Raggio di Dio: Romanzo

Chapter 19

Chapter 193,719 wordsPublic domain

--Che ardore!--esclamò la regina.--Ma quando si ama, si pensa così. Niente val più del nostro amore; niente val più dell'uomo che amiamo.--

Giovanna era sul punto di cadere in una delle sue estasi frequenti, donde tornava poi tanto difficile richiamarla alle cure volgari della vita.

--Ed io non abbandonerò più quell'uomo;--ripigliò la marchesa, alzando la voce, come per trattenere lo spirito vagabondo della regina.--Anzi, mi ascolti Vostra Altezza, io dovrò pregarla ben presto di darmi licenza. Alla mia regina ho portato l'omaggio di un cuore devoto; ma ella non avrà più bisogno di me; resterò a Valladolid.--

Un moto involontario d'allegrezza agitò il cuore e tinse d'una fiamma fugace le pallide guance della gelosa regina. Ma la gelosa era buona, ed amava la sua Bovadilla; perciò represse a forza quel senso importuno di gioia, che sarebbe anche parso di brutta ingratitudine.

--Mia cara!--diss'ella.--Ciò che vuoi fare a Valladolid non si accorda troppo bene con ciò che speri di ottener da Granata. Ma speriamo che Granata persista nel suo rifiuto; non ti rifiuterò io ciò che domandi per il tuo Almirante. Lascia che si compongano queste difficoltà con mio padre, e che io sia libera di dar corso ai voti del mio cuore, ed io penserò a don Cristoval Colon in modo da farti contenta. Sarà questo il mio primo atto di regno.

--Faccia la mia signora che sia soltanto il secondo;--rispose la marchesa di Moya.

--Come?--gridò la regina.--C'è altro, che ti preme di più?

--Non già che mi prema di più, ma che può farsi prima, che può farsi fin d'oggi.

--Che cosa? Sentiamo.

--Una visita al palazzo di giustizia, o, per dire più veramente, alle carceri attigue.

--Per che fare?

--Per liberare una povera donna, che molto mi sta a cuore, come sta a cuore del signor Almirante, essendo essa la moglie di un degno gentiluomo, suo concittadino e fedele servitore.

--Che cosa ha fatto questa donna? ha commesso un delitto?

--Sì, e gravissimo; è moglie ad un uomo che non voleva prestarsi ad un tradimento contro Giovanna e Filippo, legittimi sovrani di Castiglia.--

Così avendo incominciato, Beatrice di Bovadilla narrò tutta la storia del conte Fiesco e della contessa Juana. L'anima mite della regina si turbò grandemente al racconto di quella prepotenza inaudita, che, com'ella disse, gridava vendetta a Dio.

--E giustizia ai suoi ministri in terra;--conchiuse la marchesa di Moya.--Così si è messo il coltello alla gola d'un povero gentiluomo, straniero di nascita, ma vissuto parecchi anni ai servizi di Castiglia. E si aspetta da San Domingo la prova che la contessa di Lavagna non sia stata suddita Spagnuola. E si aspetta da Genova la prova che sia veramente la moglie del conte Fiesco. Se poi il conte Fiesco si decide a far firmare questo trattato dal re Cristianissimo, non c'è più mestieri di prove da Genova, non c'è più mestieri di prove da San Domingo, e la prigioniera è restituita al povero conte.--

Così dicendo, la marchesa di Moya aveva cavato un foglio dalla sua borsa di velluto, e lo metteva sotto gli occhi della regina.

Giovanna lèsse, e strinse convulsamente le labbra.

--Pazienza per me, che sono sua figlia;--diss'ella.--Ma contro i diritti di Filippo! È orribile, sai? Son pazza.... pazza io, perchè amo! Così avess'egli veramente amata mia madre, che non vedrei sul trono di Aragona la sua Germana di Foix! Ed è della sua cancelleria, lo scritto;--soggiunse, guardando ancora il foglio malaugurato.--Conosco la mano del suo segretario Fernando Alvarez di Toledo; un Castigliano che non abbiamo ancor veduto alla nostra corte! Meglio così, dopo tutto; che io non lo vedrei di buon occhio. Mi lasci questo foglio?

--È commesso alla mia fede, signora. Questo posso giurare, che non andrà, per le mani d'un Fiesco, a Parigi.

