Chapter 10
Un filo di speranza era venuto al signor Almirante dalla notizia che Diego di Deza, il dotto domenicano, allora vescovo di Palencia, ma innalzato ad arcivescovo di Siviglia, sarebbe rimasto alcun tempo alla Corte. Diego di Deza era stato l'unico dotto, e perciò l'unico sostenitore di Cristoforo Colombo, nel famoso consiglio degli indotti di Salamanca. Non avendo potuto persuadere i suoi ostinati colleghi, era pure tornato utile al navigatore genovese, consigliandolo a restare in Castiglia, aspettando una migliore occasione di vincere. Queste cose, che tanto onoravano il Deza, mandò a ricordargli Cristoforo Colombo: ma è da credere che l'arcivescovo di Siviglia non potesse far più, per l'amico, nessuno di quei buoni uffici che aveva fatti il lettore di filosofia del convento di San Domenico in Salamanca. Un altro amico parve la man di Dio allo sventurato Colombo, quando se lo vide comparire in casa, in quella medesima primavera del 1505. Quell'amico era Amerigo Vespucci, che al tempo del terzo viaggio di Cristoforo Colombo al nuovo Mondo, era stato con Alonzo d'Ojeda alle Antille, in quella spedizione che fu il primo colpo dato da re Ferdinando ne' suoi patti solenni coll'Almirante maggiore del mare Oceano e Vicerè governatore generale delle Indie. La conoscenza di Amerigo Vespucci con Cristoforo Colombo era anche più antica, poichè il Vespucci era stato computista presso il fiorentino Giannotto Berardi, ricco negoziante in Ispagna, il quale appunto aveva dovuto dare una sua nave alla grande spedizione dell'Almirante, allora per l'ultima volta in auge presso la Corte spagnuola.
Di lui scriveva l'Almirante al figlio Diego, il 3 febbraio 1505: ".... Ho parlato con Amerigo Vespucci, latore della presente, chiamato dal re per affari di navigazione. Egli ebbe sempre desiderio di compiacermi; è uomo molto dabbene; la fortuna gli fu avversa, siccome a molti altri; i suoi lavori non gli profittarono come ragione voleva. Parte assai ben disposto per me, e bramoso, se gli è possibile, di fare qualche cosa che mi sia utile. Io di qui non so di che potrei incaricarlo, perchè ignoro che voglia da lui la Corte; egli va, determinato di fare per me quanto gli sarà possibile. Vedi in che può servirmi, e adóprati a questo proposito, poichè egli farà ogni cosa; parlerà e metterà tutto in opera; ma tutto sia segretamente, a fine di non destar sospetti contro di lui. Io gli dissi quello che potei circa le cose mie, e lo informai della ricompensa che mi ebbi ed ho per le mie fatiche".
La lettera era bella, e doveva infiammare il giovine Diego Colombo di nobilissimo zelo a servire il buon Amerigo, che certo si adoperò per l'amico, e da amico lo servì, dando il suo nome di battesimo a quella parte del mondo, che senza l'ingegno, la costanza, la intrepidità del navigator genovese sarebbe rimasta Dio sa quanto ancora sconosciuta, ma sicuramente di là dagli anni di vita concessi dalla natura al buon messere Amerigo. Non ci ebbe colpa, dicono, nella faccenda del nome; fu un capriccio della gran matta, il giorno che, sollevata un pochino dagli occhi la benda famosa, lesse a caso il nome del Vespucci sopra una carta delle terre di recente scoperte da un altro.
Il quale seguitava ad illudersi; come s'era illuso, quando, ritornate da San Domingo alcune navi cariche d'oro per la Corona, della parte dovuta all'Almirante non portarono nulla, e dovevano esserci per lui almeno settantamila scudi; come quando, essendo mossa questione di far partire per il nuovo Mondo tre vescovi, indarno richiese che fosse ascoltato il suo parere prima di eleggerli. Questa, per altro, era stata ingiuria troppo grave alla sua dignità, e non aveva saputo tollerarla. Infermo com'era, proponendosi di andare a Segovia, dove allora si ritrovava la Corte, a far dimostrazione del suo desiderio di farla finita con tante tergiversazioni indegne di un re, come con tante offese al suo buon diritto, aveva chiesto per lettera il permesso di servirsi d'una mula per il viaggio, non potendo sopportare lo scuotimento del cavallo. È qui da sapere che il troppo frequente uso dei muli aveva fatto trascurare in Ispagna l'allevamento dei cavalli; onde già il re Alfonso XI aveva proibito l'uso dei muli per cavalcatura. Il divieto era stato mitigato in processo di tempo, ma poi rimesso in tutto il suo vigore dal re Ferdinando, che l'andare a dorso di mulo permetteva soltanto agli ecclesiastici, alle donne, ai fanciulli. Incomportabili angherie pei tempi nostri; ma allora un re poteva tutto quel che voleva; e a volere non mancavan pretesti.
