Part 15
«Divertiamoci», dicevamo sempre tra noi, «ma facciamo il nostro dovere, e avanti allegramente e senza paura!» Questo nostro contegno di patrioti allegri non incontrava sempre l’approvazione di certi cospiratori cupi e severi; ma era un’attitudine più consona alla nostra età e più attraente; serviva meglio ad acquistare tra i giovani nuove _reclute_ al patriotismo militante. E la nota gaia non era data solo da noi giovani, ma anche da molti maggiori d’età; e tra questi ricorderò Antonio Lazzati e Carlo De Cristoforis, che nelle stesse vicende tragiche, che dovevano presto attraversare, conservarono sempre la fronte serena, il riso sulle labbra e una inesauribile festività.
Carlo De Cristoforis, amante di tutto ciò ch’era generoso e avventuroso, soleva dire che la volontà risoluta d’un uomo sa compiere di grandi cose; e dal canto suo ne ha compiute parecchie, giocando la testa più volte, ma sempre tenendo allegre le brigate, e facendo smascellar dalle risa.
All’oppressione e ai rigori del Governo i cittadini opponevano non solo la resistenza, ma anche lo scherno e la burla, armi degli oppressi; e ciò riusciva tanto più facile e naturale al carattere faceto della popolazione milanese. Eran quindi continui gli scherzi, le canzonature, le satire, o qualche bel tiro, coi quali la popolazione associava spesso il riso alle lacrime.
Tra i fatterelli che divertivano di tanto in tanto la città ne ricorderò uno che in quell’anno, oltre al far ridere, fece anche stupire per l’audacia colla quale venne compiuto.
Il conte Ambrogio Nava, presidente dell’Accademia di belle arti, e devoto al Governo austriaco, aveva avuto l’infelice pensiero di mandare all’esposizione d’arte, che tenevasi annualmente nel palazzo di Brera, un suo ritratto fattogli dal pittore Hayez, in costume di ciambellano e con decorazioni austriache. Questo ritratto, che dava grandemente sui nervi e offendeva il sentimento patriottico, era continuamente guardato a vista da due guardie di Polizia. Eppure un bel giorno si vide tagliato da capo a fondo con una temperinata, e venne subito ritirato.
Non è a dire l’importanza che diedero a questo fatto tutte le autorità governative, dal brigadiere delle guardie di Polizia fino al maresciallo Radetzki. Era, dicevano, un insulto a un’uniforme della casa dell’Imperatore; era, pigliando le cose in grande, un delitto di Stato; era una prova di più che esisteva un Comitato misterioso che tramava continuamente la rivoluzione e la rovina dell’Impero.
La cittadinanza per parecchi giorni non parlò d’altro, se ne divertì, ne fece delle grandi risate; e il fatterello fu per tutti un non piccolo divertimento in mezzo alla comune tristezza.
Ma come mai s’era potuto tagliare quella tela lunga più d’un metro, vigilata così assiduamente dalla Polizia? Tutti, autorità e cittadini, si facevano questa domanda, e il fatto rimase un mistero per tutti, per un pezzo.
Molti anni dopo venni a sapere che quell’operazione al quadro era stata fatta da Carlo De Cristoforis, il quale una domenica, in un momento di molto concorso, sottraendosi tra la folla agli sguardi dei poliziotti che giravano per le sale, era riuscito a nascondersi dietro le tele che coprivano il lato d’una parete, e quatto quatto c’era rimasto finchè le sale furon chiuse. Durante la notte uscì dal suo nascondiglio, e tagliò comodamente il ritratto del conte Nava; poi, quando il giorno dopo ricominciò il concorso dei visitatori, cogliendo un momento opportuno si frammischiò ad essi inosservato, e se ne andò pei fatti suoi.
Ma le nostre risate erano sempre di breve durata. I timori e le ansietà destati al principiar dell’anno coll’arresto del sacerdote Tazzoli, dopo alcuni mesi di un misterioso silenzio, dovevano scoppiar nuovamente ne’ primi giorni d’estate, e prendere un indirizzo funesto. I mandati d’arresto superarono il centinaio in poche settimane; molti dei colpiti riuscirono a fuggire, ma i più furono condotti nelle prigioni di Mantova: la maggior parte appartenevano ai Comitati. Era evidente che questi erano stati scoperti.
