Racconti storici - Nuovo volume
Part 2
Eccettuati gli uomini d’armi che rimanere dovevano costantemente alla guardia delle mura nel tratto affidato ad essi, tutti gli altri di quella porta in numero di trecento, eransi adunati nel camerone dell’armerìa presso la Brera[17], poichè era da quella _Pusterla_, ossia porta minore della città, che per riuscire più inaspettati ai nemici volevano uscire.
Preceduti dal milite avviato a loro, i due frati Umiliati entrarono in quella vasta sala, o piuttosto ampio androne le cui pareti erano interamente rivestite di appese armature. Vi ardevano rozze lampade pendenti dalla vôlta al lume delle quali que’ robusti nostri antenati vestivano gambieri, schinieri, panciere, corazze, bracciali, manopole di ferro, e si coprivano il capo con celatoni, cervelliere, cuffie ferrate, morioni grevi non meno di mortaj di bronzo; attaccavansi ai fianchi spade smisurate, e impugnavano mazze di ferro, ascie pesantissime, da mandarne spezzata d’un colpo un’incudine. Era là dentro rumore pari a quello di un’officina di ferramenta, poichè quando venivano a contatto que’ guerrieri, cangiatisi in altrettante statue di ferro, mandavano cupo suono metallico. Delle faccie di essi non eravene una sola che non annunziasse intrepidezza, ardire, gagliardía estrema: erano sguardi truci, tinte brune, lineamenti non usi mai a spianarsi per futili gioje. Etruschi, Galli, Romani, Goti, Longobardi si erano fusi in una sola razza, omai indistinguibile; non erano più che Milanesi, ma temprati nell’aspetto e nei modi all’indole incolta di quel secolo di ferro. Il loro linguaggio era di già dialetto milanese, come lo provano i nomi delle persone e delle cose in uso a quel tempo, ma certo non s’aveva quello schiacciato, quel prolungamento, quell’eco nelle vocali che ebbe nei secoli susseguenti, onde acquistando un non so che di troppo molle e lento, fu difetto che dalla pronunzia passò erroneamente ad essere applicato al carattere personale degli abitanti, per cui a torto dalle altre popolazioni d’Italia vennero talvolta qualificati d’inetti e di infingardi. A’ giorni nostri tal nota sfavorevole al dialetto va sensibilmente scemando; poichè rendesi sempre più spedito il comune favellare, e odesi trascinare assai di meno che per l’addietro non si facesse le vocali che formano desinenza alle parole; sulle labbra poi alle persone delle classi più civili moltissimi vocaboli vanno conformandosi meglio alla giusta dizione italiana.
Giunti i due Monaci in quell’adunanza di armati, appena furono scorte le loro bianche tuniche, tutti si composero in silenzio. Si fece tosto avanti il capo della bandiera, ch’era un compagnone il più ardente e istizzito che mai vi fosse, nemico dei consoli della città, nemico acerrimo del Biandrate, nemico insomma di tutti quelli che comandavano più di lui. Arrogante, avvelenato contro ciascuno, Caccatossico[18] accoglieva con sogghigno sardonico il racconto delle imprese altrui, e teneva per fermo che coloro che assediavano Milano non sarebbero andati sossopra che quando avesse egli fatta una sortita colla sua bandiera. Era costui grandissimo della persona, ossuto e magro con occhi irosi, stralunati; ma, per verità, di braccio così poderoso, che narravasi di lui che, in un conflitto a Vaprio, essendoglisi spezzata la spada e avendone lungi gettata l’impugnatura, diede colla sola destra coperta del guanto un sì fiero manrovescio all’uno degli avversarii che gli fracassò la testa e la visiera. Postosi innanzi ai Frati:
— Alla barba del traditore Novarese[19], sclamò rabbioso Caccatossico, la vogliamo vedere finita. Questa notte faremo tritume di quella ciurmaglia che sta fuori a dar guasto ai nostri broli ed alle nostre ortaglie. Menarono tanto rumore e fecero festa a san Giovanni in Conca que’ di porta Romana, perchè condussero dentro prigionieri Giovan Giudeo e il Peterzio di Lodi. Que’ due mascalzoni me li sarei portati da me legati alla cintola. Faremo noi quel che va fatto, e domani se ne sapranno le novelle; in seguito poi chi avrà da pagarle le pagherà. Allorchè vi son io la vittoria non diserta mai la nostra bandiera. Viva porta Nuova! —
E ognuno ad alta voce gridò: — _Viva!_
— Viva sant’Ambrogio! viva Milano!
