Raggio di Dio: Romanzo

Chapter 8

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--Già, ci diventa un Ercole;--esclamò egli, facendo spallucce.--Lo vedo brutto quell'Ercole, che si prepara a rinnovar la serie delle sue immortali fatiche. Ma io farò meglio, vedete, io che non voglio passare una quinta volta le sue bugiarde Colonne. Guardate là, mia dolce Juana, a quella parete. C'è uno scaffale di noce, con una filza di novanta volumi. Non è una gran biblioteca, lo so; ma ce ne son di più piccole, e presso uomini più grandi di me. Gian Aloise, a buon conto, ce n'ha ottantatrè nel suo palazzo di Vialata; sette meno di me; ond'io mi stimo più ricco di lui. E tutti scelti, i miei, da Virgilio a Dante, col Canzoniere del Petrarca per giunta, e perfino il Canzoniere di Giusto de' Conti, quello della Bella mano, che è il caval di battaglia di messer Filippino. Or dunque, veniamo a noi; pensiamo pure al giorno ch'io sarò vecchio, e voi.... non più tanto giovane. Quel giorno o quella sera, mentre voi farete la calza accanto alla gran tavola della caminata, io incomincierò a ripassare per voi tutti i miei volumi, e ve li leggerò ad uno ad uno. Tradotti, si capisce, ad aperta di libro, che i denari del latino non me li sono giuocati. Cari miei vecchi autori! Ce n'è uno che ha fatto un poema, si può dire, a bella posta per noi, tanto s'attaglierà al caso nostro il suo episodio più bello.

--E sarebbe?

--Ovidio, nelle libro ottavo delle sue Metamorfosi. C'è l'episodio di Filemone e Bauci, due sposini invecchiati l'uno accanto all'altro nella loro capanna, che poi fu tramutata dagli Dèi in un tempio di marmo e d'oro; ed essi continuarono ad amarsi, essendone i sacerdoti; ed ottennero di poter morire insieme, tramutati in due piante, un tiglio e una quercia, sul limitare del tempio.

--È una bella immaginazione;--disse Fior d'oro.--Non c'è altro di spiacevole che la tua deliberazione di rimandarne la lettura ai giorni della nostra vecchiaia. Perchè non leggere fin di stasera il grazioso racconto? Ne godrebbe anche la mamma, che è tanto felice di stare a sentire.

--Eh, perchè no?--rispose il capitano Fiesco.--Tanto, un nuovo capitolo dei Commentarii non l'avrò in pronto se non per domani sera.

--Ah, bene, bene!--esclamò Fior d'oro, battendo le palme con allegrezza infantile, mentre si avviavano alla caminata, dove li aspettava la mamma, ed anche la cena preparata.--Filemone, hai detto?...

--E Bauci;--aggiunse il capitano Fiesco.--Son due nomi greci; e Filemone vuol dir l'amante, e Bauci vuol dir la vezzosa, la graziosa, e simili altre delicatezze femminee.

--O Damiano! quante cose sai tu!

--Ti pare? Certo, so quasi tutte le inutili; e delle veramente utili una sola.

--Ah sì? sentiamola un po'?

--Amarti. Non sono Filemone? E bada, bambina, Filemone vuol anche dire accarezzante. Ond'io, se vorrai tener quella mano a posto....--

E un bacio corse, e fu reso. Bauci non voleva mentire al suo nome di graziosa.

Madonna Bianchinetta Fiesca, venuta poc'anzi a sedersi sulla sua sedia comitale, li vide entrare abbracciati, ed abbracciati correre a lei. Non era da farne caso, perchè così li vedeva ogni giorno; ed ella finalmente ne era tutta felice. Anch'ella amata, a' suoi bei tempi; ma più rispettata che amata, essendo stata sposata ad un uomo dabbene, ma austero di modi, e diciamo pure un po' orso. E vedova, e invecchiata nella vedovanza, era vissuta là molto sola, con quel benedetto ragazzo sempre in giro pel mondo, tanto in giro, che presto non bastandogli il vecchio, era andato in traccia del nuovo. Finalmente aveva messo il cervello a partito; ma per domare quel cervello c'era voluto il cuore. Ond'ella ebbe cagione di rallegrarsi, la nobil signora, e di amare anche più quella bellissima nuora che le aveva fatto il miracolo. Nessuna maraviglia, del resto; la contessa Juana si faceva adorare da tutti; senza volerlo, solamente mostrandosi, aveva stregato un po' tutti.

