Racconti storici - Nuovo volume
Part 7
— Fuori la spada, vigliacco impudente!
— Oibò! (proferì Sagramoro interponendosi) in casa degli Sforza un duello e nel tempo d’una festa da ballo? volete farvi chiudere in rocchetta? Pazzie! Aspettate domani: vi sono tanti bei luoghi adattati.
— Ebbene domani — esclamò Lindo.
— Sì, domani — rispose Camarasso.
— Ma dove, ed a qual ora? qui bisogna intendersi (continuò Sagramoro). Le buone regole vorrebbero che fosse di mattino; ma a causa della festa di questa notte si può differire al dopo pranzo, così verso le ventidue ore: quanto al luogo il migliore parmi la rotonda del bosco presso il convento di sant’Ambrogio _ad Nemus_[25]. Che ne dite?
— Ottimamente. Riguardo poi alle armi (aggiunse Camarasso) io sono lo sfidato, voglio la scelta: spada e pugnale.
— Sia come brami: ci rivedremo domani a ventidue ore nella Rotonda del bosco.
— Ci rivedremo. —
Sagramoro e Camarasso rientrarono nella sala sghignazzando tra essi. Il maggior numero degli astanti ben erasi avveduto che aveva avuto luogo una sfida; ma ciò essendo un avvenimento consueto non produsse punto maraviglia, nè venne per il capo ad alcuno di porre ostacolo all’esecuzione, sebbene varii già deplorassero la sorte di Lindo. Ritornato esso pure indi a poco nella sala, s’accorse che Gabriella era sparita, e persuaso che fosse cagione dell’offesa fattagli dallo Spagnuolo si consolò d’averlo tratto a cimento e anelava l’istante di misurarsi con lui.
Lasciò trascorrere qualche poco di tempo ancora, quindi si ritrasse passo passo dalla festa, e uscito dal palazzo Sforza s’avviò alla propria casa. Qual doloroso contrasto far dovevano nell’animo suo lo splendore delle sale festose, la gioja passata, i palpiti d’amore, colla fredda oscurità della strada, colla solitudine, il notturno silenzio, e l’aspetto d’un avvenire sì vicino ch’essergli poteva fatale!
Il giorno seguente presso le ventidue ore[26], Lindo camminava lungo i terrapieni esterni del castello avviandosi a passi affrettati verso il bosco di sant’Ambrogio _ad Nemus_. Altri non aveva seco che un fido servo, a cui nell’uscire di casa aveva ingiunto d’accompagnarlo senza palesargli però l’oggetto di quell’andata. Lasciate a destra le case del borgo, quando toccarono il sentiero che attraversava l’ultime ortaglie confinanti colla selva del monastero, Lindo allentò il passo, e rivolto al servo:
— Senti, Ippolito, (disse) tu mi rendi un servigio che può forse essere l’ultimo; ma se tale non fosse, io te ne sarò grato per tutto il tempo della vita.
— Come l’ultimo, signor mio bello? che brutti pensieri gli passano per la testa?
— Ora è pur d’uopo ch’io te lo dica. Mio buon Ippolito, noi andiamo sul terreno d’una sfida.
— Una sfida? senza cartello?... e con chi?
— Con un tracotante spagnuolo; il figlio del marchese dell’Hynojosa.
— Oh povero di me! ma come è nata tal faccenda? —
— Questa notte alla festa da ballo in casa Sforza egli mi ha oltraggiato nel modo più iniquo e più vile; io lo sfidai, poichè non v’ha che il sangue che possa lavare la macchia dell’ingiuria sofferta.
— Ah ch’io quest’oggi m’era avveduto di qualche cosa! quel non voler mangiare a pranzo, quel far dare con tanta premura la cote allo stiletto! si trattava d’un duello! Benedetto signor padroncino, perchè non ispiegarsi prima con me? sa pure ch’io ho pratica in certi affari e avrei trovato qualche rimedio. V’ha tanta brava gente in Milano, che si possono far levare i grilli di capo a chicchessia senz’ombra di pericolo o d’incomodo.
— Che mi proponi tu?... un assassinio?
— Oh! non si tratta mica di fare svaligiare lo spagnuolo: non era che per insegnargli la creanza; e di simili lezioni se ne danno quasi ogni giorno in Milano.