Come mai? I sospetti e l’agitazione andavan crescendo ogni giorno; nei ritrovi, tra gli amici, era un chiedersi e uno scambiarsi continuo, e ansiosamente, di informazioni e di confidenze. Chi sentivasi poco sicuro viveva appartato o nascosto; mio fratello Emilio, più volte, nel rincasare la sera, vedendo delle facce sospette nella strada dove noi abitavamo, aveva tirato dritto ed era andato da qualche amico, come si faceva spesso in quei tempi, a chiedergli ospitalità per quella notte.
Correvano voci gravi: si diceva che nelle carceri di Mantova venivano usate delle sevizie ai prigionieri politici per farli confessare; si parlava di qualche atto di debolezza da parte di alcuni, e si parlava anche di delazioni.
Una voce dolorosa e sinistra, tra l’altre, venuta non sapevasi come, dalle prigioni stesse, ripeteva e assicurava che Luigi Castellazzo, segretario del Comitato centrale, aveva rivelato ogni cosa, aveva palesato tutti i nomi all’_Auditore_ militare, il capitano Carlo Krauss, che dirigeva il processo di Mantova.
Il Castellazzo era stato arrestato a Pavia, e si diceva che nella perquisizione fattagli gli avessero trovato, nascosto in un cannello di penna, un foglietto su cui c’erano alcuni segni e alcune cifre ch’eran la chiave per decifrare i nomi di quanti appartenevano ai Comitati, e i loro carteggi. Questi carteggi, e questi scritti in cifra, erano stati trovati anche presso il presidente del Comitato, ma l’_Auditore_ inquirente non era riuscito nè a decifrarli, nè ad averne la spiegazione dal Tazzoli. Ora dicevasi che il Castellazzo avesse svelato al Krauss che i segni e le parole del foglietto eran la chiave dei carteggi e dei nomi, e che gli avesse indicato il modo di servirsene. Questa fu la base delle condanne.
Queste voci pur troppo erano veritiere; ma nessuno sulle prime voleva crederle. Le voci però si fecero insistenti, e gli arresti immediati e numerosi vennero a convalidarle.
Gli amici del Castellazzo inorridivano al pensiero che le mura della prigione avessero potuto sconvolgere la mente e spezzare il carattere di un uomo che essi credevano forte e sicuro; e si parlò di tormenti e di battiture con le quali erano state estorte le confessioni al loro amico. Pur troppo le confessioni erano vere, ma le voci autorevoli dei compagni di prigione negavano che fossero vere le battiture.
La tortura del bastone, per ottenere delle confessioni, fu minacciata allora a parecchi prigionieri politici, ma non fu applicata in quei processi che a due soli, a quanto si seppe con certezza: così mi dissero Finzi, Lazzati, Pastro, e i molti che ho interrogati, e che furono nelle carceri di Mantova e nei processi del 1852 e 1853. La tortura, invece, applicata a parecchi fu quella delle pesanti catene, della fame fino allo sfinimento, fino per cento giorni di seguito, e della prigione freddissima, umida, fangosa, durante tutto l’inverno.
L’infelice che venne sottoposto alle bastonature fu un certo Antonio Pasetti di Verona nel processo di Venezia 1851. Il suo inquisitore aveva cercato invano di strappargli una qualche confessione, e per spezzare quella fermezza lo condannò a quaranta bastonate. Dopo dieci colpi il medico che assisteva al supplizio dichiarò che, continuando, c’era pericolo che il paziente morisse sotto i colpi. Il Pasetti era etico. Portato in prigione disse ai compagni che durante i colpi aveva tenuto stretto in bocca un lembo della copertura su cui giaceva per assicurarsi che il dolore non gli strappasse, non solo una parola, ma neppure un grido. Il suo eroico silenzio gli salvò la vita: per la mancata confessione non potè essere impiccato, nè condannato; ma rilasciato dalla prigione fu arrolato forzatamente in una compagnia di disciplina e mandato in Ungheria. Dopo poco tempo morì di sfinimento a Temesvar.
Povero eroe oscuro! Il suo nome, appena ricordato, mi fu ripetuto dal dottor Luigi Pastro, altro eroe del silenzio in quei processi, da cui ho saputo questo episodio.
