Part 17
Il Lazzati era solo tra i giovani milanesi, appartenenti alla cospirazione dei Comitati, su cui avesse messo la mano l’autorità militare inquirente di Mantova. L’auditore capitano Krauss, di triste memoria, supponeva giustamente che la gioventù milanese avrebbe dovuto dare al processo un più largo contingente; e per ciò aveva sottoposto il Lazzati ai maggiori patimenti per strappargli qualche confessione. Ma questi era sempre rimasto fermissimo, e il suo eroico silenzio aveva salvata la vita a moltissimi giovani milanesi, tra i quali devo pur nominare mio fratello Emilio: forse avrebbe salvato anche se stesso, se le sciagurate delazioni del Castellazzo, come si seppe poi, non avessero resi vani i suoi sforzi nel terribile confronto col suo accusatore dinanzi al Krauss.
Verso la metà del febbraio si venne a conoscere ch’erano state mandate da Mantova a Verona, per la ratifica di Radetzky, le proposte per le condanne; e corse la voce, tra la commozione generale, che fra i condannati a morte ci fosse il Lazzati.
Il 28 febbraio furono pubblicate a Mantova ventisette condanne, a cui poi ne seguirono altre. In quelle condanne il conte Carlo Montanari di Verona, l’arciprete G. Grazioli di Revere, e Tito Speri di Brescia erano condannati a morte; e le sentenze furono eseguite il 3 marzo. A Lazzati era stata commutata la pena di morte in quindici anni di fortezza con ferri.
Il processo per la cospirazione dei Comitati, cospirazione progettata ma non condotta a fine, che non aveva approdato a nulla, a nessun fatto, a nessun tentativo, si chiudeva alla fine col mandar nove egregi cittadini sulle forche e trentadue nelle fortezze austriache per molt’anni.
La notizia che il Lazzati dovesse essere impiccato era vera: si voleva la sua morte come una rappresaglia contro Milano pel 6 febbraio: come mai dunque all’ultim’ora gli fu commutata la pena? Su quel fatto corse allora tra gli amici intimi del Lazzati una versione, ch’io udii in casa Maffei e che riferirò.
Il 18 marzo 1848, allo scoppiare della rivoluzione, il generale Wratislaw, prima di accorrere in Castello a prendere il comando delle sue truppe, aveva affidato una sua bambina a una famiglia di conoscenti, raccomandandola caldamente alle loro cure ospitali. Ritornati a Milano gli austriaci, il generale Wratislaw era andato a riprendere la sua figliuola, e a chi l’aveva ospitata, circondandola delle maggiori cure, aveva detto: «Sento il dovere di darvi qualche prova della mia riconoscenza; siamo in tempi gravissimi e, se a voi o ad amici vostri potrò rendere un qualche servizio, ricordatevi di me, pagherò il mio debito».
Saputosi ciò dalla famiglia o da persona amica del Lazzati, allorchè giunse la notizia della condanna a morte, si pensò di fare appello alla promessa del generale Wratislaw, che in quei giorni era comandante della fortezza di Piacenza. Il generale si recò subito a Verona per chiedere la grazia del Lazzati: ebbe sulle prime una ripulsa da Radetzky, e soprattutto da Benedek, quel medesimo che tredici anni dopo perdette la battaglia di Sadowa, e che allora era il più fiero consigliere del maresciallo; ma il generale Wratislaw minacciò di dimettersi, considerando la promessa fatta come un suo debito d’onore; e fu dinanzi alla sua attitudine ferma che venne concessa la grazia al Lazzati.
Siccome però si era stabilito di impiccarne tre, così si decise di sostituirgli l’arciprete Grazioli.
Questo episodio della grazia, nel suo complesso, è vero; ma non cercai troppo, in quel tempo, di conoscerne i particolari: tutto era avvenuto tra poche persone, e tra queste sentii nominare, con grande riserbo, una signora che vi avrebbe avuta la parte principale. Anche più tardi, nel ritornare qualche volta insieme sui particolari della sua prigionia, durata sei anni, quando il discorso si avvicinava al punto della sua condanna e della commutazione di pena, il Lazzati si faceva pensieroso e malinconico. Forse ripensava al _confronto_ col Castellazzo, o gli balenava il sospetto che la grazia fattagli fosse costata la vita al povero Grazioli, poichè si volevano, come fu detto, tre vittime in quel giorno; forse il suo pensiero correva all’immagine d’una persona a cui doveva la maggiore riconoscenza e ch’era poi morta sul fiore degli anni. Allora si troncava il discorso.
