Racconti storici - Nuovo volume

Part 4

Chapter 43,465 wordsPublic domain

Mentre ciò accadeva, Ambrogio entrato in Bergamo aveva fatti prendere a tradimento alcuni de’ principali Guelfi ivi rimasti, e loro aveva data la morte. Mosse quindi co’ suoi armati alla volta del Brembo, lo valicò e incenerì Gonfaleggio; indi assalì Caprino mettendone a ruina gli abitati. Si volse in seguito furioso a Pontida per distruggerne il chiostro.

Le bande montanare, condotte da Pinamonte e dal sire d’Endenna, eransi sulle prime ritirate nelle valli, rifiutandosi, atterrite, a stare a fronte a que’ possenti guerrieri ch’erano mandati contro di esse. Ma alla novella degli orribili guasti recati dal Visconte, e dell’imminente periglio delle sacre mura del monastero, rampognati con aspre parole dall’impavido guerriero dell’Imagna, brandirono di nuovo le armi e giù venendo a precipizio, giunsero addosso alla soldatesca dell’immite Ambrogio, pel cui comando già andava in fiamme una parte del convento. Si pugnò con un ardore senza pari: molte aste e spade si spuntarono e ne andarono in pezzi sulle salde armature di Pinamonte e del sire d’Endenna; ma essi non cessero mai, e ad esempio di quegl’instancabili combattenti, le scuri e le mazze de’ montanari operando robustamente, giunsero al fine a rompere gli ordini de’ militi nemici, e gli serrarono dappresso uccidendo in accannita mischia uomini e cavalli. Mentre Ambrogio, resistendo tuttavia, faceva impeto disperato con un drappello di seguaci, assalito da vicino egli stesso, n’andò al suolo trafitto da mille punte. Ad altro allora non pensarono i suoi che a raccoglierne la salma e a ritirarsi; nè ebbero schermo dall’inseguire de’ vincenti che ritraendosi di là dal Brembo, d’onde recato a Bergamo l’estinto figlio di Bernabò, s’ebbe dai Ghibellini che dominavano la città, onorevole e lagrimata sepoltura.

Era così venuto pe’ Guelfi il giusto momento di scuotere interamente il giogo de’ loro oppressori. Celebrarono in Pontida la novella vittoria, ed ivi Pinamonte giurò che in quelle vallate esser più non vi doveva segno di dominio de’ Visconti o de’ Ghibellini, e che s’aveva ad ogni costo a togliere loro di mano i luoghi forti che occupavano. Propose per prima impresa l’assalto del castello di Clanezzo, ove Enguerrando Dalmasano teneva uniti a’ suoi uomini della Brembilla i guerrieri milanesi lasciati colà da Zenone di Groppello ed il cui figlio Bertramo aveva sempre battagliato contro il loro partito, ed armeggiava tuttavia sotto lo stendardo della vipera.

Tutti i convenuti applaudirono alla proposta dell’indomito guerriero di Capizzone, il quale ricondotte quindi nell’Imagna le bande de’ suoi valligiani e fatto forte da masnade della Brembana chiamate dal suo fedele cavaliero d’Endenna si preparò all’assalto dell’abborrito Clanezzo.

Sorgeva la notte e neri ammassi di nubi posavano immoti sulle dirupate cime de’ monti che chiudono quella valle. Quando tutto fu tenebre si videro silenziosi varcare l’Imagna drappelli e drappelli d’armati guelfi, che un fiero desiderio di sangue e vendetta conduceva giojosi a perigliare per le silvestri rupi dell’Ubione. Essi salirono la montagna, indi la costeggiarono, e riuscirono in Clanezzo d’intorno al castello di Dalmasano. Splendettero allora le fiaccole e si diè mano da tutti a martellare colle pesanti travi la ferrata saracinesca. Alle grida d’allarme delle scolte, al rintronare di que’ colpi, gli abitanti del castello fecero indarno dalle feritoje e dalle merlate mura piovere sugli assalitori in mille guise la morte. Ogni ostacolo fu superato; scassinata e spezzata n’andò la porta, e l’onda degli invasori traboccò nel castello. Per gli atrii, per le scale, lungo i porticati era un combattere furioso, e cresceva spavento in quel tumulto feroce lo scoppiare rimbombante della procella, scatenatasi d’improvviso dalle balze montane, la quale faceva tremare dalle fondamenta il forte edifizio, quasi natura sdegnata volesse manifestare il suo corruccio a que’ spietati deliranti a sterminarsi.