Le bastonature furono date più tardi anche a un tal Cervieri, che fu uno degli arrestati dopo il 6 febbraio, in un processo che si svolse pure a Mantova, diretto dal Krauss, dopo chiuso il processo del 1852. Il Cervieri fu bastonato, ma rimase silenzioso e non denunciò nessuno. Morì parecchi anni dopo in America.
A proposito delle voci che correvano sul Castellazzo in quei giorni, un amico di lui, Giovanni Pezzotti, che apparteneva al Comitato di Milano, ebbe a dire che, se fosse stato arrestato, si sarebbe subito ucciso in carcere per timore di tradire qualche amico in un momento di debolezza. Pochi giorni dopo, il 25 di giugno, venivano fatti in Milano parecchi arresti politici, e ci furono tra gli arrestati il Pezzotti appunto e Antonio Lazzati. Rinchiusi da prima nelle prigioni del Castello, furono poi tutti condotti a Mantova, fuori che il povero Pezzotti che, il giorno dopo del suo arresto, fu trovato appeso alla inferriata della sua cella. Il fantasima del Castellazzo lo aveva tratto al suicidio.
Antonio Lazzati era uno dei miei più cari amici. Lo vedevo quasi ogni sera in casa della contessa Maffei, ove egli metteva sempre nella conversazione una gaiezza, che pareva in contrasto col suo aspetto severo. Era un felice narratore di storielle piacevoli; si divertiva volontieri, e amava far cogli amici le più serene risate, mentre nelle manifestazioni patriottiche era sempre sulla breccia e nei posti più pericolosi. I cospiratori puritani, dal cappello a larghe tese sugli occhi, criticavano il suo umor gaio che a lor pareva leggerezza; ma presto egli doveva dimostrare anche ad essi, coi fatti, la serietà e la saldezza del suo carattere.
Rammento ancora la sera in cui, nel salotto della contessa Maffei, a proposito delle voci che correvano sulle delazioni avvenute nelle carceri di Mantova, gli amici più intimi si facevano intorno a Lazzati e a mio fratello Emilio esortandoli a lasciar Milano. Emilio si riteneva sicuro che il suo nome non figurasse sulle liste del Tazzoli svelate, dicevasi, dal Castellazzo: Lazzati dubitava ancora sulla veracità delle voci che correvano, e temeva, fuggendo, di svegliare i sospetti della Polizia, e di comprometter maggiormente alcuni amici. Quell’esitazione gli fu fatale; due giorni dopo veniva arrestato.
Quell’arresto ebbe un’eco di vivo dolore, e di non poca inquietudine, nel salotto di casa Maffei. Gli arresti politici, nelle province, di persone che vi erano conosciute, e che erano in rapporti col _Crepuscolo_, avevano portato un senso di tristezza nel salotto; e ora l’arresto del Lazzati vi aveva per di più fatto nascere il gran sospetto che l’inquisizione del processo di Mantova avesse principiato ad estendersi dalle provincie a Milano.
Era giunta intanto la stagione del caldo e delle bagnature, che allontanano di solito dalla città i milanesi; che fanno chiudere i salotti, e facevano finire i ritrovi, fin dopo le vacanze e fino al principio dell’anno. Queste sospensioni della vita cittadina avevano allora anche il vantaggio di sottrarre parecchi, per parecchi mesi, agli occhi vigili della Polizia.
Ma finite le vacanze, e principiato l’inverno, una grande notizia venne presto a mutar l’indirizzo dei discorsi, delle speranze e dei timori, nel campo nemico e nel campo nostro: la notizia del colpo di stato avvenuto in Francia.
Le discussioni e i dispareri erano infiniti e irreconciliabili: chi fremeva, chi giubilava, chi ne era disperato. I repubblicani puri, che avevano poste tutte le loro speranze nel prestito di Mazzini, nella rivoluzione, nella Francia repubblicana, e nel Comitato internazionale di Londra, ossia in Mazzini, in Ledru-Rollin e in Kossuth, erano naturalmente tra i frementi, e credevano che il nuovo tiranno sarebbe stato cacciato quanto prima. Anche il suffragio universale, che poco dopo acclamò Luigi Napoleone alla quasi unanimità, non li smosse dal loro giudizio: era una passeggiera infedeltà commessa dal suffragio universale, ma questo infedele, dicevasi, si sarebbe presto ricreduto.
