul finire di novembre.
Quanta animazione, quale risveglio degli animi sì lungamente depressi, non vedevasi allora dappertutto! C’era in tutti una gran voglia di fare, c’era un bisogno di concordia, un bisogno di sperare; non si sapeva ancor bene che cosa si potesse sperare, ma si sperava. Questo risveglio, questo vago bisogno di agitarsi, non c’era solo in Milano; c’era nelle provincie, c’era in ogni borgata. Trovai tutti animatissimi anche i miei amici di Valtellina, coi quali mio fratello Emilio ed io si facevano delle lunghe chiacchierate, architettando i più arditi castelli in aria.
Nell’autunno antecedente, come già dissi, eravamo stati tutti in faccende per la sottoscrizione dei cento cannoni d’Alessandria. Questa volta, tra gli argomenti del nostro affaccendarsi, c’era la medaglia di Sant’Elena.
L’Imperatore dei francesi, che ogni giorno andava evocando qualche memoria napoleonica, aveva in quell’anno istituita una medaglia commemorativa, che chiamò la medaglia di Sant’Elena, destinata ai veterani superstiti, francesi o d’altri paesi, che avessero militato sotto Napoleone I. Agli ufficiali superstiti fu data la Legione d’Onore. Col mezzo, credo, della legazione francese a Torino, si pensò di far avere tale medaglia ai soldati superstiti che si fossero potuti rintracciare nei paesi Lombardo-Veneti. Col diffondere queste medaglie si rievocavano nel popolo i ricordi di glorie, e di battaglie combattute contro gli austriaci nelle file delle truppe italiche.
Io mi incaricai, coll’aiuto dei miei amici valtellinesi, di procurare la medaglia di Sant’Elena ai vecchi soldati di Napoleone che si trovavano ancora nella provincia di Sondrio. Coi vecchi congedi, e con attestati di notorietà, si riuscì ad averne un elenco di quasi un centinaio. Fu questa la mia maggior occupazione di quell’anno. Le fatiche mie e dei miei amici furono coronate da un buon esito, poichè tutte le medaglie domandate vennero accordate, e se ne potè far presto la distribuzione; colle dovute precauzioni, si intende, per non richiamare l’attenzione della Polizia.
Quelle medaglie venivano accolte col maggior entusiasmo: il ricordo delle antiche sofferenze, pure in quelli che avevano fatta la campagna di Russia, era scomparso dinanzi al fascino delle antiche glorie, e soprattutto dinanzi al nome di Napoleone che li entusiasmava ancora.
Napoleone III nell’istituire la medaglia di Sant’Elena non aveva sbagliato; la popolarità dello zio rifulgeva anche su lui, e qui in Lombardia, nella fantasia popolare già lo vedevamo scendere dalle Alpi, e cacciare gli austriaci. Sulle moltitudini il nome di Napoleone esercitava ancora un vero fascino: non c’era che un Napoleone, si diceva, che potesse e dovesse cacciare via l’Austria dall’Italia.
Ne conobbi parecchi di questi vecchi soldati di Napoleone I. Dopo più di quarant’anni lo adoravano ancora come un Dio, e ne parlavano commossi.
NOTE.
[29] La prima idea del monumento all’Esercito Sardo era stata comunicata dal Correnti, forse d’intesa con Cavour, che in quei giorni cercava d’inasprire i rapporti coll’Austria, mentre questa seguendo i consigli dell’Inghilterra, era disposta a riprendere i rapporti col Piemonte.
[30] Tra quelli che ebbero, in quei giorni, i più severi rimproveri, vi fu Giuseppe Rovani che nella _I. R. Gazzetta ufficiale di Milano_, s’era fatto l’istoriografo apologetico del viaggio dell’Imperatore.
Una sera comparve nel caffè _Martini_ sfoggiando una pelliccia nuova, e dicendo: «Questa la devo all’Imperatore». Per quanto grande fosse la disinvoltura di lui, lo scherzo non piacque e molti non lo salutarono più. Il Rovani aveva grande ingegno e molta coltura; ma spesso nei disordini della vita sciupava l’esistenza e la propria dignità.