La licenza, chiesta da Cristoforo Colombo negli ultimi giorni del 1504, non fu accordata se non il 23 febbraio dell'anno seguente. Il re Ferdinando, evidentemente seccato dall'idea di quella visita, aveva trovata quell'altra rémora, per allontanarsene quanto più potesse la noia. Forse ricordava il proverbio: "piglia tempo e camperai". Tante cose potevano accadere in due mesi! E ancora fu servito dalla mala ventura del suo Almirante maggiore, a cui le pioggie rovinose di quell'inverno avevano guaste le strade, di guisa che non gli venne fatto di mettersi in cammino se non un mese più tardi.
Il colloquio di Segovia meriterebbe d'esser narrato in disteso. Ma se uno degli interlocutori ci è caro, l'altro maledettamente ci è in uggia. Si sta mal volentieri con lui; si guadagna un tanto a vederlo di scorcio, e passando; specie quando si sa di dover presto ritornare alla sua non lieta presenza.
Cuoceva al re di tante concessioni straordinarie ad un navigatore straniero; concessioni la prima volta già fatte di mala voglia, tra per finirla con un molesto dimandatore, e per la convinzione di non impegnarsi a nulla. Che cosa avrebbe mai scoperto quel promettitore di regni? Qualche altro scoglio in mezzo all'Oceano, da far riscontro a Madera e Porto Santo; nel qual caso un titolo di vicerè contava poco, e si poteva concederlo, in vista d'un bruscolo negli occhi ai Portoghesi, fin allora troppo fortunati vicini. O non trovava niente; e buona notte al titolo di vicerè, come a quello d'Almirante maggiore, che andava a seppellirsi in fondo all'Oceano. E questa, poi, era la saldissima fede di Ferdinando d'Aragona; il quale non aveva apposta la sua riverita firma alle concessioni sullodate, se non per compiacere ad un vero capriccio della regina di Castiglia e Leone, sua magnanima consorte, troppo facile ad infiammarsi d'un disegno che a lui pareva d'imbroglione o di matto. Quelle concessioni maledette, le aveva poi confermate al ritorno del Genovese, non matto nè imbroglione, ma scopritore d'un mondo; le aveva confermate nel caldo di un entusiasmo che per un istante aveva sopraffatto anche lui. Ma il secondo viaggio, con tutte le spese che aveva cagionate, con tutte le speranze forsennate che aveva pel momento deluse, offriva il buon pretesto per scemare allo scopritore una somma di privilegi, che parevano inconciliabili colla maestà del regno. Non c'era ancor l'oro a botti; c'era un mondo da sfruttare; doveva scoprirlo tutto quell'uomo, aver la sua parte di tutto? Di qui la prima violazione dei patti stabiliti con quell'uomo, e la licenza data ad altri scopritori, che già diventavano legione; di qui tutto il resto, che si compendia in un ragionamento crudele, ma semplicissimo: dobbiamo noi lasciare tant'oro ad un marinaio fortunato, che ce ne ha ritrovata la vena? dobbiamo noi lasciare tanti privilegi ad uno straniero, che vuol trattar da pari a pari con noi, per il fatto che ha indovinata una strada sul mare? E qui dubbiezze, che la pronta calunnia convertiva in sospetti; qui malumori che la vigile perfidia traeva ad ostilità; qui facili sdegni e dure risoluzioni, seguite da tardi pentimenti, ognuno dei quali lasciava il suo lievito di rancori nell'animo di chi aveva dovuto mostrarsi pentito, e disposto a render giustizia. Ma il re Ferdinando, diventando a mano a mano più forte nei consigli della mite Isabella, e già in via di allontanarne il cuore del suo infelice protetto, era piuttosto vergognoso che poco desideroso di mostrarsi sleale. E ancora, vivente la regina, si dovevano rispettar certe forme; lei morta, e lui rimasto reggente di Castiglia in nome della figliuola Giovanna, non c'era più ragione di rispettar neppur quelle.