--Ripiglialo, Bovadilla. Tanto, mi scotterebbe le mani. E mi dicevi che le carceri sono attigue al palazzo di Giustizia?

--Sì, e se Vostra Altezza ama davvero la sua Bovadilla....

--E la mia Bovadilla, e la giustizia del mio regno;--rispose con nobile accento la regina.--Andiamo senza perdere un istante. Dov'è Filippo? Si cerchi del re.--

Filippo non era a palazzo. Mezz'ora prima era montato a cavallo, in compagnia del duca di Ossuna. Per dove? Non si sapeva; ma certamente non poteva andare lontano, non avendo accennato ad una lunga assenza. Era andato a passeggio; non si trattava dunque se non di una delle solite scappate mattutine, per veder la città. Il giovane re era come uno scolaretto, a cui pesino troppo le sue ore di studio, sotto gli occhi e la sferza del pedagogo.

Giovanna si addolorò di quella passeggiata, che si faceva senza di lei, e senza pure avvertirla. Ah, le belle di Valladolid! volevano farla disperare, come quelle di Brusselles, come quelle di Londra!

--Mia signora,--disse Beatrice, che non voleva altri indugi,--se il re Filippo non è a palazzo, lo troveremo fuori, facendo un giro per la città. E del resto, si fa presto a trovarlo.--

Era in anticamera il marchese di Lucena; la marchesa lo chiamò, e in presenza della regina gli disse:

--Lucena, siate oggi, con licenza[tn285] di Sua Altezza, il mio aiutante. Uscite e cercate del re don Filippo; ditegli che la regina è andata fino al palazzo di giustizia, per visitare le carceri, e lo attende colà.

--Lo desidera;--corrèsse la regina.

--Vostra Altezza sarà obbedita;--rispose il marchese di Lucena, muovendosi tosto per partire.

--E veduto il re,--aggiunse la marchesa,--cercate del conte Fiesco. Lo troverete probabilmente in casa del signor Almirante Colon. Ditegli, vi prego, di venirmi a trovare alle carceri. Il ritrovo non sarà bello,--soggiunse ella ridendo,--ma non l'ho inventato io, e bisogna prender le cose del mondo come vengono.--

Il marchese di Lucena s'inchinò, e partì come una freccia.

Mezz'ora dopo, la regina Giovanna, seguita dalla sua dama di palazzo, da due cavalieri d'onore e da un drappello d'arcieri, si presentava all'ingresso delle carceri, detto il palazzo di giustizia.

--Sua Altezza la regina di Castiglia! aprite!--intimò il capo degli arcieri.

Il cancello si aperse, e la regina entrò in un cortile di vecchio convento, diventato prigione. Il prevosto delle carceri non tardò ad apparire dall'alto di una scala, e tutto confuso da quella visita inaspettata scese a precipizio, rischiando un paio di volte di fiaccarcisi il collo.

--Agli ordini di Vostra Altezza;--balbettò egli, piegandosi in due;--agli ordini di Vostra Altezza.

--Voglio visitare le carceri;--disse la regina, con piglio severo.--Precedimi.--

Il prevosto non osava passare avanti: ma Beatrice di Bovadilla gli fece notare che dove Sua Altezza ordinava, il cerimoniale portava di obbedire. E il prevosto si piegò in due una seconda volta, precedendo la comitiva fino al piano superiore del chiostro.

--Non aspettavate di rivedermi così presto?--gli disse a mezza voce la marchesa di Moya, mentre la regina si affacciava nell'intercolonnio, a guardare di sotto e d'intorno.

--Signora.... sa Iddio se avrei voluto contentarvi l'altro giorno; ma ho comandi superiori.... sono schiavo del dovere....

--Il vostro dovere lo vedremo quest'oggi;--ribattè la marchesa.--E preparatevi a farlo bene.

--Che cosa gli dici?--domandò la regina, avvicinandosi.

--Che si disponga a liberare il mozzo Bonito, secondo gli ordini di Vostra Altezza;--rispose la marchesa di Moya.

--Tale è infatti il nostro piacere;--disse la regina.--Dov'è egli?

--È là, al numero sette, voltato quell'angolo del corridoio;--rispose il prevosto, più confuso che mai.--Ma.... voglia perdonarmi Vostra Altezza.... So bene che Vostra Altezza comanda.... Tutta Valladolid lo dice; ma io, povero vecchio soldato, schiavo del mio dovere....

