Part 18
Il signor Marcello era un uomo gentile e gioviale. Ci alloggiò assai bene, e la sera ci diede un’ottima cena. Ci disse ch’era di Roma, e che dopo i fatti del 1849 passava parte dell’anno in quella sua villa; poi mi raccontò molte storielle della sua gioventù, nelle quali c’entrava anche il principe Luigi Napoleone. Ci disse pure che nella villa c’eran sua moglie e le sue figlie, ma non ce le lasciò vedere. E avendogli noi lodata la cena, ci informò ch’era stata cucinata da una sua giovane cuoca; ma anche questa non fu visibile. E quando prima di partire la cercammo per darle la mancia, si presentò in vece sua un’altra persona di servizio, ch’era un maschio.
Il signor Marcello ci procurò una guida e tre muli per attraversare l’Appennino. Si viaggiò tutta una giornata, valicando un monte arido e dirupato, per una strada mulattiera che conduceva a Tagliacozzo, per scendere poi ad Avezzano. La strada che noi facemmo era appunto quella che, circa dieci anni dopo, veniva percorsa dalle bande dei briganti che entravano dallo Stato romano negli Abruzzi; e su quelle balze era preso e fucilato il carlista spagnolo Borjes, venuto in Italia a capitanare il brigantaggio, a ricattare e a tagliar orecchie, da dilettante.
Verso sera, prima di arrivare ad Avezzano, fummo raggiunti da un signore, pure a cavallo, il quale con molta cortesia ci diede delle indicazioni utilissime, e ci procurò un buon alloggio. Non contento di questo, la mattina seguente venne a prenderci e ci condusse a vedere il lago di Fucino e l’emissario di Nerone: poi ci volle accompagnare fino a Sora e a Capua. Sulle prime ci eravamo tenuti con lui in molto riserbo, ma a poco a poco smettemmo la diffidenza. Egli ci disse che in seguito agli avvenimenti del 48 era stato relegato in provincia; e ci diede una infinità di particolari su cose e persone che sapevamo d’altra parte veritieri.
Questo cortese signore si chiamava Altobelli, e mio fratello Emilio lo rivide a Napoli nel 1861, quando v’andò con Farini. L’Altobelli gli raccontò che dopo la cavalcata e la gita con noi era stato arrestato dalla Polizia, la quale voleva sapere quali macchinazioni avesse fatte con quei due forestieri venuti dal confine romano; e, a buon conto, l’avevano tenuto in prigione alcuni mesi.
Accomiatatici a Sora dal signor Altobelli, si andò in vettura a S. Germano, poi a cavallo all’Abbazia di Montecassino. Eravamo nell’agosto, e si pensi che caldo facesse. Il portinaio del convento, indovinando i nostri desideri, ci condusse subito in un salottino da toeletta ove potemmo lavarci, rinfrescarci, e toglierci di dosso tutta la polvere che ci ravvolgeva. Quel bravo portinaio ci portò anche delle buone limonate, e ci disse a nome del Priore, al quale avevamo mandato i nostri biglietti da visita, che eravamo pregati di accettare in refettorio una colazione. Accettammo con piacere, e la colazione fu ottima. Alle frutta vennero due monaci benedettini, uno dei quali credo fosse il Priore, a farci visita; poi il più giovane dei due ci condusse a visitare il convento, la chiesa, e la biblioteca; visita che durò parecchie ore, e che quel monaco ci rese anche più interessante colla sua molta erudizione. Era di Napoli, e si chiamava Carfora; aveva maniere distinte e gentili da signore.
Lasciammo con dispiacere quello splendido asilo, ove avevamo trovato un’ospitalità tanto cortese; ove tutto era dedito alla fede, alla coltura, all’arte: e ove tutto faceva dimenticare _li pretacci_ di Roma, come dicevano allora i romani.