— Io non mi servirò mai della mano altrui per vendicare le mie offese.
— E se rimanesse ammazzato! sgraziato me, che sventura! oh mio caro signor Lindo! torniamo indietro, avvenga poi quel che sa avvenire.
— Ora non v’ha più luogo a retrocedere; confido ne’ miei santi protettori, e penso alfine che la ragione è dalla mia parte, essendo esso stato il primo provocante e l’insultatore.
— Ma se accadesse una disgrazia, come s’ha da fare a contarlo a suo padre? povero signor conte!
— Egli mi ripetè sovente che alla mia età aveva già sostenuti varii duelli per assai minore cagione che non sia questa. Allorchè entriamo insieme nella galleria, indicandomi i ritratti degli avi, mi suol dire: «Lindo, tutti i personaggi che vedi mantennero illesa la gloria della casa; io cercai di fare altrettanto: guai a te, se lasciasti segnare d’infamia il nome della famiglia! pensa che la vita è nulla, e che non si deve dubitare un istante di sacrificarla all’onore». Ora obbedisco a’ suoi detti; quindi, se la sorte mi fosse avversa, tu lo consolerai, dicendogli che a suo figlio non rimaneva altra via che questa per salvare l’onore.
— Ah! che san Giorgio lo possa ajutare!
— Sì, lo spero: sento un’interna fiducia che mi rincuora. Però ascolta: se cadessi gravemente ferito, lascia partire l’avversario, indi chiama soccorso e fammi trasportare al convento. Se poi rimanessi morto di colpo, siccome ho fede d’essere in grazia di Dio, segnami della croce colla tua mano, indi aprimi il farsetto, levami dal collo la catenella d’oro colla santa immagine che vi è unita, avvolgila nel mio fazzoletto bianco e portala....
— Perchè diventa così smorto?....... ohimè gli vien male?
— Portala nella casa che ha la seconda porta a destra prima d’arrivare all’ospizio de’ Pellegrini Bianchi; nella casa Guaraldi: quivi chiederai.... della signora....
— Di qual signora?
— Di Gabriella: ed a lei consegnandola le dirai (ricordati) le dirai, che per vendicare un insulto ch’ella meco divise ho sagrificato volentieri la vita; vita cara e felice, poichè era beata dal prezioso amor suo! ma che un codardo sarebbe stato indegno di lei; le dirai che s’io ho perdonato al mio uccisore, ella nol deve.... che si ricordi sempre di me e faccia tutto quel bene che può all’anima mia.
— Oh che caso!.... venire a queste estremità, e pensare che si viveva così quieti! maledetta la festa da ballo!
— Glielo dirai?
— Lo dirò, ma....
— Taci. —
Eransi già innoltrati fra le piante, ed appressandosi allo spazio vacuo d’alberi detto la _Rotonda del bosco_, il giovine Manfredi v’aveva scorto il suo avversario, lo Spagnuolo, ch’era quivi con Sagramoro al fianco, e volgeva lo sguardo dal lato da dove esso veniva. Uscito al largo Lindo fece del capo un saluto; e Camarasso, dopo averlo squadrato coll’occhio dalla testa ai piedi, bisbigliò alcune parole all’orecchio dell’amico, indi con ironica voce inchinandolo disse:
— La Signoria Vostra si è fatta attendere alquanto. È forse la danza di jeri, la _biscia amorosa_, che lo ha costretto a stare tanto tempo in riposo? od ha voluto da prima andare a prendere congedo dalla sua ballerina? Quanto pagherei ch’ella pure fosse qui presente, per vedere che specie di pirlotti sogliono fare quelli che hanno l’impertinenza di sfidare un Camarasso, un marchese dell’Hynojosa! —
Lindo strinse le labbra con moto sdegnoso, e senza dargli alcuna risposta, si tolse il manto e il cappello, che pose nelle mani d’Ippolito, in un col pendone ed il fodero della lunga spada, della quale armò la destra; e cavato colla sinistra il pugnale andò a collocarsi a quattro passi circa di fronte allo Spagnuolo. Questi si liberò pure della cappa e del berretto, e munito d’armi eguali si preparò al cimento. Sagramoro e il servo di Lindo si ritrassero a moderata distanza, ciascuno verso la destra di quello a cui serviva di patrino.