Pinamonte e il sire d’Endenna incalzando vigorosamente gli smarriti difensori del castello, pervennero pei primi nella sala d’armi, ove si scontrarono nel vecchio Enguerrando. Egli, vestita la corazza e impugnata la spada, veniva trattenuto a sommo stento da Costanza sua nuora, la giovinetta sposa dell’assente Bertramo, dalle donne di lei e dai servi, deliberato d’uscire ad affrontarsi cogli assalitori.

Allo scorgere i due suoi odiati nemici comparirgli a fronte, Enguerrando non ebbe più freno, e si avanzò contro Pinamonte scagliandogli le più fiere imprecazioni. Costanza balzò frammezzo ad essi, e nell’atto che al suocero faceva scudo di sua persona, scongiurava co’ singhiozzi, giungendo le mani, il guerriero guelfo di risparmiare la vita al canuto avversario. Ma Pinamonte ardente di vendetta, impaziente di tale contrasto, afferrò col sinistro braccio, in cui portava lo scudo, la desolata Costanza, e trascinandola di fianco, si tolse così dinanzi ogni ostacolo, onde i ferri di que’ due possenti capi degli avversi partiti cupidi di trucidarsi, si scontrarono e si ripercossero furiosamente. Non durò a lungo però la lotta; poichè scambiati alcuni colpi, ribattuta la spada d’Enguerrando gli vibrò Pinamonte dritta la punta della sua nel petto. Un lampo folgoreggiando dalle gotiche imposte spalancate dal vento, rischiarava di sua luce tremenda l’orribile spettacolo. Costanza diè un grido; e svincolatasi dal braccio del guerriero, s’abbandonò sul vecchio ch’era caduto rovescio immerso nel proprio sangue.

Il fragore del tuono, il muggire della bufera che incalzava violentissima, coprivano gli ululati che i servi e le donne mandavano disperatamente al mirare il loro antico signore steso trafitto al suolo esalare gli ultimi respiri. Pinamonte recato il fatal colpo, rimase immobile, quasi inoridito egli stesso alla vista dell’atroce morte di quel vegliardo. Ma il cavaliero lo richiamò, lo scosse; onde entrambi, radunati ad alte grida i loro seguaci, abbandonarono quel castello che avevano riempito di desolazione e di stragi.

Quanto era avvenuto a Clanezzo si rinnovò in altri luoghi delle vallate e del piano, ove tenevansi presidii ghibellini, e sempre nelle più perigliose imprese i Guelfi dell’Imagna riuscivano invincibili; onde quella fazione tenevasi sicura che la ghibellina sarebbe stata annichilata o perpetuamente sottomessa.

Non fu però tale il volere dei destini. Era statuito che avesse la stirpe viscontea a grandeggiare in Lombardia: essa doveva spogliare le città di loro municipali franchigie, essa ridurle suddite in un ducato, quasi per renderle al tutto imbelli, affinchè dopo un secolo e mezzo sbandassero, facile preda, ad inghiottirsi negli incommensurabili possedimenti del Quinto Carlo, l’austro-ispano dominatore.