Antonio Lazzati, Giuseppe Finzi, il dottor Luigi Pastro ed altri che al pari di questi ebbero una parte nobilissima in quel processo, ne parlavano poco, e solo con gli amici più intimi. Nei processi politici ci sono sempre gli eroi, i deboli e i traditori: per un sentimento di delicatezza, e di dolore nel tempo stesso, essi non amavano ritornare su fatti dai quali risultava l’eroica fortezza dell’animo loro, accanto alla debolezza di alcuni e al tradimento di altri. A chi lo interrogava sul processo di Mantova e sulla sua prigionia, Lazzati preferiva ricordare qualche episodio comico di quelli che accompagnano talora anche i fatti più tragici; e con la sua faccia energica e severa, ma nel tempo stesso piena di bonarietà, sceglieva nelle vicende dolorose della sua vita gli episodi buffi, e li narrava con una comicità di osservazioni che rendeva oltremodo piacevole il conversare con lui.
Dopo il 1859 egli non entrò nella vita politica attiva, e servì modestamente il paese negli uffici amministrativi a cui lo chiamava la fiducia pubblica. Era notaio, e tra i più reputati di Milano.
Ho avuto caro di ricordare specialmente questo mio vecchio amico, a cui tanti giovani milanesi, tra i quali mio fratello Emilio, dovettero allora tanta riconoscenza. Col suo silenzio, colla sua fermezza tra i patimenti delle segrete di Mantova, egli li salvò dalle forche.
Chiuso il processo il Castellazzo ebbe l’impunità, uscì dalle carceri, e mutò il nome. Nel 1859 si arrolò tra i garibaldini, cercò di giustificarsi, e chiese un giurì che presieduto da Bertani, lo assolse, o piuttosto gli perdonò[21].
Giuseppe Finzi mi raccontò che, trovandosi a Napoli durante la dittatura di Garibaldi, un giorno il Bertani gli disse che il Castellazzo, addetto alla sua segreteria, avrebbe desiderato presentarsi a lui ed essere da lui perdonato. Finzi gli rispose: «Non gli rifiuto il perdono, ma gli rifiuto di vederlo: non potrei rispondere di me: l’ultima volta che lo vidi fu dinanzi all’auditore Krauss; io ero incatenato, e difendevo disperatamente la mia vita in un confronto con lui che, colle sue rivelazioni e colle sue accuse insistenti, mi trascinava al patibolo. Come potrei io rivederlo?» Bertani non insistette.
Il Castellazzo diventò segretario della Massoneria, e Grosseto lo elesse deputato. Il giorno in cui entrò in Parlamento, il Finzi ne uscì e diede la sua dimissione: uomini e giornali dei partiti estremi e massonici, assalirono allora violentemente il Finzi; e la lotta, non breve, asprissima, gli accorciò la vita.
Non avrei raccolti questi episodi, se allora e dopo non avessero avuto un’eco dolorosa. Il fatto del Castellazzo sarebbe stato dimenticato e perdonato, come fu dimenticata la condotta d’altri che non furono pari al loro dovere; ma l’improntitudine e lo spirito settario de’ suoi amici vollero fare di lui un rappresentante della Nazione, decretandogli onori, e il sentimento pubblico si ribellò. Fosse pur stata vera la bastonatura, asserita da alcuni, ma contestata, non era questa una ragione per far eleggere deputato chi aveva mandato tanti sul patibolo colle sue confessioni, e per vilipendere quei tanti intemerati patrioti che s’erano lagnati di lui. Il silenzio e l’obblio dovevano bastare a lui e ai suoi amici, nè si doveva procurargli una così trista celebrità.
L’esito disastroso del 6 febbraio e la fine tragica dei Comitati non avevano scoraggiato per nulla il Mazzini. Il Piolti mentre era ancora in Milano, lo aveva ragguagliato di quanto era avvenuto; e il Mazzini, da Londra dove era tornato, gli aveva risposto come a un generale disgraziato dopo una battaglia perduta: si congratulava che le forze fossero rimaste intatte e organizzate, dopo aver fatte buone prove; lodava l’operato di lui, e gli mostrava l’intenzione di ritentare con altro sistema, quello cioè di bande armate che occupassero i monti e le valli per poi piombar sulle città.