Molti anni dopo essendoci incontrati, io e lui in una via remota della città, Rovani mi si piantò dinanzi, e mezzo brillo qual’era, come assai spesso, mi disse: «So perchè lei non mi saluta, ma devo dirle ch’io era una buona ed eletta fanciulla, ma che ho finito male!» Pur troppo, risposi, è vero.
CAPITOLO XXIV.
1858.
I.
_Sommario:_ L’Arciduca Massimiliano Governatore generale del Lombardo-Veneto dopo la morte di Radetzki. — Massimiliano cerca di attirare a sè diversi cospicui cittadini. — La Convenzione per le ferrovie italo-austriache. — Cesare Cantù. — Resistenze e lotte della società e dei patriotti milanesi contro Massimiliano. — Il salotto della contessa Maffei, il conte Giulini, e la resistenza all’Arciduca. — Parole di Cavour al Giulini e al Dandolo. — Casa Crivelli e casa Dandolo. — Timori che destava l’azione di Massimiliano. — Propositi di dimostrazioni e di duelli che si fanno in casa Dandolo.
L’anno 1858, al pari dell’anno antecedente, principiava a Milano con una viva preoccupazione nelle classi che chiamerò _dirigenti_; nella parte voglio dire più eletta e patriottica delle classi aristocratiche e borghesi che allora veramente dirigevano l’opinione pubblica cittadina. L’anno prima trattavasi della venuta dell’Imperatore, ora trattavasi dell’arciduca Massimiliano giunto da poco e già insediato tra noi.
L’arciduca era un bel giovane alto, biondo, e che vestiva di solito l’uniforme di ufficiale di marina. Lo aveva preceduto la fama di uomo intelligente, attivo, pieno di buona volontà, di maniere affabili, e di intenzioni larghe e liberali a favore dei paesi di cui doveva prendere il governo. Voci ufficiose cercavano di accreditare l’opinione ch’egli avesse dei poteri più larghi di quanto apparisse. A queste voci, o, dirò meglio, a queste speranze, aveva partecipato l’arciduca stesso. In cuor suo egli andava esagerando la sua missione, e credeva di cavarne quei risultati che gli prometteva la sua fantasia. Non privo di coltura, ma utopista, di mente fantastica e un po’ leggiera (come l’ha provato la tragica avventura del Messico), egli non si era accorto che a Vienna le cose erano intese ben diversamente: la sua missione era una lustra. Egli aveva creduto di diventare il Principe d’uno Stato quasi autonomo, mentre da Vienna era stato mandato a riprendere la tradizione dell’antico Vicerè, ossia di quel fantoccio che c’era prima del quarantotto: perchè l’Austria mutasse, ci volevano, prima Solferino, poi Sadowa.
La morte di Radetzki, avvenuta il 5 gennaio 1858, aveva contribuito a rinforzare le illusioni dell’arciduca. Il vecchio maresciallo dal 1848 aveva avuto il governo civile e militare delle provincie lombarde e venete, da lui riconquistate all’Austria, rappresentandovi colla durezza delle armi e del governo la politica della reazione e dell’assolutismo; ossia il governo di Metternich peggiorato.
Radetzki era uomo di mente mediocre e di poca coltura; ciecamente devoto al suo Imperatore, buon militare, bonario tra i suoi soldati, dai quali era amatissimo, duro, severo cogli avversari e nell’esercizio del governo. «Tre giorni di sangue assicurano trent’anni di pace», aveva detto alla vigilia delle Cinque Giornate, e nella sua mente angusta e tenace n’era convinto. Investito di poteri illimitati, governò il paese per quasi dieci anni senza pensare al domani; lo governò come un paese occupato in tempo di guerra, dimenticando che questo paese era una delle parti più importanti della monarchia ch’egli difendeva; e dimenticando che con un governo imprevidente, coll’odio che lo circondava, e ch’egli accresceva, poteva preparare, per l’avvenire, alla monarchia austriaca le più gravi e minacciose questioni politiche. E così avvenne. Le sue lettere all’amata figlia Federica, pubblicate dopo la morte di lui, sono piene di affetto paterno e di tenerezza; ma di ferro, di fuoco e di forche pei sudditi italiani malcontenti.
La sua morte capitava in buon punto: pareva segnasse la fine d’un fosco passato, e che col suo successore, il giovane arciduca, ora, sorgesse un’alba promettente.
