Chapter 18
In questa forma, con questi sentimenti, parlava per lui il Ximenes; con sincerità d'animo, questi, che in ogni evento restava il primate di Spagna, e da cose mutate, o rimaste com'erano, non aveva da guadagnare nè da perdere. E il re, per non parere stizzito della burla patita, il ministro per parer largo con tutti, prudentemente deliberarono di muovere a Burgos, ove del resto un giorno o l'altro sarebbero trasportate le tende.
Burgos, vasta città irregolare, piantata a semicerchio sul pendio d'un'alta collina, non aveva ancora perduto del tutto lo splendore di quei tempi che vi risiedevano i conti, poi re di Castiglia. Come quasi tutte le città medievali, era corsa da vie strette, tortuose e malinconiche: ma le sue piazze ornate di severi edifizi e di fontane, le davano una bell'aria di capitale antica. E si gloriava anch'essa d'una cattedrale gotica, del secolo XIII; ma più assai era orgogliosa della sua _Calle Alta_, dove ancora sorgevano le case di Rodrigo di Bivar, detto il Cid Campeador, e di Fernando Gonzales, primo conte di Castiglia. Salamanca, Valladolid, Medina del Campo, Segovia, tutte a vicenda residenze reali dei re di Castiglia, avevan fatto un po' di torto a Burgos, il cui clima si riteneva troppo umido e freddo. Ma a Burgos, capitale antica, si erano tenute in momenti solenni le Cortes, segnatamente nel 1188, le prime in cui alla nobiltà ed al clero si aggiungessero i procuratori, o deputati delle città e dei borghi, che furono appunto in numero di cinquanta; bel principio e pronta fioritura di libertà comunali, che l'autorità regia aveva dovuto riconoscere, o forse trovato utile di mettere a fronte dei due corpi privilegiati, per tenerli in rispetto con quel nuovo elemento.
La Corte di Castiglia, recandosi a Burgos, non aveva da scegliere la sua residenza, essendo ancora in piedi l'antico palazzo di Fernando Gonzales nella Calle Alta. Non era vasto, il palazzo; non potevano trovarci alloggio due corti, se non a patto di starci pigiate. Le persone che si amano scambievolmente stanno di buon grado a disagio, pur d'essere insieme; non così quelle che stanno un po' grosse, vedendosi volentieri come cani mastini.
Con quest'animo era corso a Burgos il re Ferdinando, e si piantava nel palazzo di Fernando Gonzales, destinato ad accoglier sovrani: per allora il solo sovrano era ancor lui, e gli altri erano di là da venire. "Li aspetterò alla Calle Alta, diceva; li riceverò io, e vedremo che cosa ne nascerà".
Perchè non andar loro incontro fino al porto di Laredo? Ah, no, fin laggiù: non lo avevano avvisato dell'arrivo, e l'andarli a cercare, ad aspettare all'approdo, sarebbe stato ufficio di vassallo che volesse farsi ricevere in grazia. A Burgos era in luogo decente, in condizione regale. Sarebbero venuti a lui; li avrebbe accolti con ogni dimostrazione di affetto paterno; e magari, prendendo norma dalle circostanze, avrebbe rimessa loro ogni autorità sulla Castiglia, o l'avrebbe ritenuta in nome loro, per utilità del regno, per quell'onore e per quella grandezza di Spagna, che il re Ferdinando aveva spesso sulla bocca, come il suo ministro Ximenes l'aveva sempre nel cuore.
Ma coloro che avevano guidata così vittoriosamente la congiura di Castiglia non erano meno accorti del re d'Aragona. Burgos accolse la comitiva trionfale, che da Laredo era venuta alle sue nobili mura; ammirò il bellissimo re, che magnifico in sella cavalcava al fianco di Giovanna, seduta con molta eleganza su d'una bianca chinéa; applaudì, gridò l'amor suo con tutte le frasi più calde; gittò alla coppia gentile dei suoi sovrani le prime rose della stagione; ma non vide salire fino alla Calle Alta il regale cortéo. Parve cortesia profumata il volersi fermare al palazzo di città, quasi come ospiti dei sudditi loro. E i buoni sudditi di Burgos, con nuovi applausi, con grida insistenti, chiamarono tante volte al balcone del palazzo i sovrani, quante furono necessarie a contentare della loro vista i quarantamila abitanti della nobil città. E parve finalmente ricambio di cortesia lasciarli riposare un tratto, e prender ristoro, essendosi sparsa la voce che accettavano la refezione di rito presso il preposto del comune. La refezione, con tutte le cerimonie concomitanti, voleva andar per le lunghe; si sarebbero mossi verso sera, i sovrani, per salire alla Calle Alta; c'era tempo per tutti di andare al pasto quotidiano, di farci la siesta consueta, e poi ritornare in tempo a tutte le novità di quella bella giornata.