--Vuoi dire che non hai libertà di obbedirmi? Colpa di chi non te lo ha fatto sapere in tempo;--replicò la regina, con più asseveranza che non fosse dato aspettare da lei.--Apri quell'uscio, e metti fuori il prigioniero, a cui faccio grazia, se forse non è meglio dire gli rendo giustizia.--

Il povero prevosto nicchiava. L'aspetto imperioso della regina egli lo vedeva, e ne tremava tutto: ma aveva anche agli occhi le immagini del re Ferdinando e del suo potente ministro Ximenes.

--Mia signora....--balbettò egli.--Se almeno avessi un ordine in iscritto!

--Non c'è altra difficoltà?--disse la marchesa di Moya.--Portate qua penna e calamaio con un foglio di carta, e l'ordine è presto fatto.

--Capisco.... sì, capisco bene. Ma gli ordini, forse, andrebbero meglio se firmati da due.... dalla regina e dal re. Il re e la regina sono inseparabili.--

La marchesa di Moya stava già per rispondergli. Ma la regina fu colpita dalle parole dello scrupoloso carceriere.

--Hai ragione, buon servo della corona di Castiglia;--diss'ella, intenerita.--Tu pensi che Filippo debba esser sempre accanto a Giovanna? Ricordami queste tue parole, quando avrai qualche cosa da chiedermi, e ti sarà concessa, te lo prometto fin d'ora.--

Ciò detto rimase estatica, pensando e guardando fissamente davanti a sè. Era uno dei momenti pericolosi, per chiunque aspettasse qualche cosa da lei. La povera estatica non era più capace di nulla.

--Possiamo almeno entrare, a visitare il prigioniero;--disse la marchesa, alzando la voce.--Apriteci, signor prevosto. E Vostra Altezza si degni di entrare,--soggiunse, premendo con devota amorevolezza il braccio della regina.--La contessa Juana del Fiesco aspetta una buona parola dal bel labbro regale.

--Bel labbro!...--mormorò la regina.--Bel labbro!... Come sei originale, Bovadilla! Andiamo dunque;--soggiunse, alzando a sua volta la voce;--e portiamo la buona parola. Bel labbro!--tornò a ripetere sommessamente.--Bel labbro! Così parlasse Filippo!--

La regina voleva visitare il prigioniero; era nel suo diritto, e adempiva anche uno dei precetti della santa madre Chiesa. Il prevosto non ebbe argomenti da opporre, e mise mano alle chiavi. La cella del numero sette fu aperta, e la regina passò.

Il mozzo Bonito era là, nel vano dell'unica finestra onde prendeva luce la cella; e stava con la fronte appoggiata alle sbarre d'una inferriata, per sentire il fresco del metallo, e per bere un soffio d'aria, della buona aria del cielo, della eterna libera, che forse ignora la sua grande fortuna. Non si era volto, all'aprirsi dell'uscio, pensando che si trattasse d'una delle solite visite de' suoi carcerieri; ma si volse al fruscío delle vesti femminili, e ad una ondata d'insolita fragranza che penetrava in quel chiuso. Vide allora le dame, riconobbe la marchesa di Moya, e si gettò nelle braccia che essa gli tendeva in quel punto.

--Ecco la regina, mozzo Bonito;--fu pronta a dire la marchesa di Moya;--la regina Giovanna, che vi fa la grazia di venirvi a vedere.--

Il mozzo Bonito guardò quella dama dal malinconico aspetto e dai grandi occhi buoni; si chinò, le prese la mano, baciandola divotamente, e ruppe in uno scoppio di pianto. Erano le prime lagrime che Fior d'oro avesse versate là dentro.

--Mozzo Bonito! mozzo Bonito!--esclamò la regina, commuovendosi.--O piuttosto, contessa del Fiesco.... Sappiamo tutto: non piangete; siamo qua noi. Dio!--soggiunse, volgendosi alla marchesa.--Come è bella! Se avesse i capelli biondi, non si direbbe?...

