Chapter 17
--Che debbo partire. Ed io,--soggiunse il Fiesco, sospirando,--avendo la vostra licenza, obbedirò.
--Ma che! non obbedirete affatto;--interruppe la marchesa di Moya, col suo piglio imperioso.--So tutto. In poche parole mi ha informata il signor Adelantado di tutto. E per servizio d'Aragona non occorre più niente.--
Il capitano Fiesco era rimasto sconcertato, guardando Beatrice di Bovadilla, poi l'Adelantado, che era entrato dietro a lui nella stanza.
--Non chiedete perchè m'abbiano informata;--ripigliò la marchesa.--Non potevano già tacermi l'infamia che è stata commessa a danno vostro. E poi, ci sono forse più segreti tra noi? Nè io li tradirò, buon amico, e leal servitore di don Cristoval. E voi, e l'Almirante, e suo fratello, serberete anche un segreto, che non è intieramente il mio, ma di tutta Castiglia. Vengo con molti, e precedo moltissimi, un vero esercito di gentiluomini. Veramente, dovevo venire con altra compagnia, che voi ben sapevate, signor conte: ma che volete? gli eventi son corsi più rapidi dei miei disegni, ed io sono stata travolta dagli eventi. I segnali, benedetti segnali di fiamma, hanno scompigliato ogni cosa.
--I segnali!--ripetè il Fiesco, che non riusciva ad intendere.
--Già, le belle fiammate, che secondo una certa intesa dovevano divampare sulle vette dei monti, dalle Asturie alla nuova Castiglia, per tutto il confine del Portogallo, hanno dato un ben lieto annunzio alla nobiltà Castigliana. Ed eccoci qua. Ho dovuto correre, colla mia gente, lasciando a Siviglia il vostro scudiero, con una lettera mia, che terrà luogo delle parole. Egli verrà; accompagnato o solo, non importa; ma verrà, e voi lo riavrete.--
Questo importava poco, per allora, anche al capitano Fiesco. Egli capiva così ad occhio e croce che lo stato delle cose si mutava stranamente per tutti. Ma quei segnali di fiamma, quell'esercito di gentiluomini, quell'arrivo anticipato di donna Beatrice, quella sua stessa aria di trionfo, volevano una spiegazione.
--Dobbiamo custodire un segreto, e sia;--diss'egli di rimando.--Ma almeno vogliate confidarcelo intero.
--Non lo avete indovinato? Quello che io ve ne avevo lasciato trapelare in Santa Chiara, non bastava a mettervi sull'orma? La Nuova Castiglia si rovescia sulla Vecchia, per darle man forte; tutt'e due s'imporranno alla ostinazione del re Ferdinando, con la convocazione delle Cortes nella città di Burgos.--
Il capitano Fiesco ricordò allora i discorsi che aveva sentiti per via. La Nuova Castiglia, arrivando, spandeva già il gran segreto alle turbe.
--Il re d'Aragona ha giuocato una grossa posta;--continuava frattanto la marchesa di Moya.--E l'ha perduta; tanto peggio per lui. Gli premeva di nascondere il vero in Segovia, di nasconderlo a Valladolid, come lo avrebbe nascosto a Burgos, dove sarebbe andato a far capo, accostandosi al confine minacciato, andandoci come la biscia all'incanto. Giovanna e Filippo non dovevano da principio lasciare le Fiandre; questa la certezza ch'egli voleva istillare negli animi di Castiglia. E non dovevano averle lasciate, nemmeno quando si erano imbarcati, e il vento li cacciò sulle coste d'Inghilterra. Egli intanto mandava a Londra i suoi messaggeri, che tentassero la fede ospitale di Arrigo VII. Questo abbiamo saputo noi, come sapevamo già il resto; ed abbiamo voluto lasciarci credere ignari di tutto, inerti, discordi, ingannati da lui. Ora egli non sa ancora una cosa, che a noi è stata annunziata da quelle belle fiammate sui monti; Giovanna e Filippo hanno lasciata l'Inghilterra; saranno domani in vista di Laredo, nel golfo di Biscaglia. Capite, ora? capite perchè siamo qua noi? Dico noi, così per dire;--soggiunse la marchesa, sorridendo, ed anche arrossendo un pochino;--che io, veramente, se un'altra più potente cagione non mi avesse chiamata su questa via, avrei potuto assistere al trionfo della buona causa dal mio modesto ritiro, nel convento di Santa Chiara, ove le anime tristi covano meglio la loro tristezza che altrove. Comunque sia, eccomi qui, imbrancata, come una nuova Bradamante, nel grande esercito dei cavalieri di Castiglia; l'ho anzi preceduto, con una e bella e fiorita avanguardia. Giudicatene voi: Ossuna e Gandia, Carmona, Ubeda e Montilla, duchi; Avila, Lucena, San Felipe, Valdepeña, Almagro, Albacete, marchesi; Almanza, Andujar, Cabriel, Huete, Velez Rubio, e via discorrendo, non so più bene se una ventina o una trentina di conti. Li raccattavamo per via; quanti erano pronti, venivano con noi; tutti gli altri verranno in giornata, o domattina; e tutti avviati a Burgos, con una parola d'ordine, le Cortes, le Cortes di Castiglia, per Giovanna e Filippo. E voglia o non voglia il re d'Aragona, si convocheranno a Burgos, dove Lerma, Aranda, Soría, Alar, Espinosa, Miranda, Zamora, Medina Rio Seco, Alba de Tormes, tutti i più grandi nomi della vecchia Castiglia ci attendono.