Viaggiando tutta notte in una diligenza, si arrivò la mattina dopo a Capua. Di quel viaggio ricordo che un gendarme, incaricato di scortare la diligenza, non trovando altro posto, venne a sedere in mezzo tra me ed Emilio schiacciandoci sui fianchi del legno. Cercammo di protestare, ma fu inutile. Che cosa non era lecito a un gendarme? Anzi voleva essere ringraziato. Prima ci frugò indosso per assicurarsi che non avevamo qualche arma nascosta, poi voltosi a Emilio, che aveva un paio di giovanili baffetti biondi, gli disse: «Io vi dovrei far tagliare _li mostacci_, perchè nel _Regno_ sono proibiti, ma veggo che siete inglesi e per rispetto alla vostra nazione _non ci faccio caso_. Ma ringraziatemi, perchè _vi faccio una grazia_. Ma pure mi dovete ringraziare se sto _assettato_ in mezzo a voi, e vi proteggo contro _li malfattori, che ce ne stanno tanti_.... che se venissero nella notte avranno da fare con me... sangue di!... Ringraziatemi, ringraziatemi...» Poco dopo, col fucile tra le gambe, si addormentò, e russò fino alla mattina.
Da Capua si andava a Napoli con la strada ferrata, una strada ferrata di carattere pacifico e conciliante, su cui il treno andava con la velocità d’una _vettura_; i passanti lo facevano fermare per salire o per scendere a loro volontà.
A Napoli alloggiammo in un albergo, in vicinanza di via Toledo, che si chiamava, mi pare, del _Commercio_. Il proprietario e direttore era un vecchio francese, Monsieur Martin, venuto a Napoli ai tempi di Murat, e che quando non brontolava, come faceva quasi sempre, canticchiava sottovoce continuamente una canzone francese che aveva per ritornello: _Aux armes, aux armes, que vient le Duc de Parme_.
Appena arrivati trovammo alcuni amici che furono poi i nostri compagni per tutto il tempo che si rimase a Napoli, ossia una quindicina di giorni. Questi erano Carlo Casalini veneto, compagno di studi di Emilio, e il conte Sassatelli di Bologna e Cristoforo Robecchi milanese, che diventò molti anni dopo Console generale del Regno d’Italia.
Se volessi dire tutte le impressioni di maraviglia da cui passavo da mattina a sera, non la finirei più; quella bella Napoli m’aveva ubriacato. Ma pur troppo accanto alle meraviglie del cielo, della natura e dell’arte, c’eran le impressioni brutte che lasciava nell’anima la gente bassa, che è appunto quella parte di popolo che, chi non è del paese, vede di più.
Per noi che ci sentivamo italiani, cittadini di una Italia da farsi, e che come tutti i liberali di quel tempo, circondavano il popolo di tanta poesia e di tante speranze, era penoso il veder quella plebaglia così priva di dignità e talora d’onestà. Allora c’erano ancora i tradizionali _lazzaroni_, scomparsi poi col Borbone loro protettore. I forestieri se ne divertivano, ma noi ne arrossivamo. Quello sciame di pitocchi, di oziosi, che a ogni passo s’aveva tra’ piedi, che piombavano addosso come locuste, che ingannavano, truffavano, e che bisognava minacciare, o peggio, per liberarsene, era uno spettacolo insoffribile, tristissimo. Ci confortavamo col dire tra noi che quel popolo era tenuto ad arte nell’ignoranza e nell’abbiezione; ma bisognava pur confessare che i risultati del sistema non potevano essere più completi.
Tutta questa bordaglia faceva contrasto è vero con le classi alte, e soprattutto coi molti eletti per ingegno e per cultura di cui non era, e non fu mai, scarso quel paese. Ma allora molti di questi si tenevano in disparte, e quasi appiattati, per non dar quell’occhio alla Polizia, la quale non era meno feroce, ma era più vessatoria e più stupida della Polizia del Governo militare di Lombardia.
Un giorno io e Emilio, tornati dalla gita del Vesuvio stanchi, accaldati, ci buttammo sul letto mezzo vestiti, e ci addormentammo profondamente, senza aver chiusi gli usci delle nostre camere. Ci svegliammo verso l’ora del pranzo, e si pensi con quale spiacevole maraviglia ci accorgemmo ch’eran scomparsi tutti i nostri abiti, compresi quelli ch’erano negli armadi. Chiamammo il cameriere, chiamammo il signor Martin, furono interrogate le persone di servizio dell’albergo, ma dei nostri abiti non se ne seppe più nulla; e per quel giorno si dovette pranzare in camera in maniche di camicia, e poi andare a letto.
