Racconti storici - Nuovo volume
Part 3
Ivi Pinamonte cercò ed ottenne agevolmente ricetto, chè i monaci s’avevano a grado d’accogliere fra loro chi pel lignaggio e per gli ampi possedimenti poteva far più valido il loro predominio sugli abitatori delle prossime valli. Mentre trascorrevano i giorni di prova, pe’ quali il guerriero doveva farsi degno di proferire a piè degli altari il voto solenne, che per sempre lo togliesse alle cure profane, giunse replicatamente al suo orecchio la tristissima storia de’ patimenti de’ suoi congiunti dell’Imagna, che dall’incessante assalire d’Enguerrando, il vecchio sire di Clanezzo, venivano oppressi.
Pinamonte, stirpe di Guelfi e caldissimo seguace egli stesso di quella fazione, poichè teneva sacrosanta la causa della Chiesa nel seno della quale aveva cercato rifugio, sentì bollirsi un fiero sdegno nell’anima alle novelle di tante onte recate a’ suoi dall’avverso ghibellino; e tutto divampando d’armigero fuoco, cesse, troppo novello monaco, alle inveterate inclinazioni di battagliero; sicchè non potè reprimere la smania di trovarsi fra’ suoi monti per affrontarsi co’ rivali della Brembilla e, sternati i Dalmasani, vendicare col ferro le offese da’ suoi lungamente inghiottite.
Patto aperto ai monaci tal disegno con sì decise parole, che la forza del suo volere invariabilmente annunziavano, non trovò tra que’ padri chi tentasse dissuaderlo dal guerresco proposito, che anzi ad una voce lo animarono, affinchè, dimessa la tonica, avesse a riprendere la spada, per recarsi a domare l’orgoglio degli iniqui ghibellini. E ciò fecero, poichè lo reputavano efficace ausilio sul campo alla guelfa fazione che dai monaci di Pontida veniva in secreto bensì, ma operosamente favoreggiata. In que’ giorni stessi nel chiostro, sotto il velo del più profondo mistero, tenevasi mano cogli emissarii del Pontefice, ad ordire in tutti i monti dell’alta Lombardia una vasta congiura, per riunire i Guelfi, e moverli a sollevarsi ad un tratto nell’opportuno momento, affine di trionfare una volta per sempre del partito ghibellino, scacciando le forze di Bernabò Visconti, divenuto signore di Milano, il quale, siccome tutti gli altri di suo casato, offriva il principale appoggio che s’avessero nell’alta Italia i Ghibellini, la cui maggior potenza derivava specialmente dal tenersi congiunti sotto lo stendardo della vipera viscontea.
La cospirazione guelfa veniva però preparata nelle tenebre più fitte, sì che allora non ne erano ancora fatti partecipi che alcuni tra i precipui capi guelfi di Bergamo e delle valli Seriana e Camonica, stretti al silenzio dai più solenni e tremendi giuramenti; nè i monaci stimarono di render conscio del secreto Pinamonte prima d’averne tenuto consiglio col Legato.
Ciò nondimeno quel dì che rivestita la sua pesante armatura, ricinta la fida spada, il guerriero dell’Imagna abbandonando i Cenobiti varcava sul cadere della notte la soglia del monastero, l’Abate che lo accomiatò benedicendolo gli disse: — Andate, o valoroso figlio, la forza di Dio sia con voi. Non passerà lungo tempo, lo speriamo, che vi potremo annunziare una buona novella, voi fateci promessa che ad ogni nostra chiamata ritornerete fedelmente in queste mura per prestarvi ad operare come lo destinerà chi ode la voce di quegli ch’è più illuminato di noi. —
Pinamonte piegò un ginocchio a terra e portandosi alle labbra la mano dell’Abate che lo aveva benedetto, giurò ch’esso sarebbe sempre stato umile servo della Chiesa, e la avrebbe con tutta fedeltà obbedita sin che gli rimanesse nelle vene una goccia di sangue. Salì poscia in arcione, e si pose per la via della sua valle, di cui gli era noto ogni riposto sentiero.
Lasciati dietro a sè gli ultimi casolari d’Almenno, di cui vedeva luccicare i rusticani fuochi, entrò nell’ombre più dense delle gole de’ suoi monti.