Vivevano ancora a quel tempo molti avanzi delle armate e delle amministrazioni napoleoniche, nei quali era sempre vivo il gran fascino del primo impero; questi erano tutti in festa, poichè vedevano già il nuovo Napoleone valicare le Alpi e cacciare gli austriaci.
Le persone più calme e temperate, pur convinte che per parecchi anni la politica del nuovo Governo della Francia sarebbe stata tutta rivolta alle questioni interne, erano persuase che un Governo napoleonico avrebbe pur dovuto nell’avvenire esercitare un’influenza sui destini dell’Europa, fors’anche colla guerra. Speravano poi nella simpatia personale per l’Italia, del nuovo padrone della Francia. La repubblica erasi dimostrata verso di noi impotente ed ostile; ora il nuovo mutamento di Governo apriva un orizzonte sul quale pur brillava una qualche speranza.
Mentre non solo nei nostri paesi, ma in ogni punto d’Europa, s’andava almanaccando sulle conseguenze che avrebbero potuto avere gli avvenimenti che si svolgevano in Francia, l’Austria, impassibile, senza punto guardare all’avvenire, continuava ad applicare nel Lombardo-Veneto i suoi metodi pedanteschi, duri, ed ora anche feroci, di Governo.
Il giorno 7 dicembre venivano pubblicate le prime sentenze del processo di Mantova. Tazzoli, Poma, De Canal, Zambelli, Scarsellini venivano condannati a morte ed impiccati; altri cinque, tra i quali Angelo Mangili notissimo a Milano, erano condannati a parecchi anni di fortezza con ferri.
Queste vittime illustri dovevano essere presto seguite da altre, il cui nome e i cui processi resteranno documento imperituro dell’iniquità e della stoltezza con le quali il Governo militare austriaco dominò le provincie italiane dopo il 1848.
CAPITOLO XV.
1853.
I.
_Sommario:_ Mazzini decide di ordire una rivolta in Milano. — Vive opposizioni de’ suoi principali amici. — Mazzini, fermo nel suo proposito, manda degli emissari a Milano. — _Organizzazione_ secreta di squadre di popolani, e piano della rivolta. — Il Piolti de Bianchi accetta d’esserne il capo. — Allarmi per l’inevitabile insuccesso, e vani tentativi per dissuadere Mazzini. — Il sei febbraio. — I capi delle squadre si trovano soli ai ritrovi, e scompaiono. — Il popolano Ferri con pochi assale il posto di guardia del palazzo di Corte. — Pochi insorgenti, isolati, feriscono nelle strade alcuni soldati. — Breve tafferuglio nelle vie al laghetto.
Negli ultimi mesi del 1852 c’erano stati, a quanto s’andava sussurrando, dei ritrovi segreti e frequenti tra persone notoriamente appartenenti al partito mazziniano. Da confidenze e da indiscrezioni s’era anche saputo che Mazzini voleva preparare e promuovere una sommossa, o una rivoluzione in Milano. Le prime voci venivano dal Comitato presieduto da G. B. Carta. Comitato che si chiamava _dell’Olona_ e che rappresentava solo una parte, e non la principale, del partito mazziniano.
Mazzini aveva effettivamente deciso che Milano dovesse quanto prima insorgere. S’era rivolto da principio ai suoi vecchi amici, alle persone più serie del suo partito, ad antichi ufficiali della difesa di Venezia e di Roma; ma tutti questi, per quanto audacissimi, avevano fortemente sconsigliato Mazzini dal tentare una simile impresa. Le ragioni erano evidenti, e il momento non poteva essere più inopportuno.
L’Europa era tutta in piena reazione e in piena tranquillità; il colpo di stato aveva soffocati e dispersi anche in Francia gli elementi rivoluzionari; il Piemonte, tutto intento a riordinare le sue finanze e il suo esercito, era in un periodo di completo raccoglimento. Milano e le provincie non s’erano ancora riavute dai disastri del 1848; la fiducia nella rivoluzione non era rinata; lo stato d’assedio e i forti presidii austriaci la rendevano impossibile; in nessuno c’era la volontà di tentare in quei giorni una rivolta.