--E Ferdinando non ha fumo di tutto ciò?--disse il Fiesco.--Oggi, in Valladolid, si deve già saperne qualche cosa.
--Oggi, sicuramente; se hanno occhi, egli e i suoi cortigiani, debbono averci veduti arrivare. Ma ieri non dovevano sapere ancor nulla, perchè lungo la strada altro non abbiamo incontrato che popolo in festa, e nessuna faccia proibita d'esploratori reali. Castiglia ha fatte le cose per bene; tutti volevano venire incontro a Giovanna, e nessuno ha tradito il segreto.
--Pure,--notò il capitano Fiesco,--si era saputo che io ero venuto a Siviglia, e nel convento di Santa Chiara.... a cospirare con voi.
--Bella forza!--esclamò la marchesa.--Non vi ha mica tradito Siviglia. Vi hanno seguitato da Segovia, dove il vostro arrivo sarà parso sospetto. Odiano l'Almirante del mare Oceáno, come odiano noi; hanno voluto sapere dove andaste, mettendovi in cammino appena arrivato; e l'hanno saputo, tenendovi dietro. Quanto alle cospirazioni, è naturale che ne sospettassero. Le sentivano nell'aria. Ma che non sapessero fin dove potessimo giungere, ve lo dimostri l'esser noi giunti senz'ombra di ostacoli.
--Non avranno osato;--disse il capitano Fiesco.
--E ben per loro!--replicò la marchesa.--Questa non è cospirazione di pochi signori; è cospirazione di tutti. Anzi, non è nemmeno cospirazione; è volontà d'un popolo intiero. Le Cortes, a Burgos, per Giovanna e Filippo! Ed ora, vedrete quel che avverrà. Posso predirvelo, senza avere il dono della profezia. Andremo a Burgos, e il re Ferdinando verrà a Burgos; sempre come la biscia all'incanto; verrà a Burgos, coi suoi gentiluomini Aragonesi. Dico gli Aragonesi, perchè i Casigliani della sua Corte l'avranno già abbandonato, prima che tramonti il sole, per unirsi ai loro[tn254] compagni.
--Anche l'arcivescovo di Toledo?
--Ah, il sant'uomo? No, egli non verrà con noi; ma si accosterà, per metter parole di pace. Virtuoso Ximenes! Lo rispettano tutti, e lo ascolteranno con riverenza, non potendo obbedirlo; poi gli faranno cerchio, e gli diranno: a Laredo, signor primate di Spagna, a Laredo, per ossequiare la vostra regina, la figlia della grande Isabella, la erede legittima, venuta ad occupare il suo trono. A Laredo! a Laredo!
--Perchè non posso io seguirvi laggiù!-disse l'Almirante, sospirando.--Se ancora mi potessi reggere in sella!...
--Giovanna verrà da voi, se ama la gloria del suo regno;--rispose Beatrice di Bovadilla, col suo bell'accento ispirato.--Con me, intanto, verrà il signor Adelantado, se voi lo permettete; e porterà una lettera vostra, e la presenterà alla regina.
--In tanta rèssa di cortigiani!--notò l'Adelantado.--Sarà difficile.