Procedeva per la tacita notte, e quando nell’universale silenzio udì distinto il lontano mormorare delle acque della sottoposta Imagna, un mesto lampo di gioja sorse nel cuore del guerriero. Oh! quanta angoscia, quanti cupi pensieri, quanta storia di disperati affetti e di pietà profonda eransi svolti in quell’anima ardente dall’ultimo dì che aveva mirate le acque spumeggianti del suo torrente scorrere nel fondo verdeggiante della valle, e udito quel loro stesso fragore! La valle era placida, l’ombre solenni, soave il mormorío delle acque come ne’ giorni della sua infanzia; ma quanto esso stesso era cangiato! I suoi rosei colori, la sua balda leggiadria, tutto era scomparso come le dilettose immagini di quell’età fortunata. Pinamonte aveva varcato l’ottavo lustro; tetro e imponente n’era divenuto l’aspetto, arso il viso dal sole, corrugata la fronte, fosco e severissimo lo sguardo.
Progrediva il guerriero assorto nelle memorie dei dì che più non erano e giunse ove il sentiero dalla folta macchia che copriva quella falda, usciva all’aperto; ivi alzati gli occhi, mirò sull’alto della montagna a destra, due punti rosseggianti, due fuochi che come due occhi infernali, giù guardavano nella valle, ed erano lumi nella torre della rocca d’Enguerrando che nera giganteggiava sull’Ubione.
Un fremito di rabbia assalì Pinamonte a quella vista e si fece più intenso in lui il pensiero della vendetta, sì che assopì tutti gli altri sentimenti che gli commovevano il cuore, e ratto spronando alla volta di Capizzone, si trovò ben presto vicino alle domestiche pareti.
Quanta letizia la sua venuta recasse alle sventurate sue genti, mal si saprebbe narrarlo. Egli però impose si tenesse celata la sua presenza nella valle onde non pervenisse all’orecchio di que’ della Brembilla. Per fidati messi fe’ quindi avvertiti i più prodi valligiani, e raccoltili intorno a sè secretamente avvisarono ai modi di combattere uniti e con efficacia i nemici, e statuirono i segni e l’appostamento, attendendo l’istante propizio in cui i Ghibellini fossero discesi nella loro valle, essendo vano presumere d’assalirli nella rocca d’Ubione o ne’ castelli della Brembilla, ove si tenevano troppo vantaggiosamente difesi.
Ne andò guari che a far paga l’aspettativa de’ Guelfi il vecchio Enguerrando, come un lione, che sempre avido di prede mal giace inoperoso nel covo, meditò di condurre sue genti sino al boschereccio Mazzoleni, terra interna della valle Imagna, ch’era andata sino a quel giorno immune da scorrerie. Vegliavano attente le scolte di Pinamonte sì che mai da Clanezzo o dal forte d’Ubione, durante il giorno, o nelle ore notturne, drappello alcuno moveva il passo, senza ch’egli ne avesse prontamente novella.
Venuta la sera del giorno cinque d’aprile, (volgeva allora l’anno 1372) fu recato l’avviso che molti armati da varie parti della Brembilla, avevano salito l’Ubione, ed erano stati accolti nella rocca. Previde Pinamonte qualche ostile disegno del Dalmasano, e quindi mandò pronti avvertimenti onde i suoi fossero parati all’evento.
Un’ora innanzi la mezzanotte, ecco splendere un fuoco sulle vette di Valnera: tosto gli risponde al di là della valle un altro fuoco sulle rupi di Bedulíta, e un terzo ne appare ben presto tra i macigni della Corna Bucca. Tutta l’Imagna ha conosciuti i segnali.
I Ghibellini della Brembilla, usciti dalla rocca scendono intanto guidati da Enguerrando che troppo uso a vincere e fugare i sin allora timidi Guelfi non pone mente a que’ che reputa semplici fuochi pastorali. Entrano così i Brembillesi nella valle Imagna; giungono al torrente, lo varcano; le sponde ne sono sguernite d’ogni difensore; quindi procedono confidenti e sicuri.
Intanto i montanari dell’Imagna, prese le armi, abbandonano le case, e rinfrancano le pavide madri e le spose ripetendo ad esse il nome di Pinamonte, ed accertandole che ritorneranno vittoriosi e vendicati. Per diversi sentieri, rapidi e guardinghi nell’oscurità convengono da ogni banda al luogo prefisso, ch’è là dove il loro fiume rompe fragoroso tra gli eretti scogli di Ceppino. Quivi li attende Pinamonte, che una bruna armatura tutto rinserra nelle sue scaglie di ferro. Seppe egli ben tosto dai sopravvegnenti che la masnada ghibellina teneva la volta a Mazzoleni, e deliberò d’assalirli al loro retrocedere.