Queste considerazioni furon fatte presenti con insistenza a Mazzini dai suoi amici più assennati, ma inutilmente. Parecchi lo avevano anche pregato di astenersi da ogni tentativo rivoluzionario sino a che tanti patriotti fossero nelle carceri di Mantova, per evitare delle rappresaglie su loro.
Tutto fu inutile. Mazzini, non persuaso da queste osservazioni, e non fidandosi dei vecchi e provati amici che lo sconsigliavano, mandò qualche emissario per avere informazioni da altri. Gli emissari si abboccarono con quelli del Comitato dell’Olona, e con qualche altro; gente volonterosa, ma che scambiava le intenzioni proprie con quelle del paese. A Mazzini bastò d’aver trovato chi gli dava ragione per convincersi sempre più di averla, e così si mise subito all’opera, a preparare attivamente un’insurrezione.
I primi discorsi sui progetti del Mazzini si tennero a Stradella col Depretis, col Cairoli e col Piolti De Bianchi, chiamatovi espressamente, volendo Mazzini affidare a questi la direzione del partito in Lombardia; poichè tutte le file ne erano rotte, in seguito agli ultimi arresti causati dal processo di Mantova. Il Piolti De Bianchi accettò.
Il Mazzini poco dopo gli mandava da Londra, dove viveva rifugiato, Eugenio Brizio di Assisi, già ufficiale col Pianciani durante la difesa di Roma; giovane risoluto, attivo, coraggioso, e in cui Mazzini aveva la massima fiducia. È, credo, quel Brizio che molti anni dopo fu sindaco di Assisi; uomo popolare e benveduto.
La cospirazione incominciò subito attivamente: il Piolti si diresse alla classe borghese, e il Brizio agli operai. Il Brizio intraprese una specie di arruolamento, nelle classi popolari, ma pigliando gli affigliati a fascio, senza conoscerli, pur di riunirne molti. I diverbi e i contrasti tra quelli che ordivano la cospirazione, e i patriotti che la deploravano e che avrebbero voluto impedirla, erano vivacissimi e continui. Carlo De Cristoforis, che all’occorrenza era pure un cospiratore audacissimo, ed altri pur del partito d’azione si mischiavano talora tra quei congiurati, e sconsigliavano i migliori da quell’impresa, di cui prevedevano male; ma inutilmente.
Uno di quei popolani, che conobbi più tardi, mi diceva ingenuamente: «Ho preso parte all’insurrezione del 6 febbraio, perchè mi avevano assicurato che, se potevamo resistere alcuni giorni, varie Potenze d’Europa sarebbero venute ad aiutarci. In prova di ciò, da quelli che preparavano la rivoluzione ero stato assicurato che avevamo anche gli ungheresi con noi. Anzi un amico mi aveva condotto in una casa dove mi aveva mostrato in un baule l’uniforme d’un generale ungherese, diceva lui, che doveva arrivare tra poco: a quella vista, mi sentii rimescolare il sangue, ed esclamai: Se nel 1848 abbiamo fatto le Cinque Giornate, questa volta ne faremo dieci! Mi arrolai ed anzi divenni il capo d’una compagnia.»
Questo popolano era quel Francesco Ferri di cui feci cenno, parlando del Comitato di G. B. Carta; ed era il capo dei facchini municipali, che allora erano addetti al corpo dei pompieri. Era un uomo magro, asciutto, noto per il suo buon cuore e per la sua audacia. C’era in lui una strana mescolanza di bontà e di fierezza; per rendere un servizio a un superiore o a un amico esponeva la propria vita a qualunque rischio, e avrebbe anche ammazzato un uomo come si uccide un insetto. La sua qualità di facchino del municipio lo metteva a contatto cogli assessori e col Podestà, ai quali era sempre devotissimo. Professava poi rispetto ed affezione pei _signori milanesi_, specialmente delle vecchie famiglie, rispecchiando in ciò un sentimento che fino allora s’era conservato nel popolo milanese. Nelle Cinque giornate fu tra i più valorosi, e fece anche la parte di Renzo quando accompagnò Ferrer, precedendo e scortando a capo dei suoi facchini il Podestà che si recava al Palazzo di Governo. Non è quindi a stupirsi se, presentandosi ora una nuova occasione per menar le mani contro gli austriaci, il Ferri ci si mettesse corpo ed anima.