Il signor Martin ci giurò in francese, in italiano, e sulla sua testa, che avrebbe scoperto il ladro. Per un paio di giorni lo sentimmo strepitare e bestemmiare; poi tutto tornò in quiete, ed egli riprese a canticchiare _aux armes, aux armes, que vient le Duc de Parme_.
Ciò che di buono fece intanto il signor Martin fu di chiamar subito un bravissimo sarto, che con una rapidità ammirabile, cioè in un paio di giorni, ci rifornì di quanto c’era stato rubato, portandoci degli abiti assai ben fatti e di ottimo gusto. C’eran state rubate anche le _marsine_, e avevamo un invito a pranzo proprio in quei due o tre giorni. Il sarto con un sorriso benevolo ci rassicurò, e un’ora prima del pranzo ci portò le _marsine_, i calzoni, e le sottovesti che andavano a pennello.
Quando partimmo da Napoli il signor Martin, nel metterci in carrozza, ci disse all’orecchio che il ladro dei nostri abiti era stato il servitore d’un generale, venuto per la festa di Piedigrotta, e che aveva le sue camere accanto alle nostre; ma che trattandosi di persona dipendente da un pezzo grosso, era prudenza tacere.
Il pranzo, pel quale ci occorrevano le _marsine_, era in casa Gargallo. Ai discendenti del traduttore d’_Orazio_ eravamo stati presentati pochi giorni prima; ed essi, tutta una famiglia composta di fratelli, sorelle, nuore e nipoti, ci avevano invitati pel giorno della festa di Piedigrotta a veder la _parata_ la mattina, cioè la grande rivista militare e il passaggio del corteo dei Sovrani, e poi a pranzo la sera.
Ci trovammo in casa Gargallo con altri invitati, che dovevano essere dei borbonici della più bell’acqua. Ce ne accorgemmo quando passò la carrozza del Re seguita dalle carrozze di Corte. Emilio mi diede subito un’occhiata, per domandarmi se dovevamo ritirarci dal balcone, come si faceva a Milano quando passava un generale austriaco. M’aspettavo in buona fede che su quei balconi si facesse altrettanto, ma nessuno si mosse. Io avevo già atteggiato il viso a una sdegnosa, severità patriottica, ma ecco che i miei vicini incominciano a batter le mani, a gridar viva il Re, e a salutare ammiccando con gli occhi le persone del seguito.
Durante il pranzo poi i discorsi si aggirarono unicamente su notizie di Corte; e dal mio vicino ricevetti le congratulazioni perchè anche in Lombardia fossero stati ristabiliti l’ordine e la tranquillità! Due giorni dopo facemmo la nostra visita di congedo in casa Gargallo. Credevamo d’esser sulle mosse per andare in Sicilia; ma un improvviso incidente venne a trattenerci ancora per una settimana. L’amico Cristoforo Robecchi desiderava fare il giro della Sicilia con noi, e avevamo quindi mandato alla Polizia i nostri tre passaporti chiedendo il _visto_ per la partenza. Ma eccoci, dopo un’attesa di alcuni giorni, una lettera che ci chiama alla Legazione d’Austria. A quei tempi gli italiani, sudditi austriaci, viaggiando evitavano di presentarsi alle Legazioni o alle Ambasciate austriache per cansarne le cortesie. Questa volta eravamo chiamati, e bisognava andarci.
Alla Legazione fummo ricevuti dal primo segretario, poichè il ministro era in congedo. Questo segretario, certo signor Rajmond, ci accolse molto gentilmente, e ci avvisò che alla Polizia di Napoli era arrivata una relazione, piena di sospetti sul nostro conto, in causa della strada insolita che avevamo percorsa venendo da Roma, e in causa delle _persone con le quali_ (il signor Altobelli) ci eravamo abboccati.
Non ci fu difficile dimostrare al signor Rajmond l’innocenza delle nostre azioni, ed egli si assunse di persuaderne la Polizia napoletana, e di domandare per noi quei passaporti speciali che occorrevano per andare in Sicilia. Noi non sapevamo che il nostro passaporto per le Due Sicilie non bastasse, e che per una sola Sicilia ce ne volesse uno rilasciato anche dal Governo di Napoli.
