Racconti storici - Nuovo volume

Part 8

Chapter 83,686 wordsPublic domain

Bartolozzone e Macassora entrarono co’ loro seguaci nel Duomo. Lo strepito che quella turba vi faceva per entro era infernale. Il capitano napoletano credette gli crollasse la volta del tempio sotto i piedi, e non si saprebbe dire se lo scompiglio, il chiasso, o qualche altra causa poco eroica gli facessero perdere la testa in quel momento. In luogo di far chiudere lo sbocco delle scale che mettono dall’interno della chiesa alla parte superiore o collocarvi buon numero di soldati per difenderne l’accesso, lo che per l’angustia del sito stato sarebbe felicissimo, egli lasciò sforniti di difesa que’ luoghi. Mise tutti i lanzinecchi armati di spade e d’alabarde avanti la torre del campanile, in cui si chiuse coi moschettieri spagnuoli, da due dei quali, che mandò sulla cima, faceva ripetere incessantemente i segnali per chiedere soccorso all’esercito ch’era fuori delle mura della città. Ma quello per suo maggiore sbalordimento non sembrava pure accorgersi del tremendo pericolo in cui si ritrovava. Eccoli finalmente i ribelli anche sul Duomo; uno, due, dieci si slanciano su delle scale e si spargono pei tetti, indi riunitisi alla voce dei loro capi, vanno a circondare il campanile. Il fiero Bartolozzone s’apprestava a venire tosto alle mani, ma da Macassora d’animo più mite, fu fatto sospendere l’assalto, poichè a risparmio di sangue offrire voleva capitolazione. Si fece egli innanzi alla fila gridando ai soldati d’arrendersi, e il capitano messo fuori il capo da un pertugio del campanile non gli rispose che con parole ingiuriose e braverie. Ad onta di ciò Macassora, che ben conosceva la disperata posizione di costoro, insisteva onde deponessero le armi, ma una palla di moschetto scagliata dalla torre in tal punto gli troncò la voce e la vita. Quel colpo colmando di sdegno gli assalitori fu segno di generale combattimento. I lanzinecchi si difesero valorosamente, ma dopo aver perduti molti dei loro andarono scompigliati. Resistevano al di dentro del campanile i moschettieri spagnuoli scaricando incessantemente gli archibugi, e gran danno recavano ai combattenti. Questi stavano quasi per rinunciare all’ardua impresa di penetrare colà, quando loro venne in capo di dar fuoco alla torre, e tutto l’occorrente apprestato, fecero alzare le fiamme. Al divampare di queste i moschettieri si diedero vinti, ma non v’era più scampo.

— Vittoria! Vittoria! evviva Milano! Alziamo la bandiera, facciamo vedere ai nostri che siamo i vincitori — esclamò Bartolozzone.

— Sì, si alzi la bandiera, la nostra bandiera della croce rossa — gridarono tutti ad una voce.

Nessuno però aveva pensato a portare là su nè stendardo, nè gonfalone, onde vi fu un momento d’imbarazzo, che durò poco; poichè in una moltitudine trionfante v’è sempre qualche ingegno che ha in pronto lo spediente per ogni caso possibile. Si vide ad una delle finestre, che dalla cupola giù guardano nella chiesa, un’ampia tenda bianca; si corse a strapparla, e pigliata da quattro dei combattenti ai quattro angoli opposti, veniva tenuta ben tesa. Il figlio dell’ucciso Macassora si levò allora di dosso la camicia e raggruppatala, servendosene a modo di spugna, la inzuppò in un guazzo formato dal sangue che era colato dalle ferite di varj soldati che giacevano uccisi quivi presso; poscia ogni volta secondo il bisogno ribagnandola nel sangue segnò sulla tela due grandi righe rosse a forma di due giganteschi semicerchii, che si tagliavano nel mezzo, rappresentando così la croce convessa che è lo stemma municipale milanese. Levato quindi uno de’ più lunghi e grossi pali delle travature del tetto, con funicelle e stroppie vi attaccarono per un lato quella tenda.