Lasciò buona mano de’ suoi alla custodia di quel passo difficile, per troncare ai nemici la ritirata se diretti si fossero al ponte di Ceppino; ed esso, elettasi una schiera de’ più forti e risoluti, si recò oltre il torrente ad appostarsi in un luogo pel quale, non prendendo la via del ponte, dovevano i Brembillesi necessariamente passare per riguadagnare la loro rocca.
È tal luogo una landa deserta sparsa di radi ma enormi massi che il lavoro dell’acque e del vento ha resi vuoti e spugnosi imprimendovi bizzarre forme. Quivi occultati ed intenti al venire del nemico trovò l’aurora i guerrieri di Pinamonte. Appena alla prima incerta luce pallidissima dell’alba i culmini delle opposte montagne si disegnavano più distinte sull’azzurro del cielo già biancheggiante, e là giù nel piano i drappelli degli armati mal si discernevano ancora dai petroni ferrigni a cui stavano aggruppati intorno, che la masnada d’Enguerrando ritornava trionfante d’avere incendiato Mazzoleni, affrettando il cammino per giungere ne’ suoi asili anzi che fosse interamente spiegato il giorno. Al crescente rischiarare del dì, mentre pervenivano al fondo della valle più vivi riflessi di luce, i montanari dal luogo ove stavano in agguato videro con fiera gioja i loro avversarj varcare a guado il torrente, laddove allargasi in ampio letto, e prendere cammino alla loro volta. Indi a pochi istanti i dossi che fiancheggiano quella landa echeggiarono all’improvviso grido di _Imagna! Imagna!_ e i Ghibellini si videro ricinti da numerosi armati in atto d’assalirli.
— O Dalmasano, io sono Pinamonte (gridò il condottiero de’ Guelfi), ed oggi devi qui pagare il fio delle tante tue scelleratezze. —
Enguerrando non si sgominò, benchè in quel momento desiderasse d’aversi appresso il prode Bertramo, il valoroso suo figlio, che pugnava allora alle sponde del Tanaro. La zuffa incominciò sull’istante, e il primo raggio del sole nascente che penetrò in quella valle, illuminò l’una delle più fiere mischie che siano registrate negli annali delle civili discordie. Ben presto tutto l’irto piano apparve ricoperto di sangue, di morienti e di estinti; il ferreo braccio di Pinamonte operò prodigi di valore. Invano i combattenti della Brembilla, all’eccitatrice e ancor sonora voce del loro antico signore vendevano a caro prezzo la propria vita: essi cadevano l’uno sull’altro orribilmente mutilati da innumerevoli colpi. Il lungo astio represso pareva duplicare la vigoria ne’ montanari dell’Imagna: essi consumarono la strage de’ loro nemici. A gran fatica pochi fra i più arditi e fidi vassalli d’Enguerrando, esponendo i loro petti gli fecero scudo intorno, e strascinarono il vegliardo nei dolorosi passi della fuga, sì che giunse ad avere scampo su per la montagna, e pervenne a racchiudersi nella fatale sua rocca.
Mai sì compiuta vittoria aveva coronati gli sforzi d’alcuno de’ due partiti: quindi la clamorosa disfatta del temuto Dalmasano, e il nome di Pinamonte da Capizzone, riempirono le valli circonvicine e recarono letizia inesprimibile a quelli della stessa fazione, sdegno e sconforto nella fazione contraria.
A Pinamonte mandarono nell’Imagna gratulandosi tutti i capi guelfi della terra bergamasca, e dal chiostro di Pontida gli venne un foglio da nome venerabile segnato, che le maggiori grazie della Chiesa gl’impartiva. Nè al prode guerriero riuscì poi di minore diletto l’invito che gli fu recato dal castello d’Endenna di prender parte ad una nuova impresa.