La prima novità fu questa, che l'araldo regale andò attorno per tutte le piazze di Burgos, con le trombe, e con un drappello d'arcieri. Su tutte le piazze, dopo una suonata di trombe, il nobile personaggio, ben ritto sulla sella del suo cavallo bianco, e con una voce squillante quasi come le sue trombe, lèsse al popolo la parola sovrana:
"Don Filippo e donna Giovanna, per la grazia di Dio re e regina di Castiglia, di Leon, di Granata, di Toledo, di Valenza, di Gallizia, di Maiorca, di Siviglia, ecc. ecc., ai reggenti, assistenti, alcaldi, alguazili ed altri giustizieri quali si vogliano di tutte le città, ville e luoghi dei nostri regni e dominii, salute e grazia!
"Sappiate che essendo noi deliberati di visitare tutte le terre del nostro regno, e perciò sul punto di partire da questa amata città, per rispetto alle antiche consuetudini ond'essa è privilegiata, come per dimostrazione del nostro vivissimo affetto, abbiamo ordinato che in Burgos siano convocate le Cortes di Castiglia e Leon, dove noi saremo ritornati, a Dio piacendo, prima del 20 giugno. Siano dunque avvertiti di ritrovarsi per quel giorno in Burgos i tre _estamentos_ di Castiglia, del clero, dei nobili, dei procuratori delle città e borghi regali, a cui è concesso il diritto di partecipazione, per far le leggi nuove e riformare le antiche, per istabilire con equità i pubblici carichi, reprimere gli abusi, far ragione a tutti coloro che a noi si richiameranno di violata giustizia. Tale essendo il nostro piacere, conforme agli obblighi verso Dio e verso il buon popolo di Castiglia.
"Dato nella nostra antica città di Burgos, il giorno 8 di maggio, l'anno della natività del nostro Salvatore Gesù Cristo 1506.
"_Io il Re. Io la Regina._"
Era quello un colpo maestro del buon Tellez Giron de Sandoval, duca di Ossuna, che primeggiava nei consigli dei nuovi sovrani. Ma la prima spinta era data da Beatrice di Bovadilla, che aveva preso assai facilmente presso la regina Giovanna il posto tenuto presso la grande Isabella. Ricordate che a Valladolid era venuto a cercare donna Beatrice il giovane marchese di Lucena, per riferirle in nome dell'Ossuna i desiderii del popolo; e come donna Beatrice consigliasse di rispondere in modo da contentare Valladolid senza offesa ai diritti di Burgos. L'occasione di appagare i voti dell'una e dell'altra città si era offerta più presto che Bovadilla non si potesse immaginare: fin da quando era giunto don Diego Colon a prender commiato dal padre, l'accorta signora aveva meditato quel colpo che doveva sgominare tutti i disegni faticosi del re d'Aragona. Così, fatta a Burgos una sosta di tre ore, con una certa promessa di ritorno, Giovanna e Filippo si rimettevano in via, pellegrini d'amore e banditori della propria sovranità per le terre di Castiglia. Quanto a visitarle tutte, non c'era impegno che potesse durare contro la stanchezza di un lungo viaggio. Ma si andava, come se il pellegrinaggio dovesse giungere fino alle rive del Mediterraneo e a quelle dell'Atlantico. L'essenziale era di lasciare il re Ferdinando colle mani in mano, nella Calle Alta di Burgos, dandosi pensiero di lui, che aspettava, come se fosse stato cento miglia lontano.
Nella Calle Alta l'editto regale fu letto quando Giovanna e Filippo erano già usciti dal palazzo di città, e le grida di saluto ai sovrani salivano al cielo. Il re Ferdinando sentì quelle grida nello stesso tempo che giungeva a lui qualche frase dell'editto, recitata a voce più alta dall'araldo, o non coperta dai rumori della moltitudine ascoltante. Partivano, dunque? partivano da Burgos, dov'egli si era venuto a piantare, per metterli nell'impaccio; e ce lo lasciavano lui, ignorandolo, non mostrando di sapere che fosse ancora tra i vivi.
