Part 16
Veniamo agli ungheresi. Il Cairoli, tempo prima, aveva mandato da Pavia una lettera al Piolti per fargli conoscere un capitano ungherese, suo amico. Il capitano aveva accolto gentilmente il Piolti, ma quando sentì di che cosa si trattava, gli rispose francamente che insieme con truppe regolari gli ungheresi all’occorrenza potevano forse decidersi a far causa comune; ma in caso diverso, e cioè in una insurrezione, non era da far calcolo su di loro. E si lasciarono con promessa dell’assoluto silenzio, e di troncare ogni relazione come se non si fossero conosciuti.
Invece del generale Klapka, che non venne, era giunto un tal Furagy, già uffiziale degli Honveds, e allora emigrato a Ginevra. Era l’uniforme di costui che il facchino Ferri, ed altri, avevano veduta.
Secondo il piano del Brizio i cinquemila congiurati, divisi in compagnie di cinquecento o trecento uomini, dovevano dar l’assalto al castello, al palazzo di Corte, al fortino di Porta Tosa e ad alcune caserme, e impadronirsene contemporaneamente. Il Furagy intanto avrebbe fatto fare il _Pronunciamento_ dei soldati ungheresi in alcune caserme, per poi andare alla presa di altre.
Su questo piano c’era disaccordo tra il Brizio e il Piolti, a cui pareva impresa troppo audace e difficile l’assalto immediato al castello; ma la vinse il Brizio, dicendo che di tale impresa si sarebbe incaricato egli stesso.
I dissidenti, e le persone serie che conoscevano i particolari della cospirazione e la decisione di condurla ad effetto, erano grandemente impensieriti ed allarmati. Una insurrezione, promossa con mezzi così inadeguati e, diciamolo, in parte puerili, non poteva condurre che a risultati funesti. La sommossa, dicevano, verrebbe subito repressa nel sangue; essa sarebbe stata la giustificazione dello stato d’assedio rigoroso, delle condanne e di tutte le misure eccessive, crudeli, con le quali governava l’autorità militare; essa le avrebbe accresciute e rincrudite. Una sommossa impotente, e di pochi, avrebbe indebolita e sfatata quella resistenza che ritraeva la sua forza dalla sua misteriosa unanimità. Nulla di più esiziale, dicevasi giustamente, di quei moti convulsi, impotenti, che sono sintomi di debolezza, e che scuotono in un paese la fibra e la fede.
Alcuni ch’erano informati di ciò che si tramava, pregarono mio fratello Emilio e Enrico Besana, ch’era un patriota a tutta prova, di recarsi dal Mazzini per tentare ancora una volta di dissuaderlo dalla folle impresa. Essi acconsentirono, e partirono per Lugano, non curando i pericoli di quella missione; non avevano passaporto, e il cordone militare era rigorosissimo. Il giorno della loro partenza nevicava fitto, e nevicò tutto il giorno seguente; i monti e le strade fuor di mano erano talmente coperti di neve da divenire impraticabili, sicchè non riuscirono a passare il confine. Non avendo potuto compiere l’incarico, e non volendo essere assenti in un giorno di pericolo, ritornarono a Milano, ove giunsero la vigilia del 6 febbraio.
Molto probabilmente, però, la loro missione non avrebbe avuto nessun risultato.
Venuto il 6 febbraio, il Piolti, il Brizio e il Fronti impiegarono le prime ore della giornata in ritrovi coi capi dei gruppi e delle squadre, per ripeter loro gli ordini, ed assicurarsi che ciascuno avrebbe fatto il compito proprio.
Una prima difficoltà, che fece perdere qualche ora, fu quella delle pretese che alcuni capi squadra accamparono in nome dei loro uomini, i quali volevano una rimunerazione maggiore di quella che veniva loro offerta. Ciò prova come il Brizio avesse male scelto i suoi affiliati; se li avesse cercati tra i popolani delle Cinque Giornate, o tra i reduci di Roma e di Venezia, la sommossa del 6 febbraio avrebbe avuto certamente un’importanza ben maggiore e una ben maggiore serietà. L’errore era stato quello di affidare a un emigrato romano un arrolamento tra popolani milanesi, ch’egli non conosceva.