Bartolozzone intanto co’ suoi di porta Ticinese inseguiva da vicino l’ultimo rimasuglio de’ lanzinecchi, i quali cercavano salvare la vita ora col combattere, or col balzare fuggendo di tetto in tetto. Ma incalzati e spinti da ogni parte verso l’estremità che termina alla facciata, quando furono colà, ad onta che opponessero la più disperata resistenza, vennero superati, e mano mano che cadevano disarmati o feriti, venivano presi e scagliati inesorabilmente dall’alto; e scendeva chi a piombo, chi capovolto, chi roteando a sfracellarsi, orrenda vista! con rumoroso tonfo sul suolo.

Tutte le finestre e i balconi delle case che circondavano la piazza, tutte le aperture delle trabacche di legno, che ne ingombravano l’area erano piene zeppe di gente di ogni età e condizione, i cui volti sorgevano l’uno sopra l’altro guardando ammirati, attoniti, istupiditi quello spettacolo strano e spaventoso, e in quella immensa moltitudine di astanti regnava il più profondo silenzio. Solo sopra l’altana (_baltresca_) di una casa che era in fondo alla piazza di prospetto alla facciata del Duomo, stava seduto un cristianone panciuto, nudo le braccia, nudo il lardoso petto, mezzo sbracato, e mal coperta da un piccolo berretto rosso la calva zucca, il quale facendo dalle risa balzare la trippa e le ganasce, battendosi le cosce esclamava: — Ohi! Ohi! correte, correte! che bel vedere! che gran caso! bruciano la Spagna, e i lanzinecchi fioccano dal Duomo. —

La torre intanto consumata in gran parte alla base dalle fiamme diè uno squasso, si spaccò e cadde ruinando. Rimase però eretto ancora uno de’ suoi squarciati fianchi a cui stavano uniti vari pezzi di scala. Macassora seguìto da due de’ più intrepidi vi si arrampicò, trascinandovi sopra la tenda e conficcandone il palo come un’antenna sul punto più elevato; appena eretta in tal modo, al vivo soffio dell’aria, la tela si aprì sventolando, e mostrò, sanguinoso stendardo, l’ampia croce.

A quella vista alzossi da tutta la sottoposta piazza un’esclamazione di meraviglia e d’applauso così unanime, sonante, prolungata, che fu udita e si propagò sino nelle più remote contrade.

Ma la gioja del trionfo ebbe breve durata e pienamente rimasero delusi, coloro che, segreti partigiani del duca Francesco Sforza, assediato, come dicemmo, dagli imperiali nel castello, avevano sperato che il popolo vincitore, sarebbesi tosto rivolto a sussidiarlo per rimettere a lui libera e potente la signoria della città nelle mani. Erra chi fida ne’ moti popolari effrenatamente spinti alla strage; se valgono a far sazie le cupide vendette, non giovano mai a creare vigor di ragione o santità di diritto.

Al Duca ridotto allo stremo per mancamento di vittuaglie, fu forza l’arrendersi un mese dopo quel combattimento (24 luglio 1526). Pattuì salva la libertà sua e de’ suoi, ed esso uscitone, venne il castello occupato da Anton De Leyva, coi soldati di Carlo V, a cui rimase così interamente soggetta, ancor più doma e sottomessa Milano.

Indarno poi l’esercito de’ collegati contro quel monarca fece ogni prova per toglierli la preda.

Scese il Lanoy colle lance, e i fanti francesi; vi si adoperarono colli svizzeri ed i papali il duca d’Urbino, il marchese di Saluzzo, e quel Giovanni Medici, chiamato dalle Bande nere, l’uno dei più intrepidi condottieri italiani, che colto da un colpo di falconetto alla giornata di Borgoforte, morì in Mantova, pieno più che d’anni di gloria. Tutto fu vano contro gli imperiali sempre agevolmente reintegrati, essendo Lamagna inesauribile sorgente d’uomini, pei quali è premio non fatica il combattere nelle italiane contrade. Perciò lungi dal cedere essi spazzaronsi innanzi i nimici, e fatti sicuri inoltrarono a Roma e la presero, guidati dal duca di Borbone che traditore al re francese erasi dato al tedesco, e il quale lasciò la vita innanzi le mura della sacra città.

