Racconti storici - Nuovo volume
Part 6
Vertua pose il colmo alla sua magnanimità rinunziando alla mano d’Adelasia, che volle fosse data al giovine Edemondo come arra di pace; unendo di un tal nodo il sangue de’ due più potenti capi avversarii. E non era questo il loro secreto voto, la loro più diletta speranza? Essi avevano vissuto vicino, ed eransi secretamente amati, quando ignare dell’ire future le due famiglie non si odiavano ancora. Perchè il valente Edemondo aveva sulle sponde del Serio risparmiata la vita a Colleoni perigliando la sua? Egli non aveva veduto nel nemico che il padre d’Adelasia, e quella vita divenne sacra per lui!
La insperata pace e il ritorno de’ ghibellini furono causa in Bergamo di giubilo universale. In memoria poi di sì lieto evento fu decretato (narra uno storico) che ogni anno nel giorno solenne della Natività convenissero i cittadini co’ loro parrochi a visitare la chiesa di Santo Stefano, e dopo che questa venne atterrata, si ordinò che tal visita si facesse alla chiesa di Santa Maria Maggiore, come sino all’anno 1630 si costumò.
FINE.
LA BISCIA AMOROSA
DANZA MILANESE
(ANNO 1580)
Chi di saper desia Movere i passi ora veloci or lenti. Con grazia e leggiadria Concordi al suon de’ musici concenti, Miri la bella schiera Che con un dolce inchino, un giro, un passo Ferisce i cor di sasso, Ma di colpi sì cari e sì graditi Ch’ognor bramâr gli amanti esser feriti. _Madrigale_ _dell’Etereo Accademico Inquieto._
In casa Sforza davasi una magnifica festa da ballo. Affluivano sulla piazza di san Giovanni alla Conca, ove sorge quel palazzo, servi e valletti, precedendo colle torce i loro signori. Nelle lettiche fiancheggiate da staffieri muniti di fiaccole venivano le dame, altre dalla contrada di Zebedia, altre da quella de’ Nobili o dalla strada de’ Settali[24]; alcuni de’ gentiluomini giungevano a cavallo.
Sulla piazza era un mescolamento infinito di persone, ed un immenso bisbiglio. La luce di tanti lumi si rifletteva sui circostanti edificii congiunta a quella che più viva e splendente riboccava da tutte le finestre e dalla gran porta del festante palazzo. Quel chiarore riverberavasi da un lato sulle mura del convento de’ Barnabiti di sant’Alessandro, ch’era allora un basso e modesto edificio, dall’altra parte diffondevasi sulla facciata della chiesa di san Giovanni in Conca, e andava perdendosi sulla torre di san Zenone, imbiancata dal raggio della luna nascente, che listavasi a traverso le gottiche arcate del portico, il quale congiungeva la _Casa de’ cani_ col castello della torretta, antico monumento della grandezza e potenza di Bernabò Visconti.
Sulla soglia della porta del palazzo Sforza erano quattro alabardieri che formavano ala, e paggi e servi della casa in ricche assise che introducevano gl’invitati; nell’atrio e per lo scalone altri ve ne avevano che rispettosamente facevangli passar oltre. Giungevano continuamente dame e cavalieri; entravano a due, a tre insieme i giovani patrizii, altri silenziosi, altri chiacchierando, ridendo, o vivacemente interpellandosi: tutti portavano la cappa, il berretto con ala in giro strettissima, e la spada; nel rimanente la foggia de’ loro vestimenti era svariatissima. Si videro venire l’un dopo l’altro i giovani più conosciuti nella città, sia per lo sfoggio degli abiti e de’ cavalli, sia per l’ardimento nelle galanti imprese, o pel numero de’ duelli: tale celebrità se la dividevano allora un Lonato, un Lampugnano, Costanzo d’Adda, Ermes Visconte, Manfredo Poro, Triulzo, e i due spagnuoli Camarasso e Cordova.
