Part 24
Ma nell’elmo, il crederete? C’era in fondo un forellin E in tre dì morì di sete Senza accorgersi il tapin.
Passa un giorno, passa l’altro, Mai non torna il guerrier, Perch’egli era molto scaltro Andò in guerra col cimier.
Col cimiero sulla testa, Ma sul fondo non guardò E così gli avvenne questa Che mai più non ritornò.
Il giorno dopo, quando la madre e il figlio ritornarono, il delitto era consumato. Ascoltai senza rimorso le parole della loro riconoscenza, e consegnai il foglio.
Passati alcuni mesi, mentre facevo un esame di laurea all’Università di Pavia, osservai che i professori mi guardavano con una certa curiosità, parlando piano tra loro, e ridendo. Finito l’esame, uno d’essi mi accompagnò dicendomi: Dunque... _passa un giorno passa l’altro_... è lei l’autore della _Ballata_?
Allora, in bel modo, lo interrogai anch’io alla mia volta, e seppi che aveva avuto il mio _Crociato_ da un suo amico professore a Como; forse il professore di quel famoso studente.
Da quel giorno il Crociato peregrinò lungamente a mia insaputa, e me lo trovai dinanzi ogni momento, ora diminuito, ora accresciuto, e spesso spropositato. Per questa ragione, per gli spropositi cioè ond’è stato infiorato quello scherzo nelle varie copie e ristampe che ne sono state fatte, lo riproduco in questa nota nel suo testo originale, perchè in fatto di spropositi preferisco i miei.
E lo studente? L’anno dopo ebbe un posto in Seminario, divenne prete, e... _passa un giorno, passa l’altro_, oggi vive ancora; ma nella sua carriera non andò al di là della prima strofa, come gli era accaduto nel suo componimento poetico.
[27] Il d’Adda veniva introdotto nel gabinetto del Re dal ministro Casaretto, talora secretamente, e di sera; Carlo Alberto voleva essere informato di tutto quanto accadeva in Milano e in Lombardia; la parola schietta e franca del d’Adda era sempre d’eccitamento a Carlo Alberto, sopratutto negli ultimi giorni quando si trattava di prendere la gran decisione, sorpassando le gravi difficoltà che circondavano il Re e le urgenti pressioni che gli venivano dall’estero.
Nel tempo stesso Carlo d’Adda legato con parecchi dell’alta Società torinese, quali erano Azeglio, Balbo, Collegno, Alfieri, Cavour, in unione coi lombardi che si trovavano a Torino, e a parecchi del partito liberale, esercitava un’azione attiva sull’opinione pubblica che si agitava in quei giorni a Torino e in tutto il Piemonte per spingere il paese e il Governo alla guerra contro l’Austria.
[28] Fin dal 1848, quando si discuteva sull’annessione della Lombardia al Piemonte, il d’Adda scriveva in una lettera del 18 aprile da Torino al Governo Provvisorio: «Repubblica, o monarchia costituzionale, io servirò sempre fedelmente il mio paese; ma adesso è desiderio mio, come di tutti gli uomini ragionevoli, che la forma del Governo sia votata liberamente dal popolo, che nessun fatto si provochi che influisca sulla libera volontà del paese». _Lettera al Governo Provvisorio_ nel Museo del Risorgimento.
CAPITOLO XXIII.
1857.
_Sommario:_ Provvedimenti del Governo austriaco per rendere solenne la venuta dell’Imperatore in Lombardia. — Accordi nella società milanese per la resistenza e per l’opposizione. — Emilio Dandolo, Soncino, Mancini, Carcano, ed altri mandati a domicilio coatto. — Ammonizioni al _Crepuscolo_. — Il solenne ingresso dell’Imperatore in Milano. — Il contegno della popolazione. — In casa Dandolo. — Le fotografie del monumento all’esercito piemontese. — Il ricevimento a Corte. — Ministri al seguito dell’Imperatore. — Il conte Archinto. — Il ministro austriaco Buol risponde alle dimostrazioni italiane del Governo piemontese richiamando il ministro d’Austria da Torino, e il Piemonte fa altrettanto. — Amnistia ai prigionieri politici, e dimostrazioni provocate dalla Polizia. — Amici che ritornano dalle prigioni di Josephstad e Theresienstad. — Il maresciallo Radetzki esonerato dalle funzioni di comandante civile e militare del Lombardo-Veneto. — Parziale soppressione del _Crepuscolo_. — Lamarmora presenta la legge sulle fortificazioni di Alessandria, sul porto della Spezia e Cavour sul traforo del Cenisio. — La Farina fonda la Società Nazionale. — Lo sbarco di Pisacane a Sapri. — Nomina dell’Arciduca Massimiliano a governatore generale del Lombardo-Veneto. — Sua venuta a Milano. — La medaglia di Sant’Elena.
