Raggio di Dio: Romanzo

Chapter 9

Chapter 93,681 wordsPublic domain

I titoli non mancavano mai, nelle lettere di Cristoforo Colombo. E potevano far sorridere gli sciocchi, e far piangere gli assennati, pensando che l'almirante maggiore dell'Oceano, il vicerè e governatore delle Indie era povero in canna, spesso nelle osterie, dov'era costretto a prendere i suoi pasti, non avendo di che pagare lo scotto. Quanto alla sigla che aveva sostituita alla firma, gli amici suoi sapevano che cosa volesse dire. Così l'aveva egli solennemente descritta nel suo testamento e istituzione di maggiorasco, del 22 febbraio 1498: "...... don Diego mio figlio e tutti i miei successori e discendenti, come pure i miei fratelli Bartolomeo e Diego, porteranno le mie armi quali le lascierò dopo morte, senz'aggiungervi alcun'altra cosa, e saranno scolpite sul lor sigillo. Don Diego mio figlio, o chiunque erediterà i suoi beni, andando al possesso dell'eredità, segnerà con la firma di che ora mi servo, che è una X con sopra una S, una M con sopra un'A, ed una S più in su, e quindi una Y sormontata da una S, colle linee e punti giusta il mio costume". Ma la descrizione non essendo ancora l'interpetrazione, bisognerà soggiungere quella che n'hanno tentata i moderni eruditi, ricordando che Cristoforo Colombo, a detta del figlio Fernando nella sua _Historia dell'Almirante_, "se alcuna cosa aveva da scrivere, non provava la penna senza prima scrivere queste parole: _Jesus cum Maria sit nobis in via_". Così avendo egli mutata la firma dopo le dignità ottenute, formò la sigla misteriosa, che si può sciogliere naturalmente in questo modo: _Salva me Xristus, Maria, Yosephus_. Quanto all'ultima linea, _Xristoferens_, mezzo abbreviato, è l'istesso nome di Cristoforo, portatore di Cristo, come anche dimostra la nota iconografia di quel santo, col famoso distico leonino e maccheronico che suol richiamare alla mente.

--Ed ora,--disse Fior d'oro, nell'atto di ripiegare il foglio,--sosterrai tu che io non debba seguirti? Vedi, egli vuol chiedermi perdono, non essendo in colpa di nulla. Io, io debbo portargli una parola di riconoscenza per me, con le benedizioni del mio popolo, ch'egli amò tanto, ch'egli avrebbe reso felice, se gli uomini malvagi non ne avessero attraversati i disegni.

--Sia come volete, Juana;--rispose il capitano Fiesco.--Il cielo forse v'ispira. Al letto di un infermo vale anche meglio una donna che un uomo. Iddio ha posto negli occhi vostri un raggio della sua pietà, e sulle vostre labbra il balsamo delle sue misericordie. Nè il grand'uomo sarà solo, quand'io dovrò chiedere udienza al suo re. Non vorrà certo negarmela;--soggiunse messer Bartolomeo;--tanto cortesemente mi aveva egli accolto, che pareva non sapesse più spiccarsi da me. Niente al signor Almirante, e si capiva, quantunque promettesse di vederlo e di udirlo; a me tutto; mi avrebbe posto Castiglia e Leone sulle braccia, con le Indie per il buon peso. "Voi siete, signor conte, in grandissima stima presso don Nicola Ovando, che d'uomini s'intende, come del nostro servizio; stimato dal gran commendatore d'Alcántara, che così vantaggiosamente mi scrive di Voi, non sarete meno stimato e favorito da me: non dispiaccia ad un Fiesco di prender servizio presso un re d'Aragona, che conosce il merito, e sa ricompensarlo". La grazia delle sue ricompense! Ma bisognò sputar dolce, dopo inghiottito l'amaro. Infine, chi sa? Non è una ispirazione del cielo che l'Almirante mi richiami presso di sè, per ottenergli giustizia? E se fossi io quello che potesse fargliela avere.... colla reintegrazione dei suoi diritti.... colla spedizione sua ad un altro viaggio di scoperta!...

--Quante speranze ad un tratto!--esclamò Fior d'oro.