Le dame arrivavano ne’ più sfarzosi abbigliamenti conducendovi le figlie e seguite dai mariti. Vi si presentarono per le prime la Cicogna e l’Erba, i cui palazzi erano vicini: vi venne la contessa Elena Archinto col conte Orazio suo sposo, e la di lui sorella Massimilla moglie di Battista Litta con tre leggiadre nipoti; il conte Giovanni Arcimboldi vi condusse la sua bella consorte Cassandra degli Affaitati cremonese; Renato Borromeo, la sua Ersilia dei duchi Farnesi, il barone Bonifazio Visconti di Castelletto la sua Antonietta Cadamosta. Livia Barbò venne insieme al marito Galasso Landriani; i due senatori Marc’Antonio Aresi e Lodovico Taverna v’accompagnarono le mogli Ippolita Clara e Dorotea Filiodona, entrambe madri di amabilissima prole. L’elegante e spiritosa francese Claudia di Saint-Germain sposa del Conte Giambattista Arconati, la dignitosa Irene d’Avalos, la vezzosa Deidamia Vistarini, Marcellina Balbiano di Belgiojoso, Deianira Corio, Sigismonda d’Este, Laura Gonzaga, Bianca Beccaria, furono per avvenenza le più distinte tra quelle che onorarono quel festoso convegno.
Le sale erano addobbate colla pompa che s’addiceva alla nobiltà ed alla ricchezza della casa, non che al solenne impegno. Nelle prime camere scorgevansi tutte le pareti coperte di arazzi fiamminghi, altri istoriati, altri rappresentanti ogni specie di frutti e d’animali, trapunti con arte squisitissima; progredendo miravansi stanze adorne di statue antiche, di quadri, di tavole con vasi preziosi. La profusione però dell’oro e dei lumi era nella vastissima sala destinata al ballo: quivi lo splendore dei doppieri e delle lampade veniva moltiplicato da’ grandi specchi di Venezia, oggetto a que’ tempi di sommo lusso, che pendevano obbliqui alle pareti in ampie cornici.
Volgendo lo sguardo alla moltitudine che spesseggiava sotto quella ricca vôlta, l’occhio rimaneva abbagliato dalla quantità dei giojelli, delle pietre preziose, de’ vezzi sfolgoranti, de’ drappi contesti d’oro e d’argento di che andavano adorni sì le dame che i cavalieri colà raccolti e frammisti.
Allora la moda, sempre imperante, capricciosa, non concedeva al gentil sesso i lievissimi veli, i vaporosi tessuti, la semplice seta: un abbigliamento da festa o da gala consideravasi tanto più sontuoso ed elegante quanto più era pesante e sopraccaricato di guarnimenti. Infatti le dame s’avevano vesti lunghe di damasco o di broccato: i collari, sia lisci od increspati, a lattuga od a canna, sia rotondi, ellittici, ovali o quadrati, erano tutti alti, eretti, imbozzimati colla salda, sì che punto non iscomponevansi. Gli ornamenti sulle gonne e le sopravvesti mostravansi infiniti: se ne miravano di quelle tutte sparse di rose di perle, altre di capocchie d’oro, altre persino listate da piume d’uccelli. L’acconciamento femminile del capo variava di poco; alcune portavano da un lato della testa una penna d’airone, altre s’avevano pennacchietti e spilli brillantati. Rispetto alla capigliatura la foggia in che la tenevano gli uomini era conforme al costume moderno: avevano i capelli corti su tutto il capo, eccetto i giovani che li portavano più abbondanti alle tempia e sull’alto della fronte per comporli a ciuffo. Come già accennammo i cavalieri avevano al fianco la spada e portavano il berretto e la cappa, ossia mantelletto breve, che dai più galanti veniva raccolto con arte sul braccio, lo che aggiungeva grazia e maestà alla persona. Al principiare dell’adunanza, mentre continuava il giungere degli invitati, molti furono qua e là gli inchini, i saluti delle coppie che si scontravano per le sale, molto il curioso girar delle persone per rimirarsi a vicenda.
Il portamento degli uomini e delle donne, se in generale si parli, era dignitoso e sostenuto, poichè in questa città le maniere sociali sapevano già alquanto dello spagnuolesco. E per vero dire vedevansi alcuni dei nobili più elevati in grado o dignità assumere nel loro contegno l’iberico _sussiego_. Altri all’incontro inclinava di troppo a quella baldanza avventata che manifesta un’indole ardita e venturiera, propria in que’ giorni della nazione che signoreggiava queste contrade. Non è per questo da inferire, che l’antico carattere patrio fosse totalmente smarrito: era troppo recente lo straniero dominio per avere già operato un sì funesto cambiamento, e infatti non vi bastarono due secoli interi. Molti vedevansi ancora che nei loro modi e nell’espressione degli sguardi e della fisonomia chiaro dimostravano non avere patito influsso delle genti d’oltremare, in tutto serbando quel fare veramente lombardo, cioè gajo, giocondo e svegliato.