Nè il Legato pontificio, nè i Guelfi seppero approfittare delle riportate vittorie. Bernabò, a non lasciare inulta la morte del figlio e la sconfitta del nipote, adunò tutte le soldatesche della signoria; ed esso stesso guidandole cavalcò da Trezzo, varcando in bergamasca dal doppio ponte sull’Adda, e mandò in ruina tutti i possedimenti de’ Guelfi, incendiando case, tagliando alberi e viti. S’accostò alla valle Imagna; e venuto in Almenno, ivi pure non perdonò nè agli abitati, nè agli abitatori: non penetrò nella valle, poichè giurò che prima voleva adeguare al suolo le mura del riottoso chiostro di Pontida, e averne la vita de’ monaci ribelli. Tutti i capi guelfi alla terribile minaccia che si propagò del Visconte contro il famoso monastero, accorsero alla difesa di esso, pronti a sagrificarvi la vita. Pinamonte e il sire d’Endenna calarono frettolosi a quella volta colle masnade montanare. Ma Bernabò, avanzandosi da Almenno, mosse alla loro volta, e scontratisi presso Palazzago, nacque un terribile combattimento. Questa fiata però i montanari e tutte le bande guelfe n’andarono vinte e sbaragliate. V’aveva una lancia tra quelle de’ cavalieri del Visconte, che sì furiosamente s’adoperava contro gli uomini dell’Imagna, che ben vedevasi esserne guidati i colpi da un desiderio più ardente, che il fervor bellicoso. Era quella di Bertramo Dalmasano, il figlio dell’estinto Enguerrando, sire di Clanezzo.

I capi guelfi con Pinamonte e il cavaliere d’Endenna in numero d’oltre settanta, dopo la loro disfatta di Palazzago si gettarono nel monastero di Pontida, e si prepararono a disperata difesa. Bernabò, circondato strettamente il chiostro, fece trasportare le macchine belliche per atterrarne le mura. Vedendosi ridotti a inevitabile estremità i monaci persuasero i combattenti ad arrendersi. Venutisi a parlamento, Bernabò promise salva ad essi la vita; ma colla perfidia di que’ barbari tempi, quando le porte ne furono disserrate, e le sue soldatesche penetratevi ebbero nelle mani i cenobiti ed i guerrieri difensori, il Visconte fece i monaci crudelmente trucidare. De’ capi guelfi poi molti perirono nei tormenti; ad alcuni pochi più doviziosi accordò riscattarsi con ingenti somme; altri diè prigionieri in mano ai Ghibellini, loro spietati nemici, onde ne disponessero a piacimento. Il monastero venne poscia abbandonato alla soldatesca che ne consumò il saccheggio, ed indi fu dato in preda alle fiamme[22].

Solo andarono immuni dal sacrilego depredare e dall’incendio, i corpi di sant’Alberto e dei beati Tito ed Enrico i quali stavano in quel chiostro deposti, ed in grande venerazione tenuti. Venne il vescovo di Bergamo Lanfranco a raccogliere quelle sacre ossa dalle mani dei militi, e colle confraternite a lungo seguito di chierici e regolari ne eseguì in solenne modo il trasporto alla città, ove furono racchiusi in un’ara di santa Maria maggiore. Per tre giorni il popolo accorse nella chiesa ad onorare quegli umani avanzi tramutati dalle loro pristine sedi, e poteva innanzi ad essi meditare quanto erano terribili i frutti dell’odio e della vendetta nelle cittadine fazioni.

Il cavaliero Merino l’Olmo, il valoroso e fido sire d’Endenna, aveva lasciata, combattendo entro il chiostro, la vita. Più sventurato Pinamonte da Capizzone, l’eroe dell’Imagna, carico di catene varcò le soglie del castello di Clanezzo ivi trascinato prigioniero dal nuovo sire Bertramo Dalmasano, che lo volle avere da Bernabò in potere e che aveva a vendicare in lui il versato sangue paterno.

*

Di questi nostri dì chi s’avvia per la comoda ed ampia strada aperta all’interno della Valle Brembana, ove le salubri acque di san Pellegrino, chiamano ne’ giorni estivi numerose cittadinesche brigate, vede poco dentro dall’ingresso della valle sulla destra del fiume un poggio, che alberi pittorescamente aggruppati, che fiori, che viottoli, che elegante belvedere, mostrano foggiato ad amenissimo giardino. Biancheggia un’ampia casa al di là del giardino, e a piè di esso v’ha l’arco d’un antico ponte sotto cui passa un torrente che versa le sue acque nel Brembo. Quel torrente è l’Imagna, quella casa il castello di Clanezzo; e il poggio, sì vago di presente e gradito soggiorno, iva tutto coperto d’opere fortalizie. Sorge ora un grazioso _caffehaus_ nel giardino là dove eravi il gheffo per le scolte, e il luogo serba tuttavia il nome di _sentinella_. Ivi chi lo eresse, gentile amatore della natura e della storia, vi depose verrettoni, pugnali e picche, e chiovi a larghe capocchie, ch’egli stesso raccolse tra le ruine dell’antica rocca d’Ubione, di cui sull’alta vetta del monte tutta scoprì le fondamenta, e pose una iscrizione ad indicarlo ai visitatori.