— _Viva! Viva! Viva!_ —
Tutti poscia i guerrieri s’inginocchiarono, e l’uno de’ frati con essi; l’altro monaco, alzata con una mano la croce che portava appesa alla cintura, recitò una preghiera invocando su di essi l’ajuto divino in quella notturna spedizione che ritenevasi sacra, poichè esponevano la vita per la salvezza della patria, quindi li andò benedicendo, assolvendoli siccome fossero giunti all’ora estrema.
Allorquando poi furono di là partiti i due frati, venne inviato uno degli uomini d’arme a vedetta sull’alto della torre della Pusterla onde spiare nel campo nemico.
Il cielo era affatto oscuro, ma nell’accampamento dell’esercito assediante splendevano innumerevoli fuochi. Da tutte le aperture delle tende scorgevansi entro di esse, collocati in varie guise intorno ai focolari ardenti, gruppi di soldati che stavano o pascendosi o riscaldandosi. Passavano ad ogni tratto innanzi ad esse i drappelli delle scolte, e cavalieri che apparivano d’improvviso illuminati con tutto il destriero, e sparivano tosto nell’oscurità. Perveniva da quel campo un rumor vario, un continuato bisbiglio, tra cui s’alzava di tempo in tempo qualche voce, qualche grido più distinto che subito moriva in quel mormorío incessante, come il frastuono d’un lontano torrente. Ricinto da tutta quella vita serale d’un esercito infinito stava Milano colle sue mura e le sue torri, nereggiante e muto come il simulacro d’un vasto funebre monumento.
Mano mano però andavano facendosi più radi i fuochi, s’affievoliva il mormorío, e quando fu prossima l’ora che segna la metà della notte, ogni lume era scomparso, spento ogni fuoco, e regnava nel campo un silenzio alto, profondo, universale.
Scese allora l’esploratore dall’alto a dare avviso a’ suoi essere opportuno il momento per la sortita. Caccatossico ordinò la schiera e tutti s’avviarono nell’oscurità tacitamente alla Pusterla Brera, il cui ponte levatojo venne calato senza alcuno strepito.
Di contro alla linea di porta Nuova teneva il campo il conte Ecberto di Butene, il quale capitanava una banda di cavalieri di ventura, che, seguendo spontanei le bandiere di Federigo, erano venuti all’assedio. I Milanesi varcato il ponte, procedettero in serrata ordinanza verso le tende nemiche. A causa delle tenebre che fitte regnavano, si erano già accostati d’assai alla sentinella, prima che questa s’avvedesse di loro. Incerto ancora il soldato se le pedate che udiva fossero de’ suoi, ebbe appena proferita la chiamata per ricevere la parola d’ordine, che un colpo di mazza l’aveva steso tramortito al suolo. Tolto così quell’inciampo, si sbandarono prontamente gli usciti, e superato lo steccato, precipitarono verso le tende. Alcune di queste furono fatte d’improvviso crollare, in altre penetrarono i nostri uccidendo chi vi si trovava.
In poco d’ora però il rimbombo de’ colpi, le grida degli assaliti, avevano destato l’allarme, e i circonvicini balzati dai giacigli, accorrevano frettolosi a quel luogo chi colle spade impugnate, chi colle fiaccole accese. Per le nuove genti che continuamente sopraggiungevano, andavansi quindi moltiplicando i lumi e i combattenti. Al rosso chiarore di tante fumide faci balenavano i ferri con sanguigni riflessi, mentre fierissima e micidiale si stringeva la mischia. Pugnavano i Milanesi come leoni affamati. Ogni loro colpo era il tocco del fulmine. Colti all’impensata, mal coperti dalle armature, gli imperiali non valevano a sostenere la furia dei nostri, e ne andavano a fascio l’uno sovra l’altro. Caccatossico ingiuriando a grida sgangherate i nemici, avanzava menando con poderoso slancio a due mani da dritta e da sinistra il suo lungo spadone, spazzando ad ogni colpo il luogo.
