Raggio di Dio: Romanzo

Chapter 11

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--Non dite, Giocomina, non dite!--ripigliò il mozzo Bonito, inginocchiandosi alla sponda del letto e prendendo amorosamente tra le sue morbide mani il pugno rattrappito del vecchio glorioso.--Tuttavia vi han reso giustizia, i figli d'Itiba; in Voi tutti hanno venerato un messaggero del cielo. Le vostre intenzioni erano pure; ed io ora posso riconoscere che erano sante.

--Amore vi ha illuminato, o mozzo Bonito, dandovi la conoscenza del Dio unico e vero. Fidiamo in lui;--conchiuse l'Almirante.

--E speriamo, per conseguenza;--soggiunse il Fiesco.--Non è già perduta ogni speranza?

--La speranza è l'ultima a morire;--disse l'infermo.--Ma ce n'è così poca.... così poca!

--Vediamo, signor Almirante; lasciate che ne giudichi anch'io. E per cominciare, permettete che io vi faccia qualche domanda.

--Fate, amico mio, fate; son pronto a rispondervi.

--Da chi aspettate giustizia? dal re Ferdinando?

--È l'unico oramai, a cui mi possa rivolgere, poichè la regina è nella gloria di Dio. Aspetto giustizia, ed egli la nega; giurando di volerla fare, la nega, proponendomi gran dominio e titolo di gran nobiltà in Ispagna, purchè io rinunzi agli uffici, alle dignità che sono la mia proprietà e la mia gloria. Mi sono richiamato alla sua lealtà, ma inutilmente; è uno sleale, quel re. Ho invocata la santa memoria della regina, che non poteva essere offesa col violare le sue volontà, col tradire le sue intenzioni. E così siam venuti al partito di sottoporre la mia querela alla Giunta degli scarichi. Sapete che cos'è?

--Ne ho sentito parlare abbastanza in otto giorni di viaggio attraverso Catalogna ed Aragona;--rispose il capitano Fiesco.--È una giunta che non iscaricherà nulla di nulla.

--È anche il mio pensiero, oramai;--riprese l'Almirante.--E per questo avevo tentato di questi giorni un'altra via, scrivendo a Diego, il mio primogenito. Doveva egli offrire in mio nome a Sua Altezza un patto assai conveniente. Mi tengano pure per straniero; rinunzierò alle mie dignità di vicerè delle Indie, di almirante maggiore dell'Oceano, ma a benefizio del figliuol mio; egli vada al governo della colonia e delle altre terre scoperte da me, assistito da un consiglio di persone scelte tutte quante dal re. A questo patto io non avrei chiesto più nulla; salvato l'onore, nient'altro poteva più importarmi, nessuna ambizione, nessuna vanità, nessuna idea di tornaconto passarmi pel capo.

--Ed egli?

--Ed egli neppur questo ha voluto accettare.

--Nessuno gli ha parlato per Voi, dei potenti amici che vi hanno in altre occasioni assistito? Il Quintanilla? il Santangel?

--Morti!--rispose Cristoforo Colombo, traendo un sospiro;--morti come il cardinale di Mendoza, che fu mio protettore costante, e nella cui bara dovevo io per grande fortuna essere trasportato da Siviglia alla Corte.

--E il nuovo arcivescovo di Siviglia?

--Diego di Deza? È ancor qui, ma inascoltato. Ferdinando lo venera, ma facendogli sentire che non ha da metter bocca in cose di Stato, specie ora che c'è una Giunta degli Scarichi, che ha ufficio di coscienza, e non può essere turbata da raccomandazioni di nessuno. Anche della coscienza si giova, il re Ferdinando, anche dell'altrui coscienza, per offendere la sua propria, per soffocarne le voci.

--Questo è dell'indole sua;--disse Bartolomeo Fiesco;--e servono bene gli scrupoli di coscienza a coloro che non vogliono por mente al più grave, che sarebbe quello di non mettersi in condizione di averne. Ma lasciamo queste sottigliezze, nelle quali si smarrirebbe anche la coscienza del vostro umilissimo servo, quantunque abbia fatto il suo corso di filosofia. I due Medina, che vi erano tanto amici, che pensano?

--Non si mostrano alla Corte da un pezzo;--rispose l'Almirante.--Nè io so in che potrebbero giovarmi, se pure volessero. C'è la Giunta degli Scarichi, oramai!