Il Piolti li rimproverò con severe parole: «Noi non intendiamo di pagare l’opera che state per compiere, non c’è denaro che possa rimeritarla; vi siete dichiarati disposti ad assalire gli austriaci, e noi siamo disposti a tentare la sorte, ecco tutto. Siccome dovrete raccogliervi in osterie vi darò due lire per ciascuno, ma guai a chi si ubbriacasse. Questa sera dopo il colpo sarò da voi. Se non accettate, siete ancora in tempo a ritirarvi. Vedendomi risoluto, piegarono la testa, ed accettarono.»
I capi avevano detto che gli affiliati erano cinquemila, e il Piolti diede loro diecimila lire. Il Fronti intanto distribuiva gli stili, e ritirava il rimanente del denaro, ossia dodicimila franchi, ch’eran rimasti al Piolti.
La rivoluzione doveva incominciare alle quattro pomeridiane, e venuta quell’ora il Piolti scese in strada con un amico, il Maiocchi, per vedere se il movimento incominciava. Tutto era perfettamente tranquillo.
Che cosa avveniva intanto? Il Brizio, che con quattrocento uomini doveva assalire il castello, non mancò al suo posto, ma non trovò che trenta persone. Aspettò un pezzo; propose a quei pochi di tentar l’impresa, ma gli altri non accettarono, e siccome calava la sera ognuno se ne andò pei fatti suoi.
Furagy aveva aspettato per un pezzo certi suoi ungheresi che dovevano unirsi con lui per entrare nella caserma di S. Ambrogio; non li trovò, li cercò per un pezzo per le vie vicino, si smarrì mentre scendeva la notte, e si rifugiò in casa di persone amiche. Di quelli che dovevano assalire il fortino di Porta Tosa non si seppe nulla.
Dovevano essere quattrocento anche quelli che si erano impegnati ad assalire la Gran Guardia del palazzo di Corte, e vi si trovarono soltanto in dieci o dodici, tra i quali il Ferri.
Il Ferri senza perdersi d’animo, visto il fascio dei fucili, con in mezzo la bandiera, vi corre su; ne prende un certo numero, con la bandiera insieme, e via di corsa con questi trofei. La sentinella gli tirò una fucilata che lo ferì.
In tutti gli altri punti della città, ove dovevano trovarsi le squadre della rivoluzione, o non comparve alcuno o ben pochi, che subito si sciolsero. Gli sbandati aggredirono qua e là qualche sentinella, o stilettarono qualche soldato che incontrarono per strada.
Il Piolti de Bianchi intanto correva affannosamente in cerca della _sua_ rivoluzione, ma non la trovava; per tutto una quiete profonda. Andò in cerca del Fronti, ma non lo trovò; e non trovò nemmeno i dodicimila franchi che gli aveva lasciati, dopo distribuite le diecimila lire ai popolani.
Saputosi che c’era stato qualche tafferuglio i cittadini rincasavano frettolosi, e venivano chiuse le porte e le botteghe: subito la città fu percorsa da numerose pattuglie. Così finiva la giornata del 6 febbraio.
Aggiungo che sulla scomparsa del Fronti e dei dodicimila franchi, il Piolti informò Mazzini, dal quale seppe poi che il Fronti s’era ritirato a Parigi. Fatto interrogare sulla somma della quale doveva render conto, disse che l’aveva in deposito sua moglie, ritiratasi a Codogno. Andarono a cercarla i fratelli Foldi, ma la Fronti li denunziò, ed essi fecero in fretta a fuggire, e andarono in America.
Io avevo passate le ore pomeridiane del 6 febbraio nella famosa nostra sala di scherma presso mio cugino, Lamberto Paravicini, in via S. Pietro all’Orto, ove s’erano dato ritrovo parecchi del gruppo dei _dissidenti_. Era stato un andirivieni continuo di amici che venivano da vari punti della città a portare notizie, e a sentirne. Alcuni ci rimanevano in permanenza per chiamare, se occorresse, gli altri: tra questi ricordo Vincenzo Strambio. S’era tutti in una grande ansietà, ma nessuno supponeva che l’attesa sommossa dovesse svanire così miseramente. In principio della sera qualcuno venne a riferire che nelle vicinanze dell’Ospedale Maggiore, nelle vie vicine che si chiamano _al laghetto_, erano state fatte alcune barricate, e si erano sentite delle fucilate. Pensammo d’andarci, per vedere noi stessi se la notizia fosse vera, io, mio cugino Lamberto Paravicini, Costantino Garavaglia e qualche altro. Trovammo per strada, che venivano dal caffè dell’Europa in via dei Servi, l’ingegnere Luciano Besozzi, il pittore Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, e mio fratello Emilio; e ci avviammo tutti verso la piazza del Verziere: arrivati alla metà della via Durini, ci imbattemmo in una forte pattuglia che ci intimò di retrocedere e di dividerci. Ci salutammo, e ciascuno se ne andò a cercar notizie per conto proprio.