Respinti da tanta tempesta dovettero alla fin fine gli assaliti volgere le spalle, e si diedero alla fuga per l’accampamento. Mentre il maggior numero de’ Milanesi li andava inseguendo, altri scorgendo quivi presso riparati sotto appositi assiti un branco di cento cavalli de’ guerrieri di Ecberto, che tenevano tuttavia sul dorso gli arcioni, posero sovr’essi le mani e tagliate le corde, li spinsero verso la città, ove tosto que’ bardati destrieri furono fatti penetrare. Coloro che li cacciavano innanzi però ebbero tempo appena di far pervenire fra le mura la preda, che rivoltisi per raggiungere di nuovo i commilitoni, li videro che non solo avevano cessato dall’incalzare i nemici, ma venivano retrocedendo innanzi a loro continuando pur sempre a pugnare.
Essendosi propagata colla velocità del lampo la nuova dell’uscita degli assediati, varii de’ capi dell’esercito imperiale avevano avuto il tempo di ordinare le schiere, le quali sopravvenivano sempre più fitte e numerose. Il conte Ecberto salito prontamente un corsiero, e seguito da alcuno de’ suoi più valorosi cavalieri, veniva a galoppo incalzando colla lancia gli assalitori. Il fiero Caccatossico urtato da lui, si volse d’un tratto e con un gran fendente alla cervice del cavallo glielo mandò rovescio; mentre l’animale cadeva replicò poi con una vigoría ed una prestezza indicibile il colpo sulla testa allo stesso Conte, che lasciò cadere di mano la ronca, e fu veduto ripiegarsi sovra sè stesso, colando il sangue a rivi dai fori della sua visiera. Caccatossico lo afferrò tosto pel mezzo del corpo, fuor levandolo di sella, ed esclamando che voleva portarselo in Milano ed inchiodarlo come un gufo alla sua casa, onde tutti l’avessero a vedere e sapessero quelli di porta Romana che il suo era uno de’ buoni, e non un Lodigian di stoppa; aggiungendo ogni altra contumelia che l’odio municipale faceva più consueta a quella lingua di fuoco. Ma in tale istante tutti i seguaci d’Ecberto gli furono sopra, e tratte le spade lo tempestarono con estrema vigoría. Impedito dai cavalli che lo assiepavano, Caccatossico faceva ogni suo meglio per riparare i colpi, ma ne veniva martellato in sì fatta guisa, che alfine rimase fessa in più parti la sua grossa celata. Allorquando scortolo in tale perigliosa posizione, volgendo faccia, irruppero i suoi contro i cavalieri nemici, l’intrepido capitano della bandiera di porta Nuova aveva già avute forate le tempia ed era caduto sul corpo d’Ecberto che non aveva mai abbandonato.
Al nuovo impeto gli imperiali cessero il suolo e i Milanesi sollevati da terra i due estinti guerrieri, via li tolsero, e vennero a gran passi verso la città, dalle cui mura, i nemici che volevano ostinarsi a inseguirli, furono trattenuti lontani con una pioggia di saette, di sassi, di verrettoni. Rientrata al fine l’uscita schiera dalla Pusterla, venne subito rialzato il ponte levatojo, e ribadita la ferrata imposta.
Quando i primi fuochi dell’aurora colorirono la sommità delle torri di Milano, già gran parte della città era conscia del fatto; mano mano poi che la luce del giorno si faceva più viva, per tutte le contrade spandevasi il popolo chiedendo ed ascoltando con gioja ed avidità i casi di quella gloriosa sortita, acclamando la bandiera di porta Nuova, e deplorando la perdita del valente che avevala guidata. Allorchè fu alto il sole, in tutte le chiese, ne’ conventi e monasteri, furono fatte pubbliche preci, e poscia i guerrieri di porta Nuova n’andarono processionalmente per la città, conducendo i cavalli predati, e portando sopra un’alta bara il corpo del loro condottiero, innanzi a cui veniva recata infissa in una lancia la compiuta armatura del conte Ecberto. A tal vista l’ardire e la speranza de’ cittadini s’accrebbero a dismisura, raffermi nella persuasione che mai l’esercito alemanno avrebbe trionfato di loro.