Massimiliano si mise subito all’opera, e per alcuni mesi da Vienna lo lasciarono fare, e si lasciò che si impigliasse nell’equivoco. Egli si trovò da principio come in un deserto, e cercò d’attirarvi gente che piantasse delle tende intorno a lui. Pensò di conoscere un po’ di quei sudditi che doveva governare; cercò di attirarli a sè, e di crearsi delle simpatie e de’ partigiani, nulla risparmiando fin da principio per raggiunger tale scopo. Ma era tardi.
Un primo addentellato, per incominciare, gli era offerto da una Convenzione stipulata a Vienna per una grande Società Ferroviaria, che aveva tra gli altri scopi l’esercizio delle ferrovie, fatte e da farsi, nel Lombardo-Veneto[31]. Fra i firmatari della Convenzione c’era stato il duca Lodovico Melzi, e l’arciduca lo fece chiamare offrendogli un’alta influenza nella amministrazione. Il Melzi accettò, a condizione che fossero nominate nei vari uffici le persone ch’egli avrebbe indicate: ma più tardi il direttore di Polizia osservò che i proposti dal duca erano tutte persone compromesse o sospette. Infatti molti dei giovani ammessi allora negli uffici delle ferrovie militavano nel campo patriottico, alcuni erano reduci da poco dall’esilio e dalle prigioni; anzi, poco dopo, v’ebbe un impiego anche il Lazzati. Massimiliano tuttavia li nominò tutti dicendo: «ora spero che questi almeno verranno da me.» Ma anch’essi trovarono dei pretesti per non andarci, e non ci andò nessuno. L’arciduca dovette accorgersi, fin da principio, che non otteneva neanche la riconoscenza _comandata_.
Fra i suoi progetti c’era stato anche quello di fondare un gran giornale, che doveva chiamarsi la _Gazzetta Italiana_: si concedeva a quella gazzetta il nome di _italiana_ purchè fosse sottinteso quello di _austriaca_. Alcuni dicevano che la direzione del nuovo giornale dovesse venir affidata a Cesare Cantù, che l’arciduca aveva voluto conoscere; ma altri asserivano che il Cantù fosse destinato a incarichi ben più alti. Il Cantù smentiva queste dicerie, soprattutto la prima. Il fatto provò ch’erano dicerie tutte.
Il giornale doveva essere il portavoce dell’arciduca Massimiliano e della sua politica, ma il solo annunzio datone destò nel pubblico una forte opposizione, e già si preparavano delle dimostrazioni. La _Gazzetta Italiana_ doveva in realtà essere diretta da un giornalista di professione, il Menini, circondato da altri redattori, tra i quali Emilio Treves, un giovane triestino assai promettente, che doveva farvi la parte letteraria. Ne fu preparato il primo numero, quale saggio, e si mandò a Vienna: ma ne venne subito la proibizione. Così il gran giornale morì prima di nascere, e l’arciduca veniva già sconfessato; come implicitamente si faceva per ogni atto di qualche importanza della sua politica, tutta fondata, come dicemmo, su degli equivoci.
Ma l’arciduca intanto procedeva impavido, e tra le prime persone a cui si rivolse ve ne furono alcune, tra le più notevoli, di parte clericale. Vi trovò alcuni seguaci, e gli argomenti coi quali cercavano di giustificarsi potevano essere speciosi: dicevano che bisognava una buona volta chiudere il passato; ch’era tempo di sollevare il paese da quello stato di inerzia e di prostrazione in cui giaceva da tanti anni, per metterlo sulla via del progresso economico; che ormai si dovevano mutare gli scopi e le speranze per l’avvenire; essere ormai un’utopia l’ostinarsi a sperare nel Piemonte, impotente qual’era: dicevano, che le potenze a ogni modo non volevano la guerra; che bisognava quindi preparare una soluzione nuova, giovandosi dell’arciduca Massimiliano, venuto appositamente per assecondarla ed effettuarla; che bisognava infine cercare l’autonomia e la libertà per altre vie.