--E con questa si può chiudere la bocca ad ogni onesta osservazione?--ripigliò il capitano Fiesco.--Io non lo credo; e vo' farne ad ogni modo l'esperimento.

--Amico mio, in questa speranza mi ero rivolto a Voi, ricordando le accoglienze cortesi, le larghe dimostrazioni di stima che vi aveva fatte il re, tenendovi in quel conto che meritate.

--Sì, come parente di Gian Aloise;--rispose il Fiesco, ridendo.--L'ho ben capito io, il suo giuoco. Gian Aloise è un gran signore, ha voce in capitolo laggiù, ed anche più verso qua, nei consigli del re Cristianissimo. Mostrarsi cortese ai Fieschi era un bell'accorgimento, ed assai naturalmente suggerito al re Cattolico, che correva il rischio di perdere la corona di Castiglia e Leone, se il re Cristianissimo non concedeva la sua amicizia a lui, ma in quella vece a Filippo d'Austria e alla consorte Giovanna. E chi sa? forse ancor oggi Ferdinando può credere la partita non del tutto perduta, ed un Fiesco esser buono ancora a qualche cosa. Vedremo, vedremo;--soggiunse il conte, che pareva riscaldarsi al giuoco anche lui.--Certo, se la parola di un uomo può servire a vincerne un altro, io dirò quella parola. Ma in verità, avrei più fede nell'efficacia d'una parola di donna.

--Di donna! e di qual donna?

--Di una gran donna; d'un miracolo di donna; della donna che vinse per Voi una battaglia campale. Rammentate, signor Almirante?... Quando i vostri alti disegni stavano per naufragare tra gli ostacoli messi avanti dai consiglieri della Corona, e Voi già eravate risoluto di lasciare la Spagna, quella donna, amata dalla regina, andò a chiudersi in un convento, non volendo più uscirne, se la Corona non accettava tutte le condizioni poste da Voi. La bella prova di amicizia si seppe, ed onorò grandemente quella donna nel cospetto del mondo.--

Il capitano Fiesco parlava, e la fronte dell'infermo si era offuscata; gli occhi sfolgoranti si erano ascosi sotto le palpebre; le vivide labbra, ultima bellezza di quel volto, contratte in uno spasimo d'angoscia profonda.

--Beatrice di Bovadilla!--mormorò egli con un filo di voce.

--Sì, la marchesa di Moya;--riprese il Fiesco;--la marchesa di Moya che io vidi a Barcellona, nelle solenni accoglienze che vi erano fatte dalla Corte.

--Tacete, conte Fiesco, tacete per carità!--gridò l'Almirante.--Non toccate una piaga mal chiusa. Per avermi così animosamente protetto, la nobil creatura ha tanto dovuto soffrire!

--Caduta in disgrazia, forse?

--Non già, ch'io sappia, finchè visse la regina. Ella stessa si allontanò dalla Corte, non potendo sempre rispondere con quella sua fiera schiettezza a tutti i miei nemici, che si moltiplicavano ogni dì, guadagnando anche l'animo di coloro.... a cui non si poteva rispondere. Così, sdegnata con tutti, si ritirò nei suoi dominii; ed anche, io penso, sdegnata con sè, col suo nome. Anima eccelsa! Voi non ignorate di qual sangue ella sia; voi ricordate che se una Bovadilla fu l'angelo tutelare della impresa a cui mi ero votato, fu un Bovadilla lo sgherro che mi ribadì le catene ai polsi, quelle catene che non mi abbandoneranno mai più. Voi le metterete nel mio feretro, Adelantado, mio buon fratello; e tu, Fernando, figliuol mio. Me lo avete promesso con giuramento. Io le ritroverò, nel gran giorno; con esse mi presenterò al Giudice eterno....

--Sì, sì, chiunque di noi Vi sopravviverà per disgrazia sua, come per legge di natura, non vorrà dimenticare i vostri desiderii, nè venir meno alle vostre volontà;--rispose l'Adelantado, con burbero accento, che male dissimulava la interna commozione.--Ma ora non vi turbate, fratello mio; sapete pure come ciò vi torni dannoso. E non vogliamo sperar poi che ne sia molto lontana l'occasione?--

Un sorriso d'incredulità sfiorò le labbra dell'infermo; e un moto del capo accompagnò quel sorriso.