--Non per me, si capisce. Io non andrò più, certamente. Sarà un sacrifizio.... che farò lietamente a Fior d'oro. Ma per lui, che forse ad un tale annunzio ritornerebbe da morte a vita, mi par che sia bene tentare, e per intanto sperare. Sperare giova, e tentare non nuoce. Andremo dunque a Segovia. Ma ora che ci penso, come vi porterei io in Ispagna, dove forse Fior d'oro....

--Fior d'oro può restar qui;--rispose la contessa;--ed anche può esser morta di là dal gran mare. In vece sua può ben rinascere il mozzo Bonito, di cui conservo ancora le spoglie.--

Con quel nome e in quelle spoglie Anacoana era andata dalla sua isola natale alla Giamaica, e di là ritornata a San Domingo, per passar poscia in Europa; mozzo per tutti, tranne per pochissimi che erano a parte del segreto.

--Eh, voi trovate rimedio a tutto, Juana;--disse il capitano Fiesco, sforzandosi di sorridere.--Ma questo mi fa pensare che avrò da trovar qualche cosa ancor io, non essendo naturale che un mozzo faccia così lungo tragitto per via di terra. Dove sarà il cavallaro? Probabilmente nel tinello a cena; che non avrà voluto rinunziare alla buona occasione. Polidamante!--

Il ragazzo non era là in anticamera, e bisognò andarlo a chiamare dall'alto dello scalone. Udì la voce tonante del padrone, ed accorse.

--Battistino è ancora giù con voi altri?

--Sì, mio signore; anzi dormirà qui, avendo fatto tardi, per andare a Certénoli.

--E non ci andrà. Si tenga pronto a ripartire domattina all'alba per Genova.--

Ciò detto, il capitano Fiesco ritornò alla caminata, e là scrisse in fretta una lettera per Giovanni Passano.

--E questa è fatta;--diss'egli conchiudendo, mentre suggellava il foglio.--Se il _Paradiso_ è ancora in porto, può esser qui doman l'altro. Non sarà neanche mestieri che ci facciamo vedere a Genova.--

Madonna Bianchinetta approvò tutti gli ordini del figliuolo, e la fretta con cui erano dati. Aveva sparse tante lagrime, la veneranda signora, sentendo legger la lettera del signor Almirante!

Due giorni appresso, sull'ora del vespro, la nave _Paradiso_ gettava le àncore davanti alla spiaggia di Chiavari. Subito si spiccava dal suo bordo un palischermo, con quattro rematori sui banchi di voga, e Giovanni Passano al timone. Un'ora dopo, il fido luogotenente e ministro del conte Fiesco era a Gioiosa Guardia. Non si poteva fare più presto, nè meglio di così, per contentare quell'argento vivo del conte.

Messer Bartolomeo s'imbarcò a notte alta, avendo non meno alte ragioni di far ciò. Quel mozzo Bonito non doveva esser visto da tanta gente, che nei giorni festivi ammirava la contessa Juana nella chiesa di San Salvatore. Con messer Bartolomeo e col mozzo Bonito montarono in nave due scudieri, Pietro Gentile, e frate Alessandro. Il frate tornava al suo secondo uffizio d'elezione; non dimenticando il primo, per altro, poichè portava la sua tonaca e la sua cocolla, delle quali aveva fatto il solito involto.

--Portar l'abito indosso e portarlo in mano è tutt'uno;--diceva il frate scudiero.--L'essenziale è di non lasciarlo per via, di non gittarlo ai rovi, come fanno certuni, dimenticando i loro giuramenti. Io tengo i miei, onorando il glorioso fondatore dell'ordine, seguendone gli esempi, facendo allegramente quel po' di bene che posso. Il benedetto san Francesco non voleva musi lunghi, nè ipocrisie. Gli uomini aveva tutti per fratelli; e chi si adoperava per utile dei fratelli, lo aveva per figliuolo.--

Anche don Garcìa avrebbe voluto seguire il padrone e accompagnare il conterraneo; tanto più che si approdava a Barcellona. Sosteneva di poter rientrare senza pericolo in Ispagna, avendo lasciato San Domingo col suo bravo congedo, per anzianità di servizio. Ma il capitano Fiesco non volle saperne di lui.