--La regina vi fa giustizia;--prese a dire la marchesa, cercando di rompere il corso dei pensieri regali.--Essa abomina una odiosa prepotenza, a cui il suo governo è straniero. La regina vi ama, e vi conduce a respirare un'aria più sana. Venite, contessa, e ringraziate la regina fuori da questa orribile stanza.

--Ci sa di rinchiuso;--aggiunse la regina, muovendosi.--E come è brutta la prigione!--

Uscita dalla triste stanzetta, la comitiva svoltò l'angolo del corridoio, avviandosi a quella parte dond'era venuta. Il signor prevosto delle carceri si trovò male a quella vista, e fu per cacciarsi le mani nei capelli. Come richiamar dentro il prigioniero, senza offendere la regina, che andava oltre, tenendogli per dimostrazione di benevolenza una mano sugli ómeri? La marchesa di Moya, che veniva dopo di loro a pochi passi di distanza, vide il comico agitarsi del disgraziato; ma non si diè cura delle sue smanie, e seguitò imperturbata un esodo che le pareva troppo bene avviato. Ma egli non la intendeva così; e fattosi animo, afferrò la marchesa per una manica ricadente della sua sopravveste di broccato.

--Signora marchesa.... mia buona signora marchesa....--ansimava egli con voce soffocata.--È un tradimento.... Sono un uomo rovinato....

--Che cosa vi avevo detto io, signor prevosto?--ribattè la marchesa, traendo a sè la sua manica.--Carta, penna e calamaio, e vi si fa l'ordine di scarcerazione.

--Ma senza la firma del re?

--Ecco, voi non siete ragionevole nei vostri desiderii. La regina vi ha detto: ripetimi le tue belle parole, quando avrai qualche cosa da chiedermi, e sarai contentato. Avete voi chiesto allora che il re autenticasse la parola di lei? E non andrete un giorno o l'altro a chiedere un posto migliore, anche senza avere la firma del re?

--Ma ancora non è detto che io l'ottenga!--rispose il prevosto.

--E il modo vostro è cattivo, se mai, per ottenere qualche cosa;--ribattè la marchesa.--Credete voi che fugga Giovanna stasera, e sia qui domani da capo il re d'Aragona? Ah, per buona sorte, e per rimettervi il fiato in corpo,--soggiunse ella, ridendo,--eccolo qua un re, signor prevosto, e migliore di quello che volevate servire. Animo! carta, penna e calamaio, se non volete che il re e la regina vadano via, senza lasciarvi due righe di biglietto.--

Il marchese di Lucena aveva fatte le cose per bene. Filippo, accompagnato dal buon duca d'Ossuna, era giunto allora nel chiostro, e stava a colloquio colla regina. Egli ebbe notizia di ciò che Giovanna aveva fatto, e stava rivolgendo qualche frase benevola al prigioniero liberato, quando la marchesa di Moya si avanzò per dargli spiegazioni più minute.

--Bene! egregiamente!--disse Filippo, a cui poco bastava, e che lì per lì si sarebbe anche contentato di niente.--Facciamo dunque un po' di giustizia? Mi par d'andare a nozze una seconda volta. Ma sì!--aggiunse lesto, vedendo oscurarsi la fronte di Giovanna.--Con la giustizia, oggi, come già ci andai con la grazia.--

Il prevosto aveva fatto portare uno scrittoio, con la carta, il calamaio e la penna. Gli fu steso l'ordine di scarcerazione, e Filippo si avvicinò allo scrittoio per apporre la firma: _Yo el Rey_.

--È la prima che faccio, in Valladolid; ed ora, mia cara Giovanna, a voi.--

Giovanna sussultò a quel dolcissimo aggiunto; e tutto il suo essere palpitava, radiava incontro a quell'uomo biondo e bello come un giovane iddio. Guardando a mala pena la carta, e subito levando gli occhi verso Filippo, scrisse accanto alla firma di lui: _Yo la Reyna_.

--Basta così, per voi?--chiese la marchesa di Moya al prevosto.

--Sì, signora marchesa;--rispose egli, chinando il capo più in giù delle spalle.

--Ma ancora non basta a me;--ripigliò la signora.--Questo scrittoio può servire a qualche altro po' di giustizia, se Sua Altezza permette. Ossuna, volete voi scrivere un salvacondotto per don Bartolomeo Fiesco, conte di Lavagna, per la contessa sua moglie, e per ogni altra persona che fosse con lui in terra di Castiglia e Leon, che nessuno li possa mai molestare nè imprigionare?