Per una volta tanto, il pazientissimo re si morse le labbra dal dispetto. Questa poi non se l'aspettava. E voleva sfogarsene col fido Ximenes; ma il Ximenes non c'era. Non già perchè lo avesse abbandonato anche lui, come tutti i suoi gentiluomini di Castiglia; ma perchè era andato a parlamentare con gli avversarii. Come nato in Castiglia e arcivescovo d'una città di Castiglia, il Ximenes aveva fatto ossequio ai nuovi sovrani. Ed essi avevano mostrato di gradir molto la visita; e Giovanna in particolar modo si era mostrata affabilissima al confessore di sua madre. Ma a lei non aveva osato dir nulla, nè far preghiere, nè dar consigli non chiesti, specie vedendola così ben circondata, custodita e difesa.
Al duca d'Ossuna, piuttosto, e agli altri cortigiani maggiori, si aperse liberamente il virtuoso Ximenes. Perchè quella partenza improvvisa? senza dare un po' di riposo alla regina? senza permetterle di vedere il re d'Aragona, che stava lassù ad aspettarla? Infine, quello era suo padre; ed era d'un padre aspettare i suoi figli.
--Vostra Eccellenza non dimentica che donna Giovanna è la regina di Castiglia, e che qui siamo, se Dio vuole, in Castiglia;--rispondeva con molta calma il duca d'Ossuna.--Vostra Eccellenza non ignora che non ci son più padri nè figli, dov'è in giuoco la dignità della Corona. Tutto ciò che Vostra Eccellenza ci fa notare col suo gran senno, con la sua grande pietà, con la sua grande prudenza, è stato attentamente considerato da noi. Non abbiamo obbedito a rancori, a puntigli, a dispetti; solo ci siamo studiati di non consigliar debolezze. Giovanna e Filippo son venuti qua in casa loro; ricevono visite, non vanno a farne.--
L'argomento era senza replica. Ma l'arcivescovo di Toledo, non potendo attaccarlo di fronte, si provò a scalzarlo di fianco.
--Intendo, intendo;--diss'egli.--E le ragioni son buone, come le intenzioni son pure. Ma non si potrà forse impedire che il popolo di Burgos faccia i suoi giudizi su questo caso spiacevole.
--Saranno giudizi temerarii;--rispose più placido che mai il duca di Ossuna;--saranno giudizi temerarii, se vorranno trovare un cattivo sentimento dove non era altro che l'obbligo sacro di mantenere nella sua integrità il buon diritto della Corona. Un altro giudizio, e più savio, vorrà fare il popolo di Burgos, pensando che il re d'Aragona, trovatosi qui mentre i reali di Castiglia giungevano in casa loro, non si è neanche degnato di andarli a ricevere alle porte, per offrir loro la casa, che teneva preparata per essi.
--Ah signori! signori!--esclamò il buon Ximenes.--E non son puntigli, questi?
--Ragioni di dignità, ragioni imprescindibili: e Vostra Eccellenza si dorrebbe a buon dritto, non per sè, ma per l'alto suo ministero, se Palencia o Siviglia mancassero di rispetto a Toledo.
--Ma pensate, signori,--insisteva il Ximenes, senza ribattere quell'argomento ad hominem,--pensate che molte cose con un po' di buon volere dall'una parte e dall'altra s'aggiustano. Castiglia ed Aragona, finalmente, che sono? Non forse la Spagna? la Spagna antica, che le discordie avevano disfatta, aprendone la via al Moro infedele? la Spagna nuova, che dobbiamo saldar meglio nelle leggi e nei cuori? Chi, più del re Ferdinando, s'è adoperato per questa nobile Spagna? Non ha egli condotta a termine la cacciata del Moro? Non ha egli ceduto alla Spagna i particolari diritti d'Aragona sul reame di Napoli? e ancora non combatte per assicurarne il dominio alla Spagna?--
Il duca d'Ossuna aveva chinato più volte il capo alla progressione oratoria dell'arcivescovo di Toledo. E pareva che approvasse: ma non faceva altro che accompagnare col gesto quella enumerazione di meriti. Infatti, come quell'altro ebbe finito, così egli parlò, ribattendo:
--Molte cose si potrebbero rispondere alla Eccellenza Vostra. Poche ne diremo, stretti come siamo dal tempo. Si ricordi quanta parte abbia avuta nella gloria del regno la grande Isabella; e solo può dimenticar la regina, chi ha mostrato di dimenticare la donna. Aragona ha ceduto Napoli alla Spagna, non potendo tenerlo per sè, con dinastia separata e con forze troppo inferiori al bisogno. Che io dica il vero, lo dimostra il fatto che il re d'Aragona, dovunque non vide la pronta utilità dell'impresa, lasciò avaramente in ballo Castiglia.