I due combattenti, alzate le spade e tenendo l’impugnatura dello stilo prossima al petto, stettero da principio varii istanti misurandosi dello sguardo, indi abbassate con pari velocità le punte spinsero i loro ferri ad incrociarsi. Battuti questi e ribattuti più volte, senza che nè l’uno nè l’altro potesse entrare a ferire, sebbene accompagnassero i colpi con diversi e studiati moti del corpo, si scostarono entrambi simultaneamente sospendendo per poco la lotta. Camarasso uniti i piedi, ritirate le braccia, si curvò tutto in sè raccolto, come tigre che si rannicchia per islanciarsi d’un salto sulla preda. Lindo posato saldamente, colla spada spianata dinanzi, il pugnale sollevato in alto, attendevalo intrepido. Ricominciò il combattimento. Lo Spagnuolo scagliandosi ad assalirlo appoggiò l’acciajo contro il suo e glielo slisciò con forza verso il petto; la botta era decisiva se Manfredi interponendo con somma lestezza la lama del pugnale non ne avesse fatta sviare la punta, ricevendo nel momento medesimo sulla tazza della propria spada il colpo di stilo che diretto alla testa gli vibrò l’avversario. Questi balzò tosto all’indietro e si percossero e ripercossero quindi le lame con maggior veemenza.
Tutto d’un tratto al povero Ippolito corse un ghiaccio per le ossa e quasi mancarono sotto le ginocchia vedendo il suo padrone stretto seno a seno collo Spagnuolo, il quale, abbassato lo stilo, lo rialzò grondante di sangue, accompagnando quell’atto d’un feroce sorriso.
La ferita era stata fatta alla sommità del braccio destro che si rigò tosto in rosso; ma Lindo non parve sentirla, tanto rimase imperturbato: si svincolò d’un colpo e puntate entrambe le mani armate contro le mani del nemico, ajutandosi di tutta la forza della persona lo respinse da sè, ed egli stesso indietreggiò varii passi. Allora stese subito le armi, e piegata la testa in avanti si gettò di nuovo impetuoso contro l’avversario. Questi andava parando con tutta maestria i suoi colpi, ma la punta della spada di Lindo entrava, rientrava lungo la sua colla rapidità d’una viperea lingua e gli balenava incessantemente agli occhi.
— Ah ti sei infuriato? (esclamò Camarasso sempre difendendosi). Ora imparerai che contro di me ci vuol altro che un leccardo milanese tuo pari: sono gli ultimi tuoi sforzi.
— Se n’accorgerà chi cadrà il primo.
— Ebbene, prendi questa e va all’inferno.
— Sono in piedi ancora... tu ci andrai... Tò questa... ah!... e quest’altra. —
La sua lama si fisse e rifisse nel petto allo Spagnuolo, che torcendo gli occhi, allentate le braccia, cadde rovescio all’indietro con tutto il corpo.
Sagramoro appena vide cadere Camarasso gli si avvicinò, lo guatò bene, poi calato il cappello sugli occhi s’affrettò ad allontanarsi di là. Ippolito respirando alfine liberamente, corse d’appresso al proprio padrone, sollecitandolo ad uscire con prestezza da quel bosco ove potevano essere sorpresi. Il giovane Manfredi grondante di sudore, traendo a stento la lena, stava appoggiato alla spada immobile, stordito, nel posto stesso ove aveva scambiato l’ultimo colpo. Lo trasse da quel momentaneo letargo un calpestío che s’udì di cavalli approssimantisi di corsa alla selva. Prima sua cura, anzi che prendere pensiero di sè stesso, fu d’ingiungere ad Ippolito volasse al vicino monastero a chiedere soccorso per il caduto, onde salvarne la vita s’eravi tempo ancora, o per farne almeno raccogliere la salma.
Appena Ippolito, benchè a contr’animo, si fu diretto verso il convento, apparve ansante fuori degli alberi nella rotonda un giovinetto che a passi precipitati accostatosi a Lindo:
— Oh mio contento! (esclamò) non è troppo tardi!... Che veggo?... dunque il cielo fu giusto, le mie speranze son coronate, foste voi che vinceste? — e nel volto a quel giovine, bello come una bellissima fanciulla, brillava un lampo inesprimibile di gioja.
Lindo lo rimirava stupito, e quasi non prestasse fede ai propri occhi: — Voi?... (profferì con trasporto), siete voi veramente?