L’importante, per Mazzini, era di non arrestarsi nelle cospirazioni e nelle sommosse, senza riguardo ai mezzi e alle opportunità: anche dopo il 6 febbraio Mazzini non s’accorgeva che l’eccesso stancava, e conduceva a ruina il suo sistema e i suoi intenti.
Ora dunque bisognava cercare un nuovo capo del partito, per una nuova chiamata alle armi, dacchè il Piolti de Bianchi era stato messo fuori di combattimento. Mazzini pensò per questo infelice incarico a mio fratello Emilio, e gli fece avere una lettera col mezzo del Piolti: Emilio mandò la risposta con lo stesso mezzo. Ecco ciò che scrive nelle sue memorie il Piolti su questa lettera che ricevette aperta affinchè la leggesse:
«In quella lettera del Visconti presentii il futuro ministro degli affari esteri. Agli entusiasmi di Mazzini egli opponeva il calcolo della ragione. Passando in esame la situazione politica dei vari Stati d’Europa e quella dei partiti in Italia, concludeva col dire che l’Europa si trovava stanca, all’indomani d’un periodo rivoluzionario, e desiderosa di riposo; che in Italia conveniva tener gli animi desti e decisi ad una opposizione che rendesse impossibile il governare a un Governo forestiero, ma che non bisognava cimentarsi in tentativi, aspettando invece quel risveglio degli animi, in tutta Europa, che, passato il periodo di accasciamento, non poteva mancare».
«Queste lettere erano bellissime, soggiunge il Piolti, e duolmi di non aver potuto prenderne copia» (Piolti de Bianchi. _Memorie del 6 Febbraio_).
Il Mazzini, naturalmente, continuò per la sua strada, e trovò un nuovo capo della nuova cospirazione, un certo Ambrogio Ronchi, che venne presto arrestato: il 13 novembre di quell’anno fu condotto nel Castello di Milano, poi a Mantova, ore morì in prigione dopo infiniti patimenti nel maggio del 1856. Mazzini continuò imperterrito ad occuparsi direttamente della formazione delle sue bande; e vedremo presto quale ne fu l’esito.
Intanto dopo l’arresto del Ronchi, s’ebbe uno strascico di altri arresti e di processi minori, tutti affidati al Krauss di orribile memoria. Ci furono episodî dolorosi e crudeli, di cui parlano i ricordi del tempo: ma a questi non potrei aggiunger nulla, poichè il filo delle mie relazioni era rotto. Il processo di Mantova, le condanne, le fughe, il distacco da Mazzini dagli amici che vedevo più di frequente, tutti del campo dei dissidenti, avevano troncate allora le mie informazioni.
Negli anni dello stato d’assedio, e nel decennio della resistenza, il 1853 fu certamente l’anno più duro; fu l’anno in cui maggiormente si accumularono sul paese patimenti e sventure; ma fu anche l’anno che ebbe la maggiore influenza politica in Milano e in Lombardia, e che mise i primi germi di quel nuovo indirizzo, intorno a cui si dovevano disciplinare le menti e le forze che tendevano al gran fine. In quell’anno s’era veduta una lunga preparazione di Mazzini, diretta a una data meta, condurre precisamente verso una meta opposta.
Da quattro anni Mazzini, con un lavoro minuto, tenace, colla formazione dei Comitati, colla preparazione d’una sommossa, tendeva a fare scoppiare quel vasto incendio, quella rivoluzione da cui l’Italia, secondo lui, sarebbe uscita indipendente, una, repubblicana. Il concetto della proporzione tra i mezzi e il fine nella mente di Mazzini, che pure era alta, non si affacciava mai: gli bastavano le deduzioni speculative della teoria e del suo pensiero. La bandiera monarchica, dopo il 1848, pareva ripiegata, pareva inoperosa, impotente; i disillusi e gli impazienti s’erano buttati al _mazzinianismo_: dunque, argomentava il Mazzini, si poteva osare, si poteva rifare il movimento rivoluzionario del 1848; e la nuova rivoluzione sarebbe stata il trionfo della Repubblica.