--Ah, non la temo;--diss'egli.--Tante volte l'ho vista da vicino, la morte! Ma vorrei vivere quanto basta, fossero settimane soltanto, fossero giorni, per uscirne coll'onor mio, per confondere i nemici del mio nome, e del vostro. Di operare altre cose nel mondo non ho più speranza oramai. Vanno già tutti sulle tracce del Genovese, e trionfano. N'abbiano inni e corone dalla gran mentitrice, e conforto, se possono, nel fondo della loro coscienza. Ma voi dicevate, buon amico....

--Volevo chiedervi se la marchesa di Moya fosse ancora alla Corte. Mi avete detto anticipatamente di no. Nei suoi dominii, avete aggiunto. In quali? Moya, che apparteneva al marito, è in Catalogna. Bovadilla, che appartiene al suo nome, è in Andalusia; ma lontano da Siviglia, mi pare.

--Ed è a Siviglia, la nobil signora;--rispose l'Almirante;--ma non nel castello de' suoi padri. Per quel ch'io ne so, dovrebb'essere nel suo ritiro prediletto, fra le monache di Santa Chiara.

--Bisogna parlare a lei, muover lei;--disse il Fiesco.

--Lei? ci pensate? per vincere il re?

--Il re, o la regina;--replicò il Fiesco prontamente.--Lascio stare il re, a cui pensate Voi, e che per ora, se è re in Aragona, non è altro che un reggente in Castiglia e Leone. Sappia dunque Vostra Eccellenza che i denari del viaggio da Barcellona a Segovia non me li sono spesi troppo male, e del mio tempo ho usato con un certo giudizio. Alle _posadas_ ho discorso con ogni sorte di gente, popolani e signori, e preti e frati, e monache e soldati. C'è un'altra querela in campo, che al re Ferdinando pare assai più grave della vostra, e che per lui certamente è più fiera. Essa era già forte negli ultimi giorni di vita della regina Isabella, a cui si voleva persuadere di lasciar reggente in Castiglia il re suo marito, finchè giungesse alla maggiorità il figliuolo di Giovanna. Era un bel colpo, che escludendo dal trono la figlia e il suo giovane marito, assicurava ancora un quindici anni di regno a danno della figlia e del genero. Ma la regina non ha voluto fare quest'offesa a sua figlia; non ha voluto con un atto simile di materna crudeltà ribadire alla povera Giovanna il nome di pazza, che i cortigiani di Ferdinando non si son peritati di affibbiarle. Nel fatto la povera Giovanna non è pazza se non d'amore per il suo maritino troppo bello. Gran colpa! anche Isabella si ricordò di aver amato il suo Aragonese, credendolo tutt'altro da quello che ben presto si palesò, astuto, bugiardo e senza cuore. Ma lasciamo stare gli aggiunti, che a far le cose in regola dovrei dargliene troppi. Sta il fatto che la regina non acconsentì al disegno di una reggenza prolungata in quella forma; e fece bene; e la nobiltà e il clero di Castiglia hanno avuto un'altra occasione di lodare il gran senno della regina Isabella, come l'amor suo intelligente per il popolo che Dio le aveva concesso in governo. Lei morta, e fallito il colpo della lunga reggenza, Ferdinando non si adatta alla breve: tenta il re di Francia, che a lui, non al genero Austriaco, assicuri la propria alleanza; un'alleanza che Ferdinando farebbe tosto balenare davanti agli occhi di Castiglia, per trarla ai suoi desiderii.

--E a far riconoscere pazza la figliuola, non è vero?--domandò l'Almirante, che seguiva con molta attenzione il ragionamento del capitano Fiesco, tanto largamente istruito in viaggio.

--Così è, signor Almirante. Ma il re di Francia sta sul tirato; dà buone parole a Ferdinando, come Ferdinando a Vostra Eccellenza; nel fatto non vuol rendere un così grande servizio al suo caro rivale di predominio nelle cose d'Italia. Ed ecco un giuoco doppio, che forse si prepara per noi; o persuadere al re Luigi di concedere la sua alleanza al re Ferdinando, come più vecchio, e più da lui sperimentato in tanti incontri, piacevoli e spiacevoli che fossero; o persuadergli di riconoscere Giovanna e Filippo, legittimi sovrani di Castiglia, ed allearsi con loro. Dell'accordo con Ferdinando avrebbe forse buone ragioni il re Cristianissimo, se davvero non vuol contesa col re Cattolico nelle cose del reame di Napoli, e se questi non gli fa ostacolo nelle cose di Lombardia.... e della nostra povera Genova. Ma per render possibile un tale accordo, bisognerebbe che persona amica, in cui re Luigi molto si fida, mettesse una buona parola.