Sorgeva forte e ben munita nella valle Brembana il castello d’Endenna, ed erane signore il cavaliero Merino l’Olmo, il quale era stato nelle antecedenti vicende eletto supremo duce di parte guelfa. Avendo egli però conosciuto che vanamente si contrastava co’ Ghibellini sinchè tenevano congiunte le loro armi con quelle del Visconte, erasi condotto a vivere solitario nel proprio castello, spiando l’occasione di uscire a campo in loro danno, quando ne fosse venuto favorevole l’istante. Di que’ giorni che il grosso delle forze di Bernabò trovavasi impegnato contro Amadeo conte di Savoja, ei meditava di cogliere il momento per recarsi al conquisto del castello di san Lorenzo in valle Seriana, d’onde i Ghibellini che vi si tenevano forti sturbavano i Guelfi della valle, e tagliavano sovente le loro comunicazioni colla Valle Camonica, ove quel partito contava numerosissimi fautori. Nel frattempo giungeva all’orecchio del cavaliero d’Endenna il trionfo di Pinamonte; per la qual cosa tosto bramò che questo valoroso guelfo seco lui si congiungesse, e si spiegassero unite contro i Ghibellini le loro _baveríe_, che così chiamavansi i pennoni o stendardi de’ partigiani.
Il guerriero di Capizzone, non temendo che Enguerrando, di cui aveva fiaccato così terribilmente l’orgoglio, osasse uscire da Clanezzo o dalla rocca di Ubione per molestare la sua valle, raccolta buona schiera de’ suoi, abbandonò l’Imagna e recossi ad Endenna. Ivi Merino e gli altri capi guelfi onoratamente l’accolsero e festeggiarono. Trascorsi poi brevi giorni, ordinate le loro genti partirono unitamente dalla Brembana, e presa la via per le montagne, calarono in valle di Serio al castello di san Lorenzo, che tosto cinsero di forte assedio.
A Bergamo recò grande scompiglio ne’ Ghibellini l’inaspettato annunzio d’una tale guerresca provocazione, poichè mal sapevano comprendere come il sire d’Endenna e Pinamonte dell’Imagna cogli altri Guelfi osassero tentare una sì aperta ed ardua impresa, quale si era l’espugnazione di quel castello, mentre potevano venire agevolmente assaliti alle spalle dalla fazione cittadina.
A provvedere quindi alla bisogna i Ghibellini s’adunarono e statuirono che in ajuto de’ loro seguaci, accorresse la Cà Suardi, ch’era nella città la più potente di quel partito. Onofrio e Baldino Suardi raccolsero quindi i loro uomini, ed assoldate alcune bande d’Ungari che stanziavano disperse nel paese, s’affrettarono a portar l’armi contro i tracotanti Guelfi montanari, che addoppiavano gli sforzi per mandare rovescie le ghibelline bastite.
Il quindici maggio (quaranta giorni appena dopo la carnificina di valle Imagna) fu il dì in cui la valle Seriana, vide sventolarsi incontro le nemiche bandiere. Tolti gli Ungari che ingrossavano le file condotte dai Suardi, tutti quegli armati che si trovavano a fronte erano d’un medesimo suolo, parlavano un linguaggio, un dialetto stesso, e molti ve ne avevano nelle linee opposte congiunti dai sacri vincoli del sangue, poichè la sorella dell’uno era dell’altro o la sposa, o la cognata o la madre. Ma nulla valeva il potere di sì santi legami a petto di quella fera cecità dei partiti, che tramutava i fratelli in nemici, e le terre italiane in tanti campi di guerra.
Preso ch’ebbero terreno le schiere suardesche, i Guelfi diedero il segno del combattimento, e tosto andarono loro incontro con impeto estremo. Abbenchè i due Suardi fossero valenti battaglieri, e le loro genti senza viltà combattessero, non poterono però tener fronte al sire d’Endenna, ed al pro’ Pinamonte, veri mastri di guerra; ond’è che dopo poche ore di pugna n’andarono rotti in fuga, lasciando seminato la valle di cadaveri e di feriti.
Questo secondo e più importante trionfo de’ Guelfi delle montagne, recò in Bergamo alla parte ghibellina somma costernazione, sì che spedirono prontamente loro messi alla corte di Milano, che a quel signore arrecassero l’infausta novella. Bernabò Visconti ne rimase altamente corrucciato; e sebbene delle politiche cose non fosse troppo accorto e profondo conoscitore, pure gli fu agevole comprendere che se i Guelfi fossero divenuti dominatori nel bergamasco, avrebbero fatto potente sostegno alle pretese del Pontefice, e prossimi come erano alla signoria di Milano (poichè da’ suoi verroni del castello di Trezzo tutto gli si schierava allo sguardo il loro paese) gli sarebbero riusciti troppo pericolosi avversarii.