Fra quelli che potevano essere per tal guisa più meritamente designati eravi un giovine, Lindo Manfredi, di vent’anni allo incirca, di chiara stirpe, ilare e dolce, ma pieno d’una naturale vivezza e vigoría di sentimenti. Bello della persona, snello e leggiadro quant’altri mai, s’aggirava, lieto in volto, per quelle aule popolose, al braccio or d’un compagno, ora d’un altro, colmo il cuore d’una contentezza ingenua e pura. Tutto ei mirava con occhio soddisfatto: i singoli oggetti recavangli un mare di piacevoli sensazioni: poichè oltre l’appagamento che mettevagli in cuore il vedersi fra tante meraviglie in così magnifico e splendido luogo, s’aveva in aspettativa un diletto più sentito, di una dolcezza indicibile, intorno a cui tutta quella profusione di chiarori, quell’oro, quelle gemme, formavano come un cerchio sfolgorante, che colorito dai prestigi di una focosa immaginazione ne duplicava l’incanto.
Era entrata nella sala una giovine donna a lato ad un cavaliero. Lindo Manfredi velocemente staccatosi da quegli a cui stava vicino, aveva fatto ai due venuti un saluto distinto ed avevagli seguiti sin là dove la giovine donna s’assise fra altre fanciulle e matrone. Gli sguardi degli astanti s’erano tutti rivolti verso la nuova beltà sopraggiunta, ed era forza infatti per sino al più freddo ed accigliato vegliardo di accordarle un tributo d’ammirazione. Si rammenterà forse il lettore d’avere vedute in alcuni dipinti del Gaudenzio o dei Luino certe giovinette di perfettissime forme, tutte spiranti candore e floridezza, co’ capelli biondi divisi sulle tempia in due masse di minutissimi ricci, nel viso alle quali v’ha un’impronta di beltà sublime ma tutta verità e naturalezza; ebbene una di tali immagini rappresentare gli può colei che qui indichiamo.
Varii giovani patrizii che stavano a gruppo nel mezzo della sala, dopo averla rimirata attentamente, avevano preso, com’è costume, a parlarne con calore, chi l’una cosa, chi l’altra intorno a lei esponendo, quando s’avanzò verso di essi, con portamento altiero, obbliquo il berretto sulla testa, espanso il bruno mantelletto, Camarasso, figlio dell’ispanico marchese dell’Hynoiosa, e piantatosi fra loro chiese a forte voce:
— Chi è quel bel sole?
— A che vuoi tu saperlo? (rispose l’uno) non è per te che qui risplende.
— Per cento teste di mori! ti domando il suo nome: me lo vuoi tu dire?
— Io non lo so.
— È dei Guaraldi (aggiunse un altro), si chiama Gabriella, ed ha la casa vicino all’ospizio de’ Pellegrini bianchi.
— Gabriella? ai Pellegrini bianchi? Per sant’Ovidio (gridò Camarasso), mi colga il fulmine se non è la prima volta ch’io la veggo. In questa maledetta città non si finisce mai di conoscere le belle donne.
— È fanciulla, sai tu? non le leggi in volto che potrebbe entrare domani nelle verginelle della Pietà?
— Anche questo pretendi sapere?... ma sull’essere fanciulla, Sagramoro, ne menti: è venuta al ballo con suo marito: i miei occhi valgono quelli del re nostro signore.
— Che tu possa perderli sull’istante! Apprendi che quello che la condusse non le è marito; ma è Brunato, suo fratello.
— Un cancro al cuore! non lo credo.
— Sì, sì, è vero (disse con rapide parole un ragazzetto ch’era quivi pure a cerchio): Brunato è proprio il fratello della signora Gabriella: io li conosco; hanno un bel giardino ove comandano essi soli, poichè padre e madre li sono morti da gran tempo. La signora Gabriella poi balla tanto bene, che è una maraviglia a vederla: sarà venuta qui a bella posta; e questa sera ballerà, eh, signor Sagramoro?
— Quanto m’annoii, chiacchierino! vuoi cacciare il naso ove non ti spetta. Guarda là Luchetto Vimercate; va, va a girare con lui per le sale.