--Gian Aloise?--domandò l'Almirante.

--Lo avete detto, messere;--rispose Bartolomeo Fiesco.--Ma questa forse è la via più lunga; la più breve, per noi, sarebbe quella delle Fiandre.

--Lontane!--osservò l'Adelantado.

--Eh, pur troppo; fin che gli sposi regali stanno laggiù, non regnano qui, e c'è poco da sperarne, anzi nulla. Ma io ho anche sentito dire che si dispongano a calare in Ispagna. Forse l'inverno così lungo, e non largo che di fortunali nel golfo di Biscaglia, è cagione del loro indugio a risolversi. Ma pensate, messeri, se Giovanna di Castiglia viene ad occupare il trono di sua madre, che novità potranno essere per tutti! Ella sola può sgravare la coscienza regale, senza mestieri d'una Giunta che par fatta a posta per guadagnar tempo al re d'Aragona, e che del resto, vagliando minutamente ogni atto della defunta regina, cercherà sempre di intenderne l'animo con tutte le restrizioni possibili. Per me, il miglior modo di sgravar la coscienza regale è quello d'intenderla nel suo senso più largo, rispettandone gli atti, mantenendone le promesse. E sarà questo per la nuova regina il miglior modo di onorar la memoria di sua madre, mostrandosi degna di lei.

--Questo dovrebbe essere;--notò l'Almirante.--Ma sarà?

--Dobbiamo sperarlo; dobbiamo esplorar l'animo della nuova regina, se è risoluta di occupare il suo regno. E chi più forte sull'animo suo della marchesa di Moya, che fu dama d'Isabella, ed ha conosciuto Giovanna bambina? Beatrice di Bovadilla, che sa tutto, può istruirla di tutto.

--Ma non vorrà la nuova regina mostrarsi troppo ligia a suo padre?--domandò l'Adelantado.--Almeno sui principii del regno?

--Questo non crederò io;--rispose il Fiesco.--Troppe ragioni dividono la figlia dal padre, ricordi d'offese antiche, ed offese recenti. Volete Voi che Giovanna s'inchini ai voleri di suo padre, ne sposi i rancori e ne faccia sue le vendette, rammentando ch'egli voleva farla apparire incapace di regnare?--

Bartolomeo Colombo chinò il capo, assentendo. Se la nuova regina appariva in Castiglia, niente era perduto. Anche il signor Almirante riconosceva la giustezza di quella argomentazione; e riaprendo il cuore alle più vive speranze, dimenticava ad un tratto i suoi mali. Non è salute di corpo senza gioia di spirito: dove questa risplende, se ne illumina l'altra, e rivive.

--Avete ragione;--diss'egli.--Giovanna sola può render giustizia.

--Si parli dunque a Beatrice di Bovadilla;--riprese il capitano Fiesco.--Se la nobil signora si rammenta di ciò che ha fatto per Voi, non vorrà certamente lasciar l'opera sua incompiuta.

--Ahimè! si rammenterà ella?--esclamò l'Almirante, traendo un sospiro.--Dopo quelle catene, ella non mi ha più riveduto; nè io ho cercato di avvicinarla.

--V'intendo, messere; si frapponeva tra Voi e donna Beatrice la torbida figura dello sgherro. Ma credete Voi che Beatrice di Bovadilla potesse mutarsi da quella di prima perchè il suo indegno fratello vi faceva una guerra codarda quanto feroce? Avevate Voi offeso quell'uomo, perchè l'onor della casa facesse tacere nel cuor suo le voci dell'antica amicizia?

--Ben dite;--ripigliò l'Almirante.--E Voi certamente la giudicate com'ella si merita, la mia buona protettrice. Ma dopo tanti anni passati!... Anch'io, trattenuto da tante paure, non ho più osato presentarmi a lei. La morte orribile di quell'uomo ne fu anche cagione. Pure, Iddio mi è testimone che io avevo fatto quant'era da me, per la salvezza di quell'uomo, che era suo fratello, e cristiano.

--Iddio lo vide, e quanti avevano orecchi a San Domingo lo seppero;--aggiunse il Fiesco.--Lo seppero, prima che i loro occhi vedessero la tempesta da Voi annunziata imminente. Ciò che fu saputo e visto laggiù, non rimase ignoto in Castiglia; ne è giunta notizia anche a lei, non dubitate.

