Part 27
Alla Valtellina provvide più tardi il Governo nazionale, che cominciò col diffondere gli insegnamenti e gli esperimenti, allora ancor nuovi, per combattere la crittogama della vite; poi ordinò con una legge, durante i _pieni poteri_, la riduzione del censo. Promotori di tale legge furono Enrico Guicciardi, il conte Luigi Torelli, Antonio Allievi, Cesare Correnti, Romualdo Bonfadini, mio fratello Emilio, Stefano Jacini e Antonio Scialoja, a cui Cavour diede l’incarico di prepararne lo studio e di formularla. La Valtellina ne ebbe allora un immenso beneficio, e potè avviarsi alla sua risurrezione economica.
L’affaccendarsi di Massimiliano era continuo, ma il terreno gli era conteso a palmo a palmo con una opposizione incessante. L’opera sua però non era affatto pratica, ed era pur sempre vigilata da Vienna, dove si era pronti in caso a disapprovarla e a frenarla. Quella sua eccitabile fantasia, e quella facilità d’illudersi, che dovevano più tardi condurlo fatalmente al Messico, l’avrebbero indotto, come fu detto allora, a confidarsi con l’imperatore Napoleone, e a fargli chiedere secretamente se avrebbe avuto il suo appoggio nei progetti relativi al Lombardo-Veneto.
Allora si disse anche di questa missione confidenziale incaricasse un gentiluomo di Milano, il duca Lodovico Melzi d’Eril, e che il Melzi, il quale per ragioni di famiglia viveva molto a Genova e all’infuori della società politica milanese, accettasse in buona fede l’incarico. Il Melzi andava frequentemente a Parigi, e Napoleone lo accoglieva con molti onori quale discendente del Vice-Presidente della Repubblica Italica e alle Tuileries veniva annunciato col nome di _Duca di Lodi_, titolo dato da Napoleone I al conte Francesco Melzi. Della missione nulla però si seppe di positivo: non lasciò traccia, e non ebbe seguito.
Di ciò che avveniva, e che si pensava, nel circolo dell’arciduca Massimiliano e del luogotenente Bürger, s’aveva alle volte qualche sentore col mezzo del principe Alfonso Porcia, di cui abbiamo già parlato.
Fu il principe Porcia che mi disse che il luogotenente Bürger s’era opposto agli arresti pel duello del Carcano col d’Adda. Poco dopo però toccò anche a lui, non ostante le sue relazioni, un provvedimento di rigore. Un giorno s’imbattè in Massimiliano, passeggiando con alcuni amici, i quali naturalmente non salutarono l’arciduca; il Porcia, o non s’accorse dell’incontro, o non volle fare diversamente degli altri; ma bisogna dire che quella volta l’arciduca fosse di cattivo umore, perchè il giorno dopo il principe Porcia riceveva l’ordine dalla Polizia di lasciar subito Milano e di recarsi nelle sue terre in Austria.
Per quanto l’arciduca si affaccendasse, ogni giorno più si faceva palese la sua impotenza a far qualcosa di serio, e ogni suo tentativo cadeva nel vuoto. Egli era arrivato in uno di quei momenti fatali in cui un Governo, prima di far libro nuovo, è condannato a far la somma degli errori e delle colpe del Governo che l’ha preceduto.
La resistenza aveva ormai il sopravvento; ormai si diffondeva la certezza che anche questa difficile, questa pericolosa battaglia, i milanesi l’avevano vinta; e si faceva più forte il desiderio di prepararsi uniti, ai nuovi avvenimenti che erano nel presentimento di tutti.
In un giorno del mese di maggio ebbi la visita di un tal Pagani, che sapevo essere una persona seria e rispettabile. Questo signore venne a parlarmi della _Società Nazionale_ che il La Farina aveva fondata l’anno prima, e che andava estendendosi in tutta Italia. Era questa un’Associazione ordinata come una società segreta, ed aveva, tra gli scopi, anche quello di riunire in sè le società segrete mazziniane. Era programma della Società Nazionale l’indipendenza e l’unità d’Italia con Casa Savoia, sotto la guida di Cavour. Questa società operava già attivamente; e più tardi seppi che Cavour aveva detto al La Farina «ho fede che l’Italia diventerà uno Stato con Roma capitale; venga da me in secreto, e se la diplomazia lo saprà e reclamerà, io la rinnegherò come fece San Pietro.» (Vedi anche la storia del Bersezio).