— Non ha più nè padre nè madre, ha detto quel ragazzo? (così riprese uno della brigata). È dunque un castello senza bastioni e rivellini: allora niente niente che si possa intendersi col presidio, il ponte levatojo vien calato. Non dico bene? — e diede in uno scoppio di riso.
— Mi voto alla bella bionda de’ Pellegrini bianchi! (esclamò Camarasso, con un sorriso maligno, portando la destra al cuore).
— Alto là: la piazza è già presa (esclamò un terzo). Conoscete Lindo Manfredi?
— Sì: il figlio del conte Riccardo. Apprese con me la scienza d’armi alle lezioni di Morone del Pino in san Pietro all’Orto (rispose uno degli interlocutori).
— Con me veniva da Cesarino Negri, il Trombone, che c’insegnava a ballare (disse un altro); e ohei! era un mustacchio per far da mattaccino alla gagliarda. —
Camarasso si tolse dispettosamente il berretto, passò le dita ne’ capegli arruffandogli, diede un’occhiata irosa a quegli che aveva nominato Lindo Manfredi, e con voce risentita disse:
— Chi è costui? Che c’entra?... Giuoco mille crocioni contro una patacca, che a chi volesse disputarmi quella testa d’oro non lascio il tempo d’aggiustare i conti col demonio.
— Tu ciarli al vento; e Lindo intanto è padrone del cuore della bella — profferì Sagramoro, che col chiudere e riaprire lestamente un occhio fe’ intendere ai compagni l’intenzione che aveva di sollazzarsi coll’istizzire Camarasso, e proseguì: — Non l’hai veduto, che appena ella fu qui entrata le si fece vicino, e si dissero varie parolette melate: l’ha impegnata di certo pel Tordiglione, il Pastor leggiadro, o la Biscia; li vedremo danzare insieme poichè ella gli ha detto un sì, uno di quei sì da far correre l’acquolina alla bocca a un uom di stucco. Vedilo, ei viene verso di noi: osserva n’è ancor radiante in faccia. —
Ciò detto Sagramoro s’allontanò. Camarasso che fermo su’ due piedi, s’era riposto il berretto più obbliquo di prima: accuminò le basette, e rilevato il collare, incrocicchiò sul petto le braccia. Lindo assorto in deliziosi pensamenti dirigevasi inavveduto verso quella parte della sala, nè si accorse di lui che quando gli fu affatto d’appresso. Allora rimase colpito quasi da paura al vedere colui, ch’ei neppure conosceva, tenergli addosso fisamente gli occhi fieri, minacciosi, mostrando nell’atteggiamento della persona un’aria tutta di disprezzo e di provocazione. A bella prima, fosse effetto della sorpresa o del turbamento, progredì per alcuni passi sotto il giogo della timidezza: ma sbandito ad un tratto quell’inusitato sgomento, si rivolse arditamente, e alto il capo, una mano sull’elsa della spada, ritornò verso quegli ch’ei già qualificava suo insultatore. Quando gli fu di contro si arrestò: l’altro stava immobile ancora: nè potrebbesi descrivere con parole la ferocia dello sguardo che quei due si scambiarono in tal istante; conteneva tutto il fuoco dell’odio, dell’abborrimento.
Alcuni de’ cavalieri astanti senza punto avvedersi di quel tacito sfidarsi de’ due giovani, passarono congiuntamente favellando in mezzo a loro, ond’essi rimasti per tal modo divisi, si scostarono movendo per la sala in parti opposte. Camarasso si frammischiò alla sua brigata che si diresse ove era Sagramoro. Lindo Manfredi solo e concentrato in sè stesso andava con premura investigando nella sua mente qual essere poteva la cagione di quell’ira ingiuriosa sì inaspettatamente contro di lui manifestata. E conoscendosi innocente d’ogni atto offensivo, l’ingiusto oltraggio gli piombava più amaro nell’anima e suscitavagli vampe di sdegno, e progetti di vendetta: ma furono lampi passaggieri, però che apparve in quella nascente tempesta un pensiero, che il bollore furente del sangue acquetò, ricondusse negli spiriti il sereno: un pensiero innanzi a cui fuggì rapida la nera nube dell’odio; e Lindo compiacendosi in esso, sentì il cuore riaprirsi e s’espandere sì dolcemente, che avrebbe in quel punto stretta al seno affettuosamente la mano del più abbominato nemico. Era un pensiero d’amore. — Maravigliosa potenza! — Gabriella trovavasi colà e attendevalo impaziente di slanciarsi seco lui nella giojosa danza: ciò bastava ond’ogni tetra idea sparisse incontanente. Egli la cercò collo sguardo, e fra il vano lasciato dagli astanti la vide che verso di lui intendeva le pupille: le sorrise, e s’incamminò alla sua volta.