--E sarà stato il mio premio;--ripigliò Cristoforo Colombo.--Ma da lei non mi venne una parola; e il tempo, che passa su tutte le cose umane, avrà cancellato dal cuore della nobil signora anche il nome del marinaio Genovese.... dell'Almirante del mare Oceano;--soggiunse egli, abbassando la voce, e fremendo involontariamente al ricordo.--Chi lo richiamerà alla mente di lei?

--Io, signore;--rispose il capitano Fiesco;--io che ebbi l'onore di parlarle, dopo il primo e dopo il secondo viaggio. Vorrà ricordarsene, spero, non essendo io l'ultimo degli uomini, e il nome dei conti di Lavagna potendo essere un buon passaporto al più umile della casata. Andrò dunque io, col mozzo Bonito, se egli vorrà accompagnarmi;--aggiunse egli sorridendo.--E glielo consiglio con tutta l'anima, poichè la più nobile creatura del nuovo Mondo avrà occasione di conoscere la sua più degna sorella del vecchio.--

Sorrise il mozzo Bonito, stringendosi con atto modesto al petto del suo dolce signore. Sorrideva anche il sole alla domestica scena, mandando un raggio più vivo nella povera stanza, che parve per un istante una reggia; e gli occhi dell'Almirante sfolgoravano di gioia.

--Voi recate la primavera con Voi, mozzo Bonito;--diss'egli.--Non ho mai visto così bello il sole, dacchè sono arrivato a Segovia. Iddio ha condotto qui il nostro amico; Iddio m'aveva bene ispirato a chiamarlo.

--Iddio ne assista sulla via di Siviglia;--conchiuse il capitano Fiesco.--La giornata è buona; ringraziamolo intanto di questa.--

CAPITOLO X.

"Soy Bovadilla".

Siviglia, la bellissima Andalusa, è lontana da Segovia un buon tratto. Intercedono due catene di montagne, la Sierra di Guadarrama e la Sierra Morena; ma dall'una all'altra corre tutta la Nuova Castiglia, con le valli del Manzanare, del Tago e della Guadiana, con le città di Madrid, di Toledo, di Ciudad Real e Calatrava. Inoltre, varcata la Sierra Morena, non si può dire di essere a Siviglia, poichè c'è ancora da toccar Cordova, e da seguitare per molte miglia il corso del Guadalquivir, tortuoso fiume se altro fu mai. Viaggio lungo, adunque; assai lungo in quei tempi, che bisognava farlo a cavallo; più lungo per il capitano Fiesco, che aveva gran desiderio di far presto.

Per fortuna, ed aiutando alla fortuna la previdenza del cavaliere, egli aveva ritenuta con sè una parte degli uomini che lo avevano accompagnato da Barcellona a Segovia. I lunghi viaggi erano resi allora più difficili dalla poca sicurezza delle strade; onde, a cansare i cattivi incontri, bisognava andar bene accompagnati, ed armati di tutto punto. Non accadeva nulla; e si poteva anche dire "precauzioni inutili!" a viaggio finito. Ma erano state appunto le precauzioni inutili, quelle che avevano tenuto lontano il pericolo. Ora il capitano Fiesco, che viaggiava volentieri da solo, non credeva di aver troppa compagnia con cinque uomini di scorta, compreso il frate scudiero, perchè conduceva con sè il mozzo Bonito, luce degli occhi suoi, come si diceva in Italia, anima dell'anima sua, come si diceva in Ispagna. E il capitano Fiesco, per non usar preferenze, diceva spesso e volentieri in un modo e nell'altro.

Beatrice di Bovadilla viveva ritirata presso le monache di Santa Chiara, dove già una volta, quattordici anni addietro, era andata a rinchiudersi, in un impeto di generoso sdegno per la guerra sleale che si faceva al promettitore d'un mondo. Viveva da gran signora, come avrebbe fatto in ognuna delle sue terre, ma contentandosi di poche stanze, per sè e per le sue donne di servizio; piccola noia dopo tutto, e mancanza di spazio nemmeno avvertita. La gran dama, quanto è più dama, ed ha più vasto il palazzo, più vive ristretta nel suo quartierino, nel suo salotto, nel suo oratorio, nella sua cameretta da lavoro, dov'ella pensa e sogna, assai più che non lavori d'ago o d'uncino.