Ma gli uomini più serî del suo partito argomentavano diversamente. Lo avevano sconsigliato dal tentare una sommossa, egli aveva risposto loro col 6 febbraio; lo sconsigliavano dal tentarne altre, egli preparava le bande armate. Ciò aveva fatto nascere discussioni e dissensi sulle prime; e alla fine era avvenuto un completo distacco tra Mazzini e il suo Stato Maggiore.
Ma il Mazzini, più che mai convinto che la ragione fosse tutta dalla parte sua, imperturbato lasciò che da lui si staccassero i suoi vecchi amici, gli uomini migliori del suo partito; e riprese il lavoro di cospirazione, scendendo questa volta giù, giù più basso, dove si ragionasse meno, dove certi scrupoli fossero minori, e dove gli si obbedisse più ciecamente. Ma anche qui ormai il suo seguito fu scarso, e mano mano si andò assottigliando sempre più. Il 6 febbraio, finito così miseramente, aveva sfatato il suo autore nelle classi popolari. Il sistema immutabile del Mazzini di ordire ogni giorno da lontano una piccola congiura, un piccolo fatto a cui egli non era mai presente, e che finiva sempre con una nuova sventura, doveva necessariamente finire col provocare negli animi un senso di reazione e di disgusto.
Io non fui in relazione col Mazzini; ma ero tra gli intimi del salotto Maffei e del gruppo del _Crepuscolo_, ove il Mazzini aveva avuto gli amici più autorevoli in Milano. Le impressioni mie, che ho qui esposte, sono l’eco fedele dei discorsi che ho uditi, e di ciò che ho veduto svolgersi in quel tempo. L’anno 1853, che doveva segnare l’apogeo di Mazzini e il trionfo della sua idea, ne principiò invece in Lombardia la decadenza e un rapido tramonto.
Tale era lo stato degli animi dopo il 6 febbraio, e dopo i processi di Mantova. E mentre l’astro di Mazzini impallidiva, cominciavano in Piemonte ad apparire quei primi albori d’una luce nuova, che presto doveva diffondersi su tutta l’Italia. Il contegno dignitoso e fermo del Governo sardo e del suo Re di fronte all’attitudine minacciosa dell’Austria dopo il 6 febbraio; l’attività, la serietà con cui si riordinava in Piemonte le finanze, l’esercito e ogni ramo della cosa pubblica; l’ordine con cui vi procedeva la libertà, attiravano di nuovo, con simpatia e con un vivo sentimento di speranza, verso il Ticino gli sguardi delle popolazioni lombardo-venete.
NOTA.
[21] Il Castellazzo, ch’era figlio d’un impiegato di Polizia, uscito di prigione, fu ammesso subito alla laurea con straordinaria convocazione della Facoltà di legge, per ordine del Luogotenente di Lombardia in data 16 luglio 1853. I ricordi, e le lettere di quel tempo, sono unanimi nei giudizi severi contro il Castellazzo, che patteggiando l’impunità non ebbe più ritegno nelle sue confessioni. Tito Speri in una sua lettera chiama il Castellazzo e un altro _delatori furibondi_.
Il Castellazzo insinuò che altri avrebbe potuto svelare il _cifrario_; ma questo non era a cognizione che del presidente e del secretario: il presidente Tazzoli fu impiccato, e il secretario Castellazzo ebbe l’impunità; e l’ebbe sostenendo con parecchi dei detenuti il _confronto_. Sui _confronti_ col Castellazzo, Finzi e Lazzati a quel tempo ne raccontarono e ne scrissero i terribili particolari.
«Non posso tornare col pensiero» scriveva la signora Teresa Valenti «senza sentire un fremito d’ira contro di lui (il Castellazzo), che con un’impudenza da non immaginare passeggia azzimato e tronfio per le nostre vie in compagnia del giudice che compilò il processo».
(Lettera di Teresa Valenti Arrivabene a Carlo Arrivabene a Londra).