--Il re e la regina permettono;--disse il buon duca di Ossuna, vedendo sorridere i sovrani e far segno di assenso.--Dettate voi, marchesa, che sapete i nomi e i titoli, e il bisogno del conte.--

La marchesa dettò; Filippo e Giovanna firmarono ancora, l'uno di costa all'altro, e il duca d'Ossuna v'aggiunse il suo nome, entrando così in carica di segretario.

--Due buone azioni, e fatte insieme;--disse la regina.--Sono contenta, Filippo.--

Ma Filippo s'era messo e dire troppe garbatezze al mozzo Bonito, e già pareva non avesse più occhi se non per lui. Onde la regina strinse il braccio di Bovadilla, su cui s'era appoggiata per scender la scala; e stringendo il braccio, le disse all'orecchio:

--Odio il mozzo Bonito. È troppo bello; portalo via.

--Lo manderò, piuttosto; perchè vedo là in fondo allo scalone il conte di Lavagna, che sarà più felice di accompagnarlo. Se pure,--aggiunse la marchesa,--Vostra Altezza non vuol liberarsi di me.

--No, no, rimani; son pazza;--mormorò Giovanna, stringendosi a lei.--Son pazza! son pazza!--seguitava sommessamente.--Lo ha detto anche mio padre.

--Pazza d'amore;--le sussurrò Beatrice di Bovadilla all'orecchio.--Ed è bello, in una donna, esser pazza così.

--Anche tu, non è vero, Bovadilla? Accompagnami a palazzo; non son gelosa di te. Ma oggi, piuttosto, per avere il tuo premio, o per darlo altrui con la tua dolce presenza, andrai dagli amici tuoi che t'aspetteranno, e dirai a don Cristoval che Giovanna di Castiglia farà giustizia anche a lui. Come è bello far giustizia! Piace anche a Filippo; ed è più bello ancora scrivere il proprio nome accanto al suo. Inseparabili! inseparabili nella vita! Ma bisognerebbe anche esser tali nella morte; non credi?--

CAPITOLO XVII.

Sposi novelli.

Dicono che l'uomo non intenda pienamente il suo bene, se non quando gli sia accaduto di perderlo, e che non sia maggior dolore del ricordarsene senza speranza, nè maggiore felicità del ricuperarlo dopo tanto sconforto. Ma il capitano Fiesco, per intendere il suo, non aveva mestieri di vederselo rapire a quel modo. Il doloroso esperimento, se mai, lo aveva già fatto una volta a San Domingo; e in verità non c'era bisogno d'insegnargli più nulla con un nuovo pericolo. E il pericolo era stato assai grave, ad onta delle speranze che gli faceva balenare davanti agli occhi il ministro Ximenes. Come sperare che Gian Aloise si mettesse per il suo disgraziato parente in una lunga peregrinazione e in uno spinoso negozio, se quel suo parente gli aveva poco prima ricusato di muoversi per lui a più breve viaggio e a più facile impresa? E se pure Gian Aloise si fosse lasciato persuadere per amor di Juana, da lui tenuta al fonte battesimale, da lui accompagnata all'ara nuziale, era da credere che sarebbe egualmente venuto a capo di una trattazione, che doveva essere tanto più malagevole, quanto più pareva premere al re Ferdinando? Se i negoziati fallivano a Parigi, addio speranze di Valladolid. E il capitano Fiesco si sarebbe ucciso, non potendo sopravvivere a Fior d'oro, irremissibilmente perduta. Triste chiusa al poema! Ed era questo il suo pensiero dominante, l'unico che lo tenesse in vita.