Nè faccia maraviglia il ritorno della nobil signora al convento, per una dimora che pareva fissa oramai. Accadeva spesso a que' tempi che donne d'alto casato si ritirassero ne' conventi, per farvi a modo loro una vita monastica. Benemerenze antiche o nuove, legati, largizioni, protezioni costanti delle grandi famiglie a questa o a quella corporazione religiosa, rendevano ligio l'ordine ai suoi potenti patroni, e men severa la regola verso gli ospiti illustri, che cercavano nelle mura del chiostro la pace dell'anima, quella pace che il mondo non ha mai data a nessuno, e insieme colla pace vi guadagnavano la illusione d'esser fuori del secolo. Vedove, nubili, orfane d'insigne casato, vi riparavano come colombelle a rifugio, quali disfatto il nido, quali non fatto ancora, o disperando, o disdegnando di farlo.

Di là dentro la marchesa di Moya aveva sfidati i nemici dell'uomo che l'amor suo aveva preconizzato Almirante dell'Oceano; ed anche, con quell'esempio di costanza, aveva insegnato fermezza alla sua regale amica e signora, Isabella di Castiglia. Là dentro era tornata a rifugio, dopo la morte di don Giovanni Cabrera, marchese di Moya e gentiluomo di camera del re Ferdinando. Mal maritata al vecchio soldato, che in lei aveva veduto uno strumento alla sua ambizione di cortigiano, male adatta alla vita di corte, che sempre più, in processo di tempo, le era occasione di sdegno per tante ingiustizie, di nausea per tante viltà, la nobile Beatrice di Bovadilla aveva portate là dentro le sue tristezze, coll'amara voluttà di raccontarle a Dio, ascoltatore benigno, consolatore augusto d'ogni orgoglio ferito, d'ogni ambizione offesa, d'ogni amore deluso, che lascia intravvedere di là dal santuario, tra nuvole d'incenso e luccichio di candele, uno spiraglio del suo paradiso, gloria inaccessibile ai tristi, calma solenne, perdono ineffabile, bella vendetta sull'ingiustizia e sulla viltà della terra.

Il capitano Fiesco non ebbe più difficoltà d'entrare e di ottenere udienza, che non ne avesse incontrata quattordici anni prima don Alonzo Quintanilla. Anch'egli, il conte di Lavagna, e il suo mozzo Bonito, aspettavano di veder comparire la marchesa alla grata; ma anche per essi un uscio di fianco si aperse, e Beatrice di Bovadilla apparve nella sala. Bella ancora, quantunque presso a quei cinquanta, che più per le donne non si contano a primavere, ma disgraziatamente ad autunni! Qualche filo d'argento screziava i neri capelli, che le uscivano in lucide ciocche di sotto alla tocca di raso nero, orlata di trinette d'oro; ma per vedere l'argento bisognava cercarlo, e di cercarlo non poteva venire il desiderio in mente, tanto era fresca la carnagione e scevra di rughe, tanto nere le sopracciglia, tanto lucenti gli occhi nerissimi, tanto vermiglio il fior delle labbra. La volontà si scolpiva in quelle sopracciglia; la intelligenza lampeggiava in quegli occhi; la bontà sorrideva da quelle labbra fiorenti. Gran dama sempre, quasi regina, con la sua lunga veste di velluto operato, il cui color nero appariva gentilmente attenuato dal bianco della gorgieretta e dei polsini di tela di Fiandra, era tale da destar l'ammirazione divota di chiunque la vedesse, e da mettere in vena di sonetti il più misero e stentato tra i poeti d'allora. Il frate scudiero, a buon conto, avrebbe messo mano alle canzoni, di cui sempre aveva ingombro il cervello, e sfrombolata questa quartina per saggio:

Nobil donna in negra tocca, In gramaglia vedovil, Per un bacio di tua bocca Daría 'l regno Boabdil.

Ma il frate scudiero, allora più scudiero che mai, non era entrato in convento; vegliava in istrada, aspettando gli ordini del suo grazioso signore. Beatrice di Bovadilla non ebbe dunque i suoi versi; ebbe per contro l'ammirazione dei due visitatori. Uno dei quali, essendo a lei noto, ottenne la stretta amichevole di una bella mano, che divotamente baciò; l'altro, in quella vece, la cui fine bellezza adolescente troppo contrastava con l'abito modesto del marinaio, ebbe un'occhiata curiosa, ed anche un po' diffidente.