Pure non scorsero quindici giorni e Milano erasi arresa, giurando fedeltà al germanico imperatore; della qual cosa non è agevole stabilire le cagioni. Certo è però che a loro mal costo vollero poi i Milanesi ribellarsi, perchè Federigo sentenziatili contumaci, venne alla metà dell’anno 1161 ad assediarli di nuovo, e dopo sette mesi di difesa li costrinse un’altra volta ad arrendersi, sebbene piuttosto a causa della fame che per la forza dell’armi. Ricevuto in Lodi l’atto di loro sommissione la più intera ed umiliante, il Barbarossa qui si recò[20] ordinando che tutti gli abitanti uscissero dalla città e venisse Milano atterrata, distrutta. E ciò fu fatto. Ma nel chiostro di Pontida si componeva la famosa lega che doveva vendicare un sì memorabile affronto.
I Milanesi trionfarono, e la loro città sorse dalle proprie rovine potente ancora e vigorosissima. L’abbellirono indi i Visconti con stupendi edificii; l’adornarono gli Sforza; la sua area s’aggrandì, si duplicò durante la signoria della Spagna; la prima dominazione austriaca dalla ruggine dei secoli la ripuliva, indi l’imperante francese vi disegnava opere grandiose. Ora fatta capitale del bel regno Lombardo, come per incanto fiorisce e s’adorna. Si compiono e si erigono templi, archi, monumenti; sorgono palazzi, gallerie; ogni dì diroccano e spariscono vecchie deformi muraglie, e nuove case si presentano di vago e ornato aspetto, che l’occhio ricreato ammira. Le vie, le piazze, prima contorte e anguste, si fanno ampie e diritte, e ogni oggetto v’abbonda a conforto o sollazzo della vita abbisognevole.
FINE.
I GUELFI DELL’IMAGNA
O IL CASTELLO DI CLANEZZO
RACCONTO STORICO.
Chi è quel vecchio che di sangue rossa La persona, ver me gli sguardi ha intenti? Non ti par che movendo ei di lontano Con la fronte m’accenni e con la mano? Io?... seguirti?... ma dove?... e tu chi sei? Mi conosci tu forse?... Ah! no t’arresta: Deh! per pietà non mi strappar da lei! _I Lombardi alla Prima Crociata._ CANTO XV.
Era il tempo in cui ferveva in Italia la maledetta peste dei due partiti, generata dai contrasti tra Roma e il germanico impero; ed ogni città, ogni terra, anzi dir si potrebbe ogni casale, ogni famiglia, andavano divisi in sostenitori dell’una o dell’altra delle avverse fazioni e vivevano quindi tra essi non come parenti o fratelli, ma quali accaniti nemici.
Fra l’ultime ad essere attossicate da sì funesto contagio, fu Bergamo, in cui il rompersi de’ cittadini in parte ghibellina e guelfa e lo armato contendere fra loro per simile deploranda cagione, non ebbe cominciamento che nell’anno 1296, mentre altrove avevano già da lunga mano quei due nomi fatto insanguinare la terra italiana.
Ben tosto però arse ivi pure potentissimo l’incendio, e si stese dalla città al territorio; onde il piano e le valli che Bergamo signoreggia, presentarono rapidamente un solo feroce quadro di civili dissidii. Dopo infiniti parziali azzuffamenti che gli animi già crudi inasprirono, vennero alfine le due fazioni ad assalto entro le mura stesse di Bergamo. Soccombettero nel conflitto i Ghibellini: per la qual cosa, abbandonate le loro case, ire dovettero in esiglio. Si rivolsero essi allora al Magno Matteo Visconte, ch’era in Milano il capo del loro stesso partito, e acciecati dal desìo di vendetta offrirono con mal consiglio di dargli in mano la città, quando volesse di sue milizie ausiliarli. Accolse tale proposta l’astuto Visconte; mandò suoi uomini d’armi, affortificati dai quali i Ghibellini bergamaschi, rientrati nella città, sconfissero i seguaci della fazione contraria, li spogliarono de’ loro averi rilegandoli ai confini. I vincitori chiesero un governante a Matteo, che s’affrettò ad avviare a Bergamo Ottorino Mandello qual proprio rappresentante, per comandarvi in suo nome. Però quel trionfo della parte ghibellina fu di breve durata, poichè indi a pochi mesi i Guelfi ritornati in forze riconquistarono la città, e ne scacciarono furiosamente i Ghibellini e il Mandello, e ogni loro seguace, e per vari anni vi si mantennero dominatori.