La veneranda signora seppe quel ch'era avvenuto in Vialata; molto sommariamente, per altro, non avendo creduto opportuno suo figlio di riferirle per filo e per segno i discorsi suoi coll'eccelso Gian Aloise, mentre amava piuttosto trattenersi su quelli della nobile Caterina del Carretto nei Fieschi. Quella era una donna che capiva le cose; ed egli, il capitano, avesse pure a soffrirne la dignità mascolina della stirpe, sarebbe stato felicissimo se per tutte le terre dei Fieschi, da Savignone a Pontremoli, da Vialata a Gioiosa Guardia, non gli uomini avessero più comandato, ma una buona volta le donne. A quali altezze maggiori non sarebbe salita la gente Fiesca, in cinquanta e magari cent'anni di senno e di grazia al governo de' suoi destini! E in quella vece, o miseria! si perdeva in vane contese e in più vane ambizioni il presente, guastando anche nel germe il futuro.

Sorrideva, madonna Bianchinetta, bene intendendo la ragione di tutti quegli amabili paradossi del suo amabilissimo figliuolo. Il fatto era questo, che i belli occhi di Fior d'oro avevano avuto più forza del miraggio di Pisa.

--Infine,--diceva,--se tu non hai ambizioni, perchè ne avremmo noi, che saremmo rimaste qua ad aspettarti?

--E questa sera gran lettura;--soggiungeva Fior d'oro.--Sai, mamma, che ci tradurrà da un poeta latino la storia di Filemone e Bauci? Si tratta di due, uomo e donna, che si sono amati per tutta la vita.

--Han fatto bene;--sentenziò madonna Bianchinetta.--Quando si può, è la cosa più bella del mondo. E voi li imiterete, m'immagino. Ma non dimenticheremo poi la storia del nuovo Mondo?

--Non dubitare, mamma;--rispose il capitano Fiesco.--Domattina mi metto a lavoro, e domani sera ne avrai un altro capitolo. Sai che la scrivo tanto volentieri. Ma che c'è? Visite ancora? Non ci sarebbe dunque più pace, a Gioiosa Guardia?--

Si sentiva infatti uno scalpitìo di cavalli nel cortile, su cui guardavano appunto le alte finestre della caminata. Polidamante fu mandato a vedere che diavol fosse.

--_Ecce iterum Crispinus_,--borbottò il padrone di casa.--E dico _Crispinus_ per attenermi al testo. Ma sarà poi _Philippinus_, che guasterà il verso a Giovenale, e la veglia a noi altri.--

CAPITOLO VII.

"Dove amore non è, più nulla è il resto".

Non era _Philippinus_, no; nient'altro che un cavallaro, un corriere, un messo, o che altro si voglia dire, mandato da Genova per portar lettere alla Gioiosa Guardia. Polidamante, sceso a pigliar lingua, tornava su tutto affannato, con un plico, fatto di quella grossa carta di filo, che già da un secolo e più si fabbricava a Voltri, sul far di quella che aveva dato fama per tutta cristianità alle cartiere di Fabriano.

--Sire Iddio, che letterone!--esclamò il capitano Fiesco, torcendo lo sguardo atterrito.

--Vedi?--notò madonna Bianchinetta.--Ci avrai da leggere un bel poco, e Filemone e Bauci dovranno aspettare.

--Chi manda la staffetta è Giovanni Passano;--diceva Polidamante in quel mezzo.

--Strano!--ripigliò messer Bartolomeo.--Ci siam visti mezz'ora prima che io rimontassi a cavallo. Che bisogno c'era di mandarmi un corriere alle calcagna?

--Questo, senza dubbio,--replicò sua madre,--di farti giunger notizie importanti, avute da lui subito dopo che tu eri partito. Ma c'è un modo di saper tutto;--soggiunse con un placido riso la veneranda signora;--aprire quel letterone, non ti pare?

--Ecco, fuman le dapi;--disse il figliuolo, niente persuaso della utilità di aprire il messaggio.--Rischiavo di seccarmi con Filippino bello, e già n'ero tutto rimescolato. E poichè da questo lato respiro, non voglio procurarmi altre noie per ora. Che cosa mi diceva il Passano, nel prender commiato? Che andava al banco di San Giorgio. Vorranno dunque esser filze di numeri, tutta roba da levar l'appetito. Ceniamo; e tu, letterone, aspetta.--

Il letterone ebbe riposo su d'una credenza, e il capitano Fiesco pensò d'aver pace a tavola. E volle ridere, volle scherzare, secondo l'uso; ma non gli veniva fatto come le altre volte. Credeva anche d'aver portato dal suo viaggio frettoloso una buona dose d'appetito; ma non fu nulla, ed egli mangiò poco, e bevette anche meno. Quel letterone, posato laggiù sulla credenza, gli pesava sull'anima.