Sorse il giorno però ch’anco l’ire e le guerre ebbero fine. I due potenti avversari Carlo V e Francesco I segnarono pace (in Cambrai 5 agosto 1529). Il monarca francese cesse per sempre ogni pretensione di sua corona sulle terre milanesi, e Carlo colmò la speme di questi abitatori, restituendo il ducato a Francesco II Sforza, nel dicembre dell’anno stesso. Sgombrò così una volta l’Anton De Leyva dalla nostra città, in cui ritornò, desiderato, amatissimo, il Duca suo natural signore, che faceva certi gli animi dover con libero dominio restaurare la patria de’ lunghi mali causati dalle protratte concussioni straniere. Crebbe oltre ogni misura il contento e la fiducia del popolo, quando si seppero statuite le nozze del Duca con Cristina figlia del re di Danimarca e di Elisabetta sorella di Carlo. Quelle nozze celebrate in Milano il 3 maggio 1534 con pompa ed esultanza indescrivibile, continuando la successione ducale, erano pegno della stabilità del potere e quindi della affrancazione di queste contrade da ogni estera dominazione avvenire. Ma ohimè! fu troppo passaggiera la gioja e la lusinga fallace! Il giorno 19 novembre 1535 vestiva a bruno Milano, e dal castello al Duomo stendevasi funeral processione; erano le esequie del duca Francesco II Sforza, ultimo legittimo di sua stirpe, ultimo dei signori di Milano. Il ducato divenne una impercettibile porzione de’ dominii di Carlo, sui quali dicevasi mai non iscomparire il sole.

Le infermità che avevano risparmiato Anton De Leyva gli concessero di rientrare trionfante in Milano, ove sedette governator generale dello Stato, pel suo Imperatore.

Calò in quell’anno 1527 anche Odetto di Foix, signore di Lautrec, capitanando nuova e poderosa armata di Francia. Esperto, fiero, rapido qual fulmine prese Alessandria, Novara, Pavia, Piacenza, e passò oltre ardente di cogliere più famose palme nel regno di Napoli, ove trovò morte non guerresca. La somma delle cose per gli avversarii di Carlo V venuta nelle mani del conte di Saint-Paul, egli pure volse tutta l’opera sua alla grand’impresa di snidar da Milano l’Anton De Leyva cogli imperiali. Le sorti furono decise alla battaglia di Landriano (21 giugno 1529), ove si scontrarono le avverse schiere. Il De Leyva, benchè afflitto da podagra, volle dirigere di persona la pugna, e si fece portar pel campo in una sedia a bracciuoli recata a spalle. Foss’egli più maestro o più venturato, il conte di Saint Paul ebbe la peggio, e la rotta gli toccò sì grave che non solo rimase ferito e prigioniero egli stesso coi due valorosi italiani, Claudio Rangone e Gerolamo da Castiglione, ma le sue genti, perdute armi e salmerie, n’andarono al tutto scompigliate e disperse. Il suolo lombardo tanto tenacemente contrastato beveva a fiotti sangue non suo[27].

FINE.

AVVENTURE

IN UN VIAGGIO PER LA VALDOPPIA (dal vero)

Mi torna il giovine Tempo nel cor. FAUSTO.

Nel liceo convitto, in cui era stato posto fanciullo, il primo libro d’amena lettura ch’avessi nelle mani, furono le novelle del Boccaccio, edizione compiuta statami donata da un mio parente ora defunto, il quale era uomo di buona pasta, poichè ne’ giorni festivi veniva immancabilmente a levarmi dal liceo per farmi pranzare in sua casa, ordinando sempre si cucinasse qualche manicaretto di particolare mio gusto, e dopo il pranzo mi lasciava poi correre e saltellare in piena libertà pel giardino, permettendomi eziandio di montare a bisdosso d’un cavallaccio, docile come un montone, pel quale io partiva sempre dalla mensa colle taschette del giubberello colme di frusti di pane. Del rimanente, quanto giudizio egli s’avesse a dare le novelle del Boccaccio ad un ragazzetto di nove anni, lascio considerare a voi. Eppure lo udiva allora (1812) lodar forte qual uomo _spregiudicato_, come dicevasi, non essendomi che posteriormente accorto, che appunto gli uomini troppo spregiudicati riescono il più delle volte pregiudizievolissimi. Le trasposizioni al modo latino, i vocaboli vieti e ricercati, fecero però buona difesa al mio piccolo cervello, non lasciandomi comprendere un jota di tutto il libro; se non che mi servii del nome che vi lessi di _Buffalmacco_, per farne un appellativo derisorio a un convittore grande e grosso e manesco; il qual soprannome avendo preso voga, mi capitarono non poche ceffate e pugni per sua parte, e dei _a pane ed acqua_ per parte del prefetto della camerata.