Accolse dunque con fredda cortesia il gran suddito; ascoltò i lagni del suo vicerè ed almirante maggiore, senza dargliene i titoli; venendo al fatto, dichiarò di non potergli rispondere lì per lì, trattandosi di quistioni complesse, e da parecchio tempo malamente intricate. Erano giuste tutte le offese ch'egli diceva esser fatte ai suoi privilegi, con le patenti date ad altri scopritori, ad altri governatori? C'era per tutte queste faccende un Consiglio delle Indie. I re, disgraziatamente, non potevano sapere appuntino ogni cosa, bastando loro di vigilare dall'alto, perchè ad ognuno fosse facile sostener sue ragioni. Don Cristoval sosteneva che il Consiglio delle Indie gli fosse nemico. Come disingannarlo? come sincerarsi che si apponesse al vero? Doveva il re sciogliere il consiglio delle Indie, in tal dubbio, e per una accusa di parte? Non potendo scioglierlo, poteva prender licenza di non rispettarlo? Questioni complesse, questioni intricate; ci sarebbe voluto un arbitro, per vederci chiaro, e proferire un giudizio.
Don Cristoval si appigliò per disperato a quest'áncora di salvezza. Un arbitro, sì, lo accettava. E perchè non sarebbe stato il vescovo di Palencia, testè nominato arcivescovo di Siviglia, ma non ancora andato ad occupar la sua sede? Era lì, sotto la mano, il buon Diego di Deza, dottissimo uomo, savio, e prudente. Parve ottimo anche al re Ferdinando, che con questa trovata aveva l'aria di concedere ogni cosa. Intanto si levava di torno un argomentatore importuno; e guadagnava tempo, che era l'essenziale. Piglia tempo e camperai.
Ma l'arbitro, che era parso a tutta prima un tocca e sana, non rimediava a nulla di nulla. Sarebbe bisognato anzi tutto distinguere, stabilir chiaramente le materie su cui dovesse esercitare la sua autorità. Ferdinando intendeva su tutte; non così l'Almirante. Questi accettava l'arbitro per ciò che riguardava i suoi diritti sull'entrate delle Indie, arretrati da computare, redditi da stabilire pel futuro. E ci fosse anche da dare un taglio, per amor di pace; l'Almirante non voleva piatire per una questione di denaro; che anzi, senza arbitrato, si sarebbe rimesso alla coscienza del re, e solamente accettava l'arbitrato perchè il re non voleva far lui, per tema di apparir giudice e parte. Ma egli, l'Almirante, non poteva egualmente sottoporre ad arbitrato i suoi titoli di vicerè, d'almirante maggiore, di governator generale, coi privilegi annessi e connessi, i quali ancora di recente erano stati offesi coll'invio dei tre vescovi, senza averlo pure consultato.
--Queste,--diceva egli,--sono mie dignità, regolarmente conseguite e guadagnate con l'opere mie a pro' della vostra Corona. Che se io ne facessi getto, e mi adattassi a rinunziarne solo una parte, lascerei credere di avere in alcuna cosa demeritato del regio favore, o di non esserne stato mai degno. E se io ne son degno, perchè dispogliarmi? La forza può tutto, ed io cederei alla forza; ma potrei appellarmi alla divina giustizia, presso a cui, nella gloria che alle sue virtù era dovuta, siede ora la nostra regina. Che direbbe ella, vedendo così deluso il suo volere e non mantenuti i patti da lei liberamente sottoscritti? Perchè i suoi voleri sian rispettati, non è stata nominata una Giunta degli scarichi?--
Don Cristoval toccava un tasto assai delicato. Castiglia e Leone vegliavano gelosamente alla custodia dei loro diritti. Nel matrimonio della loro regina col re di Aragona si preparava la unione delle due parti di Spagna in un solo reame; ma per intanto, uniti i sovrani, restavano distinti i diritti; nè il regno più vasto voleva essere assorbito dal più piccolo. Morta la regina di Castiglia e Leone, sotto colore di far rispettare gli obblighi che per isgravio di coscienza avesse ella potuto assumere in suo vivente (e qui si vedeva la mano del clero di Castiglia, le cui ragioni di classe si confondevano con quelle della patria dignità) era stata istituita quella Giunta, intitolata degli "scarichi della coscienza regale", che doveva nel fatto riuscire a freno del re Ferdinando, nel tempo della sua inevitabil reggenza in Castiglia. E quell'uomo ch'era tuttavia così potente per far pesare la sua autorità nelle cose d'Europa, sostituendo nella lontana penisola italiana il predominio spagnuolo al predominio francese, non poteva egualmente far pesare la sua volontà sul reame di Castiglia. Ne era il reggente, finchè non giungesse la figliuola Giovanna, col suo giovine marito, ad assumere la corona d'Isabella; e una giunta _de los Descargos_ teneva infrenato il reggente. Casistica politica dei tempi; e a qualche cosa serviva.