Dopo due giorni siamo chiamati di nuovo alla Legazione, e il signor Rajmond ci comunica la risposta del Governo il quale ci concedeva _due_ passaporti ma non _tre_; bisognava quindi scegliere tra noi chi poteva partire e chi dovesse rimanere. Il signor Rajmond però, sempre gentile, si offerse di interporsi ancora per ottenerci la _grazia_ di partire in tre.
La grazia venne, ma un personaggio del Governo volle vederci e interrogarci alla presenza del secretario della Legazione. Questo personaggio, di cui non rammento il nome, era un ometto asciutto e sbarbato; ci fece un lungo interrogatorio, squadrandoci da capo a piedi a ogni domanda; poi alla fine con molta solennità ci disse: «Ebbene, si concede a tutti e tre il passaporto per la Sicilia, ma si concede soltanto per un riguardo alla loro _bandiera_!» E così dicendo accennava con la mano al segretario della Legazione d’Austria.
_Per la nostra bandiera!_ cioè per la bandiera austriaca.
Così potemmo andare quella volta in Sicilia grazie a un funzionario austriaco, il quale per di più ci raccomandò di tenerci molto in guardia per cansare le vessazioni della Polizia borbonica, ch’egli pure si permetteva, sorridendo, di riconoscere eccessive.
Partii pieno d’entusiasmo per il bel paese che avevo veduto, ma ne venivo via con tre dispiaceri nel fondo dell’animo: quello cioè d’aver perdute anche qui, e più che mai, molte illusioni su quel _popolo_ che Mazzini mi aveva insegnato a mettere accanto a _Dio_; d’aver trovati, nelle classi educate, dei borbonici; e d’aver avuto un protettore nella Legazione austriaca.
Ci imbarcammo per Messina, e la traversata fu poco felice: il mare era burrascoso, il battello procedeva male e quasi a stento; a Paola si dovette fare una lunga fermata. Quando si giunse a Messina era sera, e si dovette passar la notte a bordo; la conclusione fu che si rimase sul battello cinquant’ore. Nel frattempo ci furono tutti quegli episodi che si possono immaginare pensando a un battello durante una burrasca. Io e Emilio per fortuna non pagammo quel tributo, che il beccheggio e il rullio fecero pagare agli altri. Tra i passeggieri, ch’eran molti, c’era tutta una compagnia comica; la compagnia Domeniconi che andava a Messina. L’avevo veduta altre volte sulle scene, e allora la vidi tutta col mal di mare, che ruzzolava sul ponte o nel salotto, in pose ora tragiche ed ora comiche.
Tra gli altri viaggiatori c’erano delle donne, e anche qualche uomo, che parevano impazziti per la paura; strillavano, pregavano, invocavano tutti i santi napoletani e siciliani; e ad ogni nuovo colpo di vento, o ad ogni ondata più violenta, facevano un nuovo voto. Ne fecero di così smisurati (fra gli altri quello d’un organo a tre tastiere con sessanta canne), da scommettere che non furon mantenuti tutti.
A Messina ci fermammo tre o quattro giorni, poi si andò a Catania, dopo aver passata una giornata a Taormina; nella meravigliosa Taormina!
Dopo aver gironzolato per alcuni giorni nella bella città di Catania, ci accingemmo alla salita dell’Etna. Ma l’Etna, ci si disse, non è sempre cortese coi viaggiatori, e difatti non lo fu neppure con noi; sicchè dovemmo contentarci di leggere sulla Guida la descrizione dello spettacolo che vi si contempla dalla vetta. La prima fermata fu a Nicolosi, ove, com’era di prammatica allora, si andò a far visita al professore Gemellaro, l’illustratore dell’Etna, di cui egli parlava come un buon babbo parla di un suo figliolo, che fa qualche scappata, è vero, ma che gli dà pure molte consolazioni.