Se non che molti tra i Guelfi stessi, mutata col tempo opinione, si diedero al partito contrario; ond’è che i Ghibellini, ripreso vigore, rialzarono la testa, e nell’anno 1301 chiamarono di nuovo Matteo al dominio di Bergamo. Quel Signore si mosse incontanente da Milano, cavalcando di compagnia col proprio figlio Galeazzo e seguito da numerosa schiera di venturieri e di militi milanesi, venne ad unirsi coi Ghibellini in terra bergamasca. I Guelfi ch’erano dentro la città, vedendo affievolite le loro file da numerose diserzioni, messi in ispavento dalle armi straniere, che sopraggiungevano collegate a loro danno, sgombrarono Bergamo per la seconda volta, ed ivi entrò il Visconte colla fazione ghibellina e vi fu proclamato capitano generale. S’impossessarono i Guelfi della Terra di Romano, e ampliandone il castello, vi si stanziarono.
In quella età succedevansi rapidissimi i sconvolgimenti, poichè la forza sociale non stretta a centro comune, ma fra mille capi quasi equabilmente divisa, faceva troppo arduo lo stabile signoreggiare d’un solo in regolato ordinamento, e poneva la fortuna dei più in balìa de’ capricci, degli interessi, degli errori di una moltitudine rozza e subitanea nel suo parteggiare. Così avvenne che la potenza di Matteo andò di subito ecclissata, onde il partito ghibellino spoglio del saldo appoggio del signore di Milano, dovette co’ Guelfi venire a componimento, e lasciare che questi pure rientrassero nella città di Bergamo, ove alcun tempo, cioè pel corso di due anni, rimasero le contrarie fazioni vicine e tranquille. Rinati poscia i dissidii, com’era agevole a supporsi, la parte guelfa di nuovo prevalse e i Ghibellini cacciati in bando si raccolsero a Martinengo e di là uscivano di continuo a battagliare co’ Guelfi, recando ogni guasto alle loro ville ed ai loro tenimenti.
Questo fatale avvicendare di vittorie e di sconfitte si prolungava da quasi un secolo intero. Le stragi, le paci, gli assassinamenti, gli accordi furono innumerevoli. Quella primitiva fazione, come in altre parti d’Italia, assunse anche ne’ paesi bergamaschi nuovi nomi e nuove divisioni. Colà si chiamarono _Intrinsici_ i Guelfi, _Estrinsici_ i Ghibellini. Per le borgate e le terre sino alle estremità de’ monti, una famiglia, un’insegna davano nome a novelli partiti, ed era per tutto un indomabile delirio d’odiarsi e distruggersi.
Però tra le valli bergamasche quelle in cui più fervido e operoso si mantenne l’astio di parti furono la Val di Imagna e l’antica Valle Brembilla, ora entrambe sì queto asilo di placidi mandriani e d’agricoltori.
S’apre la Valle d’Imagna a ponente di Bergamo poco al di là del Brembo, e prende nome dal torrente che calando dai monti, da cui è conterminata la valle a settentrione, la vien rigando presso che per tutta la sua lunghezza, e va a metter capo nel Brembo. Ristretta è la Val d’Imagna: ovunque severa, e in molte parti, ma più verso il fondo, di tetro e selvaggio aspetto, poichè le fanno parete montagne alte, ripide, boscose; la chiudono aspri monti dentati, di nudo macigno, la cui catena chiamasi la Serrata, che la dividono dalla più nordica Val Taleggio.
La Brembilla non era propriamente una sola valle; ma negli antichi tempi davasi tal nome a tutto quel gruppo di monti cogli avvallamenti in essi racchiusi, che hanno principio nel punto ove l’Imagna scende nel Brembo, e per lo spazio di dieci miglia all’incirca, correndo all’insù, dividono la Val d’Imagna dalla Valle Brembana. Il territorio tutto e i villaggi di que’ monti, sia sul versante che accenna al Brembo, sia sul pendio opposto che cala all’Imagna, s’ebbero complessivamente la denominazione di Brembilla.
Vantava la Val d’Imagna le sue terre di Stroza, Capizzone, Mazzoleni, Locatello dagli sparsi casali, Sant’Omobono dall’acque salubri, le due Rota, l’altissimo Fuipiano ed altre non poche. Vantava la Brembilla il suo Ubiallo, Bondello, Axolo, Biello, Mortesina e il prospettico Clanezzo. Quest’ultimo aveva un castello, che quasi chiave del paese, sorgeva al cominciamento di esso sul colle, a’ piè del quale vengono a mischiarsi le acque del Brembo e dell’Imagna; e teneva soggetto il ponte, che arcuato fra due dossi petrosi sul fragoroso torrente, offriva l’unica via che agevole fosse a percorrersi volendo penetrare in quella contrada.