Trovammo anche Carlo De Cristoforis, che poco prima aveva voluto recarsi anche lui nelle vie dette _al laghetto_, ma una pattuglia lo aveva arrestato; egli però aveva saputo così bene fingere, che lo lasciarono andare. Questa sua presenza di spirito lo salvò. Se fosse stato condotto quella sera in Castello, come gli altri arrestati, o in un ufficio della Polizia, due giorni dopo sarebbe stato impiccato; tanto più ch’era armato.
Nelle vicinanze dell’Ospedale, _al laghetto_, c’era stato infatti un tentativo per parte di alcuni popolani, forse predisposti dal Ferri, per asserragliarvisi, e continuare la sommossa: c’eran stati anche dei colpi di fucile; ma i pochi insorti furono subito dispersi da una compagnia di soldati.
Il Ferri, come mi raccontò egli stesso molti anni dopo, s’era tenuto nascosto per parecchi giorni, girando di tetto in tetto sulle case del Verziere, soffrendo atrocemente per la ferita e per la fame. In seguito venne arrestato, e condannato a dodici anni di carcere duro in una fortezza; fu poi amnistiato cogli altri condannati politici, nel 1857.
Morì una ventina d’anni dopo; sempre capo dei facchini municipali, e ardente patriotta. Quando si parlava delle passate vicende soleva dire: «Le Cinque Giornate sono andate bene, perchè c’era quella bella concordia della gente del popolo coi signori; ma si andò male quando delle nostre cose se ne immischiarono altri, e non i milanesi veri di Milano».
NOTA.
[20] Queste parole del Mazzini, che esprimono il concetto ch’egli ebbe nel volere l’insurrezione di Milano, le riferisco quali le trovo nelle memorie sul 6 _febbraio_ 1853 di _G. Piolti de Bianchi_, pubblicate dal Senatore A. Bargoni nella _Rivista Storica del Risorgimento_ (anno 1897, fascicoli 7-8).
Le Memorie del Piolti de Bianchi sul 6 febbraio sono uno scritto calmo, coscienzioso, esatto; esse dovrebbero essere consultate da chi vuol avere un’idea veritiera e completa su quegli avvenimenti. Io non ci trovai nulla di diverso di quanto ho veduto, o sentito, a quel tempo; perciò me ne servii per comprovare i miei ricordi e le mie impressioni d’allora.
CAPITOLO XVI.
1853.
II.
_Sommario:_ Sorpresa e disgusto dei cittadini nell’apprendere il giorno dopo i fatti avvenuti. — Alcuni cittadini si recano dal generale Giulay per scagionare la città. — Le misure prese dal Governo locale, miti sulle prime, divengono severissime per ordini venuti da Verona e da Vienna. — Arresti e impiccagioni. — Carlo De Cristoforis, denunziato, cercato dalla Polizia, riesce a nascondersi e a fuggire. — Studi e lavori del De Cristoforis. — Sequestri sui beni degli emigrati. — Il Piemonte richiama da Vienna l’ambasciatore conte Revel. — Le porte della città di Milano chiuse per oltre un mese. — Il Piolti ricoverato in casa amica. — Fronti, Furagy, Brizio. — Condanne in contumacia. — Nuovi rigori dello Stato d’assedio. — Voci e notizie che giungono dalle carceri di Mantova sui prigionieri. — Le condanne. — Episodio circa la condanna di Antonio Lazzati. — Dopo la prigionia, Lazzati, Finzi, Bertani, Castellazzo. — Mazzini dopo il 6 febbraio cerca riordinare le fila di nuove cospirazioni in Lombardia. — Progetto di formare delle bande armate nelle valli lombarde. — Cerca un nuovo capo del partito repubblicano in Lombardia. — Ambrogio Ronchi. — Il partito si sfascia e decade, i principali addetti se ne staccano. — Simpatie rinascenti verso il Piemonte.