Ella senza punto tradire il più modesto contegno, l’andava osservando con viva cura, ed al suo appressarsi si vide cessarle sul volto la traccia di un lieve corruccio. In quel geloso convegno d’altere donne fra cui Gabriella sedeva, non fu lecito a Lindo d’arrestarsi a favellarle; solo passandole innanzi le rammemorò in brevi e cortesi parole l’impegno della danza, a cui ella rispose con atto gentile.
Incominciava il ballo. — I suonatori coi loro strumenti, ch’erano liuti, viole e dolcemele, andatisi a collocare sul palco che a guisa di loggia era appositamente eretto fra due colonne, avevano preludiato per accordarsi, indi eseguito come ad avvertimento il primo ritornello dell’_Alta Visconte_, specie di ballo che a’ nostri giorni verrebbe ascritto al novero dei minuetti. Tutti gli spettatori avevano sgombrato il centro della sala, e gli uomini s’erano affollati dietro i sedili delle dame. Quattro cavalieri presentatisi ad altrettante di esse, le conducevano a mano in atteggiamento rispettoso verso il mezzo, e postesi le varie coppie di fronte davano principio al ballo. L’_Alta Visconte_ era una danza tutta gravità e compostezza; voleva movimenti posati, lentezza ne’ passi, e portamento serio e maestoso. Solevasi con essa aprire la festa affinchè vi potessero prender parte le dame e i cavalieri più ragguardevoli fra i convenuti, e spesse volte nè le une, nè gli altri trovavansi nel fiore dell’età. Il rigoroso cerimoniale de’ tempi, che voleva appartenesse il primato in ogni cosa ai gradi sociali più cospicui, costrinse talvolta a danzare le principesse settuagenarie, gli arcivescovi, i cardinali, come ben sa chi ha in uso la storia.
Datosi compimento al primo ballo i danzatori ricondussero a’ loro seggi le dame, indi si ritrassero per far luogo a quattro giovani tutti di aspetto vigoroso, i quali si presentarono per ballare il _Torneo alla Normanda_, ch’era una specie di danza pirrica accompagnata da musica forte e guerresca, portando ciascuno di quelli che l’eseguivano un lungo bastone rivestito di velluto bianco con un pomo dorato all’estremità, il quale simulava un’asta. I moti or misurati, ora precipitosi indicavano assalti e difese che s’andavano variando con bell’accordo, sì che le posizioni de’ ballerini riuscivano sempre simmetriche, ed era vago a vedersi l’intreccio delle aste, l’alzarle, l’abbassarle, il congiungerle, il disunirle in rigore di tempo e di misura.
Questi quattro ebbero le lodi di tutta l’adunanza; e successero al loro ballo rumorosi ragionamenti che continuarono sinchè fu intuonata la _Biscia Amorosa_. La musica di questa danza era sommamente melodiosa, e terminava con una frase patetica, la quale ritornava ogni volta come un intercalare significativo d’un sentimento dolce e melanconico. Il risuonare di tal musica espressiva ricondusse un silenzio universale fra gli spettatori, quasi fosse sorta una voce soave ad annunziare una desiata novella. Quel silenzio venne rotto da un generale mormorio d’approvazione tosto che si videro le belle persone di Lindo e Gabriella avanzarsi nel mezzo della sala per eseguire la danza. Allorchè essi ebbero con un dolce inchino salutata l’assemblea, rinacque in tutta la sala il silenzio, eccetto che in un lato solo ove stava Camarasso, che con faccia turbolenta proferiva bestemmie e minaccie, e Sagramoro, il quale facendosi forza a soffocare le risa l’andava acquetando, e non vi riuscì che al momento in cui ebbe principio il ballo.
Con placide movenze in consonanza alla queta armonia, la leggiadra Guaraldi incominciò ad avanzarsi e ritrarsi, mentre più discosto ed a riscontro di lei, Lindo eseguiva eguali moti e figure. Quasi due timidi amanti, che al primo scorgersi da lungi non osano accostarsi, i due danzanti esprimevano dubbietà e ritrosìa; ma al sorgere della frase più patetica, quasi fossero tratti dalla magìa del suono, s’avanzarono l’un verso l’altro rimirandosi in volto. Cambiò la musica e la fanciulla e il giovine stornati gli sguardi e ripiegate le mani al sottile del corpo con passi lisci strisciati a terra girarono a cerchio l’un contro l’altro e si dipartirono ai lati opposti.