Tale miraggio messo innanzi a un paese che da tanti anni, o languiva nell’attitudine rigida d’una astensione passiva, o combatteva senza speranze vicine contro il suo governo, era un pericolo grave. Da quasi dieci anni il paese aspettava invano la riscossa, e ormai principiava a dar qualche segno di stanchezza. Il contegno e il linguaggio di Massimiliano divennero in breve seducenti per molti, che già principiavano a discutere apertamente se si dovesse appoggiarlo e seguirlo. Dico subito, però, che tra questi non ce n’era neppure uno che avesse appartenuto al patriottismo militante; erano persone che in passato avevano seguita l’onda dei più, ma che non avevano partecipato all’azione attiva, e che, pur nutrendo sentimenti di italianità, non s’erano compromesse di fronte al governo austriaco. Gente mediocre, all’infuori di pochi, che non fece più parlare di sè, e che scomparve sommersa dall’alta marea degli anni che seguirono.
Si lasciava credere come dissi, che tra i fautori di Massimiliano ci fosse anche Cesare Cantù. Il Cantù, lavoratore indefesso, non viveva che nella cerchia ristretta dei suoi intimi, e di alcuni ammiratori. Da giovane era stato egli pure imprigionato dagli austriaci, ma poi non era più entrato nel secreto consorzio dei patrioti, non s’era unito a nessuno di loro, e viveva solitario tra i suoi libri e i suoi lavori.
Il Cantù era egli pure un avversario del Governo austriaco, ma sdegnoso delle opinioni altrui, non seguì nel 58 il movimento d’opposizione a Massimiliano, e il pubblico a cui doleva di non avere con sè, in quei giorni di lotta, un cittadino illustre, gli si mostrava severo e credette anche ciò che non era[32].
La società milanese di solito si occupava ben poco dei personaggi governativi e politici austriaci; anzi c’era quasi l’affettuazione di non parlarne mai: ma di Massimiliano, dopo solo due mesi ch’era a Milano, si parlava già molto. Era questo un risultato a cui nessun Principe, nessun Governatore austriaco, prima di lui, era arrivato mai. Egli amava far parlare di sè, e occupare di sè l’opinione pubblica: non essendo quindi possibile lasciar cadere lui e la sua missione nel silenzio, bisognava combatterlo tanto più vivamente, bisognava rendergli impossibile l’esecuzione di qualsiasi suo disegno, di qualsiasi sua buona intenzione.
Massimiliano, per la causa dell’indipendenza, era un pericolo. I suoi sforzi, l’opera sua assai probabilmente non avrebbero condotto a nulla, sarebbero riusciti alla fine a un disinganno per lui e pei suoi aderenti; ma nel frattempo potevano illudere, potevano attraversare la politica nazionale del Piemonte. Le lusinghe di Massimiliano potevano indurre molti a sperare in lui e ad abbandonare quella resistenza che durava da dieci anni e che, rendendo vani tutti i tentativi dell’Austria, aveva data tanta forza alla politica nazionale del Piemonte.
Bisognava dunque combattere Massimiliano più che i marescialli che ci avevano governati cogli stati d’assedio, colle prigioni e colle forche. _Combattere Massimiliano in ogni modo, e ad ogni costo_, fu la parola d’ordine che allora corse imperiosa tra i patriotti milanesi.
Quindici anni dopo, quando Vittorio Emanuele andò a Vienna a far visita all’imperatore Francesco Giuseppe, un ministro austriaco, discorrendo di Milano con mio fratello Emilio, che accompagnava il Re, ricordò gli anni corsi tra il 49 e il 59, e rammentò le nostre resistenze e le nostre lotte. Pareva al ministro austriaco che le classi dirigenti italiane avessero avuto sotto mano una cospirazione formidabile per mantenere il paese, con tanta disciplina, in quello stato di lotta continua. Mio fratello gli rispose: «Non c’era nessuna cospirazione permanente; ci fu qualche speciale cospirazione, ma breve e di pochi; ma c’era la grande cospirazione di tutti, naturale, spontanea: la fermezza e la disciplina erano mantenute nelle nostre file dai metodi di governo di quel tempo; erano mantenuti dai vostri governanti, dai vostri generali, dalle vostre Polizie. Una volta sola la nostra _cospirazione_ diventò difficile, e ci mise in pensiero... fu quando ci mandaste l’arciduca Massimiliano.»