Ferdinando aveva avuto comune con Isabella il titolo di Cattolico; ed era naturalmente devoto. Meglio sarebbe stato aver religione, pensare che ogni promessa è debito, e che ogni debito è sacro. Egli tentò in quella vece di persuadere l'ostinato avversario a recedere dalle sue pretensioni, accettando un gran titolo di nobiltà e un vasto dominio in Andalusia; Carrion de los Condes, niente di meno. Ma Cristoforo Colombo non s'era mosso per ricchezze e per titoli; bensì per l'onore del suo nome, che oramai era vincolato alle dignità conseguite. Ricusò dunque dominii e marchesati; al re Ferdinando non rimase altro che di chinare la testa, passando sotto il giogo _de los Descargos_. Giogo soave, per altro, e con cui si guadagnava tempo, assai tempo, fin oltre il bisogno. Quel vecchio ostinato, rotto nella salute, non avrebbe mica voluto durar tanto da veder la Giunta degli Scarichi della coscienza regale metter fine ai suoi delicatissimi uffici. Era composta di gran signori, chiesastici e secolari: ferma nell'opporsi alle prepotenze del re su Castiglia e Leone, non poteva sentire ugual voglia di render giustizia ad uno straniero, il quale pretendeva titoli e privilegi non mai ottenuti in tal copia nè con tale pienezza da alcun suddito di Castiglia, di Leone, d'Aragona.
Bene si avvide Cristoforo Colombo, che da quella parte non c'era niente a sperare. Passavano i mesi, e la Giunta studiava ancora, o diceva di studiare. Nè per altra via aveva potuto smuovere il re, quantunque le buone parole non mancassero mai. E giunto così alla primavera del 1505, dopo aver scritto in quel modo che sappiamo al conte Fiesco, suo compagno di gloria, così scriveva desolato ad un altro amico, a Don Diego di Deza, fatto arbitro un istante, ma senza frutto, della sua querela col re.
"Pare che Sua Altezza non estimi a proposito di mantenere le promesse, da lui e dalla regina, la quale or si trova nel sen della gloria, ricevute sotto la lor parola e sotto il loro sigillo. Opporsi al volere di lui sarebbe un lottar contro il vento. Io ho fatto tutto ciò che dovevo; lascio il resto a Dio."
CAPITOLO IX.
Spera di sole.
Segovia, nella Vecchia Castiglia, poco distante dalle falde settentrionali della Sierra di Guadarrama, è una città nobile e bella, come tutte le città molto antiche di qualsivoglia paese, che possono piacere e non piacere, secondo i gusti e gli umori, ma che bisogna accettar come sono. A buon conto l'avevano per bellissima i suoi dodicimila abitanti del 1506, tenendosi molto della sua zecca, che era la più vecchia della Spagna; delle sue diciotto chiese, compresa la cattedrale di stile tra gotico e moresco, non meno decorosa del duomo di Salamanca, e provveduta d'un campanile a gran pezza più alto; finalmente del suo Alcazar, saldamente piantato su d'una roccia dominante, antico soggiorno dei re Mori, e per allora della Corte spagnuola, nomade al solito, e già meditante il suo trapasso a qualche città meno antica, forse, ma più adatta a ricevere i nuovi sovrani di Castiglia, il cui arrivo dalle Fiandre si sperava sempre imminente.