Nel luogo stesso a riscontro di quella ove è detto dell’armi rinvenute sepolte ne’ ruderi della sfasciata rocca, quest’altra iscrizione si legge che noi riportiamo affinchè serva a compimento del nostro racconto[23].

«Era a mezzo il suo corso la notte del 20 marzo del 1393. Le acque de’ fiumi ripetevano nel loro seno l’argenteo disco della luna, che brillava in un purissimo azzurro. Da questa torricciuola la scolta vegliava alla sicurezza del Castello. Improvvisamente dall’opposta sommità del ponte si mostra agli occhi della sentinella un forte drappello di valligiani d’Imagna. La campana d’allarme tosto ha rimbombato fra le rupi della valle, ed il suo squillo funesto e prolungato ha risvegliato gli abitanti del villaggio. Bertramo Dalmasano, signore di Clanezzo, accorso alla testa de’ suoi armigeri, opponeva vigorosa resistenza al nemico, che già atterrava i ferrei cancelli del ponte; ma colpito l’animoso ghibellino da un dardo avvelenato, periva vittima del disperato suo coraggio. Il prigioniero, che gemeva sepolto nel carcere solitario del castello, a tale novella preso da feroce gioja, scuoteva le sue catene; sul suo pallido e corrugato volto succedeva al pianto il truce sorriso della vendetta, e dolce gli scendeva al cuore la speranza di rivedere ancora la luce del giorno, ed i patrj lari».

FINE.

EDEMONDO ED ADELASIA

O LA TORRE DI GOMBITO

EPISODIO DELLE FAZIONI BERGAMASCHE.

Dimessi gli odii antichi e l’ire acerbe Segnar con viva religion nel core La desiata pace del Signore. I GUELFI. Poema.

Ardito monumento di feroci tempi sorge quasi nel centro dell’alta città di Bergamo, una quadrata elevatissima torre contesta di grossi massi petrosi, che lungi vedesi dal piano giganteggiare sulla linea degli edificii come un ricordo severo, una minaccia di trapassate età fatta solida, inalterabile. Presso la sommità di quella torre s’apre in ciascuno dei quattro lati un pertugio o finestretta oblunga, arcuata, che al guardarla dal basso ha l’apparenza di semplice fenditura. Nell’epoca di cui intendiamo parlare, cioè nell’anno 1306, una ferriata di grosse barre era apposta ad ognuno di que’ fori e ne divideva l’angusto vano in più piccioli spazj.

Sul cadere del giorno 24 d’agosto dell’anno sopra annunziato chi dalle vie vicine avesse mirato attentamente all’alto della torre, avrebbe veduto tra le ferree spranghe della finestretta dal lato occidentale apparire la faccia d’un giovine prigioniero che stava immoto contemplando il tramonto del sole.

Trovavasi infatti colà un misero, ancora nella più fresca età della vita, che dotato di prodigiosa attività e tutto fuoco nell’anima, era condannato a consumarsi in fatale inerzia entro quelle ristrette e tremende pareti, caduto ahi! troppo immaturamente, in potere di un nemico, più fiero e implacabile per essere suo stesso concittadino. Aveva quel prigioniero pallido il viso, nerissimi gli occhi, e cadente lungo le tempia la bruna ed inanellata capellatura; stava allora curvato al sasso, collocate l’uno sull’altro le braccia e il mento appoggiato sul pugno della destra mano, fiso mirando il gradato scemarsi della viva luce del giorno, e il vibrare degli ultimi raggi lungo la fuga di colline, che si stendono a ponente della città sin dove avvalla il Brembo. Vedeva egli i castelli sulle prominenze lontane disegnarsi in nero contro lo splendido occidente, e passare in taluni di essi per opposte aperture una striscia di luce, che raffigurava entro le vetriate un incendio.