Dopo il colloquio ch’ebbi col Pagani, mi adoperai anch’io a far entrare nella Società Nazionale parecchi miei amici e conoscenti, sopratutto di quelli che avevano avuto dei legami colle associazioni repubblicane, e a cui piacevano le società segrete. C’è della gente che ha bisogno di pensare colla testa altrui e di agire coll’altrui volontà. A me invece è sempre piaciuto di regolarmi da me, e quindi ho sempre aborrito le società segrete e i vincoli misteriosi di soggezioni anonime. Nella stessa Società Nazionale, che pure m’ispirava fiducia, pei suoi intenti onesti e patriottici, io non volli entrare.
In quel tempo, a Milano, e credo anche in tutta l’alta Italia, nessuno parlava di Massoneria. Questa c’era stata, prima del 1848, collegata coi movimenti dei Carbonari e della _Giovane Italia_, ma non col movimento del quarantotto: poi era quasi scomparsa, e non doveva rifiorire che più tardi, nel modo che tutti sanno.
L’arciduca Massimiliano anche a Venezia, ove si era recato colla sposa nell’estate del 1857, prima di venire a Milano, aveva fatto parlar molto di sè cercando di attirar alcuni dei più cospicui cittadini, come il conte Bembo, e il conte Cittadella Vigodarzere, e lasciando intravvedere speranze e novità.
Ma mentre Massimiliano s’agitava nel vuoto, Cavour teneva in mano ben altre fila, e andava dritto al suo scopo. Il 20 luglio del cinquantotto era a Plombières, e ne’ suoi famosi colloqui con Napoleone, poneva le basi dell’alleanza e iniziava gli accordi per la guerra: poi ritornava trionfalmente in Italia, schermendosi a stento dalle dimostrazioni traverso la Svizzera e in Piemonte.
Poco dopo il suo ritorno a Torino, Cavour fece chiamare Cesare Giulini, poi Emilio Dandolo. Disse loro le trattative e gli accordi fatti con Napoleone, con un certo riserbo naturalmente, allo scopo ch’essi preparassero gli amici in Milano e in Lombardia a quell’azione che poteva assecondarlo ne’ suoi scopi. Tra le confidenze fatte a Giulini, Cavour gli aveva anche detto come Napoleone, per giustificare la guerra dinanzi alla Francia che n’era riluttante, stimava necessario che il Piemonte fosse attaccato, e invaso dall’Austria. Ciò avrebbe giustificato l’intervento francese. _Faites vous attaquer_, aveva detto ripetutamente Napoleone a Cavour.
Cavour aveva chiesto al Giulini se gli paresse possibile che nella primavera del prossimo anno, quando l’Austria farebbe la leva, i proprietari di Lombardia mandassero i loro contadini coscritti in Piemonte. Se venissero, aveva concluso Cavour, io li accolgo nei reggimenti piemontesi... l’Austria mi chiederà l’estradizione ed il loro disarmo... io rifiuterò; l’esercito austriaco allora invaderà il Piemonte!...
Giulini gli rispose che avrebbe seriamente studiata questa proposta coi suoi amici, e che si sarebbe fatto il possibile per attuarla, almeno in parte.
Cavour con questa proposta ebbe una felice percezione degli avvenimenti. Non furono i colpiti della leva quelli che nell’inverno seguente passarono il Ticino e furono arruolati dal Governo piemontese; ma furono i volontari, come vedremo, che passarono in Piemonte, quelli di cui l’Austria chiese il disarmo, e che determinarono il caso di guerra e l’invasione.
Cavour, nel confidare a Emilio Dandolo gli accordi di Plombières, gli aveva dato specialmente l’incarico di intendersi coi giovani di maggior autorità di Milano, con quelli sopratutto che avevano avuto dei rapporti colle società mazziniane. Cavour voleva attirare a sè tutte le forze vive del paese, voleva con sè i più operosi, i più audaci; voleva distrugger le sette, e riunire tutti sotto la gran bandiera dell’unità d’Italia colla monarchia dì Savoia.