--Restate, don Garcìa;--gli aveva detto.--Dio guardi se qualcheduno vi riconosce....

--Avete ragione, signor conte;--aveva risposto don Garcìa, chinando umiliato la fronte.

--E non dico per questo che voi ora pensate;--replicò il capitano Fiesco.--Dico che anche essendo partito col vostro bravo congedo, vi siete allontanato da San Domingo _insalutato hospite_. E l'ospite era il governatore, che può aver notata la cosa. Il congedo, poi, era soltanto a voce. Insomma, vi dico che non è bene per voi venire laggiù, e meglio sarà che rimaniate qui, a godere davvero il vostro congedo benedetto.--

Così restò don Garcìa, e la nave _Paradiso_ si allontanò senza di lui dalla spiaggia di Chiavari. Fortunata, aveva anche il vento in fil di ruota, che, avendo preso a soffiar nella notte dalle gole di Sestri Levante, doveva accompagnarla fino oltre la punta di Portofino. Di là da Capodimonte, lo ebbe di fianco, ed era tramontana schietta: ma la tramontana era anche più favorevole del vento in poppa, perchè si poteva serrarla con tutte le vele, navigando al gran largo, che è la più gloriosa maniera, ed allarga altrettanto il cuore del capitano, che ha fretta di giungere al porto.

La nave non volendo toccar Genova, era rimasto a terra e per via di terra sarebbe tornato a casa il Passano.

Ora, mentre egli usciva da Gioiosa Guardia, dove era andato a prendere un cavallo dalle scuderie, indovinate chi gli passò davanti agli occhi, tra Paggi e San Salvatore. Il capitano Fiesco ci avrebbe dato alla prima. Messer Filippino? Lui, sicuramente, lui, che aveva trovato un altro buon pretesto, di andare in Fontanabuona, per passare davanti al castello del suo amato parente, fermarsi un tratto ad ammirare la contessa Juana e sospirarle un sonetto.

--Io arrivo, e voi partite?--diss'egli, facendo la bocca dolce.

--Sì, parto, come vedete, messer Filippino.

--E i miei buoni parenti stanno bene?

--Benissimo,--rispose il Passano,--e in via per la Spagna.

--Per la Spagna!--ripetè Filippino, stupito.--Il mio caro cugino, che non si voleva più muovere.... per nessuna ragione!...

--Eh, capirete, messere; quando si trattava di andar solo. Ma ora va accompagnato.

--Accompagnato!--ripetè Filippino, sgranando gli occhi, e impallidendo un pochino.

--Già, con la dolce consorte. Beato lui, che può portarsela allato come la sua buona spada. Io, poveraccio, vado e torno ad ogni tanto, sempre costretto a lasciare la mia sposina a Genova. È vero che i miei viaggi son brevi.--

Messer Filippino non gli dava più retta. Che importava a lui delle pene maritali di Giovanni Passano?

--La contessa con lui!--esclamò.--E quanto rimarranno?

--Questo non saprei dirvi io, messere. Nè credo che lo sappia madonna Bianchinetta. Ma potete provare a domandargliene.

--Veramente, non contavo di entrare, questa volta. Ho da fare a Santo Stefano....

--Allora, buon viaggio, messer Filippino.

--E a voi, messer Giovanni, a voi.--

Giovanni Passano toccò il cavallo, che subito prese il portante, andando verso la Maddalena.

--M'è rimasto di stucco:--diceva il Passano tra sè.--Che fastidioso uomo è costui! Ed ora, se Dio vuole, per la prima volta non gli parrà Gioiosa, la Guardia.--

Aveva dato nel segno. Messer Filippino c'entrò, mezzo per consuetudine, e mezzo per curiosità, volendo sapere, se gli veniva fatto, come e perchè fossero partiti i due coniugi, e quanto sarebbero rimasti lontani. Ma la Gioiosa Guardia, dove più non era la contessa Juana, gli parve triste, desolata come un nido vuoto. Anch'egli doveva pensare quel giorno, ma con altra intenzione, quello che Cristoforo Colombo aveva scritto all'amico: "Dove amore non è, più nulla è il resto".

CAPITOLO VIII.

Dolenti note.