Se il Krauss gli avesse fatto dare 90 bastonate, non pare probabile che poco dopo il Castellazzo passeggiasse per Mantova in compagnia del suo aguzzino. Da principio si parlò di 30 bastonate, ma poi durante le polemiche diventarono 90. Quando nel 1884 si dibatteva una fiera polemica nell’occasione in cui il Castellazzo era stato nominato deputato di Grosseto, il Finzi, che per tal fatto s’era dimesso da deputato, scrisse sul giornale il _Pungolo_ dei ricordi sul processo, e sui _confronti_. In quell’occasione fu sollecitato il Lazzati, pure condannato in causa del _confronto_ col Castellazzo, di lasciare qualche ricordo del fatto; e il Lazzati lo raccontò dinanzi alla Commissione direttiva del Museo del Risorgimento, ricordando tra l’altre cose che quando nelle prigioni fu tratto al _confronto_, il Castellazzo fissandolo disse: _Ah, ah! ecco il signor Lazzati col berretto cerato e il paletot chiaro come li aveva la sera in cui venne al ritrovo in casa Tazzoli_. Il racconto del Lazzati fu scritto in un Verbale, consegnato al Museo del Risorgimento, e che esiste nei volumi rilegati dei Verbali della Commissione. A quel Verbale erano presenti il presidente Carlo d’Adda, e parecchi membri della Commissione, tra i quali io pure.
* * *
L’illustre Direttore dell’Archivio di Stato di Mantova, Alessandro Luzio, potè ultimamente far interrogare, da persona di sua fiducia, su alcune circostanze relative ai processi di Mantova del 1852, lo stesso auditore Krauss, che vive ancora pensionato a Vienna. Questi disse che il _cifrario_ del Tazzoli era stato interpretato dall’Ufficio segreto criptografico della Polizia di Vienna prima delle confessioni del Castellazzo, il quale quando vide che il cifrario era svelato, si decise a confessare, rivelando nuove circostanze e nuovi fatti, fino allora ignorati dall’inquirente, che fecero continuare il processo, e furono causa delle condanne a morte. Il Castellazzo fu persuaso a confessare, patteggiando l’impunità e un impiego, forse dal padre impiegato di Polizia. Il Luzio espose queste circostanze che ormai chiariscono la verità sull’affare Castellazzo, in sei applaudite conferenze, dette a Milano nel Circolo Filologico, che verranno quanto prima ripetute in un libro sul processo di Mantova che pubblicherà la Ditta Cogliati. Le conferenze del Luzio sono avvenute mentre questa seconda edizione era in corso di stampa. Ma posso lasciare, per ora, intatto il mio racconto perchè nella parte sostanziale le rivelazioni del Krauss non contraddicono a quanto mi dissero i prigionieri di Mantova, miei amici, e che riferii in questi miei _Ricordi_.
Il Krauss confermò che, in questo processo, nessuno era stato bastonato, poichè non occorreva tale misura dacchè il cifrario era ormai noto.
CAPITOLO XVII.
1853.
III.
_Sommario:_ Partiamo, io e mio fratello Emilio, per un viaggio a Roma, a Napoli, in Sicilia. — Soggiorno in Roma. — Da Roma, attraversando gli Appennini, andiamo ad Arsoli, Avezzano, Montecassino, Capua e a Napoli. — L’albergo e l’albergatore. — Amici. — Casa Gargallo. — Una chiamata alla Legazione Austriaca. — Tragitto da Napoli a Messina. — Catania, Taormina. — L’Etna e il prof. Gemellaro. — Siracusa, viaggio a cavallo lungo la costa fino a Marsala. — Impressioni e disagi. — Locande e bettole. — La cortesia delle persone, i discorsi. — Un contratto coi mulattieri a Girgenti. — Un incontro misterioso. — Da Trapani a Palermo per Calatafimi. — Lettere per diverse persone dateci da Tenca. — Impressioni sulle condizioni civili di quel tempo nella bassa Italia. — Ritorno e lettere di nostra madre a Genova.
In principio di luglio, fatti i nostri esami universitarii, io e mio fratello Emilio ci sentimmo presi da una grande smania di prendere una boccata d’aria fuor di paese, e di sollevarci un po’ l’animo dopo tanti giorni di sciagure, e dopo i pericoli corsi, specialmente da Emilio. Ci decidemmo per un viaggetto a Roma, a Napoli, e in Sicilia: l’avere un passaporto per quei paesi, incatenati al pari di noi, non era difficile; e poi ci sorrideva di vedere una parte d’Italia, di questa nostra Italia a cui si dedicavano tanti pensieri e tanti dolori. Partimmo per Genova, ove dopo un paio di giorni, passati in compagnia di parecchi amici emigrati, o fuggiti dai recenti processi, ci imbarcammo, e si andò a Civitavecchia.