--C'è Bovadilla;--replicò la marchesa.--E la lettera di don Cristoval Colon sarà aperta e letta dalla regina, appena ella avrà toccato il suolo di Spagna.--
Un cavaliere, giunto allora in anticamera, chiedeva di parlare alla marchesa di Moya. Donna Beatrice, chiesta licenza a don Cristoval, lo fece entrare. Era il marchese di Lucena.
--Signora,--diss'egli, dopo aver fatto riverenza al signor Almirante,--il duca di Ossuna vi chiede consiglio. La città è tutta con noi; prega che siano qui convocate le Cortes. Che si risponde?
--Ecco Bradamante nel consiglio dei paladini;--gridò Beatrice di Bovadilla, ridendo.--Dite al duca di Ossuna che la risposta è facile. Non si può far torto a Burgos, città del Cid Campeador, e capitale della Vecchia Castiglia. Inoltre, prima di risolvere questa od altra questione, dobbiamo prendere i comandi della regina. E per noi, frattanto, l'essenziale è di giungere a Laredo.--
Il marchese di Lucena s'inchinò, salutò l'Almirante, e partì. Ma la conversazione aveva appena potuto riprendere il suo corso, che un altro cavaliere giungeva; e questo, senza farsi annunziare, entrava nella stanza, precipitandosi tosto nelle braccia del signor Almirante.
Era il figliuol suo, don Diego Colon, gentiluomo della corte di Ferdinando. Si odiava il padre, e si teneva a corte il figliuolo; per un resto di pudore, forse, o piuttosto per salvar le apparenze. Nè l'Almirante, sebbene ferito in tanti modi, nella sua dignità come nei suoi più sacri interessi, aveva mai permesso che il suo Diego lasciasse il servizio del re. Gli pareva l'ultimo anello che ancora congiungesse ai reali di Spagna il vicerè delle Indie, e non voleva spezzarlo.
--Non ti aspettavo, quest'oggi;--disse l'Almirante, dopo aver ripetutamente baciato ed abbracciato il suo primogenito.
--Nè io avrei potuto venire da voi, padre mio, prima di domani, essendo oggi di servizio. Ma ho avuto licenza, per prender commiato da voi, se restate a Valladolid. La Corte, domattina, si trasferisce a Burgos.--
Beatrice di Bovadilla volse un'occhiata in giro, come per far intendere all'Adelantado e al conte Fiesco:
--Che cosa vi dicevo io? Senza avere il dono della profezia, non vi pronosticavo quel che doveva accadere?--
All'occhiata della marchesa di Moya, il capitano Fiesco rispose con un inchino, che voleva dire: avevate ragione. Ma fece ancora un gesto di preghiera, che voleva aggiungere: ed io, come rimango, se partite? come rimarrà una povera prigioniera, se i carcerieri maggiori l'abbandonano all'arbitrio dei minori?
Tutte queste cose non capì la nobil signora ad un tratto. Ma intese che il capitano Fiesco aveva bisogno di lei.
--Signor Almirante,--diss'ella,--vi lascio per qualche momento col vostro don Diego. Ripasserò a salutarvi, prima di partire da Valladolid, ove ad ogni modo ritornerò per far più lunga dimora, se pure non seguirete la Corte anche voi. Ora, se permettete, vi rubo per una mezz'ora il conte di Lavagna.--
Così prese commiato. E uscendo dalla stanza col capitano Fiesco, che la seguiva tutto trepidante, gli disse colla sua bella voce che incantava la gente, e col suo bell'accento sicuro che ridava la vita:
--Pensiamo ora al mozzo Bonito. Sapete che lo amo, e che abbiamo fatto una sacra alleanza tra noi. Come sono contenta di esser venuta incontro ad una regina, per mettermi ai servigi di un'altra!
--Sapete già?...--chiese egli confuso.
--So tutto, signor conte. Ero giunta dall'Almirante mezz'ora prima di voi. Molte cose si possono dire e sapere in mezz'ora. E adesso, a noi.--
CAPITOLO XV.
Il ragno e la sua tela.
La mattina del 7 maggio, dell'anno 1506, gli abitanti di Laredo, gran pescatori e salatori di pesce nel cospetto di Dio, ebbero il magno spettacolo d'una armatetta navale che s'accostava con buon vento al loro porto, forse il più vasto, ma per allora il più sabbioso di tutta la costa di Biscaglia. Essi non avevano da temere uno sbarco di nemici, poichè le navi battevano bandiera castigliana; e del resto, fin dalla sera innanzi, troppa gente li aveva avvertiti, accorrendo a Laredo; troppa più gente che non potesse albergare la piccola città marinara; tanto che, rimpinzate le case, si era dato, od era stato preso alloggio nei magazzini, nelle scale, nei portoni, sotto gli archivolti, dovunque fosse un po' di riparo; e molti poi s'erano adattati all'albergo della bella Luna, battendo i denti dal freddo. Ma per amore non si sente dolore: ed era amore quello che aveva tirate tante migliaia di grandi e piccoli gentiluomini a Laredo, per assistere all'arrivo di Giovanna di Castiglia, l'aspettata, l'invocata, l'adorata regina.