— Sì, son io: nulla valse a trattenermi. Ben prevedendo jeri a che sareste venuti, feci spiare i vostri passi, seppi l’ora, il luogo e qui venni, o Lindo, per dividere la vostra sorte.
— Oh mia divina Gabriella! quanto amore!... darei per voi mille volte la vita. Sì: noi siamo vendicati, ma ohimè! chi sa quale può essere il mio destino!
— Stanno là fuori tre palafreni: balzate a cavallo e salvatevi prontamente, io vi seguirò col mio servo.
— Ma Brunato vostro fratello!...
— Egli è avvertito di tutto, e ci raggiungerà nel luogo che sceglieremo ad asilo. —
In questo frattempo ritornò Ippolito, a cui tenevano dietro frettolosi due laici del monastero. Lindo pria che giungessero, annunziò al servo in rapide parole la propria partenza, e gli impose che narrando l’evento a suo padre lo accertasse che gli avrebbe prestamente data notizia di sè.
Raggiunti quindi i cavalli che stavano al limitare del bosco, vi salirono e li misero con rapidità sulla via. Inoltravasi la notte, pur essi continuarono al chiarore delle stelle il loro cammino, sin che pervennero tra le valli dell’Olona. Quivi discesero in un rustico casolare; ove l’affettuosa non meno che intrepida Guaraldi, volle di propria mano medicare la ferita al braccio di Lindo. Nel dì seguente ripresero il viaggio; dai colli pervennero ai monti, e oltrepassate le rupi di Gana, valicarono la Tresa. Là nella terra elvetica presero queta e stabile dimora. V’andò Brunato; ed allorchè, indi a pochi mesi, furono dal vecchio conte Manfredi composti i dissidii colla famiglia dell’ucciso, ritornò Lindo con sicurtà a Milano e presentò al padre Gabriella perchè l’abbracciasse qual figlia, poichè egli avevale già dato il diletto nome di sposa.
FINE.
CAMPO DI BATTAGLIA
SUL DUOMO DI MILANO
Furono tapelati come cani. BURIGOZZO.
Sul Duomo di Milano a guardia del campanile, ch’era una gran torre di legno eretta sulla vasta sommità di quella cattedrale, veniva sempre collocato un grosso drappello di soldati, parte spagnuoli, parte alemanni, e vi aveva per ciò fare la sua buona ragione come vedremo in appresso.
La sera del dì 17 giugno 1526, durando il caldo che nella giornata era stato eccessivo, uno de’ moschettieri spagnuoli della guardia del campanile, prima che scendesse affatto oscura la notte, se ne andò passo passo su per le guide lungo i tetti del tempio, all’angolo che guarda tra mezzodì e levante per quivi sdrajarsi e dormire. Ciò fece primieramente onde meglio godere di una brezza frescolina che quivi spirava più viva che in ogni altro punto, ed in secondo luogo per istarsene lontano quanto fosse possibile dai soldati lanzinecchi, stesi a gruppi qua e là al piede della torre, il cui russare e le esalazioni fetenti, riuscivano insoffribili per sino ad uno spagnuolo.
Era da poche ore trascorsa la mezzanotte, e il buon moschettiere, ancorchè il letto fosse assai duro, dormiva saporitamente, forse sognando di custodire al pascolo i suoi _maragalos_ su qualche verde cima delle Asturie, quando venne a destarlo un bisbiglio di voci, che saliva dal basso. Egli erasi posto all’estremità del piovente ove v’aveva un piccolo piano formato da tavole e difeso verso la caduta da un parapetto di travicelli; si sollevò, allungò il capo per entro la sbarra, e guardò in giù. Parvegli gettar l’occhio in un pozzo, tanto era nero il vacuo che si sprofondava tra il Duomo, l’Arcivescovato e il Palazzo ducale; da quell’oscuro fondo sorgevano voci che annunziavano varie persone unite e parlanti tra esse con foga e concitazione. Ad un tratto vide lume di fiaccole portate da due uomini che venivano correndo dalla contrada delle Ore, seguiti da altri, che avevano nelle mani arnesi luccicanti, i quali al moschettiere parve fossero armi da punta. Si arrestarono questi un momento a scambiare alcune domande con quelli che erano fermi da prima, indi tutti insieme si diressero a passi veloci verso la piazza ora detta della Fontana, di là alla casa del Capitano di Giustizia, dietro la quale scomparvero, sebbene per alcun tempo la traccia del riflesso rossastro delle fiaccole indicasse per quali strade tenessero cammino.