Sbarcati, fummo condotti nell’uffizio della Dogana, ove ci furono aperti i bauli, e un commissario di Polizia li perquisì minutamente. Ne tolse i libri, un Machiavelli, un Molière e un paio di romanzi, dicendoci che qualsiasi libro veniva sequestrato, e che avremmo potuto cercarli poi alla Polizia centrale in Roma. Ma, in fatto non li riavemmo più. Questa prima impressione non fu piacevole, e meno piacevole ancora fu il viaggio da Civitavecchia a Roma in una vecchia diligenza sgangherata, che Emilio diceva trovata tra le masserizie di Torquemada.
In Roma rimanemmo quindici giorni, girando da mattina a sera, nella canicola del luglio, trafelati, ma non stanchi di vedere e di ammirare. Visitammo anche minutamente quei luoghi a cui le recenti memorie della difesa di Roma davano uno speciale interesse: le mura, il _Vascello_ e la breccia, ove erano caduti Manara, Enrico Dandolo, Morosini, e tant’altri amici e giovani valorosi in nome di una grande idea la quale pareva non si potesse effettuare che in tempi ben lontani. Quando incontravamo per le strade i soldati francesi esclamavamo in cuor nostro: Che cosa fate voi qui? Il vostro posto sarebbe stato sui campi di Lombardia da amici, e non qui da nemici!
Chi m’avrebbe detto allora che questa logica del sentimento avrebbe avuto tra pochi anni il trionfo! E per di più, per opera di colui che, in quei giorni, per essere dei patriotti in tutta regola, bisognava chiamare con ira l’_uomo del 2 dicembre_!
Francia e francesi nei nostri animi giovanili erano associati all’epopea della rivoluzione, e del regno italico; erano associati a ogni più alta idea di libertà e di progresso! E ora invece vedere i francesi in Roma, accanto agli svizzeri del Papa, venuti a sostenere colle armi il governo temporale papalino!
Un’altra cosa che ci offendeva la vista e il sentimento era il trovare, in ogni ufficio ove s’andasse, dei preti; dei brutti preti che, col piglio di frequente rozzo e sgarbato, adempivano a incarichi che proprio non avevan nulla a che fare colla sacristia. E ci stupiva poi tanto il sentir bestemmiare contro i preti e dileggiarli, senza ritegno e generalmente; noi, che eravamo abituati a rispettare i nostri bravi preti di Lombardia. E che cosa poi non si diceva del governo dei preti! Era un subisso di imprecazioni, che vorremmo per un momento solo far udire a quelli che lo invocano... per passatempo.
Un giorno, mentre in piazza di Monte Cavallo stavo osservando l’obelisco e i cavalli greci, vidi uscire dal palazzo del Quirinale una gran carrozza a vetri tutta dorata. In quella carrozza c’era un bel vecchio, tutto vestito di bianco, che benediceva dagli sportelli: il suo viso pareva circondato da un’aureola di santità e di pace: sulle sue labbra c’era un fine sorriso pieno di bontà; quel dolce sorriso col quale forse aveva pronunziate un giorno quelle parole che risuonarono dall’Etna alle Alpi: _Gran Dio, benedite l’Italia!_
Pensammo di recarci a Napoli, attraversando gli Appennini, passando poi per Capua e per Caserta. Il primo giorno s’andò a Tivoli e ad Arsoli, un ameno paesello presso il confine del regno di Napoli, con un viaggio di parecchie ore di polvere e di afa in una vetturaccia, in compagnia d’un frate che russava e d’una balia che allattava. Ad Arsoli ci dissero che non c’eran locande per _galantuomini_: in quei paesi si chiamano galantuomini quelli che noi chiameremmo persone civili. Ci fu però indicato un palazzotto il cui proprietario, un certo signor Marcello, offriva l’ospitalità ai forestieri, e ai _galantuomini_.