Mio fratello Emilio ebbe allora un lungo colloquio con Emilio Dandolo, che gli riferì i discorsi fatti con Cavour, e gli intendimenti di lui. Cavour fin d’allora lasciava intendere le sue mire unitarie, voleva però essere egli solo la guida, e il giudice dei modi e delle opportunità per raggiungere lo scopo. Mio fratello riferì questi discorsi a suoi amici; con queste promesse e con questa parola d’ordine anche i più circospetti lasciarono ogni esitazione. Quelli che un giorno avevano seguito Mazzini pel concetto unitario, quelli che da lui s’erano staccati perchè disillusi, ora accettavano risolutamente di seguire la nuova bandiera e il nuovo capo.
Dandolo presentava poi mio fratello Emilio a Cavour.
Così in quei giorni, Cavour, non solo metteva le basi dell’indipendenza, dell’unità e della libertà d’Italia, ma creava un partito politico nazionale, che fino allora, in Italia, non aveva esistito, il partito unitario, monarchico, liberale. Intorno a questo partito si riunirono, in maggioranza, le persone più eminenti. Con l’aiuto di questo partito Cavour potè compiere grandi cose, e i suoi successori più illustri poterono condur l’opera a compimento. Bisogna essere vissuti a quei tempi, bisogna aver seguiti quei fatti ansiosamente giorno per giorno, per avere la profonda convinzione che Cavour tutto mosse e diresse, e che il grande artefice del nuovo regno d’Italia fu lui.
La guerra nella prossima primavera fu in un baleno il pensiero, la speranza, la fede di quanti furono partecipi delle confidenze fatte agli amici da Cavour. Nel crocchio de’ miei amici ormai non si parlava d’altro: un giorno mi fu comunicato il progetto di avviare una seconda sottoscrizione per prepararsi agli avvenimenti della primavera, sia che si trattasse di mandare i coscritti in Piemonte, sia che si dovesse promuovere qualche fatto, di cui si parlava misteriosamente, per far scoppiare la guerra.
La guerra! Ogni sera ne parlavamo con entusiasmo in casa Dandolo, e allora si colorivano le gote pallide del povero Emilio Dandolo, la cui salute andava rapidamente declinando, minata dall’etisia. Egli conosceva il suo stato, ma tuttavia era deciso di recarsi al più presto in Piemonte, per assicurarsi il suo antico posto di ufficiale. «Non voglio morire in letto,» soleva dire, «voglio morire da soldato su un campo di battaglia.» Pur troppo il suo desiderio non doveva essere esaudito: ormai non gli mancavano che pochi mesi di vita, e non potè intravedere che l’alba delle comuni speranze.
Andai quell’anno a passare il mese di agosto in casa Lutti a Campo nelle Giudicarie, presso Riva di Trento. Il mio amico Vincenzo Lutti di Sant’Alessandro era fin d’allora una delle persone più importanti del partito nazionale liberale del Trentino; e la famiglia Lutti, ricca, ospitale, era in quelle valli, tra le più illustri, e ospitava nell’estate e nell’autunno, ora a Riva di Trento, ora nella villa di Campo, o in quella di Sant’Alessandro sul lago di Garda, un’accolta di amici che si avvicendavano, e tra i quali si incontravano spesso delle persone notevoli d’ogni parte d’Italia. Andrea Maffei teneva presso quella famiglia la sua consueta dimora; e vi si vedevano di frequente Andrea Verga, l’illustre alienista, e i poeti Prati e Gazzoletti. La vecchia madre del mio amico Vincenzo, donna Clara, era una signora che amava mostrarsi amica e protettrice dei letterati: aveva due figlie, Francesca e Maria, delle quali Francesca era una scrittrice e poetessa valente: Vincenzo era un uomo molto colto, musicista appassionato, pieno di spirito, d’ingegno e di cuore. Al Lutti, e agli amici che trovai quella volta nella villa di Campo, comunicai le notizie avute dal Giulini, e così anche nei paesi trentini si fece subito l’intesa per la sottoscrizione e per l’invio dei volontari in Piemonte in primavera.
Qualche mese dopo, un ufficiale piemontese, Alberto dei marchesi Incisa della Rocchetta, veniva a Campo per fare col Lutti delle escursioni e delle ricognizioni militari ordinategli dal Ministero della guerra piemontese.