Un raggio di speranza lo aveva portato con sè la marchesa di Moya. Si era sentito rinascere all'annunzio che i nuovi sovrani di Castiglia sarebbero giunti a Laredo, togliendo al perfido Aragonese l'amministrazione del regno. Ma anche un animoso tentativo della generosa Beatrice di Bovadilla era andato a vuoto. Il prevosto delle carceri, pregato, minacciato da lei, aveva resistito a preghiere, a minacce; e donna Beatrice era partita per Burgos, promettendo molto al povero conte, animandolo a sperare da capo, ma neanche lei ben certa di promettere utilmente, di dargli speranze efficaci. E i giorni passavano, ed erano giorni d'angoscia terribile. Ferdinando era andato a Burgos, incontro ai nuovi sovrani. Accorto com'era, non avrebbe acquistato sovr'essi un ascendente che già gli poteva assicurare la sua condizione di padre? Ma no; i giovani sovrani avevano lasciato Burgos, per scendere a Valladolid. Quel padre astuto non aveva vinto ancora. Per contro, venuta a Valladolid con la regina Giovanna, la marchesa di Moya non si era lasciata vedere in casa dell'Almirante. Che voleva dir ciò? Una cosa sola: che la dama di palazzo non aveva potuto, nei primi momenti dell'arrivo in Valladolid, allontanarsi dal fianco della regina; che se avesse potuto farlo, non lo avrebbe neanche voluto, amando meglio restar là, a vigilare, a spiar le occasioni, a cogliere il buon momento per tentare un gran colpo. La marchesa di Moya non era donna da dimenticare gli amici, nè da lasciarli in angustie.

Che gioia, quando il marchese di Lucena, comparso improvvisamente nella casa di Gil García, ebbe detto al Fiesco: "signor conte, andate subito alle carceri del palazzo di giustizia; la marchesa di Moya vi aspetta colà!" E che bella giornata era quella! com'era sereno il cielo! com'erano liete le strade, per cui egli passava, non andando, non correndo, volando!

C'era folla, sulla piazzetta delle carceri, e gli arcieri stentavano a contenerla. Gli si fece largo, nondimeno: era un gentiluomo, doveva appartenere al séguito dei sovrani di Castiglia, che erano andati là dentro, per compiere un atto di grazia, di giustizia, di clemenza regale. Sì, c'era un po' di tutto questo, nell'atto, e non bisognava perdere il tempo ad almanaccarci su. Il capitano Fiesco sentiva le benedizioni, e il cuore gli si allargava in petto, mentre la persona si faceva sottile ed elastica, per scivolare in mezzo alla calca.

Entrò nel portico del chiostro, mentre la comitiva regale scendeva lo scalone. Si trasse indietro per darle il passo, e il cuore gli balzò in petto più forte, poichè vide in quella comitiva il mozzo Bonito. Anche il mozzo Bonito avea visto lui, e rizzando la sua bella testina in mezzo a quel barbaglio d'oro e di seta che scendeva con lui dagli ultimi scalini, si era recato la mano alle labbra; col sommo delle dita gli gittava il suo bacio, con un lampo degli occhi gl'illuminava quel bacio.

Dalla marchesa di Moya fu presentato alla regina; fece un profondo inchino, balbettò poche frasi rotte dalla confusione del momento; ma in quella confusione gli venne bene di poter salutare in lei "l'angelo di Castiglia." Angelo per la bontà, si capisce; ma gli angeli sono anche belli. E il complimento, fiorito così naturalmente sulle labbra del cavaliere, doveva tornar sommamente gradito al cuore della regina.

--Signor conte di Lavagna,--diss'ella amabilmente,--noi vi rendiamo un tesoro. Andate, e custoditelo, per vostra fortuna e sua. Se mai vi accada di abbisognare del nostro appoggio, contate su noi, che saremo sempre felici di rivedervi.--

Ciò detto, e baciato sulle guance il bel mozzo Bonito, congedò graziosamente gli sposi, che rimasero lì, contro il muro, per lasciarla passare. Ma ella volle che passasse prima Filippo; indi, tra gli applausi e le acclamazioni della folla, entrò nella sua lettiga, che tosto si mosse, per ricondurla al palazzo reale.

La marchesa di Moya aveva trovato il tempo di consegnare un foglio al conte Fiesco.

--Eccovi un salvacondotto, che abbiamo potuto aggiungere ad un biglietto di scarcerazione;--diss'ella.--Dov'è il più, non conta il meno: pure, sarà sempre bene tenerlo. Andate; ci rivedremo dall'Almirante, stasera.--

La folla si assiepava intorno ai sovrani, non badava più ad altro, e lasciava libero il passo rasente al muro dell'edifizio. Il capitano Fiesco, preso il mozzo Bonito sotto il patrocinio d'un braccio amoroso, scivolò destramente da quel vano in una viuzza laterale.