Mazzini non aveva trovato tra i suoi migliori amici di Milano e tra le persone di qualche importanza che uno solo, il quale fosse disposto ad assecondare il suo progetto. Questi era stato Giuseppe Piolti de Bianchi, giovane studioso, onesto, che metteva la sua devozione al Maestro al disopra d’ogni ragionamento. Mazzini che gli aveva affidata la direzione del proprio partito in Milano, gli affidò anche la direzione della rivolta che stava tramando. Ma anche a lui pose a fianco un luogotenente, il Brizio, venuto da Londra, il quale intanto andava formando le sue squadre e il piano di battaglia. Gli affigliati non lo conoscevano che sotto un nome: _il romano_.
Il Piolti de Bianchi, prima di accingersi alla grave impresa e di assumersi tanta responsabilità, volle avere un abboccamento con Mazzini. Si recò in una villa presso Lugano nel gennaio; vide il Mazzini, e non mancò di esporgli le gravi difficoltà dell’impresa. Ma Mazzini gli oppose le informazioni di altri, compreso il Brizio, il quale lo andava assicurando che tutto il popolo fremeva, che bastava una scintilla per sviluppare un grande incendio; che il popolo si sarebbe sollevato in massa, e che dopo due ore di combattimento le _marsine_, come dicevano il Comitato dell’Olona e il Brizio, ossia i _dissidenti_, sarebbero scesi in strada prendendo parte anch’essi alla rivoluzione, di cui in tutta Italia non si aspettava che il segnale.
Il Piolti aveva esposte tutte le ragioni che sconsigliavano in quel momento un’insurrezione; aveva fatto osservare che non si poteva iniziare un movimento, che avrebbe necessariamente avuto un carattere repubblicano, senza tener conto del Piemonte, il solo paese d’Italia che avesse un esercito su cui contare, per continuare poi la guerra da noi iniziata. Mazzini aveva risposto che bisognava seguire l’esempio del 48. «Ciò ch’egli voleva, disse, era l’Italia _libera ed una_ e credeva che solo la Repubblica potesse darcela, ma che rispettava le opinioni e le speranze dei molti che mettevan fiducia nel Piemonte costituzionale. All’annuncio che Milano è insorta, o il Re e i moderati decidono di accorrere, e di ritentare la prova del 48 e noi dobbiamo accoglierli a braccia aperte; o non intervengono, e il _popolo_ e l’_esercito_ verranno senza di essi, poichè è impossibile che il Piemonte rimanga freddo spettatore di tale avvenimento. Bisogna quindi astenerci dal proclamare la Repubblica, od altra forma di Governo, ma costituire un Governo Provvisorio, di tre o cinque persone che pensino alla guerra e a chiamare alle armi tutti gli italiani»[20].
Così aveva risposto il Mazzini al Piolti, rimanendo fermo nel suo divisamento, e fissando, per incominciare, il 6 febbraio, ultima domenica del carnevale, mentre i soldati sarebbero sparsi per la città. Promise ancora che ci sarebbero state delle intelligenze cogli ungheresi, e che sarebbe venuto da Londra il generale ungherese Klapka. Piolti chinò il capo e obbedì.
Quali erano i mezzi e le risorse, quali le forze e quali i concetti con cui sollevare Milano, e con cui attaccare le truppe austriache, che occupavano così fortemente Milano e le provincie Lombardo-Venete?
I mezzi finanziari consistevano in mille lire sterline mandate da Mazzini provenienti dal prestito, e le armi erano alcune centinaia di stiletti piantati in un rozzo manico di legno di cui Mazzini aveva mandato il modello, fatti eseguire da un tale Fronti, un ottonaio ch’era della congiura, nonchè alcuni tubi esplodenti dei quali pure Mazzini aveva mandato un campione e che il Fronti stava preparando. Quei tubi furono i primi tentativi che condussero poi alla fabbricazione delle bombe Orsini.
Il Brizio diceva d’aver pronti cinque mila affiliati, e infatti tale era il numero degli inscritti. E fu strano come la Polizia non se ne avvedesse o non agisse.