La causa italiana riceveva dal Cavour un impulso gagliardo e un nuovo avviamento. Egli voleva toglierla dall’ambito puramente rivoluzionario in cui era rimasta negli ultimi tempi; voleva staccarla dall’azione del Comitato di Londra, terreno su cui era facile alle Potenze il combatterla. Cavour aveva accusato l’Austria di mantenere l’Italia in uno stato rivoluzionario, mentre dimostrava che l’ordine era rappresentato dal Piemonte; e per di più accusava l’Austria d’aver sconfinato nell’interpretare i poteri datigli in Italia dagli stessi trattati di Vienna. Era dunque in nome dei principii conservatori che Cavour difendeva l’Italia dinanzi ai gabinetti; ma era recente il 6 febbraio, bisognava dunque dare alla politica italiana un indirizzo diverso, togliendolo dalle mani del partito rivoluzionario.
L’Austria vide questo pericolo; quindi la venuta dell’Imperatore Francesco Giuseppe a Milano non fu soltanto un fatto di politica interna, ma soprattutto era un atto di politica estera; era evidentemente una concessione alle preoccupazioni di alcune potenze europee, specialmente dell’Inghilterra; la quale voleva bensì che le condizioni dei paesi italiani fossero migliorate, ma non voleva che ciò fosse argomento di complicazioni europee, ed era quindi in sospetto per l’attitudine sempre più energica del Piemonte e quella sempre meno tranquillante di Napoleone.
Le persone influenti, e che avevano una direzione dell’opinione patriottica, non tardarono a richiamare l’attenzione pubblica sull’importanza che avrebbe avuto il viaggio dell’Imperatore, sollecitati anche da informazioni e da consigli autorevoli che venivano da Torino.
La parola d’ordine fu subito che si dovesse cospirare di nuovo, e lavorare attivamente, per mandare all’aria i progetti imperiali, in modo che in faccia a tutto il mondo il viaggio dell’Imperatore mancasse allo scopo, ed apparisse un fiasco.
Bisognava dunque, quando l’Imperatore fosse in Italia, fare il vuoto intorno a lui, ai suoi ministri e a tutto il suo seguito; bisognava che tutte le persone più notevoli delle classi dirigenti, delle classi più in vista, si tenessero in disparte; che nessuno cedesse nè a lusinghe, nè a pressioni; bisognava insomma rendere più evidenti e più clamorose l’astensione e la resistenza.
A tali scopi erano dirette in quei giorni la propaganda e l’agitazione in tutte le società, in tutti i ritrovi. Le signore più alla moda, più eleganti, più belle, insomma tutte le _oche_, come si diceva, erano nella cospirazione: il non essere nella _Fronda_, era non essere alla moda. Quanto bene non fecero allora quelle signore!
In ogni ritrovo cittadino non si parlava d’altro, e di salotto in salotto correva la parola d’ordine sul contegno da tenersi, e sulle dimostrazioni di resistenza che la città avrebbe dovuto fare durante tutto il tempo del soggiorno dell’Imperatore in Milano. Guai a chi avesse mancato alla disciplina; e coi timidi e cogli incerti non si lasciavano mancare anche certe minacce; si minacciava, cioè, di non riceverli nelle case, ove solevano andare, e di non salutar più, quelli che avessero accettati gli inviti a Corte, o avessero fatto qualsiasi atto di deferenza all’Imperatore e a chi era con lui. In casa Maffei, in casa d’Adda, in casa Dandolo e Carcano, in casa del marchese Luigi Crivelli, e in molte altre frequentate da giovani, l’eccitazione era grandissima: pareva che tutti si preparassero a una battaglia.