--E dove?
--In una certa spedizione da Palos, donde venne alla Spagna l'acquisto di tante terre nel nuovo Mondo, e tanta gloria nel vecchio.
--Bravo, Ossuna!--gridò una voce femminile.
--Aggiungo,--riprese l'Ossuna, dopo aver risposto con un cavalleresco inchino a quel grido,--aggiungo poi, per quanto risguarda il combattere, che la grande Isabella ci ha guadagnata l'infermità donde fu tratta alla tomba, povera e santa guerriera! Aggiungo ancora che non Ferdinando ha preso Granata, ma Consalvo di Cordova; nè Ferdinando, ma Consalvo di Cordova combatte ancora in Italia; e Ferdinando non l'ama, Ferdinando l'ha in ira, forse più che in sospetto. Pure, è gloria di Spagna, Consalvo. E la gloria di Spagna, dopo tutto, noi la vogliamo sulla punta della nostra spada, non nel consigliar debolezze verso l'uomo che fino a ieri ha impedito (e ne abbiamo le prove) che la Castiglia ricevesse i suoi re.--
Neanche qui c'era da replicare; e il virtuoso Ximenes si contentò di mandar fuori un sospiro. Sentiva anch'egli che il suo re Ferdinando, con una buona causa alle mani, si era adoperato fin allora con indegni artifizi, come se l'avesse cattiva?
Pochi momenti dopo, la coppia regale era in moto, per uscire da Burgos, non dimenticando di lasciarci ufficiali suoi ed un nerbo di gente per custodirvi il buon dritto di Castiglia. Non ce ne sarebbe stato bisogno, tanto era l'ardore di quel popolo. Giovanna era adorata da ogni ordine di cittadini; Filippo, dal canto suo, aveva conquistate le padrone di tutti quei cittadini. Ah perchè i doveri del trono allontanavano da Burgos quel fior di bellezza? "Appena vidi il sol che ne fui privo" avrebbe potuto gridare il gentil sesso di Burgos.
Non dubitate, o belle; ritornerà presto, il giovine Apollo di casa d'Austria. E qui, il 25 settembre, come a dire prima che passino i cinque mesi, egli morrà di morte improvvisa. E Giovanna ne perderà la ragione del tutto, e non concederà il cadavere alla vostra certosa di Miraflores, se non dopo averlo portato più settimane attorno, per città e campagne, aprendo ad ogni tratto la bara, per contemplarlo ancora, e nutrirsi del suo pazzo dolore, e farne spettacolo lagrimoso alle genti. Soltanto allora il re Ferdinando avrà conseguito il suo fine. Ragno paziente, rifatta la sua tela, e la pace coi nobili di Castiglia, otterrà una reggenza, che gli permetta di adoperarsi liberamente alla grandezza del regno. Causa buona, certamente; ma lasciata in cattive mani. Perchè?
CAPITOLO XVI.
Grazia, giustizia, e un granellin di follìa.
Ma per ora, vittoria. Giovanna e Filippo sono entrati a Valladolid. Le accoglienze sono maravigliose; l'allegrezza della città non si descrive; essa è tanto più grande, quanto più lontana era in lei la speranza di avere tra le sue mura i sovrani. Nè solamente per un giorno, come è toccato a Burgos. Valladolid li riterrà per parecchi, meglio prestandosi per una lunga dimora l'ampiezza del palazzo reale, e il non averci l'incomodo di un'altra corte, sempre molesta vicina, per quanto l'abbiano scemata di numero le diserzioni sollecite di tutti, o quasi tutti i gentiluomini Castigliani. Se poi l'altra corte volesse scendere anch'essa in Valladolid, non avrebbe a far altro che a prendere esempio da ciò ch'è avvenuto in Burgos, dov'ella si era già collocata, e i nuovi venuti erano smontati al palazzo di città. Venga pure a Valladolid, e smonti dove le pare; magari al palazzo di giustizia, dove abitava il Ximenes: l'essenziale è che non trovi alloggio al palazzo reale, che è proprietà di Castiglia e Leon, mentre Castiglia e Leon appartengono ai due giovani principi, ai sovrani adorati, che tutto il paese ha così prontamente riconosciuti, passando sopra alle minute formalità, alle vane cerimonie d'una trasmissione di poteri. Tutta roba, questa, a cui si potrà dar sesto in processo di tempo: per ora Valladolid non ha da curarsi di ciò; Valladolid è in festa, e sarà in festa finchè i giovani sovrani staranno tra le sue mura.