Perchè poi tanto sgomento per due o tre pagine di scritto? Ecco qua; bisogna sapere prima di tutto che messer Bartolomeo Fiesco, dacchè aveva fatto ritorno alla casa de' suoi padri, era diventato nervoso. Non già stizzoso, o di mala voglia, perchè quasi sempre era ilare; ma in mezzo a tanta allegria sentiva di tanto in tanto i brividi dell'uomo che ha paura, che teme o sospetta di qualche cosa che non sa, ma che sente venirsi addosso, o pender da un filo sulla sua testa, come la famosa spada di Damocle. Le visite sopra tutto gli urtavano i nervi, e pareva che si aspettasse sempre una seccatura enorme. In verità non aveva tutti i torti. O per recitar sonetti della Bella mano a sua moglie, o per mandar lui a Pisa, capitava messer Filippino assai più spesso del bisogno. Ed altri ancora, parenti come Filippino, o partigiani della gente Fiesca, o vecchi conoscenti, si affollavano a Gioiosa Guardia, per ossequiare, per visitare, per esplorare, sopra tutto per far discorsi inutili, tra i quali non mancava mai l'accenno alla vita operosa che doveva aver fatta il capitano Fiesco, e alla impossibilità che egli si contentasse della vita tranquilla, uniforme e noiosa del castellano. Volevano saper tutti quando ne sarebbe uscito, e come contasse di usare il suo tempo. Ond'egli aveva già incominciato a capire che si sarebbe stati assai meglio in un bosco, e ben fuori di mano, anzi ben fuori di quella regione, dove, o di qua dall'Appennino o di là, erano sempre castella dei Fieschi, con Filippini in moto, e parenti e conoscenti, e cacciatori e curiosi, cavallari, staffette e via discorrendo, fino alla consumazione dei secoli e della pazienza degli uomini. Quel letterone, frattanto! Che diavolerìa si nascondeva là dentro? Messer Bartolomeo, diventato più nervoso che mai, non se lo poteva levar dalla mente, lo sbirciava da lontano con occhio sospettoso, quasi temesse da un momento all'altro di vederne saltar fuori uno scorpione, una vipera, un basilisco; questo, anzi, più facilmente, essendo una bestia dell'araldico serraglio Fieschino.

--Morale della favola;--diss'egli ad un certo punto tra sè.--Imparate, o giovani, a non lasciar chiusa una lettera che abbiate ricevuta. Meglio è morire sul colpo, che patire un'agonia di due ore.--

E madonna Bianchinetta e Fior d'oro, che parevano essersi scordate di quel misterioso letterone! La cena era finita, la tavola sparecchiata, e del noioso messaggio nè l'una nè l'altra delle due donne faceva parola. Doveva parlarne lui, facendone nascer lui l'occasione. E l'occasione fu questa, di fare una giratina per la sala, di accostarsi a quella credenza, e di salutare il letterone con un grido di maraviglia.

--Oh, eccolo qua, il bossolo dei segreti. Prendi, Juana, mia dolce amica, aprilo tu, ch'io non lo leggo. Piacevole non è di certo; e ci sarà almeno questo di buono, che la sua prosa, passando per la tua bocca, avrà acquistato buon suono.--

La contessa Juana aperse, e lesse. Non faccia maraviglia che sapesse leggere. Fior d'oro certamente non leggeva ancora a Maguana, nella casa di Caonabo, suo terribil signore e padrone. Ma già leggeva a Xaragua, avendo presto imparata la lingua castigliana. Aveva seguitato a leggere alla Giamaica, e poscia in viaggio, imparando via via l'italiano, e continuandone con mirabil profitto lo studio in Gioiosa Guardia. La Corinna di Haiti aveva ingegno potente; le cognizioni a lei nuove della civiltà europea erano venute insieme coll'esercizio di quelle due lingue, fondendosi, estendendosi, formandole un nuovo tesoro, dandole quasi un'anima nuova.