Per ciò commise al capitano Giovanni d’Iseo la condotta d’una grossa schiera d’uomini d’armi milanesi, ordinando si recasse immediatamente a liberare i Ghibellini della Seriana, a cui i Guelfi vincitori stavano per dare nel castello di san Lorenzo l’ultima stretta.
Mentre veniva a gran furia quel forte soccorso di militi del Visconte, giunse più affrettatamente al campo de’ Guelfi un messo dal chiostro di Pontida, e chiamati a consiglio Pinamonte, Merino e gli altri capi, fece sì che lasciassero l’impresa e si ritraessero, senza sostenere un nuovo combattimento. Le masnade montanare infatti abbandonato l’assedio si sciolsero e ritornarono alle loro valli senza attendere i milanesi.
Bernabò, aizzato dai Ghibellini, non rimase pago al disperdersi spontaneo de’ Guelfi e per punire l’audacia del signore d’Endenna, e rintuzzare l’orgoglio di que’ dell’Imagna spedì nuove genti d’armi sotto la guida di Zenone da Groppello. Questi s’inoltrò in Valle Brembana e giunse ad Endenna, accingendosi a conquistare e distruggere il castello di Merino l’Olmo, il cavaliero guelfo sì funesto sempre all’avversa fazione. Il braccio di Pinamonte non venne meno all’amico in tanto periglio. Scelto un drappello de’ più fidi tra’ suoi, mosse dall’Imagna, e per lunga via ne’ monti penetrò nel castello di Merino, e ne protrassero uniti la difesa. Ma ogni dì s’andavano aumentando le forze del nemico, poichè giungevano all’assedio tutti i Ghibellini della Valle, nè vi mancò venendo da Clanezzo co’ suoi Brembillesi, l’indomabile vecchio sire Enguerrando. Ai ripetuti assalti le mura del castello d’Endenna dovettero cedere alfine, e diroccando lasciarono penetrare i Ghibellini vincitori. Merino e Pinamonte coi più prodi rimasti superstiti dopo l’ultima disperata pugna, s’aprirono la strada col ferro tra le file nemiche. Guadagnarono le rupi di Sedrina, e col favore della notte si condussero sino a Biello, da dove superata la giogaja d’Arnosto calarono nella valle Imagna, ed ivi Pinamonte offrì sicuro asilo nelle proprie case al Cavaliero, la cui intrepidezza non erasi per tanta calamità fatta minore.
Distrutto il castello d’Endenna, il capitano milanese, affine d’imporre un freno ai moti dei ribelli dell’Imagna, nella cui vallata non ebbe però l’ardimento d’inoltrarsi, lasciò forte presidio nei castello di Clanezzo, perchè colle genti di Dalmasano opponesse ai Guelfi insuperabile resistenza.
Per tali favorevoli eventi i Ghibellini di Bergamo, protetti sì vigorosamente dal signore di Milano, stimarono conculcato senza riparo il contrario partito. Ma egli era in quel momento appunto che riusciva a maturanza la guelfa cospirazione da lunga mano condotta, e di cui era centro il chiostro di Pontida.
In quell’aula medesima del monastero in cui ducent’anni addietro i rappresentanti di tante città d’Italia, obbliati gli odii e le gare municipali, alla solenne voce di papa Alessandro III, si erano stretti ad un patto contro il comune nemico, per cui resi nella concordia e nell’unione invincibili, videro a Legnano le terga del superbo Federigo, in quelle stesse pareti trenta capi guelfi erano celatamente convenuti dalle valli e dal piano bergamasco chiamati essi pure dalla volontà d’un Pontefice. Ma questo però non s’aveva altro scopo nell’adunarli che di distruggere l’indipendente potenza d’una famiglia lombarda, quella dei Visconti, la quale signoreggiando Milano ed estendendo il proprio dominio, faceva ire immune dall’influenza della corte cardinalizia un vasto tratto di terra italiana. Tale essere doveva alla fin fine il risultamento di quella guelfa congiura, dal Legato pontificio coll’opera de’ monaci sì pazientemente intessuta. Però a que’ prodi e fieri uomini che vi prendevano parte il vero fine non ne era palese. Essi v’erano condotti, perchè obbedivano all’astio del partito ed a private brame di vendetta; e purchè i Ghibellini ed il Visconte rimanessero sconfitti, non avevano pensiero poi di qual giogo corressero il rischio d’aggravare sè stessi e la patria. D’altronde racchiusi come stavano ne’ loro solitarii castelli, non potevano raffigurarsi greve il peso d’una signoria lontana da loro, mentre la prepotenza d’un forte ed avverso vicino, li obbligava vegliare incessantemente a difesa delle proprietà e della vita.