Non avendo speranza di leggere un altro capitolo dei Commentarii di messer Bartolomeo Fiesco, che se ne va con buon vento alle coste di Spagna, cercheremo di dir noi brevemente quanto sarà mestieri conoscere dei casi di Cristoforo Colombo, ritornato che fu dal suo quarto viaggio di scoperta, e della condizione tristissima ond'egli era stato consigliato a scrivere la dolente sua lettera al virtuoso capitano. Dovremo per ciò ritornare un passo indietro (e sian pur molti, a patto che non paian più d'uno) fino alla partenza del signor Almirante dall'isola Giamaica, dove il fedel Diego Mendez gli aveva condotto un naviglio, e il perfido Ovando, non potendo più oltre ignorare lo stato del grand'uomo, gliene mandava un altro, che finalmente si era risoluto di trovare.

Su quei due navigli s'imbarcavano i fedeli dell'Almirante e i pentiti seguaci del Porras, facendo vela il 28 giugno 1504, dopo un anno e quattro giorni di forzata inerzia nel villaggio galleggiante sulla spiaggia di Maima. Ancora non si era chetato lo sdegno degli elementi contro il magnanimo nocchiero, che primo aveva osato sfidare i flutti dell'Atlantico; e le correnti fortissime tra la Giamaica e la Spagnuola diedero assai travaglio alle navi, che solo il 13 agosto afferravano il porto di San Domingo. Col livore nell'anima e col sorriso sulle labbra, accolse don Nicola Ovando l'aborrito Colombo; gli profferse ospitalità nel palazzo del governo, e mostrò di volergli usare ogni maniera di cortesie. Quella era la pace dello scorpione, come si diceva con energica frase intorno al signor Almirante; e non senza ragione, poichè il gran commendatore d'Alcántara, ch'era lo scorpione in discorso, mentre faceva la bocca dolce al suo ospite, metteva in libertà il Porras, che questi aveva condotto prigione, unico escluso dal perdono concesso ai ribelli, come quegli che li aveva istigati e spinti alla prova delle armi. Non pago di ciò, don Nicola Ovando parlava di voler fare egli stesso un'inchiesta di ciò ch'era avvenuto alla Giamaica, sostituendosi audacemente all'autorità del signor Almirante, e usurpando il diritto dei reali di Spagna, ai quali si spettava, se mai, di rivedere il processo e di far piena giustizia. Ma qui il signor governatore non andò oltre la minaccia, che forse aveva fatta per giustificare lo scarceramento del Porras, ed anche per fare dispetto al suo ospite e indurlo ad abbreviare i termini del suo soggiorno a San Domingo.

Messer Cristoforo non voleva già rimanere a lungo in quel triste luogo, dove i segni dello sgoverno e della rapina erano troppi e troppo evidenti; dove ancora non tacevano gli echi delle orribili carneficine che avevano funestata da un capo all'altro la povera Haiti; dove infine non c'era verso di ottenere alcuna soddisfazione delle sue rendite, e nemmeno un'ombra di conti. Al signor governatore aveva oramai restituito il naviglio, e un altro ne aveva acquistato del suo. E per tal modo, su due legni proprii, come un privato armatore, riconduceva in Ispagna tanti servitori della Corona, che per Castiglia e Leone avevano due anni intieri messa a bei rischi la pelle. All'Ovando e al soggiorno di San Domingo lasciava ancora tutti i ribelli del Porras, che il signor governatore li premiasse pure secondo i gran meriti loro, e magari li facesse del suo consiglio di governo. Ed egli, co' suoi due legni, si mise alla vela il 12 di settembre.

Qui subito incominciò la disdetta. Avevano fatte appena due leghe di cammino, che sulla nave dell'Almirante si spaccò per lungo l'albero di maestra, dalla vetta fino in coperta. Buon legno, e stagionato, anche tu? L'Almirante passò sulla seconda nave, che era sotto il comando dell'Adelantado, e rimandò a San Domingo la caravella inservibile. Si veleggiava con buon vento, e i cuori si riaprivano alla speranza; quand'ecco, il 18 ottobre, una terribil fortuna di mare, che mette l'unica nave in pericolo. Se n'esce sani, e torna il mare in bonaccia; ma il giorno appresso, in quella gran calma, e quasi non lavorando le vele, si spezza in quattro l'albero di maestra.