Per contro, aveva abbandonato assai dell'antica, o forse l'aveva sepolto nel profondo. Più non toccava il _maguey_ dal malinconico suono; nè meditava più, nè cantava più l'_areyto_ in cui era maestra. L'ultimo era stato quello di Cahonana nell'atto di partirsi per sempre dalla sua isola natale. Bene sulle rive dell'Entella s'era provato Damiano a chiederle la grazia d'un canto nella lingua d'Itiba. Ma ella se n'era schermita.

--Bambino amato, non esser cattivo; dolce signore, non esser tiranno. L'_areyto_ era la gioia di un popolo semplice e buono, che sapeva appagarsi dei frutti della mia povera mente. La poetessa dell'_areyto_ è morta insieme col suo popolo; perchè vuoi tu risuscitarla, se non hai forza di ritornarle in vita il suo popolo? Con altro nome rivive Anacoana; rivive per miracolo d'amore e di gratitudine. Ti ho amato, conte Fiesco, dal primo giorno che ti ho conosciuto; sarei morta coi miei poveri sudditi, amandoti e benedicendoti. Tu hai voluto ch'io vivessi, e la mia vita è diventata cosa tua, poichè tu l'avevi salvata. Tua regina, o tua serva, ogni condizione mi è buona; comandarti mi è dolce, obbedirti ancor più. Ma ti prego, una cosa non chieder da me; non chieder la voce che piacque a tanti infelici, la cui sorte è il segreto tormento dell'anima mia. La voce di Itiba è morta; ed io soffro già tanto, sforzandomi di dimenticare quei giorni! Dunque, se m'ami davvero....

--Dunque più nulla;--aveva detto Damiano, troncandole la frase.--La bella bocca che diceva le belle canzoni, io la suggello coi baci.

--E ti basti,--aveva ella risposto,--pensando che il cuore trabalza, venendo ad incontrarli sul labbro. Piacerebbe a te di narrarmi il tuo passato? Nè io, bada, chiederò mai di conoscerlo. Che colpa avresti ai miei occhi, se dal giorno che m'hai conosciuta il tuo cuore è stato mio, intieramente mio? Quanto a me, conte Fiesco, ho un passato, e tu lo conosci: ebbi un fiero padrone, che ho rispettato; n'ho uno assai cortese, che adoro. Tra l'uno e l'altro è il dolore d'una patria morta, a cui non gioveranno i miei pianti, ma a cui dobbiamo usare entrambi la pietà del silenzio.--

Il conte Fiesco riconobbe che sua moglie aveva ragione, e non chiese più nulla di quelle arti gentili di cui ella era stata maestra in Haiti. La cultura della contessa Juana si faceva del resto così profonda e così vasta nelle discipline europee, che veramente non era più necessario tornare col desiderio a prove antiche d'ingegno, le quali avevano il torto di destare in lei troppo dolorosi ricordi.

Or dunque, ritornando al racconto, la contessa Juana aperse il plico, e lesse; anzi tutto una lettera di Giovanni Passano, che diceva così:

"_Magnifico Signor mio e padrone osservandissimo_,

"Vi parrà strano che appena partito Voi per la Gioiosa Guardia io abbia da mandarvi il messo, come il cacciatore sull'orma. Così è piaciuto a Dio, dal quale vengono le fortune tutte e disgrazie di questo mondo, con che egli sperimenta le sue creature. Ma questa volta è misericordia sua e gran favore che sia evento piacevole, come io ben credo, trattandosi di lettera che Vi scrive l'uomo che più amate e venerate dopo il supremo dator di ogni bene.

"Sappiate adunque che, mentre Voi andavate verso porta di Santo Stefano glorioso, io me ne andai al magnifico Banco di San Giorgio per collocare il denaro che eravamo rimasti d'intesa. E là mi avvenni per singolar fortuna nello spettabile iureconsulto messer Nicolò di Oderigo, che scendeva allora dallo scalone. Umanamente mi salutò, e mi chiese di Voi, che tanto desiderava incontrarvi. E gli dissi che appunto eravate giunto questa mattina, ma per stare sull'ali e ripartire; che anzi a quell'ora certamente andavate passando il ponte di Sant'Agata benedetta. Mostrò dispiacere di tal contrattempo, perchè aveva ricevuto lettera di Castiglia per Voi, e a me la diede, commettendomi di spedirla al più presto. E sì m'aggiunse il prefato messer Nicolò: "ignoro che cosa sia detto in tal lettera, avendola sigillata senza leggere; ma se somiglia ad altra per me ricevuta, certo è fatto di somma importanza, e merita che il vostro signore e parente subito la tenga in sue mani". Al che risposi non dubitasse, che avrei fatto ogni diligenza, siccome ero pronto, anche partendo io medesimo.