Le navi avevano ammainate le vele e gittata l'áncora fuori del porto; segno che non si fidavan troppo del suo fondo, o che abbastanza lo conoscevano. Subito dopo si spiccò dalla capitana un palischermo, a cui altri due se n'aggiunsero, fiancheggiandolo, ma rimanendo rispettosamente indietro due o tre palate di remi. E via via dalle altre navi si spiccarono altre imbarcazioni, venendo a formare sull'acqua una specie di falange macedone, la cui punta era il palischermo anzidetto, che portava a poppa lo stendardo regale, di rosso al castello d'oro, che era di Castiglia, ma partito di Leone, cioè d'argento al leone di rosso. Come il palischermo fu presso alla calata del porto, in mezzo alle grida e agli evviva della moltitudine affollata, si levò dal sedile di poppa una donna vestita di bianco, che portava sul capo, trattenuta fra le ciocche dei capelli nerissimi, una piccola corona d'oro. A lei volevano dare il passo i gentiluomini che le erano venuti compagni; ma ella, mentre un alfiere spiccava il vessillo dalla poppa, si trasse indietro verso un giovane cavaliere, a cui disse con accento di tenerezza:
--Filippo, siate voi il primo a toccare il suolo di Castiglia, che vi appartiene, come io vi appartengo.--
Pareva una bella cortesia di regina al suo compagno di reame; ma era un grido dell'anima, e Giovanna di Castiglia amava pazzamente quell'uomo.
Filippo d'Austria meritava egli un amor così forte? Per la bellezza, sì, certo. Giovane, che ancora non aveva toccati i ventotto; biondo dorato i capegli; bianco rosato la carnagione, e così fine la pelle, che contro la luce del sole pareva di vederci correre il sangue di sotto; d'una maravigliosa delicatezza i lineamenti del viso; snello di membra, elegantissimo in ogni movenza, dava l'immagine di tutte le perfezioni raccolte in un tipo esemplare di umana bellezza; con molta propensione, s'intende, alla grazia femminile, anzi che alla energia mascolina. Ma queste, che sarebbero inezie in ogni caso, non potevano neanche venire alla mente, guardando quel miracolo di principe. Tutti, in Europa, lo chiamavano Filippo il Bello, e con assai più di ragione che non si decorasse d'ugual soprannome un altro Filippo, di due secoli innanzi, e di Francia. Le donne, poi, specie se avevano la fortuna di vederlo da vicino, lo chiamavano l'arcangelo Gabriele; non sappiamo con quanta verità, ma certo con gran dispetto della regina Giovanna. E questo non forse per la irriverenza usata all'arcangelo, di compararlo ad un personaggio mortale, ma certamente perchè quell'ardito paragone le pareva ispirato da sentimenti troppo più arditi. Ammirassero da lontano, e tacessero; questo avrebbe voluto Giovanna. Erano già tante le sue paure! Così bello, da passare in proverbio, e sapendo che il sorridere gli stava bene a viso, mettendo in mostra un vero scrigno di perle, Filippo sorrideva spesso alla gente; e quando si trovava alla presenza di belle donne, fossero dame od ancelle, gli sfolgoravano gli occhi, e le dolci paroline gli fiorivano sul corallo tenero delle labbra stupende. E Giovanna ne soffriva, quantunque non avesse vere ragioni, o non gliene fossero venute sott'occhio, di lagnarsi del suo maritino. Sposata a lui nel 1490, ne aveva già avuti cinque figliuoli, Carlo, Ferdinando, Eleonora, Elisabetta, Maria: un sesto rampollo, Caterina, era ancora di là da venire; in viaggio, come si dice ai bambini curiosi.