Beatrice di Bovadilla trionfa; quando passa lei per le vie, tutti i cittadini si scoprono il capo, le fan riverenze, l'acclamano. Si sa che il consiglio di scender subito a Valladolid è venuto da lei. Si vede che i duchi e tutti gli altri gran signori del cortéo regale, abbondando volentieri nelle belle forme della cavalleria spagnuola, si mostrano pieni di ossequio per lei; ed anche il popolo impara a riverirla, ad amarla. La regina Giovanna la vuol sempre al suo fianco; il re Filippo la colma di delicate attenzioni.
Troppe attenzioni, ahimè, quelle di Filippo il Bello, e troppo delicate! Giovanna ammette le cortesie, non riprova le garbatezze; ma ci vorrebbe più riguardo, più misura, più parsimonia. È gelosa, e la gelosia non ragiona; è gelosa, e ne soffre doppiamente questa volta, perchè la gelosia ha un argomento visibile su cui esercitarsi, e perchè infine ella ama la marchesa di Moya, e non vorrebbe privarsi di lei.
--Dio, come sei bella!--le disse al secondo giorno dell'entrata in Valladolid, non potendo più reggere alla sua pena.--Sei troppo bella, Bovadilla!--
Donna Beatrice diede in uno scoppio di risa, che mostrava tutta la sua bell'indole, ma ancora più i suoi bellissimi denti.
--Alla mia età,--rispose poscia,--non mi aspettavo più un simile discorso. È anche vero che Vostra Altezza ha il più bel cuore della cristianità.
--Oh, non è il mio cuore, quello che parla; sono i miei occhi;--replicò Giovanna, abbracciandola con tenerezza, come se volesse in quell'atto premunirsi contro la cattiveria del sentimento da cui si sentiva già invadere.--Tu hai bevuto alla fontana di giovinezza, che i maghi moreschi hanno fatta scaturire in qualche parte della Spagna. Dimmi dov'è, tu che lo sai; e dov'è la fontana della bellezza miracolosa. Perchè anche di questa ne hai bevuto, Bovadilla. Negalo, se puoi! C'è qualcheduno che ti vede troppo di buon occhio; ed io non voglio, Bovadilla, non voglio.
--Vostra Altezza si rassicuri anche contro le illusioni degli occhi;--rispose Beatrice di Bovadilla, mettendosi sul grave.--Io voglio farle qui una bella confessione.
--Ah sì, sentiamo, Bovadilla!--gridò la regina, battendo le palme dalla gioia.--Tu hai pure un certo modo originale di dir le cose più fini!
--Ringrazio Vostra Altezza, e incomincio con una domanda, ch'ella vorrà perdonarmi. Che cosa ho fatto, io, che cosa ho detto io alla mia regina, appena ella è smontata sulla spiaggia di Laredo?
--Non so più bene;--rispose Giovanna, sconcertata da quel modo di cominciare, che veramente era più originale di quanto ella potesse aspettarsi.--Ricordo che mi hai presentato don Bartolomeo Colon.
--Con una lettera, non è vero?
--Sì, con una lettera di ossequio, di suo fratello l'Almirante.
--Almirante maggiore del mare Oceáno;--aggiunse a mo' di glossa in margine la marchesa di Moya, badando anche a batter bene l'accento sulla penultima di Oceáno, com'ella soleva.--E la lettera diceva, oltre le parole di ossequio? Non forse che l'Almirante aspettava giustizia dai nuovi sovrani?
--Sì, è vero; e la faremo. Ma che vuoi tu dire con ciò?
--Questo, mia buona regina: che anch'io, dopo l'ossequio dovuto a Vostra Altezza, non vedevo più altro fuorchè don Cristoval Colon, il grand'uomo, il luminare del mondo.
--Come ne parli!--esclamò Giovanna, guardandola fissamente negli, occhi.--E non temi, dandogli questo titolo, di far torto ad Apollo, il dio della luce?