La Brembilla poi iva orgogliosa eziandio d’una rocca, che sorgeva sull’una delle sue più alte cime, il monte Ubione, a cui dalla falda ov’è Clanezzo per arrampicati sentieri in non poco d’ora si sale. Quel forte arnese, ivi eretto nel decimo secolo da Attone Leuco conte d’Almenno, mostravasi turrito e cinto da merlate mura. Isolato e minaccioso quale appariva su quel culmine a cavaliero delle due Valli Brembana ed Imagna, quasi segnacolo della superiorità su di esse di que’ della Brembilla, veniva considerato dagli afflitti abitatori delle soggette vallate, che lo contemplavano da lungi, come un nido inviolabile d’umani avvoltoi, da cui venivano rapaci piombando inaspettati, ed a cui riparavano colla preda. Imperciocchè gli uomini della Brembilla soverchiavano in forze i loro vicini, e con depredazioni continue li danneggiavano. Erano essi vigorosi, armigeri, arditissimi, ed avevano valorosi capi nelle famiglie potenti che dimoravano nella valle.
Tra le distinte famiglie della Brembilla precipua poi era quella de’ Dalmasani, signori di Clanezzo, nel cui castello abitavano e d’onde uscivano capitanando loro genti nelle zuffe che co’ propinqui valligiani perpetuamente s’ingaggiavano, ed in ispecial modo con quelli dell’Imagna. Poichè tra la Brembilla e l’Imagna, due montuose rivali, manteneva acceso più fiero e inestinguibile il fuoco dell’ira, la scintilla degli avversi partiti, essendo la prima di ghibellina, l’altra di guelfa fazione.
E poco dopo la metà del secolo decimoquarto il più potente avversario che s’avessero i Guelfi dell’Imagna, egli era appunto il sire di Clanezzo Enguerrando Dalmasano, ghibellino ardentissimo. Ottenuta ch’ebbe l’alta Rocca di Monte Ubione dalla gente Carminata (abitatori di Casa Eminente altro castello nella Brembilla), il rapace Enguerrando disegnava nella valle, che misurava dello sguardo, i luoghi a cui portare assalto, e scendeva quindi ruinoso con sue masnade, come irreparabile torrente, recando incendio e ruina or in questa, ora in quella terra nemica; e solo nella gioja di depredare i Guelfi e sconfiggerli quell’anima feroce diguazzava. Andavano sconfortati al tutto gli abitanti dell’Imagna poichè non avevano valida difesa ad opporre alla prepotente possa del loro odiato vicino, e i soli nomi di Dalmasano, di Clanezzo, d’Ubione, portavano in tutta la valle la desolazione e lo spavento.
Già da alcuni anni duravano sì disastrose vicende, allorchè fece inaspettato ritorno nella terra nativa l’uno de’ più potenti valligiani dell’Imagna, Pinamonte da Capizzone, ch’era da più lustri stato assente.
Nell’ardore d’una bellicosa giovinezza Pinamonte erasi abbandonato a tutta la foga di sfrenate passioni, cui tennero dietro sì tremende sventure, che l’infelice attrito dalle angoscie e dai rimorsi abbandonò il patrio suolo, e andò cercando piuttosto la morte che la gloria combattendo in lontane contrade. Ma essendo uscito illeso dai più gravi perigli, dimise l’usbergo e la spada e fattosi palmiero, pellegrinò a Roma ed a Gerusalemme. Reduce da quella sacra terra aveva fermo di racchiudersi pel rimanente de’ suoi giorni in cella monacale, ore sperava dalla preghiera e dalla solitudine, raccoglier pace agli affanni non ancora attutati nel cuore.
Poco lunge dal limitare di sua paterna valle, sorgeva a Pontida quel chiostro, che la fama della lega lombarda, ch’ivi fu stretta, manda tuttavia celebrato in Italia, sebbene or vuoto e nudo apra i suoi vasti recessi al sole ed al vento che aleggia la valle. Di quella età esso n’andava altamente venerato per la santità de’ suoi Cenobiti, e vi traevano signori e penitenti a visitarlo sino dai più remoti abituri de’ monti.