Eravi nel liceo un inserviente, vecchio ex-militare, che non sapeva parlare che di Laudon e dei Turchi, coi quali aveva scambiato nel loro paese qualche colpo di moschetto; esso co’ giovinetti collegiali era tollerante, compiacentissimo, servizievole, una specie insomma di caporale Trim, che ben conoscerete. Quest’inserviente, che si chiamava Carlo, di cui mi pare ancora vedere la pelle arsiccia del volto, i capelli grigi e corti, e il soprabito turchino speluzzato, possedeva due volumetti, coperti d’un cartoncino azzurrognolo, tanto laceri ed unti, quanto lo dovevano essere, avendo fatta per anni ed anni fida compagnia ad un povero soldato, col quale viaggiarono sino a Temisvar e fecero ritorno in Lombardia, sempre nella bisaccia militare, o _mocciglia_, non uscendone che di rado per divertirlo nelle ore di ozio dei bivacchi e delle caserme, allorchè ne profumava le pagine dell’incenso della pipa.

Ad onta di tutto il sudiciume, che ingialliva e anneriva que’ due volumi, a me andavano sommamente a genio, e li preferiva infinite volte al mio Boccaccio. Erano i viaggi di Robinson Crosuè. Quand’io guardava rappresentato sul frontispizio quell’uomo col berrettone acuto di pelo di capra, col parasole da una mano e il fucile dall’altra, passeggiare in riva al mare, quando lo vedeva fatto compagno di Venerdì, sorgevano in me non so quali idee di mare, d’avventure, di solitudine, una poesia in embrione che m’ardeva d’una curiosità indescrivibile. Proposi a quell’antico figlio di Marte il cambio del suo Robinsone col mio Boccaccio: tremava non l’accettasse, e quand’egli v’accondiscese, me ne volai co’ miei due tomi nelle mani, che quasi non capiva in me dalla gioja, nè fu più contento Giasone quand’ebbe conquistato il vello d’oro. Ogni momento che poteva rubare alla grammatica del Porretti, ed alla _Regia Parnassi_, era dedicato al mio carissimo Robinsone il quale gettò nella mia infantile fantasia, già a bell’apposta organizzata ad assorbire ogni sensazione straordinaria e vibrata, gettò, dico, una smania e quasi una monomanìa pel viaggiare.

Allorchè, cresciuto in età, leggendo viaggi e memorie d’ogni maniera, seppi che quel libro aveva prodotto lo stesso effetto in molti altri uomini illustri, mi congratulai meco stesso d’essere stato capace di sentire al pari di loro la forza d’un simigliante eccitamento.

Ma se la lettura di Robinson Crosuè, fatta in età fanciullesca, potè esser cagione che alcuni, divenuti viaggiatori, toccassero i due circoli polari, o andassero a servir di pasto ai selvaggi della Terra, del Fuoco e della Papuasia, quanto a me, mentre fui giovinetto, non potè spingermi che qualche volta pedestremente da Milano sino a Monza, a Desio o a Melegnano, o farmi errare all’avventura per i prati ed i campi seminati di frumento e di grano turco che fiancheggiano il naviglio di Abbiategrasso e della Martesana.

Venne alfine per me quell’età sospirata (e la sospiro ancora) in cui potei, come si suol dire, allargare le ali. Da due anni era studente dell’università. Il titolo di _studente_ dona un non so che di baldo, di fiorito, d’ornato, che accresce la persuasione del valore di sè medesimi, così che, avendo tante volte percorso il lastricato del portico legale, io credetti possedere criterio sufficiente per intraprendere da solo un vero viaggio. Al tempo delle vacanze quando mi trovai padrone di me stesso, tratto da due buoni cavalli sulla strada postale, avviato a Venezia, mi sentii un piccolo Byron, un _Giovine Aroldo_.