Si pensi quanto fossero frequentate e vivaci le serate di casa Maffei. Mio fratello Enrico che, sebbene da poco avesse fatto il suo ingresso in società, già la frequentava più di Emilio e di me, e vi era desiderato per la schiettezza del suo carattere e pel suo spirito buono e finalmente gioviale, capitava ogni sera in casa Maffei col bollettino delle notizie e delle prime avvisaglie. Ci va? o non ci va? (a Corte, s’intende), era una delle domande che s’udivano più spesso, e su cui si facevano discussioni accanite e perfino delle scommesse a proposito di qualche signora in pericolo; in pericolo s’intende di cedere alla pressione di qualche suocero timido, che volesse mandarla a un ricevimento di Corte. Mio fratello portava le notizie intime, le più accreditate, le più sicure.
Non meno eccitate erano le autorità austriache; continuamente in faccende a spiarci, a far pressioni con ordini e con circolari ora lusinghiere e dolci, ed ora minacciose.
Alcune settimane prima della venuta dell’Imperatore, la Polizia, per dare un avviso alla gioventù milanese, ne mandò parecchi dei più in vista a domicilio coatto. Tra questi rilegò Emilio Dandolo ad Adro, Massimiliano Stampa Soncino a Bormio, Lodovico Mancini a Edolo, Costanzo Carcano a Mariano, e in altri luoghi altri di cui non ramento i nomi; e ci dovettero stare finchè l’Imperatore rimase a Milano.
Un gran da fare della Luogotenenza e della Polizia era pur quello di indurre almeno qualche signora dell’aristocrazia a presentarsi a Corte. Citerò, tra i molti, un episodio che ancora ricordo, e che può dare un esempio dei piccoli maneggi che si usavano per trovare una qualche recluta per la Corte.
Il marchese Carlo Ermes Visconti, marito da poco d’una bella e colta sposa, la contessa Teresa Sanseverino Vimercati, si trovava un giorno in casa d’uno zio di sua moglie, il principe Porcia. Questo signore aveva dei beni feudali in Austria, e vi diventò poi membro della Camera dei Signori; viveva a Milano, ove in età avanzata sposò la contessa Vimercati, vedova Bolognini, sorella del conte Ottaviano e madre della futura duchessa Eugenia Litta. Il giovane marchese Visconti durante la sua visita, si trovò di fronte al barone Burger, ch’era il luogotenente austriaco della Lombardia, venutoci casualmente dopo. Il Burger condusse a poco a poco il discorso sulla prossima venuta dell’Imperatore a Milano, e disse a Visconti a bruciapelo: «Spero bene che lei condurrà a Corte sua moglie, che sarà una delle gemme dei ricevimenti imperiali». Il Visconti, senza esitare, rispose francamente: «Barone, non ci calcoli». Il Barone insistette, prima con modi cortesi e insinuanti, poi con l’aria altera e brusca. Alla fine il Visconti gli rispose: «Se andassi a Corte, farei un atto contrario alle mie convinzioni, e contro il mio paese; dopo un atto simile non mi resterebbe che di espatriare». Il Burger non disse altro, e così cessò la conversazione.
Tra i provvedimenti della Polizia, di cui molto si parlò in Milano, ci fu la chiamata di Carlo Tenca per una speciale ammonizione. Il direttore di Polizia gli disse che la luogotenenza sperava di vedere nel _Crepuscolo_ annunziata degnamente la venuta dello Imperatore. Il Tenca rispose che il suo giornale per massima non si occupava dei fatti interni dell’Austria, e quindi non trovava ragione per occuparsi del viaggio dell’Imperatore. Il direttore, un po’ colle buone, un po’ colle brusche, cercò dimostrargli come questo viaggio fosse un avvenimento di cui s’occupava l’opinione pubblica di tutta Europa, e come il tacerne avrebbe avuto un carattere di opposizione che il Governo non poteva tollerare. Il Tenca, ch’era uomo dall’aspetto freddo e di poche parole, non aggiunse altro, e se ne andò.