Giovanna di Castiglia non si poteva dir brutta, perchè non era deforme; ma non si poteva dir bella, perchè non era piacente. Nata in un grado sociale più umile, non sarebbe stata osservata, nè per un verso, nè per l'altro, restando in quella mediocrità che solo può tornar gradita ai filosofi. Avrebbero potuto nondimeno piacere in lei due grandi occhi neri pensosi, ma troppo spesso velati, Dio buono, come smarriti in estatiche contemplazioni; le quali non erano infrequenti, ed occorrevano lì per lì, dovunque ella fosse, e in qual si fosse più numerosa brigata, solo che fosse lasciata un istante a sè stessa. S'incantava, allora; e quei grandi occhi, fissi in un punto dello spazio, perdevano la lucentezza insieme con la mobilità; onde appariva ch'ella non guardasse fuori e lontano, ma dentro di sè. Vedeva allora Filippo, il suo bel Filippo; e a volte gli sorrideva, a volte torceva la bocca, si sbigottiva, e usciva allora in rotte parole. Oh Filippo, no, no! Che ti ha mai fatto, questa povera Giovanna? Chiamata di schianto, ritornava in sè stessa, sorrideva malinconicamente, e si scusava del suo vaneggiare, dicendo:
--O sire Iddio, che sogno spaventoso ho mai fatto!--
Nè mai, per pregarla che si facesse, voleva dire che sogno fosse. Onde già intorno a lei si sussurrava che fosse un po' matta; mentre al padre di lei sarebbe stato caro (e ne sappiamo oramai la cagione) che fosse matta del tutto.
Il voto di quel padre amoroso doveva essere esaudito, pur troppo; ma non per allora. Per allora, la nuova regina di Castiglia, senza darne avviso a nessuno, senza riconoscer reggenti volontarii, nè amministratori del regno, approdava a Laredo, per venire ad occupare il suo trono. E mentre l'accolgono a festa i cavalieri di tutta Castiglia, scodelliamo qui alcune notizie genealogiche di lei e dei suoi. Non saranno molte; appena quel tanto che basti a far intender le cose che dobbiamo descrivere.
Giovanna era nata la seconda di quattro figliuole della grande Isabella. La prima, pur essa di nome Isabella, e la terza chiamata Maria, erano state successivamente maritate ad Emanuele il Fortunato, re di Portogallo; il quale, per verità, non si chiamò Fortunato perchè la prima moglie spagnuola gli fosse morta (che anzi n'avrebbe avuto, se viva, il diritto alla corona di Castiglia; onde Dio sa quante cose mutate nel mondo!), nè perchè la seconda fosse più bella e più cara, ma perchè in un regno di ventisei anni come fu il suo, la potenza portoghese era giunta al suo colmo, colla voltata del capo di Buona Speranza, colla fortuita scoperta del Brasile, con una serie di guerre felici e di utili conquiste nell'Asia, nell'Africa, nelle Indie occidentali. La quarta figliuola, Caterina, era andata sposa in Inghilterra, da prima al principe Arturo, erede del trono, e poscia, lui morto, al principe Arrigo, che fu Arrigo VIII, l'uomo delle sei mogli: due ripudiate, due decapitate, una morta per miracolo nel suo letto, un'altra per miracolo anche maggiore riuscita a sopravvivergli. Non dimentichiamo di dire che la prima delle sei, Caterina, fu tra le ripudiate: strana sorte, dopo che a forza l'avevano voluta tenere. Il suocero suo, Enrico VII, era chiamato il Salomone dell'Inghilterra; per la sua molta saviezza, certamente, non già per la sua magnificenza. Aveva ricevuto dalla Spagna dugento mila scudi d'oro per la dote, che per quei tempi era un gran fatto. Morto il principe Arturo, quel savio babbo avrebbe dovuto rimandar la sposa e la dote. Per la prima, niente di male; ma restituir la dote pesava al Salomone d'Inghilterra: ond'egli aveva fatto il savio proposito di dar la vedova del primo figliuolo in isposa al secondo. Ferdinando e Isabella se n'erano contentati; papa Giulio II aveva mandate le necessarie dispense.
Innanzi alle quattro principesse d'Aragona, com'erano chiamate dal titolo regio del padre, era nato un principe, don Giovanni; ma da alcuni anni era morto per una caduta da cavallo. Delle tre principesse superstiti, adunque, una era regina del Portogallo; l'altra principessa di Galles in Inghilterra; la terza, e prima per ragione di età, erede del trono di Castiglia, poichè fu morta la madre. Questa la regina che approdava la mattina del 7 maggio a Laredo. Moglie ad un arciduca d'Austria, portava in casa d'Austria la corona di Spagna; e le era già nato da sei anni quel Carlo, che, primo del nome in Ispagna, doveva poi essere Carlo V nell'Impero di Germania, così potente, anzi prepotente nella storia d'Europa.