— Che vorrà dir questo?.. Qui sta sicuramente per iscoppiar fuori qualche maledetto diavolo (esclamò il moschettiere ritraendo la testa dalla sbarra e rizzandosi in piedi). Che questi ghibellini scomunicati di milanesi stiano preparandone un’altra contro di noi? Oh per la Madonna del Pilar la sarebbe dolorosa! corriamo ad avvertirne il capitano! —
Alzato che si fu guardò verso l’orizzonte diritto innanzi a se, e vide sorgere nel cielo in fondo un lieve bianchiccio, un primo indizio d’aurora; si mosse tosto, e ricalcando le guide venne nel camerone d’armi praticato nel campanile a raccontare al suo capitano, comandante del posto, quanto gli era occorso vedere.
È d’uopo qui dire due parole sulla stranissima condizione politica in cui si trovava ridotta di que’ giorni Milano. Per istrappare questo bel ducato dalle unghie de’ francesi, i quali mettendo in campo una serie di pretensioni che chiamavano diritti ereditarj, erano venuti bravamente ad occuparlo, il duca Francesco II Sforza legittimo signore, non essendo stato in grado di opporre resistenza valevole, invocò l’appoggio dell’imperatore di Germania Carlo V, il quale, come ognuno sa, era eziandio re di Spagna. Questo monarca vantando alto dominio sulle nostre terre, vi mandò bande teutoniche e spagnuole quante bastavano per dare lo sfratto alla gallica gente. Infatti l’anno antecedente quello sventato di re Francesco I erasi lasciato prendere sotto Pavia, e buon per lui, che gli bastò un motto cavalleresco per ripararne l’onta in faccia alla nazione.
Dopo la presa del loro re i francesi se ne erano iti, ma gli imperiali ancorchè non vi fosse più bisogno di loro si mostravano poco disposti a sbarazzare il loco. Questa lunga fermata nello stato suo di tanta gente forastiera che bisognava mantenere e pagare, al Duca Francesco Sforza, è cosa naturale, non aggradiva di troppo; onde sarà o non sarà, fatto è che venne detto aver egli congiurato contro la potenza dell’Imperatore e fu gridato fellone, e posto al bando. Anton de Leyva che qui comandava per Carlo V tentò quindi tosto di impossessarsi di lui; ma il Duca si chiuse a tempo nel castello, che era eziandio suo palazzo, e vi si andava difendendo a tutto potere.
Intanto ciascuno può immaginarsi come camminassero le faccende nel ducato, e specialmente in questa città. Un governo come Dio voleva, poichè il sovrano del paese era assediato in casa; soldati per tutto, e quali ospiti si fossero nelle famiglie massimamente ove vi erano donne giovani e fanciulle è agevole figurarselo. Di quando in quando botte, scaramucce, ammazzamenti, perchè il castello era fuora, come allora dicevasi, cioè i ducali facevano delle sortite contro gli assedianti. Il popolo milanese sopportò per alcun tempo con pazienza questo stato di cose, ma poi le angherie, le estorsioni, le prepotenze moltiplicandosi all’infinito ed essendovi anche chi soffiava di soppiatto nel fuoco, diè fuori ad un tratto facendosi sentire, come si fa sentire il popolo, cioè insorgendo ed accoppando quanti lanzinecchi e spagnuoli gli vennero fra mano. Durò la sommossa due giorni, e l’acquetarono alcuni de’ più ragguardevoli personaggi, che si interposero ottenendo che le truppe imperiali non pretendessero più contribuzioni di sorta dagli abitanti, e s’acquartierassero fuori della città, conservando solo il diritto di mettere guardie all’interno ne’ luoghi che stimassero più opportuni per la comune sicurezza. Ed uno di questi luoghi era appunto il campanile del Duomo, poichè oltre offrire comodità per l’altezza di vigilare il castello e tutta la città, comunicando col mezzo di segnali gli avvisi al campo stanziato esternamente alle mura, mettendo colà una guardia si veniva ad impedire che i malintenzionati potessero avere accesso alle campane, e le suonassero a stormo per muovere la plebe. Siccome quel tremendo baruffo popolare avvenuto nel mese di aprile dello stesso anno, da noi sul principio rammentato aveva fatto una brutta paura alla soldatesca, che vi lasciò del pelo assai, così questa viveva non scevra di tema, che un dì, o l’altro s’avesse a rinnovellare. Fra i soldati, sicuramente i peggio situati nel caso di movimento sedizioso, quelli erano che stavano di guardia al campanile del Duomo, non già che temessero che si potesse aver ardire d’andare ad assalirli là su, ma perchè quivi non v’avevano mezzi di ritirata se non colle ali, e potevano rimanere privi di tutte le provvigioni da bocca se i nemici li stringevano anche con una bloccatura.