Una simile intimazione gli fu ripetuta alla vigilia della venuta dell’Imperatore, con la minaccia, questa volta, della soppressione del giornale, visto che il _Crepuscolo_ era assai noto all’estero, e che era salito in fama tra le persone colte; circostanza che avrebbe reso più grave il suo silenzio. Tenca ripetè la sua prima risposta, rimase fermo, non si piegò.
Il giorno 15 gennaio l’Imperatore Francesco Giuseppe fece il suo ingresso solenne in Milano. Prima si fermò sul piazzale di Loreto ove era atteso, sotto un padiglione, dal Podestà, conte Sebregondi, e dalle altre autorità. Poi, proseguendo entrò in città dalla Porta Orientale, detta comunemente Porta Renza, ed ora Porta Venezia, e per il Corso Francesco, ora Vittorio Emanuele, si recò al palazzo di Corte (il _Corso Francesco_, denominazione ufficiale, era comunemente chiamato _corsia de’ Servi_, poichè sulla attuale piazza di S. Carlo esisteva una chiesa detta di _Santa Maria dei Servi_, essendo congiunta a un _Convento di Serviti_. La Chiesa di S. Carlo fu inaugurata nel 1847).
L’intesa tra i cittadini era che lungo le vie, che dovevano essere percorse dal corteo imperiale, non solo non ci fossero addobbi, ma rimanessero chiuse anche le persiane.
Poco prima che incominciasse l’entrata m’ero recato dalla piazza del Duomo alla Porta Orientale per vedere se l’intesa era mantenuta. Vidi che in gran parte lo era, ma vidi anche dei commissari di Polizia che entravano mano mano nelle case a far aprire le finestre, e a farle addobbare con tappeti o con drappi. Per le strade non c’era molta gente; un po’ di popolani, ma le persone più civili evitavano il Corso. Mi recai subito dalla contessa Dandolo, che abitava in casa del marchese Luigi Crivelli, appunto sul Corso di Porta Orientale al secondo piano verso strada, sicuro di trovarci degli amici, e anche per vedere di nascosto l’entrata dell’Imperatore spiando traverso le persiane, ch’eran chiuse. Trovai infatti dalla contessa parecchi amici, tutti lieti per le buone notizie che ci scambiammo sull’astensione della miglior parte dei cittadini.
A un tratto il servitore della contessa entra in sala ad annunziare un commissario di Polizia. Costui veniva a intimare che si aprissero subito le persiane, e che si addobbassero le finestre con stoffe, tappeti, od altro. La contessa Ermellina lasciò partire il commissario, poi prese una pelle di tigre, che stava dinanzi a un divano, e la mise alla finestra per addobbo, come drappo. Chi passava guardava in su, rideva, e principiava a far crocchio. Ma ecco di nuovo il commissario con tanto d’occhi fuori, scalmanato, investendoci tutti e ordinando che fosse subito levata quella pelle, mentre la contessa dichiarava di non aver altri addobbi. Tolta la pelle, il commissario ridiscese in strada, e intanto arrivava il corteo che precedeva e seguiva la carrozza dell’Imperatore. Non un applauso, non un evviva, neppure tra quella plebe che applaude a tutti. Solamente, e proprio presso casa Dandolo, alcuni ragazzacci vociarono qualcosa che poteva esser preso per degli evviva; allora Giulio Venino, ch’era con noi, mandò un sonorissimo fischio che fece rivolgere il viso in su a tutti i componenti il corteo. Il corteo intanto procedeva attraversando una folla fredda e silenziosa.
Nella giornata corse la voce che all’Imperatore, appena arrivato al padiglione di Loreto, fosse giunta la notizia che il Municipio di Torino aveva, quella mattina stessa, accolta l’offerta del monumento all’esercito sardo, presentata da una deputazione milanese. Ciò forse spiegava il malumore dell’Imperatore, e l’accoglienza fatta al Podestà, che i presenti avevano osservato[29].
Alcuni giorni prima, mio fratello Emilio aveva ricevuto, secretamente, un pacco di fotografie di quel monumento, ch’era ancora nello studio del Vela. Ci mettemmo in parecchi a distribuire quelle fotografie, in modo che fossero recapitate principalmente alle persone del seguito dell’Imperatore, e che i ministri le trovassero, arrivando, nei loro alloggi, e sulle loro scrivanie. Si seppe poi che quella distribuzione aveva avuto un esito felicissimo.