Dopo Nicolosi il tempo si fece così cattivo che dovemmo ripararci in una grotta e starci forse un paio d’ore, intanto che un vento impetuoso, accompagnato da una fitta gragnuola, schiantava gli alberi e faceva rotolar sassi giù dalla montagna. Usciti dalla grotta giungemmo, dopo altre sette ore di cammino, a un rifugio chiamato la casa degli inglesi. Ci si passò la notte, mezzo assiderati, poichè in quella casina anche il vento e la pioggia avevano libero l’ingresso. All’alba tentammo la salita del cono, ma dopo una mezz’ora di strada fummo ricacciati indietro da una _tormenta_ di lapilli e di neve, venuta a dirci bruscamente che anche il cono non voleva saperne di noi.
E così si dovette rifar la strada giungendo a Catania stanchissimi per la fatica, pel freddo e pel caldo, poichè dalla neve e dai ghiacci dell’alta zona del monte eravamo passati, al piano, a 36 gradi centigradi.
Ad onta di tutti questi demeriti che l’Etna ebbe verso di noi, io ne ho conservato un grande e indimenticabile ricordo. Per quanto la mia aspettativa fosse molta, essa fu superata; e ripensandoci, dopo tanti anni, lo spettacolo vario e grandioso dell’Etna mi riempie ancora la mente di maraviglia.
Ma altri spettacoli grandiosi ci si presentarono subito dopo, principiando da Siracusa. Non parlerò della città moderna che se ne sta accanto al piccolo porto, come un signore decaduto sta in un quartierino modesto; ma ricorderò la landa che, arida e maestosa, si diparte dall’attuale città, e su cui si distendeva la Siracusa antica, la grande città greca, di cui non ci son più neppure le rovine. Percorremmo quella landa per parecchie ore a cavallo, non trovando che qualche raro frammento di pietre spezzate, là dove per più secoli si agitò la vita d’oltre un milione d’abitanti. Durante quella lunga cavalcata non trovammo, noi tre, una parola da dire. Certi spettacoli rendono silenziosi e meditabondi anche a vent’anni.
Da Siracusa si andò a Girgenti, passando per Noto, Modica, Ragusa, Vittoria, Terranova, Licata, viaggiando ogni giorno per sei o sette ore a cavallo. Da Girgenti si andò a Sciacca, con una cavalcata di tredici ore filate; poi a Selinunte, a Castelvetrano, a Mazzara, a Marsala, sempre su cavalli, o su muli.
Ripensandoci, dopo tanti anni, mi si ridesta ancora l’impressione di quelle ore calde, faticose, di quelle sabbie infocate sulle quali le nostre cavalcature camminavano a stento sprofondandovi. Le vedo ancora quelle terre arse e sabbiose, e quel cielo, che facevan pensare al deserto, e all’Oriente. La fatica e gli stenti erano grandi, ma era così grande tutto ciò che vedevamo che alla fatica non si badava più. Quel mare azzurro, quelle spiagge vaghissime, quegli avanzi greci, romani, saraceni, normanni che riuniti su una medesima terra ci parlavano di tanti popoli e di tante vicende, trasportavano i nostri pensieri in una sfera così alta e vasta che l’eco dei nostri disagi e dei nostri piccoli guai non ci poteva arrivare.
De’ piccoli guai, e degli incomodi, oltre la fatica, il caldo e la stanchezza, a dir vero ce n’eran parecchi. I tre maggiori erano la fame, la sporcizia e i poliziotti.
Di solito si faceva anche allora il giro della Sicilia con vaporetti che ne toccavano i punti più interessanti. Ma il giro della costa per terra, che bisognava fare a cavallo non essendoci strade per lunghissimi tratti, non veniva di solito intrapresa da chi viaggiava per divertimento, se non da qualche inglese. Perciò eravamo presi sempre per inglesi anche noi. E degli inglesi veri ne trovammo infatti alcuni che facevano la nostra medesima strada ma la facevano con maggior previdenza e con minori disagi di noi: portavano con sè provvisioni di acqua, di vino, di viveri; e avevano le tende per riposare di giorno, e occorrendo anche di notte, quando non trovavano locande decenti.
Oggi in quasi tutti quei paesi della costa si trovano buone locande, e strade; ma non era così a quei tempi, e val la pena rammentare come si viaggiasse al tempo del Governo borbonico.