"Non fu mestieri di ciò, avendo io trovato Battistino di Certénoli, che si disponeva appunto a partire. Io solo gli ho fatto e faccio raccomandazione di non fermarsi troppo a tutte le frasche, più che non avvenga a me quando vengo a trovarvi. Ed egli, saputo esser ciò per Vostro servizio, promette e giura, se Voi non correte più di lui, di raggiungervi ancora in cammino. Quanto a messer Nicolò di Oderigo, richiesto da me che cosa fosse scritto a lui, per darvene contezza, risposemi queste parole: "Il nostro eccelso concittadino spera e dispera ad un tempo: è come un naufrago, che può toccar terra con l'aiuto di Dio, o andare sommerso nel profondo del mare. Egli è tanto disgraziato come grande".

"Messer riverito, io vi prego di star bene, e bacio umilmente le mani a madonna Bianchinetta e a madonna Fior d'oro mia nobil cognata; che veramente io non mi risolverò mai di chiamarla suocera, contro ogni apparenza di ragione. Bianchina mia a voi tutti si raccomanda.

"Di Genoa, li 6 marzo anno Domini 1506.

"JOHANNES PAXANO."

Il capitano Fiesco era stato a sentire con una certa curiosità la prima parte della lettera di Giovanni Passano. Alla seconda, ricominciò a non poter più star fermo sulla sedia, tanta era l'agitazione che gli entrava addosso; agitazione a cui partecipava l'animo di Fior d'oro, com'era dimostrato dall'andar più spedito, quasi convulso, della lettura.

--All'altra! all'altra!--gridò messer Bartolomeo, com'ella ebbe finita la prima.--Che sarà mai, mio Dio, se un uomo grave e tranquillo come il dottore Oderigo si mostra così sgomentato per la sorte del nostro grand'uomo?--

Fior d'oro prese allora la seconda lettera, e con molta reverenza ne lesse la soprascritta, in lingua spagnuola: "_Al muy virtuoso Señor micer Bartholomè Fresco_"; poi ruppe il suggello, aperse il gran foglio, e lesse il contenuto, scritto in lingua italiana, mescolata di forme spagnuole e latine, di questo tenore:

_"Virtuoso amico._

"Iddio nostro signore ha disposto che quando la creatura è nel fondo delle afflizioni, ella a Lui abbia ricorso e in Lui solo confidi: ma non è senza suo consiglio che ella si volga agli amici, nei quali è come un raggio in terra della sua eccelsa bontà. Tra i miei mali ho questa sorte, che ancora qualche anima mi resti fedele. Ma perchè i pochi che mi amano son tutti lontani da me?

"Amico, la mia querela col mondo è antica oramai, come l'uso ch'egli ha di maltrattarmi. Già mille combattimenti mi diede, e a tutti ho resistito finora; in che non mi ha giovato nessuno. Ei mi tiene crudelmente colato a fondo: solo mi regge la speranza di Chi creò tutti, e sudditi e re. Il soccorso di Lui fu prontissimo sempre. Un'altra volta, è già molto, trovandomi assai abbattuto, mi sollevò col suo braccio divino, dicendo: levati su, uomo di poca fede, che son io, non aver timore. Ma adesso la voce misteriosa non parla più come prima; temo forte che voglia altro di me.

"Da più d'un anno sto qui aspettando che don Fernando mi renda giustizia e m'ascolti, come aveva promesso anche a Voi. Tutti ottengono da lui, di dovunque arrivino; checchè gli propongano, son tutti ascoltati: più ancora se nemici miei, o da lui avuti per tali. Di me non si fa caso; anche qui tutti mi sfuggono, come fossi un lebbroso. Pensate a questo, Voi che avete visto il mio arrivo a Barcellona. Ora io vi sto mallevadore che non è uomo sì vile il quale non pensi d'oltraggiarmi. Se io avessi rubate le Indie per darle a Portoghesi, come una volta si sospettò indegnamente, quando la tempesta mi gittò nel ritorno alle rive del Tago, non potrebbero in Ispagna dimostrarmi nimicizia maggiore. Chi ciò crederebbe d'un paese, dove fu sempre tanta generosità di sentire?