Ritornato a Milano dalla Valtellina, alla metà di novembre, seppi nel circolo intimo degli amici di casa Maffei che il progetto di mandare in Piemonte i coscritti a primavera era stato abbandonato. Invece nei gruppi dirigenti, nella Società Nazionale, e tra i giovani, correva la parola d’ordine che a primavera gli antichi volontari del 48 e del 49, e quanti altri potessero, dovevano passare in Piemonte per arruolarsi nelle truppe regolari, o in corpi di volontari.
Il progetto veniva accolto con entusiasmo, e la Società Nazionale sopratutto si adoperava con una attività instancabile a diffonderlo fra i giovani, e a compiere ogni preparativo per attuarlo. La sottoscrizione, iniziata qualche mese prima, pigliava vaste proporzioni; e venivano sottoscritte ingenti somme, note solo a quelli che le raccoglievano; e con una larga cospirazione si preparavano i mezzi per rendere possibile e facile avviarsi alle frontiere piemontesi e il varcarle ai giovani che si apparecchiavano a compiere questa grande dimostrazione; la più seria e la più efficace che mai si fosse veduta in Italia.
A questa intesa parteciparono persone d’ogni classe e d’ogni paese, nelle provincie lombarde e nelle venete. Tale occulto lavorìo durò quasi tre mesi; noto a molti, vi partecipavano pure, com’era naturale, vetturali, contrabbandieri, barcaioli; la Polizia n’era sulle tracce, ma non riuscì ad impedirlo: nessuno tradì.
CAPITOLO XXVI.
1859.
I.
_Sommario:_ Il capo d’anno. — I discorsi di Napoleone e di Vittorio Emanuele pel capo d’anno e per l’apertura del Parlamento. — Dimostrazione al teatro della Scala e il coro della «Norma»: _guerra guerra_. — L’organizzazione per mandare i volontari in Piemonte. — Nel gennaio e nel febbraio incomincia la partenza dei volontari. — La morte di Emilio Dandolo. — Il trasporto funebre della salma di Dandolo e la corona tricolore. — Il discorso al cimitero circondato dalla truppa. — Perquisizione del giorno dopo in casa Bargnani ove la Polizia sequestra una lettera di mio fratello Emilio. — All’alba del giorno seguente, il 25 febbraio, la Polizia viene in casa nostra per arrestare mio fratello e me. — Mio fratello aveva dormito in casa d’un amico. — Io riesco a fuggire. — Dopo aver saputo che in quella notte la Polizia aveva arrestati Garavaglia, Carcano, Signoroni e il moretto di casa Dandolo, vado dalla contessa Maffei. — La contessa Maffei, col mezzo di Tenca, mi procura il mezzo d’uscire dalla città. — Un primo contrattempo. — Un legnetto, e poi altri, mi conducono a Lonate Pozzuolo. — Il mio ospite. — Il signor Ernesto Tirinanzi, il giorno dopo, presentandomi come un Ispettore ferroviario, mi ottiene dal Commissario di Polizia di passare il Ticino in barca. — Giungo a Oleggio, e colla strada ferrata, riparto per Torino.
Il 1859 s’apriva con una bella giornata, serena come le nostre speranze; e principiava anche lietamente. Alcune bande musicali andate sulle prime ore del mattino a far omaggio pel capo d’anno, come d’uso, alle autorità, nel far ritorno, percorrendo parecchie vie della città, salutavano l’anno nuovo con allegre sonate. Tra queste, ogni tanto ripetevano, tra gli applausi della folla che le seguiva, una canzone popolare, venuta fuori da poco, chiamata la _Bella Gigogin_.
La musica della canzone era facile e vivace, le parole erano scipite e quasi senza senso, ma tra esse c’era un ritornello che diceva: _dagliela avanti un passo, delizia del mio cor_; parole a cui il pubblico dava un significato patriottico sottinteso, accogliendole con entusiasmo.
La _Bella Gigogin_ percorse quella mattina Milano trionfalmente, tra infiniti applausi, accolta come un augurio, e rinnovando a tutti, col buon umore, le speranze.
Quella canzone fu per qualche tempo popolarissima; talchè, quando Napoleone entrò in Milano dopo la battaglia di Magenta, le musiche militari francesi sonavano la _Bella Gigogin_, che chiamavano la _milanaise_. Ma il miglior augurio pel nuovo anno ci doveva venire prima da Parigi, poi da Torino. Napoleone nel ricevimento di capo d’anno del corpo diplomatico, rivolgendosi all’ambasciatore d’Austria, Hübner, gli aveva detto: _Mi duole che le nostre relazioni non siano così buone come per l’addietro_. Quelle parole del silenzioso Imperatore avevano avuto un eco formidabile in tutta Europa, come se fossero già un annunzio di guerra. L’Austria rispose mandando subito in Lombardia un nuovo corpo d’Armata, e sei battaglioni di _confinari_ croati.