Dicendo che parecchie volte abbiam sofferto la fame non rendo che un doveroso omaggio alla verità. In quelle bettole ignobili che si trovavano lungo la strada non c’era il più delle volte che del pane secco, del cacio ammuffito, o qualche altro commestibile che rovesciava lo stomaco. Se ci fermavamo a qualche cascinale ci si trovavano al più delle ova: se ci son le ova, argomentavamo tra noi, ci dovrebbero essere anche le galline; ma siccome la logica non regge sempre le cose di questo mondo, così le galline non c’eran mai, ed era impossibile di scovarle per quanto si offrissero dei prezzi principeschi.
Nei piccoli paesi le così dette locande eran bettolaccie da mulattieri. Sul limitare s’era subito accolti da un puzzo che vi diceva di non entrare; e il più delle volte infatti non ci si entrava, e si dormiva sotto la vôlta del cielo, con la sella del mulo per guanciale. Se volessi parlare degnamente del sudiciume che ho ammirato in alcune di quelle locande, e in qualcuno di quei paesi, ci sarebbe da farne un poema. Il concetto d’un po’ di nettezza non c’era neppure nello stato embrionale. Bisogna dire che la nozione della pulizia sia tra quelle che penetrano per le ultime in certi cervelli umani, i quali comprendono più facilmente il soprannaturale che il sapone.
Una volta (mi si perdoni ciò che sto per dire), mio fratello avendo detto alla padrona della locanda di pulirgli un coltello, su cui c’era stratificata una lunga storia di usi diversi, la locandiera sputò sul mattone del pavimento, ci fregò sopra la lama, la risciacquò in un catino d’acqua sporca, e l’asciugò ne’ suoi capelli; tutto ciò con una rapidità e con una premura che dimostravano la miglior volontà di servirci bene.
Al primo arrivare in un paese si era subito pigliati da un gendarme, il quale prima di lasciarci andare alla locanda ci conduceva all’uffizio della Polizia; dove ci si frugava nei bagagli, e perfin nelle tasche, e ci si facevano i più strani interrogatori, ch’eran spesso un divertimento. Alla fine ci domandavano una buona mancia. Dappertutto eravamo poi sempre l’argomento d’una grande curiosità. Forestieri ne vedevan di raro, era dunque ben naturale che tutti avessero un gran desiderio di avvicinarci e di parlarci. Ma devo anche dire ch’eran tutti molto cortesi ed ospitali, e che spesso si durava fatica a cansare certe cortesie eccessive, come quelle d’offerte di doni che ci venivan da persone che vedevamo per la prima volta. A Vittoria, avendo noi lodati i vini di parecchi che ci avevano condotti a vedere le loro cantine, tutti volevano che ne accettassimo dei fiaschi e persino dei barili da portar con noi; un tale ci voleva donare un gran pacco di cremor di tartaro non sapendo che cosa darci di meglio.
I discorsi, le domande che questa brava gente ci facevano, dimostravano sovente una ben scarsa nozione degli avvenimenti moderni, mentre poi dinotavano in loro quasi sempre una certa cultura classica e soprattutto archeologica. Nè c’era da stupirsene, poichè negli stessi _gabinetti di lettura e di conversazione_, come li chiamavano, non ci abbiamo mai visto di moderno che il Giornale ufficiale delle Due Sicilie. Il tenere isolate le popolazioni della Sicilia da ogni contatto intellettuale col rimanente del mondo era allora una delle principali preoccupazioni del governo borbonico.
Non era piccolo lo stupore di chi ci interrogava, a sentirsi rispondere che non eravamo inglesi, ma italiani e lombardi. Allora ci venivano rivolte, con una grande curiosità patriottica, infinite domande che dimostravano quanto in quei paesi la gente fosse tenuta all’oscuro su tutto ciò che riguardava gli altri paesi d’Italia.
A Girgenti, mentre stavamo contemplando gli avanzi d’un tempio greco, un ufficiale, che ci parve di quelli addetti alle piazze, dopo averci osservati per un pezzo, non reggendo più alla curiosità, ci si avvicinò e ci diresse parecchie domande. Si capiva ch’era un buon uomo; per farsi poi perdonare le sue interrogazioni egli le intercalava con una infinità di scuse e d’offerte di servizi. Le nostre risposte accrescevano sempre più la sua curiosità, ma ogni tanto rimaneva così impigliato nelle sue sorprese che non sapeva più raccapezzarsi.