Il giorno dopo la popolazione apprese tra lo stupore generale i fatti avvenuti. Quella tentata sommossa, così male ordita, inattesa, e senza speranze di riuscita; la natura stessa dei fatti avvenuti, quei soldati stilettati di sorpresa, i più in vie tranquille, non nel furore d’una sommossa, da gente di cui non si sapevano o non si vedevano i capi, suscitarono un sentimento di sorpresa e, bisogna pur dirlo, di indignazione che fu quasi generale. A questo sentimento parteciparono non solo i tranquilli cittadini, ma anche, e forse più, quegli uomini d’azione che non erano stati creduti da Mazzini, quando lo avevano sconsigliato, e che ora vedevano verificati i loro pronostici anche più infelicemente di quanto essi medesimi avevano supposto.
Sotto l’impressione di questi fatti e della disapprovazione quasi generale, alcuni cittadini pur rispettabili, ma male consigliati, si recarono dal generale Giulay, comandante militare della città, per esprimergli la sorpresa e il dispiacere della cittadinanza pei fatti del 6 febbraio, e per pregarlo di non ritenerne per nulla solidale la città.
Il generale, che per la prima volta vedevasi dinanzi a un gruppo di distinti cittadini milanesi, disse a tutti parole cortesi, lodando questo atto, quasi fosse di avvicinamento al Governo, e soggiungendo che le alte classi milanesi avrebbero dovuto per l’innanzi staccarsi dai rivoluzionari e, d’accordo col Governo, considerarli quali nemici comuni.
L’atto di questi cittadini, alcuni dei quali avevan dato e diedero in seguito alte prove di patriottismo, fu severamente giudicato anche dai più fra coloro che avevano deplorato il 6 febbraio. L’astenersi da ogni contatto col Governo era una delle massime più rigorosamente seguite, ed era quindi biasimevole il farsi solidale con lui, tanto più dinanzi a un tentativo di sommossa, per quanto folle, contro lo straniero. Ma quei cittadini non tardarono ad avvedersi dell’errore commesso; e il generale Giulay non li rivide più. Essi avevano perduta, per un istante, la misura del loro dovere; e questo fatto ci prova fino a qual punto fosse arrivata l’indignazione pubblica pei fatti del 6 febbraio.
Guai se il Governo austriaco avesse avuta in quei giorni condotta mite e ragionevole! Certo si sarebbe cattivate delle approvazioni nella parte più timida della popolazione. Ma, per fortuna, anche questa volta il Governo austriaco ci pensò lui a mantenere tutti sempre più strettamente uniti nell’odio e nella lotta contro di esso.
Le prime disposizione del Governo locale erano state relativamente miti; un proclama del generale Strassoldo, in assenza di Giulay, pareva avesse lo scopo di rassicurare la cittadinanza e di non ritenerla responsabile degli atti commessi dai cospiratori; ma tale mitezza fu di breve durata. Due giorni dopo arrivarono da Verona degli ordini severi e violenti; altri ne giunsero in seguito da Vienna; il generale Giulay aveva ripreso il comando di Milano. Lo stato d’assedio fu reso ancor più rigoroso; le porte della città furon chiuse e nessuno poteva più uscire od entrare senza uno speciale permesso; le strade erano occupate militarmente e percorse giorno e notte da forti pattuglie di fanteria, con cavalleria e sezioni di artiglieria. Sulle facciate delle loro case i proprietari furono obbligati a tenere un lume acceso durante tutta la notte, per assicurare l’illuminazione delle vie, caso mai venissero tagliati i tubi del gaz in una insurrezione, a cui di certo nessuno pensava più. Tutti i posti militari e i casotti delle sentinelle furono circondati da alti e robusti cancelli di ferro; difesa che fu introdotta in tutte le città della Lombardia e del Veneto, e che ci rimase fino al 1859, quasi ad attestare lo stato perenne di guerra tra la truppa e il paese.
Nelle classi popolari furono fatti arresti a centinaia, e vennero tradotte in carcere anche parecchie distinte persone su futili indizî; tra queste un mio amico, il marchese Luigi Crivelli, pel fatto di avere una lunga barba rossiccia che lo faceva rassomigliare un poco al _capo della cospirazione_, il Piolti, del quale la Polizia sapeva il colore della barba, ma non ancora il nome.