Pochi giorni dopo ci fu il ricevimento e la presentazione a Corte della autorità e degli invitati. Era una giornata interessante, poichè si sarebbero conosciuti e contati quelli che ci andavano. Il ricevimento a Corte avvenne di giorno. Molti giovani della migliore società, molte signore, quasi tutti invitati, si diedero ritrovo in piazza del Duomo, e dinanzi al palazzo di Corte, facendo ala per vedere chi ci entrava, e per assistere allo sfilare delle carrozze. Passavano tra l’indifferenza quelle delle autorità austriache ed italiane, e della società ufficiale; ma la curiosità e i sorrisi ironici degli spettatori eran rivolti verso le carrozze, che in verità furon poche, degli invitati. Alcuni cercavano nascondersi nel fondo della carrozza, o calavano le tendine, per non essere veduti.
La sera in tutte le riunioni, in tutti i salotti, non si parlò che del ricevimento dell’Imperatore e della famosa sfilata, ed era un continuo scambiarsi di notizie. Le notizie erano buone; le diserzioni erano state pochissime e parecchie di queste venivano scusate con qualche circostanza attenuante.
Cose piccole possono sembrar queste a chi le guarda a tanta distanza di tempo; ma pure furono cose grandi, se si pensa alla meta che si voleva raggiungere, e che fu raggiunta.
Quel primo ricevimento era fallito; era riuscito una cosa misera. Le autorità austriache non se lo dissimulavano, e ne erano furenti: in città si gongolava di contentezza, perchè quella prima battaglia era stata vinta.
Per molte famiglie dell’aristocrazia l’astensione fu un atto coraggioso, e veramente meritorio. In alcune di esse c’erano tradizioni di antiche relazioni personali, in altre legami di parentela con famiglie, e con personaggi militari o politici austriaci; in altre giovani e vecchi rappresentavano due correnti diverse, e ora si erano fuse in una sola. Nel secolo antecedente, l’Imperatrice d’Austria Maria Teresa, che si occupava anche delle faccende private delle famiglie dei suoi sudditi, aveva combinati, e talora imposti, dei vincoli matrimoniali tra famiglie austriache e lombarde dell’aristocrazia: da ciò eran venute delle relazioni di parentela e d’amicizia. Nel 1848 queste relazioni furono rotte; certe fiere ripulse, anche negli anni successivi, meritano quindi d’essere menzionate nella storia del patriottismo lombardo.
Accompagnavano l’Imperatore ministri e personaggi politici, per accrescere l’importanza del viaggio, e anche per studiare, come dicevano, le condizioni del paese. A tale scopo ebbero dei colloqui con qualche vecchio funzionario, o con qualche persona da loro conosciuta in passato; ma dai discorsi, e dalla qualità delle persone chiamate, si capì subito che il Governo austriaco non aveva l’intenzione di far nulla sul serio a beneficio delle provincie Lombardo-Venete, e credeva bastassero pochi provvedimenti illusori per tener a bada la popolazione, e sviare l’attenzione della diplomazia.
Tra le persone che i ministri interrogarono, sapendo forse anch’essi di non far cosa seria, ci fu il conte Giuseppe Archinto. Costui era uno strano personaggio; apparteneva all’antico patriziato milanese, e andava dilapidando un gran patrimonio per la mania di fare il grande. L’Imperatore lo aveva mandato, quale ambasciatore straordinario, a chiedere al Re del Belgio la mano di sua figlia, la principessa Carlotta, pel fratello arciduca Massimiliano. Il conte Archinto v’era andato, e vi aveva sfoggiato, a sue spese, un lusso di cui si parlò da per tutto e per un pezzo. Il Governo austriaco gli mostrava quindi molta deferenza; e il conte accettava gli omaggi con fare altiero, e trattava da pari coi più alti personaggi dell’Impero. Anzi, mentre l’Imperatore era a Milano, egli ebbe a lamentarsi una volta perchè questi lo avesse trattato con troppa confidenza; ed invitato a pranzo a Corte, ricambiò subito l’invito ai ministri e alle cariche di Corte dicendo: «mostrerò loro che se a Corte si _mangia_, in casa Archinto si _pranza_.» In casa sua egli aveva da tempo introdotte le usanze e le etichette d’un regnante.