--Piove sul bagnato!--si contentò di dire l'Adelantado, che tosto, consigliato dal fratello, a cui la gotta non consente di lasciare il giaciglio, prende un'antenna di rispetto, ne fa un piccolo albero, fortificandolo di legname preso dai castelli di poppa e di prora, strettamente lega ogni cosa con gran giri di fune, e vi adatta la vela. Si naviga ancora verso levante, ma incappando presto in un altro fortunale, che porta via l'albero di trinchetto. In tal guisa l'Atlantico rabbioso dava congedo al suo domatore: e in tal guisa, fatte settecento leghe di mare e d'angoscia indicibile, nella mattina del 7 novembre il legno disalberato afferrava San Lucar di Barrameda, donde il signor Almirante, sfinito da due anni e mezzo di continui travagli, tormentato dalla gotta e più dal pensiero della umana malvagità, si faceva trasportare a Siviglia.

Sperava di trovar pace colà, e di ricuperare tanto di forze da potersi condurre a Medina del Campo, dov'era allora la Corte, necessariamente un po' nomade in quel primo periodo di ricostituzione del regno. Ma non ricuperò punto di forze, non avendo trovata la pace, bensì in gran disordine le cose sue, poichè dal tempo della sua prigionìa, avendo il Bovadilla preso possesso della sua casa e delle sue sostanze in San Domingo, non pure non gli pagavan le rendite, ma non erano state neanche esatte con la debita puntualità, e quel tanto che se ne veniva raccogliendo restava nelle mani del governatore. Ond'egli, un mese dopo l'arrivo a Siviglia, scriveva al figliuol suo Diego, ch'era paggio alla Corte: "Il governatore m'ha crudelmente trattato. Mi dicon tutti che io là posseggo undici o dodicimila castigliani; ed io non ne ho avuto un quarto". Si aggiunga che quel quarto gli era servito a comperar le due navi, per portare in Ispagna tanti buoni servitori della Corona, che ancora un mese dopo l'arrivo a San Lucar di Barrameda non avevano ricevuto il soldo di due anni e mezzo di onorati servizi; e a lui si volgevano, chiedevano denari a lui, che non ne aveva per sè.

Nè solo scriveva al figliuolo che perorasse per lui e per la giustizia; scriveva al re, scriveva alla regina. Ordinassero che fosse dato il soldo a quella povera gente; comandassero all'Ovando di fargli pagare senza indugio il dovuto, perchè, senza una lettera regia, nè quegli si sarebbe mosso, nè gli stessi agenti dell'Almirante in San Domingo avrebbero ardito aprir bocca; provedessero finalmente, in guisa che meglio fossero amministrate laggiù le rendite della Corona; al qual proposito bastava accennare che una immensa quantità d'oro si ammonticchiava in mal costrutte case, esposte di continuo alla rapina, al saccheggio. Aveva risposte, ma fredde, che lo rimandavano di giorno in giorno, anzi peggio, di mese in mese. Erano andati alla Corte del re Ferdinando e della regina Isabella, i suoi due fidati amici, Diego Mendez e Alonzo Sanchez di Carvajal, ricevendo anch'essi un sacco e sette sporte di buone parole. Più non poteva fare la regina, inferma, da parecchi mesi inchiodata in un letto: più non voleva fare il re, largo promettitore, non senza un'aria di canzonatura, che tirava, sia detto col rispetto dovuto a su' Altezza reale, che tirava i ceffoni. Intanto, trionfava il Porras, parente in quel brutto modo che sappiamo al regio tesoriere Morales. E il re Ferdinando a tutte le sollecitazioni del povero infermo di Siviglia mandava a rispondere: "si vedrà, si farà quanto è dovuto, e più ancora"; la regina Isabella, in cui era riposta l'ultima speranza dello sventurato Colombo, la regina Isabella moriva.