Si cercò con ogni mezzo in quei giorni di atterrire la città. Tra gli arrestati ne furon subito scelti sei, indicati da accuse incertissime, e furono appesi alle forche fuori della porta del Castello, in faccia alla città. Poco dopo si ebbero le prove della completa innocenza di quattro almeno di quegli infelici; fra i quali c’era un tal Scannini maestro in casa del conte Greppi: malaticcio era uscito di casa soltanto per prender del latte.
Tra i popolani, arrolati alla rinfusa dal Brizio, molti purtroppo appartenevano alla feccia della popolazione; e sottoposti a un consiglio di guerra si affrettarono a svelare quanto sapevano e a denunziare quei nomi che avevano sentito ripetere in qualche riunione.
Tra questi nomi ci fu quello di Carlo De Cristoforis, che s’era appunto recato più volte a quei ritrovi per conoscerne l’importanza e per dissuadere i migliori dal buttarsi in una così pazza impresa.
Il De Cristoforis, denunziato, fu subito attivamente cercato dalla Polizia; e andò a frugare in casa sua il famoso commissario di Polizia Bolza, a cui erano riservate le operazioni più importanti. Il De Cristoforis s’era fin dal primo giorno nascosto prima in casa dei fratelli Garavaglia, poi presso una sua pro zia, poi in una Casa di salute accoltovi da un medico suo amico. Intanto pensava al modo di mettersi in salvo: mandò uno dei suoi fratelli da una signora che conosceva un tal Fossati, appaltatore dell’esercito austriaco, il quale per ragione del suo ufficio aveva il permesso d’uscire con un barroccio dalla città; e si combinò che il Fossati lo facesse montare a cassetta come se fosse un cocchiere. Alla porta un agente fece sulle prime delle difficoltà, non credendo che il permesso d’uscita valesse anche pel cocchiere, ma poi si arrese alle insistenze del Fossati; e così Carletto uscì dalla città. Corsero molte voci su questa fuga, messe in giro per sviare la verità, ma la verità è questa; e io la seppi dalla famiglia stessa.
Il De Cristoforis, attraverso le campagne, si recò a Travedona presso Varese in casa de’ suoi amici Garavaglia; poi si recò a Ispra in riva al lago Maggiore ove un pescatore lo nascose nella sua barca sotto un mucchio di reti, e lo sbarcò sulla spiaggia piemontese; mentre i soldati erano in chiesa per solennizzare con un _Te Deum_ il fallito attentato di un tal Libeny contro l’Imperatore avvenuto in quei giorni a Vienna.
Quel lago e quei paesi Carlo De Cristoforis non li doveva rivedere che sei anni dopo, alla vigilia di morire nel combattimento di S. Fermo.
Il De Cristoforis era sempre d’umore lieto, arguto, festivo e anche nei momenti più gravi e tragici aveva sempre pronta la barzelletta. Aveva un coraggio, anzi un’audacia, a tutta prova; ed ammirava soprattutto i tipi cavallereschi e da romanzo, per cui noi lo chiamavamo, con suo gran piacere, _d’Artagnan_. Attivissimo, era sempre sulla breccia nelle faccende patriottiche, si trattasse di cose gravi o di cose minime, attratto specialmente dal fare ciò che gli altri non avrebbero osato. Fu certamente uno dei giovani più geniali che ci fossero in quei tempi a Milano. Dal 1849 al 1853, essendo chiuse le Università, egli aveva insegnato legge quale privato docente; e nel concorso pubblicato dall’Istituto Lombardo per una memoria sulle _condizioni economiche dei contadini in Lombardia_ presentò un lavoro economico-statistico.
Il concorso fu vinto da Stefano Jacini con la celebre opera che fu il principio della sua fama, ma anche il lavoro del De Cristoforis fu altamente lodato, e ritenuto una nuova prova della cultura e dell’ingegno dell’autore.
Ma al suo ingegno, e alla sua attività l’esilio, come vedremo, doveva poi aprire nuove e fortunose vie.