Il mio delirio era il mare. Lo aveva tanto desiderato, che sembrandomi troppo poca cosa la laguna, appena entrato in Venezia mi feci condurre al lido per vedere il mare veramente libero e senza limiti. Ma, ho da dir la verità? al primo guardarlo, causa forse la prevenzione, mi fece pochissimo effetto, e mi parve fosse assai più pittoresco e seducente allo sguardo quando lo vedeva in teatro rappresentato sulle scene di Sanquirico. Oh ignoranza! Però, osservato un giorno, e due, e tre, il mio occhio comprese alfine la vera magnificenza di quella vastità d’acqua sì una e sì varia; e mi sentiva poi orgoglioso, passeggiando all’ombra dell’aguglia del nostro Duomo, d’aver veduto il mare e di essere stato sobbalzato su per le sue onde, e averle valicate a gonfie vele.

La è curiosa! noi milanesi che siamo penisolani, e abbiamo da ponente a una giornata di cammino il mare mediterraneo, da levante a due giornate l’adriatico, e che, mettendoci a sedere in barchetto alla riva di Porta Ticinese, potremmo andare sempre navigando sin oltre ben anco il Monopotapa, siamo uomini sì radicati nella nostra terra ferma, che, avuto riguardo al numero ed alle persone che avrebbero facoltà di farlo, si trovano ben pochi che tra noi abbiano intrapresi de’ viaggi marittimi: onde, se non è in difetto la mia erudizione, toltine quelli d’alcuni missionari, manca per la patria gloria, a compiere la serie de’ nomi famosi, un viaggiatore di gran rinomanza. Quanto sarebbe lusingato il nostro amor proprio, se qualche ardito milanese di vero sangue, avesse piantato e fatto sventolare il biscione sovra una terra ignota d’un altro continente! ma adesso, addio speranze! si sono già cacciati gli altri da per tutto sulla faccia di questo nostro globettino; si ritrovano alberghi e caffè fin là dove nascono le aurore boreali, e vi si potrà andare tutti fra poco in battello a vapore.

Veduta adunque la grand’acqua, volli l’anno successivo contemplare le Alpi e toccarne la sommità, per mirare d’appresso le ghiacciaje, quegli eterni cristalli sì decantati.

Venuto il benedetto settembre, ecco che colla mia valigia sulle spalle, il mio berretto di drappo scozzese, m’avvio al Sempione. Tutto il mondo è stato almeno sin là, ha vedute le gallerie, ha letto l’_Ære Italo_, fece colezione, pranzo o cena all’albergo del villaggio, servito (allora) da amabili giovanette, e prese poi qualche reficiamento gratuito all’ospizio. Ma pochi saranno stati di sì bizzarro cervello, proseguendo il viaggio, di lasciare al pari di me la nuova strada agevole ed ampia (condotta sul versante opposto del Sempione con dolci e facili svolgimenti giù fino a Briga), per cacciarsi sull’antico e dirupato sentiero, il quale, abbandonato com’è, va a smarrirsi fra antiche e folte selve di larici, molti de’ quali dalla vetustà rovesciati s’accatastano qua e là, e formano barriera quasi insuperabile, incontrandosi per ogni dove salti di torrenti e trabalzi perigliosissimi. E allora appunto non sembravami di essere nelle Alpi, ma mi figurava di trovarmi, che so io, nelle selvaggie foreste del Brasile, essendo impossibile che la mia fantasia voglia rimanersene un istante laddove realmente si trova, e, non badando al rischio che correva ad ogni passo di rompermi l’osso del collo, io mi sentiva rapito dal maraviglioso aspetto di quella solitudine, e faceva in prosa della poesia lamartiniana, da mandare in ruina, pubblicandola, qualsiasi librajo.

Attraversato il Vallese, toccato il lago di Ginevra, volli visitarne la deliziosa riviera, e potete immaginarvi quante sentimentali esclamazioni m’uscirono dal labbro al mirare Vevey, e tutti i luoghi che l’appassionata immaginazione di Rousseau fece scena al suo celebrato romanzo amoroso; e meritarono veramente di trovare un pittore di quella forza e delicatezza squisita di pennello, poichè vanamente si cercherebbe un’altra contrada ove l’amore può trovare negli aspetti di natura sì sublimi corrispondenze con tutte le sue fantastiche fasi, sieno esse di felicità o di disperazione.