Ricominciò il passeggio de’ due ballerini in distanza, e lo fecero d’alcun poco più mosso ed animato che pria non fosse, quindi s’avvicinarono e dipartirono con maggior brio. La terza volta ruppero con leggiadria indescrivibile in fioretti e passi vivi. Lindo alternava con somma bravura, spezzate, capriole, salti del fiocco, mentre l’avvenente Gabriella rapiva gli sguardi con intrecciate, passate e giri. Sotto di lei sembrava elastico il suolo, tanto era la leggerezza con cui s’alzava, ricadeva, gruppava e sgruppava i piedi, sempre sostenendo in vaghissima foggia le braccia, il corpo, la testa. Le sue forme facevansi più o meno apparenti a seconda della rapidità delle mosse, come nello slancio del volo si manifestano sotto il velo d’un’angioletta i suoi contorni divini. Al ripetuto invito del patetico suono i due giovani si fecero nuovamente incontro continuando la loro danza animata. Lo sguardo d’entrambi era fulgente e pieno di vita. Non si divisero questa volta; ma congiunta destra a destra, seguendo l’impulso della musica che divenne più rapida indi precipitosa, movevano concordemente i piedi in passi agilissimi, avanzandosi, ritraendosi, girando intorno a sè stessi, e fu sempre sì giusto l’accordo, sì grazioso l’atteggiarsi d’entrambi, che i più rumorosi applausi scoppiarono da tutti gli spettatori, ed essi diedero termine alla loro danza con vero trionfo.
Gabriella nè lassa, nè scomposta, con un sorriso gentile sull’animate guance, veniva ricondotta da Lindo al seggio ch’essa occupava da prima. I giovani cavalieri facevano ressa sul suo passaggio e la miravano intenti e curiosi con isguardi accarezzanti, inviandole studiate parole di lode per la di lei valentia nella danza e più forse per i pregi della persona.
L’ardito Camarasso sbrigatosi da Sagramoro che pur trattenere lo voleva, uscendo di mezzo agli altri, le si piantò in faccia, e:
— Vaghissima dea, le disse, io vi proclamo regina della bellezza, ed a chi ardisse accusarmi di menzogna, lo sosterrò con taglio e punta. Ma come si osservano le macchie del sole senza che quel lucido astro si sdegni, permettete voi pure di dirvi che rimarrebbe offuscato il più vivo raggio di vostra beltà se in luogo di premiare un valoroso campione, foste resa tributaria d’amore da un cialtroncello, salterino, bellimbusto. —
La sconvenevolezza e la temerità di tali inaspettate parole, che tutti compresero essere dirette al giovine Manfredi, fecero nascere un grave susurro fra i circostanti, ma nessuno osò farne apertamente rimprovero allo Spagnuolo di cui era nota l’avventatezza, la gagliardia, e la fortuna nel giuoco delle armi. Gabriella progredì dignitosa senza che pur sembrasse avervi prestato orecchio, e si riassise in aspetto placida e tranquilla. Sul volto di Lindo ad un pallore di morte, successe un vivo rossore; appena fu congedato da lei si diresse alla volta di Camarasso e lo percosse colla mano sulla spalla.
— Oh che vuole, signor mio? — disse lo Spagnuolo rivolgendosi con aria beffarda.
— Usciamo da questa sala — rispose l’altro a bassa voce, ma in tuono risoluto.
Camarasso, volto ai compagni con un sogghigno. — V’ho detto io, che avrei trovato modo di far venire la lepre da sè sullo spiedo. — Usciamo pure. —
Si recarono accompagnati da Sagramoro in una delle camere lontane ove non eravi persona. Ivi lo Spagnuolo ripetè: — Qui siamo liberi, dica adunque che vuole?
— Voglio ragione dell’insulto che mi hai fatto.
— Giacchè stimi così poco la tua vita, la ragione te la darò.
— Può darsi ch’io sia destinato a fiaccare la tua baldanza.
— Se non fossi certo di crivellarti il petto a stoccate, ti darei una mano nel viso.