Quando tutto quell’ardente chiarore si andò temprando in una tinta argentina, che mano mano moriva nell’azzurro sempre più cupo del cielo, su cui veniva dominando la sera, il prigioniero si rizzò, e più dura, più angosciosa si scrisse ne’ suoi bei lineamenti la pena, alla quale quel luminoso spettacolo aveva recati alcuni momenti di tregua.

Dalle sottoposte chiese sì della città, che dei borghi, cominciò in quel mentre a salire là su il suono de’ tocchi dell’_Ave-Maria_. Al mesto rimbombo di quel pietoso invito a rivolgersi a Dio, si concentrò lo sconsolato in sè stesso, ed alzò poscia supplicante lo sguardo, lasciando giù cadere le braccia con giunte le mani. Parve pronunciasse una preghiera, ma non ne raccolse giovamento alla quiete dell’animo, poichè d’improvviso fece un moto di sdegno e proruppe in tronche parole di rabbia e minaccia. Acquetatosi di nuovo s’appressò al suo giaciglio, e su vi si abbandonò rimanendovi supino in riposo; ma dopo pochi momenti incominciò ad agitarsi, e crescendo in lui la smania, vi si arrotolò singhiozzando disperatamente. Riavutosi da quell’impeto sfrenato di dolore, si sollevò a sedere, indi inclinossi da un lato, piegò il capo e rimase sorretto sulle braccia che stese a puntellare la persona. Così stette a lungo assorto in tetri pensamenti, senza trarre pressochè il respiro, immobile al paro dell’effigie marmorea del gladiatore moribondo di cui imitava la posa. Elevata alfine la testa osservò che riflettevansi in chiaro sulla volta del suo carcere le quadrate partizioni della finestra aperta dal lato orientale. Comprese che spuntava la luna, si rialzò, e s’affacciò a quel pertugio.

Di retro ai colli che limitano la veduta verso Brescia, veniva alzandosi, e sorgendo s’allargava smisuratamente in sua pienezza l’astro della notte. Allorchè fu tutto sull’alto del prominente colle a cui pareva appoggiarsi col lembo inferiore, si mostrò rosseggiante, e venendo da alcune brune strisce di vaganti nebbie bizzarramente tratteggiato, all’attristata fantasia del prigioniero, il disco lunare, prese aspetto dell’umana faccia d’un beffardo spirito nimico, apparso a far più crude col suo reo influsso le sciagure umane, sembrando a lui che quel fantastico volto, acceso da sinistro fuoco, guardasse a sghembo giù giù per la pianura e si scorciasse in un pingue diabolico riso, come una strana creazione venuta dalla profondità de’ cieli o sorta dall’inferno a spaventare i viventi.

Ma ben presto quando uscita da bassi vapori la luna s’elevò pel firmamento in sua limpida carriera, la doglia nell’anima del misero si mitigò, e s’addolciva l’acerbità de’ suoi mali, come dolce era il chiarore che si diffuse, soavemente investendo le cose e spirando una calma universale.

All’ora stessa e dagli stessi raggi di luna illuminato andava lento e meditabondo, mutando i passi sotto il porticato del convento de’ frati Minori di san Francesco (prossimo all’antica Rocca) uno di que’ Padri, di veneranda presenza, ed il soggetto de’ suoi intensi pensamenti era quello stesso prigioniero della Torre. Di quando in quando accanto alle nicchie delle arche segnate da stemmi gentilizj, e guerreschi, ove dormivano antichi prodi, quel monaco arrestava il piede e sfuggivagli dalle labbra il nome d’Edemondo.