Povera donna, infelice regina, che non aveva avuto in tutta la sua vita fortunosa un'ora di pace! Abbiamo narrate le vicende della giovinezza di lei, e come le paresse liberazione andar moglie a Ferdinando d'Aragona. Ma proprio allora incominciò la prigionia, non della persona, bensì dell'anima generosa, del cuore pietoso d'Isabella di Castiglia e Leone. Le istesse gioie della maternità, che consolano tante donne d'un nodo malaugurato, volsero in lutto per lei. Le era morto l'unico maschio, il principe Giovanni; morta la diletta figliuola Isabella, e il figliuoletto di lei, don Michele; restava Giovanna, misera creatura che doveva rimanere nella storia col nome di Giovanna la pazza, maritata all'arciduca Filippo d'Austria, bel giovane e dissoluto, che la rendeva infelice vivendo, e doveva lasciarla infelicissima, morendo un anno di poi. Di tutti questi dolori materni nutriva Isabella i suoi anni maturi; e d'altri ancora, onde la colmò di continuo l'indole avara e tiranna del suo consorte e signore. Quell'astuto Aragonese, che, lei morta appena, sarebbe passato a seconde nozze con una principessa francese, non era fatto davvero per darle allegrezza della vita e del regno. E cercò sempre, la nobil donna, di nascondere al mondo la sua infelicità; fece quanto potè, anche in punto di morte, per esser creduta la più felice delle mogli.

"Che il mio corpo (diceva ella nel suo testamento) sia seppellito nel monastero di San Francesco, nell'Alhambra della città di Granata, in un modesto sepolcro, senz'altro monumento che una semplice pietra, su cui sarà scolpita l'iscrizione. Desidero nondimeno, ed ordino, se il re mio signore s'eleggesse sepoltura in una chiesa, o monastero, in alcun altro luogo o parte de' miei regni, che il mio corpo sia pur tramutato e sepolto accanto a quello di Sua Altezza; per forma che la unione di cui abbiamo goduto in vita, e di cui speriamo la Dio mercè che le anime nostre godranno nel cielo, possa essere raffigurata dalla unione dei nostri corpi in terra."

Isabella moriva il 26 novembre del 1504, a Medina del Campo, in età di cinquantaquattro anni. Il grand'uomo ch'ella aveva protetto, intendendone l'ingegno e la missione divina, trattenuto dalla sua infermità nelle mura di Siviglia, non aveva potuto rivederla un'ultima volta: neanche gli fu dato di conoscer subito la notizia della morte di lei. Sapendola aggravata dal male, e desideroso di recarsi al suo letto d'agonia, non aveva trovato mezzo di trasporto più adatto d'una lettiga che i canonici di Siviglia avevano usata poco prima per trasportare la salma del cardinal di Mendoza. Ma i canonici temevano per il fatto loro, che non andasse guasto o perduto; e l'istesso giorno che Isabella moriva a Medina del Campo, si faceva in Siviglia tra quei canonici e il "vicerè delle Indie" un regolare contratto per l'affitto di quella lettiga, di quella bara, restando mallevadore don Francesco Pinedo, tesoriere della marina, che la strana vettura sarebbe stata restituita. Già era per salirvi il dolente; ma le trafitture del suo male e lo straordinario rigore della stagione non gli permisero di mandare ad effetto il suo divisamento.

La morte d'Isabella era il colpo di grazia al grande infelice. Viva la regina, si poteva sperare ch'ella fosse un giorno e l'altro per vincer l'animo iniquo di Ferdinando; e ad ogni modo si poteva esser certi che la regia fede sarebbe stata mantenuta, com'era scritta in forme solenni. Lei morta, le ragioni di Cristoforo Colombo, lasciate così a lungo sospese, sarebbero state sicuramente disconosciute, e le speranze deluse. E ancora tentava, scrivendo lettere su lettere, mescolando le umili supplicazioni alle giuste querele. Nella primavera del 1505 tentò per lui don Bartolomeo suo fratello di ottenere a voce quello che per iscritto non si era potuto fin allora. L'Adelantado conduceva seco il secondo figliuolo dell'Almirante; savio e costumato adolescente, allora nei diciassette anni, che aveva partecipato alle fortunose vicende del quarto viaggio. Si chiamava Fernando, l'adolescente; Fernando, come il re; ma non gli valse altrimenti che ad ottenere un altro sacco di buone parole.