--Non ho da render conto agli Dei; amo quell'uomo. Scendesse Apollo in terra, Apollo che è pure il dio della bellezza, della poesia e dell'arte, egli non avrebbe uno sguardo da me: non lo avrebbe avuto quand'ero ancor giovine, e bella davvero (posso oggi parlarne senza incorrere la taccia di superbia) e già amavo don Cristoval.
--Lo hai amato.... e lo ami sempre....--disse Giovanna, seguendo a modo suo il filo di quello strano discorso.--Bella cosa, amar sempre.... ed essere amata! Perchè non lo sposi?
--Non posso;--rispose Beatrice Bovadilla, con accento di profonda tristezza.
--Non puoi? E chi lo impedisce? Posso io esserti utile?
--No, mia signora;--mormorò Beatrice sospirando.--C'è un triste segreto di mezzo, il segreto di Cordova!
--Posso io saperlo? Vuoi dirmelo?--
La marchesa di Moya non poteva ricusare alla innocente curiosità della pietosa regina il resto di una confessione, ch'ella stessa si era proposta di fare. Ed anche le pareva di sfogare la piena del suo dolore, narrandone ancora una volta le tristi cagioni. Narrò dunque, svelò intieramente il segreto di Cordova.
--E quella donna?--domandò la regina.--Se è libera, come tu dici, non darà la sua mano a don Cristoval?
--Non vuol saperne;--rispose Beatrice di Bovadilla.
--Non vuol saperne? e perchè, dopo il suo fallo? ed essendo questo l'unico modo di ripararlo?
--Non lo so;--disse Beatrice.--Pare che le sia entrata nel cuore una avversione invincibile contro il padre del suo Fernando, anche prima che questi nascesse. Misteri della povera carne! Ed io non cercherò di approfondirli. Pure ho tentato di ricondurla alla ragione, quella donna ostinata; e tanti anni fa, ed ancora in questi ultimi tempi. Dio mi è testimone che ho fatto ogni mio potere per convincerla. Non trovandola io, ed essendo chiamata dal segnale dei fuochi d'allegrezza a Laredo, ho posto sulle sue tracce una fidata persona, che l'ha ritrovata finalmente a Granata, consegnandole una lettera mia. Frate Alessandro, un buon francescano, che era il mio messaggero, è tornato iersera da me, senza aver nulla ottenuto. Le ha parlato da religioso e da cavaliere ad un tempo, ma senza alcun frutto. Gli ha risposto che è contenta così, e che vuol vivere in pace. Ma forse io m'inganno, sulla avversione inesplicabile di lei. Se don Cristoval fosse in auge, parlerebbe ella ancora così? Certo, non amerà esser la moglie di un povero abbandonato.
--E se io lo rimettessi in onore?--disse Giovanna.--Se io gli rendessi, unita col mio Filippo, tutti i suoi titoli, i suoi diritti, i suoi privilegi?...
--Chi sa? forse allora si muterebbe il suo cuore.
--E tu ne saresti contenta?--
Beatrice di Bovadilla stette dubbiosa un istante: ma si pose una mano sul cuore, come per reprimerne le voci ribelli, e rispose con accento sicuro:
--Sì, perchè mi parrebbe di avere adempiuto l'obbligo mio.
--Ami tu in questo modo?
--Ma sì, mia dolce signora. Ognuna di noi ama in un suo modo particolare. Il mio non rifugge dal sacrifizio.
--Povera Bovadilla, come devi soffrire! Ed è sempre bello, il tuo Almirante? bello, come io l'ho veduto bambina, alto, maestoso, sereno, con quei grandi occhi azzurri e quelle labbra che facevano anche più bello il sorriso?
--Sempre!--rispose Bovadilla, chiudendo gli occhi con atto religioso;--sempre tale io lo vedo, attraverso la nebbia degli anni. Ed è bello come un dio antico, sul cui capo sia passato il dolore, lasciandogli i suoi segni augusti nel viso. I travagli della vita lo hanno estenuato; gli tremano le membra, e spesso ricusano di sostenerlo; ma i suoi alti servigi ne han colpa. La fronte, ampia e serena, è campo di celesti pensieri, di cui si vorrebb'essere a parte; gli occhi scintillano, dardeggiano, e passano i cuori; le labbra.... ha detto bene Vostra Altezza.... le labbra son tali da fare anche più bello il sorriso, la cosa più bella, forse l'unica bella sulla faccia dell'uomo. L'aureola dei suoi patimenti raddoppia quella delle sue imprese immortali; essa fa di lui il più grande fra gli uomini.