Prima di chiudere queste note sul 6 febbraio, voglio ricordare l’atto violento col quale il Governo centrale di Vienna, con un decreto del 13 febbraio, metteva sotto sequestro i beni di tutti i profughi politici, compresi quelli che avevano avuto il permesso di emigrare ed avevano ottenuta la cittadinanza piemontese. Nulla giustificava un atto simile, col quale l’Austria voleva quasi rendere responsabile il Piemonte della cospirazione mazziniana; onde il Governo piemontese protestò energicamente, e richiamò da Vienna, il proprio ambasciatore, il conte Revel.
Sono pur da ricordare le condanne che, dopo le prime impiccagioni sommarie, furono pubblicate alcuni mesi dopo, di cui molte in contumacia: venti furono condannati a morte, e quarantaquattro al carcere duro tra i dieci e vent’anni; ma le condanne a morte, dopo le prime, non furono eseguite, e le condanne ai ferri furono diminuite. Tra i condannati in contumacia furono Carlo De Cristoforis, Guttierez, Attilio De Luigi, Alberico Gerli a 12 anni, Assi a 20, e il Ferri, che era arrestato, a 12 anni.
Che cos’era intanto avvenuto del Piolti de Bianchi, del Brizio, e del Furagy?
Il Piolti s’era ricoverato presso un’amica di sua madre, certa Antonietta Faido, che alle volte teneva qualcuno in pensione; c’era rimasto tranquillamente, senza che alcuno s’avvedesse di lui, per tre mesi. Dal suo nascondiglio, non ignoto a qualche amico fidato, riuscì a far partire il Furagy e il Brizio, della cui fuga si incaricò il dottor Arpesani, un buon patriotta: andarono tutt’e due nel Canton Ticino. Il Piolti, aiutato da alcuni amici di Pavia, uscì da Milano il 5 di maggio e andò a Stradella, dopo essersi tagliata la gran barba rossa.
Dopo la giornata del 6 febbraio, Milano rimase chiusa per oltre un mese: si credette con ciò che nessuno dei cospiratori potesse sfuggire; ma, tra i moltissimi arrestati, de’ capi ce ne furon ben pochi.
I rigori dello stato d’assedio furon accresciuti con disposizioni che ora possono parere incredibili; e furono promulgati vecchi e nuovi ordini della Polizia, che rendevano sempre più dura la vita cittadina. Bisognava rincasare alle dieci di sera e avere una carta detta di _legittimazione_ concessa dalla Polizia, e senza della quale si era esposti a venir arrestati dalle pattuglie. Non si poteva andare per le strade, o fermarvisi, che in due; e bisognava avere il mento raso, perchè il pizzo e le barbe erano cose sospette. Le sentinelle, e le numerose pattuglie obbligavano spesso chi passava a retrocedere, od anche arrestavano a lor capriccio. La sera poi, per rincasare, bisognava fare alle volte dei lunghi giri, se sui canti delle vie si trovavano delle sentinelle, poichè se erano di cattivo umore alle volte non lasciavano passare. E così si finiva spesso col cercare l’ospitalità presso qualche amico.
Rammento ancora quei giorni con raccapriccio: il sospetto o la paura d’un soldato, la perfidia d’un poliziotto, potevano mandare in prigione per mesi ed anni anche il più pacifico cittadino; la burbanza dei militari non aveva limiti.
Oh, chi non ha sentito batter le sciabole austriache sul selciato delle nostre città, colla boria sprezzante del padrone, non può comprendere i nostri odii, i nostri entusiasmi, il nostro amore geloso per la patria!
A rendere più tristi quei giorni si aggiunsero le notizie sull’andamento del processo e sugli orrori delle prigioni di Mantova. Ciò che si era preveduto stava per succedere; il governo militare, dopo il 6 febbraio, gravò tanto più la mano sui prigionieri di Mantova, e volle subito esercitare rappresaglie e vendette. Da quelle carceri uscivano nuove voci di patimenti e di scoramento pei cattivi risultati del processo; con insistenza poi si diceva che Antonio Lazzati, essendo milanese, sarebbe stato presto impiccato per rappresaglia.
Non è mio compito il narrare qui i processi di Mantova, e mi limiterò a dirne cose da me vedute e a notizie raccolte dalla viva voce di amici che vi si trovarono impigliati. Su quei processi si hanno libri e memorie che ne parlano diffusamente; leggano i giovani delle nuove generazioni quegli scritti; rammentino anche i nomi degli eroi meno noti, e ricordino sempre quante lacrime devano versare i vinti.