Portava egli a quel giovine affetto più che paterno, poichè era stato quegli che fino dai primi anni dell’infanzia aveva preso con assidui insegnamenti ad informargli lo spirito alla sapienza ed alla virtù. Nato da una di lui sorella, il cui sposo appena celebrate le nozze erasi ravvolto nel turbine delle civili discordie, Edemondo venne abbandonato alle sole cure della madre, la quale riposto ogni amor suo in quell’unico figliuolo, non sapendo di qual maniera meglio sottrarlo agli instanti perigli da cui era minacciata l’intera sua famiglia, affidollo lagrimando al fratello, la cui religiosa condizione lo faceva ire immune dall’odio degli avversi partiti. Ad onta però de’ pacifici sensi che lo zio, cedendo benanco alle calde preghiere della madre, cercava stillare in esso lui, Edemondo, tocco appena l’età che gli fece atto il braccio a trattare il ferro e forte il petto a reggere un corsaletto d’acciajo, infiammato dai continui racconti de’ fatti guerreschi, che incessantemente si succedevano nella sua contrada, anelò prendervi parte, mischiandosi all’altra gioventù bellicosa; onde eluse la vigilanza dello zio, gittossi al partito dei Ghibellini ai quali erasi unito il padre suo, e giurò ai Guelfi sterminio e morte.

Invano tentò il buon Frate richiamarlo alla quiete claustrale ed ai placidi studj; chè quell’anima bollente dal paterno esempio infiammata, non spirava che zuffe e battaglie, onde lo zio confortando il trepidante animo della sorella, altro non poteva che invocare dal cielo al nipote protezione e difesa nei continui cimenti in cui si scagliava.

Era sede de’ Ghibellini la terra di Martinengo, tenevano la città di Bergamo i Guelfi. Molte fierissime zuffe impegnaronsi tra essi, ed una delle più accanite avvenne allo scontrarsi delle schiere avversarie sulle sponde del Serio. — Per quale cagione mai il valente Edemondo, la più vigorosa spada di sua bandiera, si lasciò allora atterrare da un audace nemico, anzi che toglierli com’era in suo potere la vita? — Ciò era un arcano sepolto ne’ più profondi recessi del suo cuore, e che quasi a sè stesso non osava rivelare. Preso prigioniero fu tradotto in Bergamo, e serrato alla sommità di quella Torre, entro la quale già da più mesi languiva.

Nel padre suo non produsse tale evento che un accrescimento di sdegno, e il fermo proposito di trarne clamorosa vendetta. Saputosi dallo zio la fatale novella della cattività di Edemondo, che ne condusse la madre all’orlo del sepolcro, non ignara che dalla prigionia alla morte era di que’ tempi un sol passo, tutto pose il buon Frate in opera per riscattarlo. Ma andate fallite erano le più diligenti cure e le sue vive istanze, poichè l’inflessibile cuore del fiero Guelfo, di cui il giovine stava nelle mani, non udiva intercessione, nè sentiva pietà. Più che in altro trascorso giorno poi trovavasi quella sera l’animo del Frate in ambascia per Edemondo, poichè durante il dì medesimo, in altre torri de’ Guelfi alcuni infelici prigionieri Ghibellini erano stati con tormentosa morte fatti perire, ed aveva potuto non senza raccapriccio penetrare, comperando da uno sgherro il secreto, che orrendi apparati si disponevano pure nel sotterraneo della torre che chiudeva Edemondo. Aggirandosi il Francescano solitario sotto quegli archi dopo avere a lungo meditato, onde rinvenire se stato pur fosse possibile un pronto riparo al crudele minacciato disastro, invocando con calorose preci nuovi lumi dal celeste suo Patrono, parve che una istantanea ispirazione gli irradiasse la mente, poichè dopo essersi arrestato per brevi momenti, affrettò d’un subito i passi, abbandonando gli archi del portico e salì alla cella del padre Stefano da Vimercato, guardiano del convento. Indi a poco discesi insieme i due frati uscirono in quell’ora inconsueta dal chiostro, e calati per un viottolo alla chiesa di sant’Agostino, confabulando a piana voce, si diressero sotto le antiche mura al monastero dei padri Domenicani, che s’elevava di quell’epoca sullo spianato che è davanti la chiesiuola della Madonna presso san Giacomo, luogo nel quale i Veneziani alcuni secoli dopo, atterrato il chiostro, eressero batterie, siccome punto avanzato delle ampie fortificazioni di cui la città intera vollero circondata.