L'orgoglio di Segovia era il suo acquedotto romano, di cento e sessantun arco, in due file sovrapposte, tutti di pietre riquadrate e senza cemento. L'aveva fatto costrurre Traiano, come i Segoviani affermavano? Poteva essere; ma in verità non era neanche necessario ricorrere a quel virtuoso imperatore, nato Spagnuolo, per intendere il fatto di quella maraviglia d'arte in Ispagna, essendo nota la imparzialità Romana in materia edilizia, e l'usanza costante di decorare di grandi opere di pubblica utilità ogni parte più lontana del vastissimo impero. L'acquedotto di Segovia non aveva altro torto che di fare tropp'ombra in certe strade della città per cui veniva a passare, tragittandosi dall'una all'altra delle due colline su cui ella era fabbricata, in forma di nave, a cui il fiumicello Eresma faceva uffizio di chiglia. Ma è detto che ogni gloria si paghi; e Segovia pagava la sua gloria a quel modo, come pagava la sua sicurezza antica con un giro di mura turrite, aperte da sette porte, quattro delle quali mettevano ad altrettanti sobborghi. Donde si vede che fin d'allora Segovia non capiva in sè stessa. E faceva mostra d'un'insolita animazione, in quella fine d'inverno del 1506, tra tanti fumi di grandezze cortigiane, quasi non sentendo più il freddo, ignorando perfino di avere tra le sue mura, all'ombra dell'acquedotto di Traiano, un grand'uomo, ma grande davvero, e non di quelli che si distinguevano per classi.
Povero grand'uomo, a sessant'anni già vecchio, mani e piedi rattrappiti dalla gotta, senz'altra energia che degli occhi sfolgoranti, senz'altra gioventù che della bocca, rimasta sempre bellissima! Stava a letto la più parte del giorno, poichè quell'anno l'inverno s'era mantenuto rigidissimo, invadendo anche ed usurpando i principii della primavera; ond'egli, latinista impenitente, soleva dire col suo malinconico sorriso: "_in cauda venenum_". Per poche ore, intorno al mezzodì, alzatosi con grave stento da letto, cercava di reggersi in piedi; per riflessione, diceva, e per avvezzarsi ad uno sforzo maggiore che un giorno o l'altro avrebbe dovuto pur fare. Intorno a lui poca gente: anzi tutto il figliuol suo Fernando, caro adolescente sui diciassette anzi, a cui traluceva dagli occhi la mestizia pensosa di una esistenza già provata alle sventure, e fors'anche il dolore profondo di non vedere accanto al padre venerato una madre ond'egli non aveva avute mai le carezze; indi un uomo di matura virilità, l'Aiace Telamonio d'un'altra Iliade, don Bartolomeo Colombo, uomo di poche parole e di molti fatti, più conosciuto sotto il nome di Adelantado, come a dir podestà, governator di provincia, prefetto; finalmente Geronimo, un marinaio fedele, che faceva i servigi della casa, e troppo spesso non avendo da far nulla, s'industriava a tener vivo con poche legna uno scarso fuoco, insufficiente a riscaldare la cameretta del signor vicerè delle Indie. Che freddo in quella casa! che tristezza, più dura a gran pezza del freddo!
Ma un po' di calore, un po' d'allegrezza doveva penetrare anche là dentro. Irrompevano, con un raggio di sole mattutino, tre visitatori inattesi; un cavaliere di bell'aspetto, uno scudiero, un adolescente vestito da mozzo, ma con figura di paggio. Erano venuti con grossa scorta da Barcellona, per la via di Lerida e di Saragozza; ma passata la Sierra di Guadarrama, ne avevano rimandata una parte, per non lasciar troppo scarsa di numero la marinaresca del _Paradiso_, di quella bella nave che li aveva portati fino a Barcellona, e che laggiù, in quel massimo porto di Catalogna, doveva aspettarli.
Non venivano ad accrescere il numero delle bocche in quella povera casa, dove sicuramente, non che mancasse il superfluo, scarseggiava il necessario. Erano viaggiatori che potevano smontare alla migliore _posada_ di Segovia, e prender magari un palazzo in affitto, se la folla dei gentiluomini e dei servitori di Corte avesse lasciato in quei giorni un posto conveniente a nuovi ospiti. Restando accanto al signor Almirante non sarebbero stati altrimenti a carico della famiglia, dove anzi portavano un po' d'agiatezza, e per intanto un raggio di sole; raggio benefico insieme e crudele, poichè metteva più in chiaro la nudità desolata d'una casa da poveri.