Tra i capi guelfi che l’adunarono a Pontita, sebbene vi si contassero un Guglielmo Colleone, un Lantelmo Rivola, un Simon de’ Broli, pure per valentía, intrepidezza e scienza d’armi primeggiava Pinamonte, ivi dall’Imagna trasferitosi coll’ospite suo, il fido sire d’Endenna. Ad essi due fu dal congresso affidata la difesa delle Valli occidentali di Bergamo, dal Brembo all’Adda; di questo fiume poi dovevano far libero il passaggio alle schiere del conte di Savoja, il quale le conduceva a congiungersi coll’armata del Legato pontificio che s’avanzava per la terra bresciana, e così sarebbero piombate unite sovra il Visconte.
Scioltasi l’adunanza, ebbero subito luogo tra i Guelfi i prefissi movimenti[21]. Il conte Amadío di Savoja entrato nel milanese aveva portato il suo campo a Vimercate. Ricevuto avviso, ei s’avanzò sino a Brivio. Calati intanto i Guelfi dalle montagne condotti da Pinamonte e da Merino, respinti o trucidati i presidii ghibellini di Villadadda, di Calolzio e delle altre terre della riviera, gli fecero sicura la sponda sinistra del fiume, sì che gettato un ponte varcò in terra bergamasca, d’onde vettovagliato abbondantemente, progredì alla volta della bresciana. Forti drappelli di Guelfi delle vallate orientali l’avevano di già preceduto e s’erano mischiati all’armata del Legato, che s’avanzava numerosa e potente.
Bernabò vide non senza grave turbamento la fiera tempesta che s’andava addensando contro il suo dominio e nella quale era ben da prevedersi sarebbe stata avvolta tutta la sua famiglia, se mai riuscisse meno poderosa. Per apporvi riparo, nell’atto che adunava tutte le sue soldatesche, mandò al fratello Galeazzo signore in Pavia, instando perchè gli avviasse armati onde fosse più valida la difesa contro le guelfe minacce. E indi a poco infatti, condottiere di molte genti a pro dello zio, comparve alla corte di Bernabò in Milano il giovine conte di Virtù, Giovan Galeazzo. Il severo ma semplice Bernabò, accoglieva benignamente e albergava presso di sè il nipote che gli fu genero, mal atto a leggere in quello sguardo composto, in quella fronte pensosa il futuro usurpatore della signoría che gli veniva a proteggere, quegli che doveva col peso d’una corona ducale tentare di comprimere il rimorso d’avergli propinato il veleno.
Al nipote Giovan Galeazzo diè compagno Bernabò in quella spedizione il proprio figlio naturale Ambrogio, giovine di duro animo, e d’indole avventata e bellicosa. Impose a questi specialmente l’incarico di domare i Guelfi ch’erano in Bergamo, e di distruggere tutti quelli che avevano a scorribanda occupato il paese tra l’Adda e il Brembo, traendo clamorosa vendetta de’ congiurati monaci di Pontida.
Le forze del signore di Milano capitanate dai due cugini, e insiememente dall’esperto guerriero, il marchese Francesco II d’Este, entrarono da Cassano su quel di Bergamo. Ambrogio cavalcò dritto alla città con trecento lancie; mentre Giovan Galeazzo ed il marchese, col grosso dell’armata ed i Ghibellini raunaticci, continuarono la via contro le forze pontificie che si appressavano da Brescia.
Non è nostra mente di narrare l’incontro che tra i due eserciti avvenne a Montechiaro. Basti il sapere che le squadre di Bernabò toccarono una terribile sconfitta, che il marchese d’Este rimase prigioniero del Legato pontificio e il giovine conte di Virtù, dopo avere pugnato da prode, perduti nella battaglia l’elmo e la spada, dovette trovare salvezza nella fuga, e recò allo zio, nel castello di Milano, la dolorosa novella.