Per assecondare la vanità di questo personaggio _decorativo_, i ministri lo invitarono a proporre un ordinamento nel regno Lombardo-Veneto che potesse soddisfare le popolazioni. Il conte accettò l’incarico, e propose un ordinamento somigliante a quello che c’era nel seicento, al tempo degli spagnoli in Lombardia, con un Senato composto dei più alti personaggi dell’aristocrazia, e con un presidente la cui autorità fosse superiore a tutte le autorità governative. Non era difficile indovinare chi dovesse essere poi quel presidente.
I ministri, oltre il conte Archinto, interrogarono qualche personaggio più serio sulle condizioni del paese, ma tenendosi sempre in una cerchia molto ristretta di persone e di idee.
Per controbilanciare in faccia all’Europa l’effetto che l’Imperatore voleva raggiungere col lasciar credere pacificati i suoi Stati italiani, e quindi spenta la questione italiana, Cavour, il giorno in cui l’Imperatore entrava in Milano, riconfermava dinanzi al Parlamento Subalpino i propositi liberali e nazionali della politica piemontese, e faceva annunziare dai giornali l’offerta dei milanesi alla città di Torino di un monumento all’esercito sardo, e quella dei cento cannoni delle città lombarde ad Alessandria. Pochi giorni dopo il ministro austriaco Buol mandava un dispaccio aspro e sdegnoso al gabinetto di Torino, e richiamava il suo incaricato d’affari. Cavour fece altrettanto.
Queste mosse abilissime di Cavour riscaldavano le fantasie, sostenevano i propositi di resistenza e rianimavano tutti in quei momenti difficili a continuare quella lotta passiva, che pure era piena di difficoltà e di pericoli.
In quei giorni vedevo ricomparire nello studio di mio fratello Emilio alcuni antichi mazziniani che, dopo il 6 febbraio, non avevo più riveduti. Emilio era sempre considerato come una delle persone più importanti, come il capo della gioventù che aveva preso parte alle cospirazioni; e quei vecchi conoscenti erano spinti verso di lui dal presentimento di fatti nuovi e vicini. C’era anche in essi il segreto pensiero, non ancora confessato, che il capo della nuova riscossa sarebbe stato Cavour; e tacitamente accettavano il nuovo capitano, e la nuova bandiera, ma a patto che si facesse subito qualcosa. Rimasti rivoluzionari venivano a ogni tratto con qualche progetto di stile mazziniano, e non volevano lasciar passare l’occasione della presenza dell’Imperatore e di tanti personaggi a Milano, senza tentare qualcosa, fosse pure un altro 6 febbraio, _cavouriano_, purchè fosse una sommossa. Emilio li ascoltava, e li dissuadeva. Ricordo ancora la sua calma, la sua pazienza, e i ragionamenti coi quali diplomaticamente li persuadeva a non fare degli spropositi.
La Polizia invece aveva fatta una propria dimostrazione tre giorni dopo la venuta dell’Imperatore. Il 18 di gennaio era stata pubblicata la amnistia pei prigionieri politici che ancora si trovavano nelle fortezze austriache; i sequestri agli emigrati erano stati tolti alcune settimane prima. La Polizia pensò di promuovere in città una illuminazione, che doveva simulare una spontanea espressione di gratitudine per l’atto sovrano, e mandò di casa in casa dei Commissari ad ingiungere che quella sera venissero illuminate le finestre. Alcuni illuminarono, ma moltissimi si rifiutarono anche dopo ripetute ingiunzioni. Tra i palazzi le cui persiane rimasero chiuse ci furono quelli dei d’Adda, sul corso chiamato allora di _Porta Nuova_, ora via A. Manzoni. La Polizia li prese specialmente di mira, e diresse verso quella via un’accozzaglia di popolaccio che aveva mandato in giro a gridar _fuori i lumi_ e che, fermatasi dinanzi ai tre palazzi dei d’Adda, dopo un coro spaventevole di urli e di fischi, ne fracassò a sassate le persiane e i vetri. Altri palazzi ebbero un simile trattamento in qualche altro punto della città.