Alla vista di messer Bartolomeo Fiesco si rianimò, ed anche si commosse vivamente, il disgraziato vicerè delle Indie. Aveva stretta fra le sue braccia la testa dell'amico, l'aveva baciato e ribaciato sulle guance, come un padre il figliuol suo prediletto.
--Che Iddio vi benedica, conte Fiesco!--diss'egli, con voce mezzo soffocata da lagrime di tenerezza.--Ecco, vedete? è il primo raggio di sole che ci risplende, dopo tanti giorni di nuvole. Anche la primavera vuol mostrarsi, ora che voi ci arrivate. Ah, come siete stato buono a muovervi per me!
--Poteva dubitarne Vostra Eccellenza?--rispose il capitano Fiesco.
--Lasciate i titoli;--riprese Cristoforo Colombo.--Non me li dà Ferdinando; potete sopprimerli Voi.--
Non pareva al capitano Fiesco che il discorso del signor Almirante fosse conforme ai sani precetti della logica; e non volle lasciarlo passare senza protesta.
--Ecco,--diss'egli,--il re Ferdinando può molte cose, e potrà anche questa. Ma non possiamo sopprimerli noi, i vostri titoli, noi che vi abbiamo seguito, noi che abbiamo veduto come sapeste meritarli. Tornando a lui, siamo qui sulle terre del Cid; ed è venuto con me frate Alessandro, il quale saprà dirvi in canzone come fosse riconoscente un altro re ad un altro valentuomo.
--Eh, ci pensavo infatti, alla ricompensa che ebbe il valoroso don Rodrigo di Bivar dal suo re don Alfonso;--disse frate Alessandro, accostandosi al capezzale dell'infermo.--Mi astenevo dal parlare, per sentimento di rispetto. Mi permette ora Vostra Eccellenza che io le baci la mano?
--La guancia, buon frate, e siate il ben venuto anche voi;--rispose l'Almirante.--E mi pare, in tanta contentezza, di non sentire già più i miei dolori. Ospiti antichi e molesti, vorranno cedere il posto ai nuovi e cari che la provvidenza m'invia? Mi alzerò certamente un po' prima del solito. Ma quel ragazzo.... quel giovinetto che è laggiù.... Oh, sarebbe vero? il mozzo Bonito?--
Il mozzo si fece innanzi a sua volta; grazioso adolescente, vestito alla marinaresca, di panni grossolani e mal tagliati, ma dai quali prendeva disgraziatamente più spicco la sua bella faccia vermiglia, inghirlandata dalle indocili ciocche dei capelli neri abbastanza arruffati.
--Sicuro,--diceva intanto il capitano Fiesco,--ecco il mozzo Bonito che avrebbe potuto venire in veste da paggio, ma si è fitto in capo di non indossare altri abiti che questi, per ripresentarsi al cospetto del suo Giocomina.
--Che idea! che idea!--mormorò l'Almirante, mentre, avendo presa la mano del mozzo, se la recava alle labbra, come in altri tempi la mano regale d'Isabella di Castiglia.--Venire fin qua!... tra questa gente.... a rinfrescare certe memorie dolorose!...
--Ha voluto;--rispose il capitano Fiesco;--ha voluto così, e non c'è stato verso di fargli cambiar proposito.
--Ebbene,--sentenziò l'Almirante,--sia fatta la volontà.... delle dame. Non è così che bisogna dire? E vi ringrazio con tutto il cuore, o mozzo Bonito. Perchè qui, naturalmente, l'abito fa il monaco, e non bisogna dir nomi, nè scoprire segreti.
--Così è, Giocomina;--rispose il bel mozzo, arrossendo;--resti il segreto, che mi ha permesso di accompagnare il conte Fiesco. Potevo io lasciarlo venire solo da voi? mentre il mio desiderio più vivo era quello di vedervi ancora una volta, e di portarvi l'attestato della mia gratitudine?
--Gratitudine! da Voi.... mozzo Bonito? E Voi, e i vostri, non avreste piuttosto ragione di maledirmi?--
Così parlava, non senza sospiri, lo scopritore di Haiti, mentre l'immagine di un popolo distrutto si affacciava agli occhi della sua mente turbata.