Pochi giorni dopo, il 10 gennaio, Vittorio Emanuele nel discorso d’apertura della sessione del Parlamento, pronunziava le parole: _Non sono insensibile al grido di dolore che verso noi si leva da ogni parte d’Italia_; parole che si seppe erano state dette d’accordo con Napoleone.
Ne giunse la notizia a Milano la sera del giorno stesso in cui erano state pronunziate. Ero al teatro della Scala; a un tratto si vide un parlarsi l’un l’altro, con ansietà, con commozione, come di persone che si comunicano una grande notizia, parve scorresse in tutti un fremito; e una sorpresa insolita si osservò anche nei palchi delle autorità e dei generali austriaci.
Quell’elettricità, per così dire, ch’era nell’aria, che era in tutti, doveva, poche sere dopo, scoppiare rumorosamente in quella sala stessa del teatro.
Si rappresentava la «Norma», e appena i sacerdoti druidici intonarono il coro possente del _guerra, guerra_, tutto il pubblico scattò in piedi: dai palchetti le signore sventolavano i fazzoletti, e tutti a una voce, anzi con un urlo formidabile, si gridò _guerra! guerra!_ Il coro fu fatto ripetere più volte tra un entusiasmo frenetico.
Gli ufficiali della guarnigione, che, come di solito, occupavano le due prime file della platea a loro riservate, non capirono sulle prime la ragione di quel chiasso. Esterrefatti, guardavano, quasi interrogando, nei due palchetti riuniti di prima fila, ove stava il generale Giulay, con parecchi ufficiali superiori.
Questi capirono ben presto di che cosa si trattasse e si misero ad applaudire essi pure il _guerra guerra_. Anzi Giulay stesso ne diede il segnale, battendo replicatamente la sciabola sul pavimento. Chi gli avrebbe detto quella sera che la guerra sarebbe proprio scoppiata, e che cinque mesi dopo egli vi avrebbe perduta a Magenta una grande battaglia!
Il segnale dato da Giulay fu subito seguito da tutti gli ufficiali che si rizzarono in piedi, e fissando il pubblico, applaudirono fragorosamente. Si pensi che baccano! Da una parte si gridava entusiasticamente _viva la guerra!_ si sventolavano i fazzoletti, e si chiedevano nuove ripetizioni del coro; dall’altra si battevano, con grande strepito e in modo parimente provocante, le sciabole in terra. Il teatro fu attorniato dalla truppa chiamata in fretta, e Giulay uscì circondato dallo stato maggiore e da ufficiali, quasi accorsi in sua difesa.
Il baccano quella sera durò lungamente; era la esplosione d’una aspirazione repressa, di veder spuntare il giorno desiderato, il giorno della guerra. Le parole di Vittorio Emanuele avevano messo il fuoco alle polveri.
Intanto si andavano disponendo i mezzi, seriamente e in grande, per mandare quanti più giovani si poteva ad arruolarsi in Piemonte. Le città e le borgate di Lombardia dovevano avviare questi giovani a Milano, e da Milano, per varie strade prestabilite, sarebbero stati poi diretti ai confini del Ticino, della Svizzera e del Po. Lungo tali strade ci sarebbero stati dei punti indicati, ove chi arrivava avrebbe trovato carrozze, alloggio all’occorrenza, e guide per proseguire il cammino in modo rapido e sicuro. Tutto ciò era pagato da una Cassa centrale in Milano. Chi partiva riceveva degli scontrini ch’erano carte da giuoco tagliate, o bastoncini che combaciavano, noti a chi li doveva raccogliere ai punti di ritrovo.
Con questi contrassegni, se occorrevano, o accompagnati da soccorsi in denaro quand’era opportuno, i giovani che partirono giunsero presso che tutti in Piemonte rapidamente e senza contrattempi. In tre mesi ve ne giunsero circa dieci mila.