Il capitano di guardia sul Duomo, che era napoletano, bravaccio e gridatore quanti altri mai di suo paese, all’udire il rapporto del moschettiere si rizzò sul suo giaciglio, arruffò i mustacchi e cominciò col mandar fuori un — _Eh!_ — così strillante e lungo che ne oscillarono per più minuti le campane, che gli pendevano al di sopra della testa, indi vomitò bestemmie e minacce contro i milanesi da farne un dizionario. Nè s’aveva poi torto, giacchè nell’ultima sommossa volendola fare da gradasso contro il popolo tumultuante, colto alla porta del Broletto da una mano di quei facchini delle granaglie, gli tastarono coi randelli le costole e buon per lui che le teneva coperte da un eccellente giaco di maglia; però ne serbava memoria poichè le sue ossa avevano acquistate tali proprietà igrometriche da avvertirlo di ogni mutamento di tempo.
Appena la gran massa del Duomo cominciò a biancheggiare alla prima luce del giorno sopra il rimanente della città, il capitano rivestite le armi chiamò tutti i soldati intorno a sè, e fatto un breve cenno dell’imminente pericolo, ordinò loro di caricare gli archibugi. Nè andò guari che i concepiti sospetti s’appalesarono veri. Una vedetta mandata a spiare sull’alto della torre comunicò che vedevasi in varie delle lontane contrade della città popolo ad accorrere e masse di gente che s’univano e si scioglievano. S’udirono indi a poco alcuni colpi di fuoco ma lontani e dispersi. Sembrava eziandio che il tumulto si andasse avvicinando alla piazza del Duomo; i soldati allora e il capitano stesso non seppero resistere alla brama di accertarsi coi propri occhi dello stato delle cose. Abbandonato quindi il campanile ne andarono su per le guide dei tetti a tutti i punti opposti della sommità della cattedrale a guardare in giù che mai avvenisse.
Scorse però più di un’ora senza che gli indizj della popolare sollevazione aumentassero; anzi ai soldati che di là su stavano spiando erasi quasi acquetata in cuore la paura, vedendo come di consueto aprirsi tutte le botteghe sulla piazza e nelle prossime vie coll’usata affluenza di persone. Ben è vero che attentamente osservando, rilevare si doveva esservi nella città qualche cosa di straordinario, perchè il movimento nei passeggieri si manifestava assai maggiore del solito, e s’abboccavano e si fermavano in crocchii numerosi. Il rumore si fa a poco a poco più intenso; si odono grida da varie parti, circola rapidamente una novella, e ad un tratto tutta la folla si getta verso il fondo della piazza, stipandosi ad osservare dalla parte della contrada dei Mercanti d’Oro: e poi indietro quella gran massa di curiosi a tutte gambe, e si vede sbucare sulla piazza una grossa brigata di popolani fornita d’ogni sorta d’armi, ed a capo di essa un uomo di forme erculee, vestito d’una semplice casacca il quale teneva brandita nella destra una spranga di ferro. Era Bartolozzone con que’ di porta Ticinese. In Pescheria Vecchia apparve una frotta non meno numerosa, ed erano que’ di porta Nuova guidati da Macassora. Contemporaneamente e dai Rastrelli e dai Cappellari e da san Raffaello e da santa Radegonda s’avanzarono molti altri drappelli. I più si condussero alla volta del Palazzo ducale, la cui guardia militare ritiratasi al di dentro sbarrò la porta, e dalle feritoje che v’erano praticate ai fianchi, facendo fuoco continuo, cercava tenere lontani gli assalitori di cui non pochi vedevansi cadere a terra.