"Grande aggravio ricevo da questo re, poi che la eccelsa donna mia protettrice è in cielo (che più non la vidi viva al mio ritorno), e non so come basteranno le forze a sostenere il mio dritto. Ma per rispetto a quella medesima dignità che Iddio mi ha data, quando permise che io discoprissi un mondo e lo rendessi alla sua fede, dovrò combattere fino all'ultimo soffio di vita. E son qui solo, nella mia pena, infermo, aspettando ogni dì da un uscio la giustizia degli uomini, dall'altro quella del cielo. Non è con me neppure il mio buon fratello don Bartolomeo, sempre in moto per mia cagione. Diego Mendez fu qui, nè vuole abbandonarmi del tutto; ma in troppe circostanze non fa al bisogno mio, dovendo, egli anche provvedere a sè stesso. Ah, i miei amici d'un tempo! Il loro affetto mi consolerebbe d'assai cose che mi mancano. E mi manchino pure per sempre; perchè "dove amore non è, più nulla è il resto".--

Tremava, per commozione profonda, la voce della bella lettrice; e gli occhi del capitano Fiesco si erano velati di lagrime.

--Com'è vero!--diss'egli.--È questo il grido dell'anima.

--E noi lo sentiremo;--rispose Fior d'oro;--e correremo a lui, non è vero?--

Messer Bartolomeo si turbò forte, a quell'altro grido dell'anima.

--Andrò certamente;--balbettò egli.--Ma tu....

--Ed io con te. Potrei forse lasciarti solo?

--Perchè no! Andavo pur solo a Pisa!

--Che mi parli tu di Pisa?--proruppe Fior d'oro.--Non ci sei andato, finalmente. E laggiù, dov'egli soffre, dond'egli chiama soccorso, il debito nostro è di andare senza indugio. Non gli debbo ancor io qualche cosa? Ma lasciami leggere il resto; son poche righe ancora;--soggiunse ella, sforzandosi d'apparire tranquilla.

E proseguì, sebbene con voce alterata, la dolorosa lettura.

"Domando forse troppo? Vi conosco, fedele amico dei lieti giorni come dei tristi, e penso che ciò non sia. Avendovi presso, di due cose una mi verrà bene ad ogni modo. O mi rifiorirà la speranza, poichè avrete ottenuto Voi ch'io parli un'ultima volta al re; e Voi solo potrete ottenerlo, che foste ricevuto da lui, e congedato con buone promesse. Dovrà ricordarle, vedendovi; e forse egli sentirà rossore di ciò che fa, per mio danno ed onta sua. O non otterrete nulla neppur voi? Sarà segno ch'io non debbo aspettare più nulla dal mondo, se non questo, che Voi mi chiudiate gli occhi al gran sonno. In questo caso sarete ancora il ben venuto al mio fianco; nell'ultim'ora della mia triste vita mi sarà dolce l'aspetto della città dond'io venni, e nella quale son nato.

"Ricordatemi, ve ne prego, alla nobil signora che allieta i giorni del vostro riposo, e che ha tanto da perdonarmi anche lei. Ma io veramente non sono in colpa, e fu con buono intendimento tutto quello che feci. Iddio mi aveva guidato laggiù; gli uomini malvagi hanno guastata l'opera di Dio, come già aveva fatto il maligno, sotto forma di serpente, in quel beatissimo Eden, di cui mi sembrò l'imagine sulla terra di Haiti. E ancora salutate per me il virtuoso messere Gian Aloise con la sua signora madonna Catalina. Dite loro che mi perdonino, se non ho più date nuove di me, che liete e degne di loro non n'ebbi più da gran tempo. Neanche, per dirvi tutto, ebbi comodità di scrivere, negli umili alberghi per cui mi vengo tramutando, poverissimo come sono, e spesso costretto ad accettar prestito da qualche anima buona. Non che per iscrivere una lettera e dar beveraggio a chi la porti, non ho il più delle volte una "bianca" per l'offerta in chiesa. Le mie rendite sono a San Domingo, e le tiene e le gode il gran commendatore d'Alcántara, che Iddio non vorrà dimenticare, nella sua forza e sapienza infinita, mentre io sono sventurato come vi dico. Ho pianto molto in mia vita sugli altri; su me piangerà presto la terra, se ancora ha senso di carità, se ancora v'è in pregio la verità e la giustizia. E vi tenga Nostro Signore nella sua santa guardia, con tutti coloro che amate; poichè, vi ripeto, dove amore non è, più nulla è il resto.

"De Segovia, a 20 de febrero 1506.

"_El Almirante mayor del mar Oçeano "Visorey y Gobernador general de las Indias, etc._

S. S. A. S. X. M. Y Xpo FERENS.