Retrocedendo, pensai poscia di rientrare in Italia varcando il gran san Bernardo. Avrete letto in molti giornali la diabolica pittura che fece Alessandro Dumas della salita a quella montagna; è probabile, per poco che siate dilettanti di romanzi, che l’abbiate parimenti letta in Cooper nel suo Carnefice di Berna. Ma l’autore dell’Antony, e il romanziere americano, credetemelo, hanno esagerato la fatica e i perigli di quel viaggio, per produrre un effetto straordinario, così come in certi quadri si rafforzano le tinte, anche contro natura, affinchè facciano più efficace mostra di sè all’esposizione di Brera. Non voglio sostenere che, durante la cattiva stagione, nel valicare quell’alpe non si corra pericolo d’essere sepolti sotto qualche valanga, ma per sei o sette mesi dell’anno vi si arriva alla cima con tutta facilità e agevolezza; e conosco io migliaja di sentieri per le valli a noi contigue, ove l’andata è assai più disastrosa e a rompicollo che sul gran san Bernardo, e pure sono calcate ogni dì da brigatelle di signorine dai piedini dilicati che vi vanno a sollazzo in partite di piacere. Ho veduto colassù, la famosa stanza dei morti, che chiamano _carnajo_, e non dipenderebbe che dalla mia volontà di farvene una descrizione bellissima d’orrore, e d’innestarvi qualche episodio drammatico, ma v’attendo a un altro varco.

Lasciato l’ospizio, e quegli ottimi Padri, giù corsi a Saint-Remy, e la sera era di già nella città d’Aosta. Alla mattina successiva, desto per tempo, mi recai a visitare la torre del Lebbroso e le stupende antichità romane. Mi parve strano che, per ammirare i resti d’un anfiteatro, fossi costretto d’entrare dalla casa d’un contadino in un rustico cortiletto, ove, mentre immobile contemplando un alto pezzo d’antica muraglia rifabbricava nella mia immaginativa quel circo, commettendone le gradinate al podio ed agli spalti, e su vi vedeva i togati patrizii, le gemmate matrone; il popolo romoreggiante, e mi pareva udire il ragghio de’ lioni e l’urlo delle pantere chiuse nelle carceri, o vedere i gladiatori scannarsi fra i fischi o gli applausi degli umanissimi spettatori, una frotta di polli e di pulcini beccava sulle punte de’ miei stivali de’ granelli di miglio che si erano appiccicati nel transito della villereccia cucina, e mai più s’immaginavano le innocenti bestiuole che dovessero quel piccolo reficiamento ad Ottaviano Augusto, ed al mio maestro di storia.

Mi lasciai alle spalle anche la città d’Aosta; e proseguiva il mio cammino giù per la valle fiancheggiando la Dora. Lungo la strada mi sovvien che entrato in una picciola osteria a prender fiato, in un paesello chiamato, se pur non erro, Chambave, vi bevetti un eccellentissimo vino moscato, il quale si spreme da grappoli che maturano sovra apriche collinette che s’alzano ivi d’appresso; e se vi dico io ch’era prelibatissimo, io che rare volte ho potuto mirare sino al fondo del bicchiere per ritrovarvi la verità, me lo dovete credere. Registrate adunque questa notizia nel vostro _Memoranda_, poichè potrebbe essere di qualche peso (so quel che dico a certi miei lettori) nel determinarvi un giorno ad intraprendere un viaggio per contemplare i monumenti romani della città di Aosta.

Aveva fatta promessa, anzi partire da Milano, di recarmi al ritorno dalla mia gita sul lago Maggiore; e m’era sì gradita l’aspettativa di villeggiare colà che oramai il viaggio mi tediava, e non desiderava che l’istante di quivi giungere fra una diletta comitiva. Ad accorciare il cammino pensai dunque che la via più breve per me (tralasciando di recarmi sino ad Ivrea, e di là per Biella o per Novara al lago) si era di valicare i monti che dividono la Val d’Aosta dalla Val Sesia, e discendere a Varallo da dove la strada per Romagnano e Borgomanero mette capo ad Arona.