Alle spese provvedeva una cassa secreta fatta con contribuzioni fiduciarie. La cassa e gli scontrini erano affidati ad un gruppo di cittadini che se li passavano l’un l’altro, tenendoli pochi giorni, poichè era un deposito pericoloso. E infatti presso chi l’aveva c’era subito un andirivieni di giovani che doveva destare i sospetti della Polizia, e che procurò spesse visite, chiamate e perquisizioni.
Non tutti i diecimila certamente andarono in Piemonte coi mezzi e coi soccorsi della cassa secreta, poichè chi lo poteva andava a proprie spese, ma ce n’andarono moltissimi. In tutto ciò ebbe una gran parte quella cospirazione generale, spontanea, di tutti, che s’era veduta nel quarantotto; e, come allora, le classi elevate contribuirono con una grande generosità, tanto più notevole questa volta perchè secreta.
Il pensiero d’andare in Piemonte ad arruolarsi cominciò presto a farsi strada tra i giovani e tra gli antichi volontari del ’48. Già nei primi giorni del gennaio, nei ritrovi, nei caffè, tra gli studenti, si sussurrava: quando si va?
Una sera mi trovavo in casa del marchese Luigi Crivelli, e si parlava appunto delle speranze ch’erano sulle bocche di tutti, e del progetto di passare in Piemonte per arruolarsi. «Quando si incomincierà?» domandavano alcuni. «E se si andasse subito?» saltò su Giulio Venino, che allora era studente di matematica, e che poi diventò capitano d’artiglieria. «Se io, per esempio, partissi tra un paio di giorni, farei bene?» Tutti lo applaudirono, e poco giorni dopo seppi ch’era partito, e che s’era arruolato a Torino come soldato semplice nell’artiglieria.
Ho voluto ricordare il suo nome, perchè in quei giorni il nobile esempio del Venino trovò un’eco simpatica e vivissima tra i giovani milanesi.
Un giorno, il padre di Gaetano Negri, ch’era un vecchio amico di casa nostra, venne a confidare a mia madre che il suo unico figlio maschio Gaetano, giovane di vent’anni, partiva per arruolarsi. Aveva le lacrime agli occhi, ma nel tempo stesso era superbo della decisione di suo figlio. Gaetano Negri, dopo un anno era sottotenente di fanteria, e aveva già guadagnato una prima medaglia al valor militare.
Questi esempi furono presto seguiti da molti, e ormai ogni giorno s’udivano ripetere i nomi di giovani appartenenti alle più alte famiglie milanesi, che si erano furtivamente recati in Piemonte per arruolarsi. L’esempio, cominciato dall’alto, si diffuse in ogni classe; prima che finisse il febbraio si contavano già a migliaia gli arruolati. I pochi, che, potendolo, non partivano, non si lasciavano vedere. Tra gli arruolati si annoveravano anche i più bei nomi delle provincie lombarde e delle venete. Nessuno resisteva a quell’entusiasmo generale che chiamava la gioventù ad espatriare per arruolarsi e ad esporsi alle più gravi sventure, se gli avvenimenti fossero finiti male.
Questa grande dimostrazione patriottica merita veramente di essere ricordata come uno dei fatti più seri, più generosi che conti la storia del nostro risorgimento. Le autorità austriache, civili e militari, solite a burlarsi delle nostre dimostrazioni, questa volta rimasero stupite; e pur fremendo ammiravano un tal fatto così nuovo, e che non giungevano a frenare.
Ciascuno di noi, di quel gruppo di giovani, voglio dire, che viveva in continua dimestichezza, aveva fatto i propri preparativi per passare in Piemonte, ma se ne voleva differire l’esecuzione per poter intanto accrescere la cassa, e sorvegliare i contrassegni di fronte a qualche improvviso contrattempo, o a qualche scoperta della Polizia.
Eran questi di solito gli argomenti dei nostri discorsi in quei giorni in casa Dandolo, seduti presso la poltrona su cui giaceva il povero Emilio, affranto dalla tisi che faceva rapidamente i suoi ultimi progressi. Egli era affettuosamente assistito dalla madre Ermellina, dal padre, dal Barnabita padre Piantoni, dagli amici, e tra questi, sopratutto, dal medico Scipione Signoroni, suo antico compagno d’armi nel battaglione Manara, e già attaccato lui pure dalla tisi che doveva spegnerlo, sul fiore dell’età, pochi anni dopo[33].