Col suo bel Filippo era partita Giovanna da Brusselles; si era con lui imbarcata il giorno 8 di novembre dell'anno 1505, avviata alle coste di Biscaglia. Ma il vento e il mare cospiravano quella volta con Ferdinando d'Aragona, e il naviglio combattuto dagli elementi ebbe per gran sorte di poter appoggiare alle coste d'Inghilterra. Arrigo VII ebbe ospiti i giovani sovrani, e si può credere che con tutta la sua avarizia rallentasse un pochino i cordoni della sua borsa per trattarli a dovere. Ferdinando, che stava alle vedette, a mala pena ebbe fumo dell'appoggiata, mandò messaggi ad Arrigo, ed esortazioni e preghiere, perchè volesse trattenere quei due ragazzi, per suo avviso incapaci di regnare. Arrigo VII, il Salomone d'Inghilterra, non fu mai tanto Salomone come in quella circostanza difficile. Tenne a bada i suoi giovani ospiti più che potè, con le feste e le cacce, così mostrando di esaudire l'Aragonese; ma come gli parve che il giuoco durasse troppo, nè si potessero trovare altre scuse agli indugi, pensò che i due ospiti, se volevano andarsene, gli dovessero pagare lo scotto. Il suo regno era stato lungamente turbato da pretendenti di varia derivazione: li aveva sbaragliati tutti, presi tutti, salvo uno, Edmondo Pole, conte di Suffolk, riparato nelle Fiandre. Glielo poteva consegnare il suo ospite Filippo? Non gli avrebbe torto un capello: ma gli sarebbe stato caro di averlo sotto la sua vigilanza. Filippo glielo consegnò, e non fu bella cosa: nè certamente se ne vantò, sebbene il Tudor gli mantenesse la parola di non levar la vita all'ultimo dei suoi disgraziati rivali; grata cura che si prese parecchi anni dopo l'ottavo Arrigo, il Roboamo di quel Salomone. Così pagato lo scotto, uscivano dal Tamigi i sovrani di Castiglia, dopo tre mesi e più di quell'ozio forzato, a cui era stata buona scusa la stagione, cattiva oltre ogni termine, ed oltre ogni pronostico. E il Salomone dell'Inghilterra usava ai giovani ospiti la cortesia prelibata di non avvisare il re d'Aragona del non averli potuti trattenere di più. Di che si poteva lagnare il re Ferdinando? Per i fini di lui, per il tempo che gli occorreva a suscitar loro qualche ostacolo in casa, non erano stati trattenuti abbastanza? Il fare di più sarebbe stato come un venir meno agli obblighi sacri della cortesia, un tener prigionieri i suoi ospiti, un trattarli da nemici; cose tutte che le potevano fare un Procuste, un Licaone, un Litiersa, ed altri re birboni dell'antichità leggendaria; ed egli era il Salomone dell'Inghilterra, per bacco!
Non si lagnò Ferdinando. Oltre che sarebbe stato tardi, per potersi lagnare utilmente, egli era un esemplare di pazienza. Avvezzo ad ingannare, non si doleva troppo di essere ingannato, mettendo il guaio sul conto della sua poca prudenza, e promettendo a sè stesso di far meglio un'altra volta. Colla filosofica costanza del ragno a cui sia stata distrutta la sua tela, che si rimpiatta nel buco finchè non veda passato il pericolo di peggio, e poi riprende animoso a distendere le sue fila maestre, il re Ferdinando chinava il capo a quella buriana improvvisa, che dalla nuova Castiglia si rovesciava sulla vecchia. Come avessero quelle migliaia di signori avuto notizia della partenza di Giovanna e di Filippo dalla foce del Tamigi, mentre egli non n'era stato avvertito, non occorreva per allora indagare. Volevano la convocazione delle Cortes; era quello il grido, con cui si animavano a vicenda. Ebbene, facessero a lor posta. Egli, poveraccio, aveva lavorato fino allora per l'onore e per la grandezza della Spagna; vedessero loro di fare altrettanto, o almeno almeno di non guastare il già fatto. Se ne volevano andare i gentiluomini castigliani della sua Corte, per accorrere da Giovanna? Andassero pure; facevano bene, come sudditi di Castiglia; si ricordassero poi d'essere Spagnuoli.